Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
venerdì 3 luglio 2020
Autogoverno per tutti dappertutto
La rivista QM - Il Brigante, edita da Gino Giammarino, ha pubblicato nel numero di giugno 2020 un intervento dell'autore di questo blog, Mauro Vaiani. E' stata l'occasione per presentare, su una importante rivista meridionalista e anticolonialista, la rete interterritoriale Autonomie e Ambiente, legata a EFA.
Soprattutto, però, è stata l'occasione per riproporre il tema, di ben più ampia portata, che va molto oltre la politica contingente, del bisogno universale di autogoverno, che è ormai in procinto di diventare un movimento universale per l'autogoverno di tutti, dappertutto. Dalla nostra Toscana alle più remote province cinesi, questo movimento internazionale per il decentralismo, investirà tutti gli stati centralisti e autoritari della Terra.
Il quaderno di giugno sarà presto disponibile online sul sito dell'editore. Intanto ne pubblichiamo qui uno stralcio:
"Ci si è messi al servizio di una idea che, per quanto tenuta nascosta dal conformismo dei media, è sempre più attuale e urgente: l’autogoverno è un bisogno umano fondamentale di questo millennio; è nel cuore di ogni persona umana connessa con la modernità e la globalizzazione; riguarda tutti i territori; investirà gli assetti politici di tutti gli stati. La nuova rete politica [Autonomie e Ambiente], insomma, si pone all’interno di quello che non si deve esitare a definire un movimento universale per l’autogoverno di tutti dappertutto.
Per coloro che volessero approfondire le origini e le potenzialità di questo movimento mondiale per l’autogoverno, ci permettiamo di rinviare agli studi iniziati da Karl Deutsch sin dagli anni sessanta, quando il grande politologo mise precocemente a fuoco come la persona umana, una volta connessa con la modernità, sarebbe diventata non solo capace ma assetata di “mobilitazione sociale”. Non da sola, non solo come individuo, ma anche come membro
della propria comunità.
Si ricorda qui Deutsch, tra le mille letture decentraliste, localiste, federaliste, autonomiste, indipendentiste, anarchiste, anticolonialiste che potremmo consigliare, perché Deutsch fu uno dei pochi a comprendere che il decentralismo non sarebbe stato solo una opinione, un desiderio, un progetto politico tra i tanti, ma qualcosa di molto più grande: un bisogno umano
di massa.
Il mondo in cui viviamo è dominato non solo da pochi grandi stati centralisti o dall’Unione Europea, ma da molte altre grandi concentrazioni di ricchezza e di potere. Esse stanno cercando di impedire alle persone umane di realizzare il loro bisogno di autogoverno nel proprio territorio, ma possiamo avere una qualche fiducia nel loro sicuro fallimento. Un vecchio detto toscano recita:
l’acqua e il popolo, non si può tenere.
Non è solo questione di Paesi Baschi, Catalogna, Bretagna, Fiandre, Scozia, Quebec, Veneto, regioni che soffrono il centralismo degli stati di cui fanno parte. Non ci sono solo Sicilia, Sardegna, Corsica, isole trattate come colonie che giustamente ospitano ampi movimenti indipendentisti. Non si tratta solo dello storico persistere di istanze autonomiste in Toscana, Acquitania o Baviera. Ci sono intere comunità native che si ribellano agli stati latino-americani. Ci sono movimenti separatisti nella maggior parte dei paesi dell’Africa e dell’Asia. Ci sono repubbliche e regioni autonome che stanno chiedendo più autogoverno nella Russia di Putin. Ci sono Vermont, Hawaii, Portorico, che chiedono l’indipendenza dall’impero USA.
Nella sola Cina, che la grancassa mediatica vuole raccontarci come se fosse un monolite pronto a dominare (fosse anche “benevolmente”) il mondo, ci sono almeno un centinaio di nazioni diverse che vorranno autogovernarsi esattamente come tutti gli altri territori del mondo, nazioni alle cui aspirazioni il regime comunista centralista di Pechino dovrà prima o poi cedere [per quanto possa sembrare incredibile oggi...].
Poiché questo scritto sarà pubblicato proprio nel bel mezzo della grande pandemia del coronavirus, vorremmo raccomandare a tutti uno sguardo diverso, più critico, sul mondo globalizzato. Il pericolo sanitario ha fatto moltiplicare le esibizioni muscolari da parte dei grandi poteri centrali, ma alla fine coloro che se la saranno cavata meglio con il nuovo virus saranno proprio i governi locali più rappresentativi, più vicini alla propria gente...".
domenica 10 maggio 2020
Postcoronavirus, il tempo della lotta dei territori contro i poteri alti e lontani
Nel postcoronavirus, dopo questa crisi, che ha reso evidente il fracasso della globalizzazione, abbiamo il dovere di rilanciare, insistere sui nostri temi di decentralismo e restituzione di libertà e autogoverno ai territori.
Lavoriamo, incontriamoci, facciamo conoscere le nostre idee, grazie ad Autonomie e Ambiente e alla rete EFA in tutta Europa.
Restiamo aperti a chiunque condivide almeno qualcuna delle nostre idee.
Noi facciamo la nostra parte dalla Toscana e dalla Sicilia.
Altri territori, regioni, popoli facciano lo stesso.
E' il nostro momento.
Palermo - Firenze, domenica 10 maggio 2020
sabato 22 febbraio 2020
No al podestà d'Italia
Aver convinto milioni di cittadini di questa nostra Repubblica italiana ad odiare i parlamentari, i consiglieri regionali, gli amministratori locali, è stata la più grande vittoria delle elite centraliste, autoritarie, tecnocratiche.
Un grande imbroglio che fa tornare a mente il famoso aforisma di Malcolm X: "se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono".
Ora vogliono farci fare un ulteriore passo in avanti verso il baratro, proponendoci l'elezione diretta (cioè telecomandata dall'alto, attraverso il controllo dei media) di un capo per l'intera Italia.
Alcuni lo chiamano il "sindaco d'Italia", mentre sappiamo che ne diventerebbe il podestà.
Non esistono soluzioni "centraliste" ai problemi che sono stati creati dal centralismo, dalla tecnocrazia europea, dagli eccessi e dagli errori della globalizzazione.
Diciamo No al podestà d'Italia.
Sì alla Repubblica delle autonomie, dei consigli, dei parlamenti, della diversità, dei territori, delle libertà e delle responsabilità (di conseguenza, aggiungiamolo, dobbiamo esprimere un forte scetticismo sulla drastica riduzione del numero dei membri del parlamento italiano, in particolare di quelli del Senato).
Anche per questo, nonostante si viva in tempi difficili, in cui la sirena del #centralismo suona forte, noi continuiamo a scommettere nelle Autonomie.
Forti autonomie locali sono le uniche istituzioni che possono pensare globalmente e agire localmente, con moderazione e con equilibrio, vicine alla gente e insieme alle persone e alle imprese, senza lasciare mai nessuno emarginato e solo, nemmeno in questa preoccupante contingenza del #coronavirus.
Le Autonomie hanno, da ieri, dopo i lavori di Udine, uno strumento politico in più, una sorellanza di forze territoriali, con collegamenti in tutta Italia, in Europa e nel mondo:
https://www.autonomieeambiente.eu
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Il post di commento a questa immagine è ripresa da Il Riformista del 20 febbraio 2020, con il triste annuncio che Matteo Renzi vuole fare come De Gaulle... La Repubblica delle autonomie e l'Europa delle Regioni sono di nuovo in pericolo, grazie a leader avventati come lui... Non dobbiamo guardare alla Francia di Macron o peggio alla Turchia di Erdogan... Dobbiamo guardare alla Svizzera!
domenica 16 febbraio 2020
Resistenza dei territori contro il presidenzialismo
Molti di noi siamo tornati a impegnarsi in politica nel 2016, contro le riforme ultracentraliste di Renzi e Verdini, fedeli a una visione che abbiamo coltivato sin da ragazzi, man mano con sempre maggiore chiarezza, fra tanti errori e limiti personali: lasciare alle generazioni future un vero #Autogoverno della #Toscana; all'interno di una #RepubblicadelleAutonomie che somigli alla #Svizzera, non alla Turchia; nel quadro di una nuova confederazione che realizzi gli ideali evocati con i motti #EuropadelleRegioni, #EuropadeiTerritori, #EuropadeiPopoli.
Quindi, assieme a molti movimenti territorialisti, localisti, autonomisti, federalisti, indipendentisti, decentralisti da ogni angolo d'Italia e d'Europa, cominciando dal nostro prossimo raduno di #Udine del 21 febbraio 2020, chiamiamo alla #Resistenza contro la minaccia centralista e autoritaria del #presidenzialismo.
- No all'elezione diretta del presidente della Repubblica italiana.
- No all'elezione diretta del presidente del consiglio dei ministri e no a ogni forma di #premierato o #cancellierato.
- No a una repubblica dominata da un unico #capopolitico o comunque da una cerchia ristretta di padroni dei media e delle risorse.
Non c'è nulla di facile in questa nuova #Resistenza, perché dobbiamo batterci, da subito, contro l'eterno ritorno del bieco e crudele centralismo italiano, prima sabaudo, poi nazionalista, poi colonialista e guerrafondaio, poi fascista, poi postfascista negli anni della Ricostruzione (che fu anch'essa centralista, concentrata sulle aree industriali del Nord, sulla crescita abnorme di Roma come capitale burocratica e parassitaria, sul neocolonialismo nei confronti del Sud e delle isole).
Solo in parte la bestia centralista italiana è stata tenuta sotto controllo dalla Costituzione, dagli Statuti speciali, dagli Statuti regionali e comunali, dall'architettura della #RepubblicadelleAutonomie, che infine è stata sfigurata dalle cosiddette "riforme".
La bestia non è mai stata completamente legata e oggi è tornata libera, pronta a divorarci.
Ha dominato gli ultimi 25 anni, grazie alla subalternità ad essa da parte di gran parte dei prodiani e dei berlusconiani.
Ha fatto fallire tutti i progetti di decentramento e federalismo, che negli anni novanta avevano il consenso di due terzi della popolazione della Repubblica.
La bestia odia le nostre comunità locali, le nostre culture native, le nostre differenze, la nostra resilienza economica e sociale, il nostro rifiuto del neoliberismo.
Ci odia in quanto non abbiamo mai accettato di essere sufficientemente sudditi delle elite centraliste dominanti.
Ha ottenuto il controllo del processo di unificazione europea e ha prosperato sui guasti della globalizzazione. Tra elite centraliste italiane, europee e globali c'è una alleanza di fatto. Chi non la vede, è perduto!
Ha in ultimo conquistato l'egemonia culturale sulla sinistra con #Renzi (anche i se-dicenti antirenziani sono stati contagiati dalle sirene del centralismo), sul centro con #Salvini, sulla destra con la #Meloni.
Ebbene, non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo stare a guardare, subire passivamente, tanto meno arrenderci.
Lotteremo con tutte le forze e fermeremo i progetti di Renzi, della Lega di Salvini, di Fratelli d'Italia e di tutti i loro ascari.
Ne va della nostra buona vita locale, dei nostri beni ambientali e culturali, del futuro delle nostre famiglie, imprese e comunità.
Fermeremo la deriva italiana verso la Turchia e lotteremo per tornare a guardare verso la Svizzera, attaccati ai valori della Carta di Chivasso del 1943, della Costituzione, delle lotte anticolonialiste per l'autogoverno di tutti, dappertutto.
sabato 30 novembre 2019
Intervento di Mauro Vaiani ad Aosta
Riportiamo qui la sintesi dell'intervento del dott. Mauro Vaiani al congresso della Union Valdôtaine del 30 novembre 2019 (http://www.unionvaldotaine.org/datapage.asp?id=1566&l=1)
al congresso della l’Union Valdôtaine
Ringrazio di cuore dell’invito e dell’accoglienza. Vi porto il saluto di un ampio schieramento di forze civiche, ambientaliste e autonomiste con le quali il nostro autonomismo toscano è collegato.
Sono anche emozionato, considerato che parlo davanti a una platea storicamente fedele ai valori della Carta di Chivasso, che sono ancora oggi di ispirazione per tutti noi, oltre che consonanti con I valori del nostro antico CTLN (Comitato Toscano di Liberazione Nazionale), l’organismo che mobilitò I toscani durante la Resistenza e che ospitò al proprio interno intuizioni autonomiste sorte in antitesi al deteriore e infine scellerato centralismo dello stato italiano (prima “liberale”, poi nazionalista e colonialista, e infine fascista).
Sono cittadino di Firenze, ma sono anch’io un po’ montanaro, per le mie origini mugellane. Come voi sapete bene, nella durezza e nella povertà della vita di montagna, non importa quante volte si cada, si venga umiliati, si subiscano privazioni. La gente di montagna si rialza sempre. E così faremo noi, con i nostri antichi valori decentralisti.
Il nostro umanesimo autonomista, aggiornato in un moderno decentralismo, è e resterà la tendenza politica più importante del nostro tempo, l’unico futuro possibile a misura d’uomo, l’unica speranza per il bene delle generazioni future.
Certo dobbiamo farlo insieme, costruendo una rete la più inclusiva possibile, per resistere insieme alle minacce che incombono sulla nostra Repubblica delle Autonomie e sulla nostra Europa delle regioni e dei popoli.
Lo facciamo per difendere le nostre identità e diversità locali. Lo facciamo per essere interpreti dei nostri legittimi interessi territoriali. Non solo per identità e interessi, però. Lo facciamo perché vogliamo che le persone abbiano la dignità di decidere del futuro della propria comunità, di autogovernarsi nel proprio territorio, di eleggere I propri leader locali, che siano davvero vicini a loro, tanto che ognuno possa tirarli per la giacca, invece che subire la dominazione di chi è in alto, altrove, sempre troppo lontano e disattento.
Un tempo avevamo problemi anche fra di noi, per esempio fra indipendentisti e autonomisti, ma noi oggi, riflettendo sulla necessità dell’autogoverno per tutti, dappertutto, stiamo diventando più capaci di cooperare. Del resto, cosa vuol dire nel mondo di oggi essere “indipendenti”? Una regione autonoma come la Valle d’Aosta si autogoverna molto più di quanto sia possibile per un paese dell’Africa rimasto sotto il tallone del neocolonialismo...
Noi dobbiamo essere uniti perché I nostri territori siano, prima di tutto, “meno in dipendenza”. I valori dell’autogoverno, poi, con il tempo, si affermeranno per tutti, dappertutto.
Ci stiamo accorgendo che ovunque incontriamo persone e gruppi civici, ambientalisti, localisti, che non si sono mai occupati di federalismo e non hanno mai studiato nulla del nostro autonomismo, con cui però, appena parliamo di autogoverno, riusciamo a sintonizzarci e a costruire percorsi comuni (questo ci è successo, per esempio, in Romagna, in Umbria, a Napoli e persino nella città di Roma).
Le esperienze più diverse riescono ad allearsi e ad avere un percorso comune, quando si condivide una visione orizzontale della vita. Tutti coloro che vedono con diffidenza la concentrazione di potere e di ricchezze, sono potenzialmente con noi in un moderno decentralismo.
Venendo alla necessità di lavorare insieme, dalla Toscana, ma anche dal Friuli e dalla Sicilia, dove ci sono le forze sorelle con cui collaboriamo sempre più strettamente (Patto per l’Autonomia FVG e Siciliani Liberi), vi porto alcune istanze, che ovviamente mi limito a elencare per punti:
- AMBIENTE - Noi dobbiamo essere gli interpreti della svolta ecologista dei nostri territori; nessuno, se non governi locali molto forti, può attuare le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, paesino per paesino, valle per valle, territorio per territorio, nel rispetto di tutte le nostre tradizioni, piante, animali; siamo noi il principale motore di cambiamento ambientalista.
- EUROZONA – Sappiamo che tante cose non funzionano, ma non lasceremo certo che se ne occupino forze che da vent’anni fanno parte dello status quo. Se persone come Meloni o Salvini avessero avuto buone idee per un diverso sistema monetario, le avrebbero espresse, magari quando erano al potere. L’Euro è un bene comune e su una politica monetaria europea diversa, diremo la nostra. Presto vi inviteremo a un momento di studio, su questo, insieme al professore Massimo Costa, promotore e punto di riferimento dei Siciliani Liberi.
- STATO DELLE AUTONOMIE – Voi sapete benissimo quanto sia grave il processo di soffocamento delle autonomie esistenti, da parte delle tendenze centraliste. Le autonomie speciali di Sicilia e Sardegna, per esempio, sono schiacciate da decenni da processi che non esito a chiamare di vero e proprio neocolonialismo interno. La promessa delle autonomie differenziate per Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, sta venendo tradita, attraverso la proposta di testi che sono o inattuabili, oppure pericolosi.
- FORMA DI GOVERNO – Mi spiace che sembri che un esterno voglia entrare in un vostro dibattito interno sul presidenzialismo come forma di governo per la vostra regione, ma noi, su queste figure che inevitabilmente accentrano un grande potere, abbiamo sempre più dubbi. Di certo non vogliamo alcuna forma di presidenzialismo per un territorio vasto come l’Italia. Sarebbe la morte della nostra Repubblica delle Autonomie. Diventeremmo come la Turchia.
- RAPPRESENTANZA – Dobbiamo lottare, insieme, per leggi elettorali più giuste, che consentano a tutti I territori della Repubblica di avere I propri rappresentanti alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo.
Chiudo dicendovi, con rispetto ma anche con urgenza: ATTREZZIAMOCI INSIEME, aggiornando I rapporti tra di noi e quelli con i decentralisti di tutta Italia e d’Europa (a cominciare da tutte le forze sorelle dell’Alleanza Libera Europea).
Vediamoci regolarmente per produrre politiche comuni, per renderci sempre più visibili e più incisivi (anche sui media nazionali, dove purtroppo impazzano le follie e gli slogan del centralismo più prepotente, del populismo più impreparato, di un sinistro neonazionalismo “italiano”).
Grazie ancora, in particolare al presidente Erik Lavevaz.
Grazie, in modo del tutto particolare, al senatore Albert Lanièce, che conduce un lavoro esemplare nel gruppo delle Autonomie al Senato.
Avanti insieme, animo!
sabato 26 ottobre 2019
Il fattore A nel lungo '89
Ci avviciniamo a una data importante, il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989.
Mi pare importante ricordare, seguendo in questo un insegnamento ricevuto dal prof. Luciano Bozzo, che non stiamo celebrando qualcosa di lontano e in qualche modo compiuto.
Al contrario, stiamo ancora vivendo in un "lungo '89".
Ciò che si è pienamente manifestato in quell'anno eccezionale non ha ancora finito di dispiegare i propri effetti, anzi, forse, non siamo nemmeno all'inizio - grazie al cielo, lasciatemi aggiungere.
Finirono dei regimi, si sciolsero delle alleanze militari e persino degli stati.
Il 1989 non fu solo la fine di una certa famiglia di partiti unici d'ispirazione marxista-leninista, ma anche il rilancio di altre ondate di cambiamento in tutto il mondo, contro autoritarismi, militarismi, partitocrazie, statalismi, centralismi.
La persona umana del XXI secolo, grazie anche a questo lungo 1989, sta scoprendo, fra tante altre cose importanti, il fattore "A", dove "a" sta per autogoverno, autodeterminazione, autonomia (e forse anche un po' anarchia).
Chiunque abbia una coscienza politica, sta comprendendo che c'è bisogno anche di una visione geopolitica chiara sul proprio territorio: estensione orizzontale, altezza delle gerarchie, numeri demografici e distanze geografiche, disuguaglianze economiche e sociali non solo tra cittadini singoli, ma anche tra comunità, centri e periferie.
Non ci si domanda più solamente "chi e come governa", ma anche "da quanto in alto e da quanto lontano si è governati".
Ho dedicato lunghi anni della mia vita (e l'intero mio studio di dottorato: "Disintegration as Hope") a studiare questa presa di coscienza, che fu intuita, prima e più chiaramente di altri, dal grande Karl Deutsch, a partire dal suo articolo "Social Mobilization and Political Development" del 1961, dedicato alla "mobilitazione sociale" e alle sue conseguenze politiche.
Karl Deutsch, ricordiamolo, era uno scienziato politico boemo-tedesco. Sradicato dalla sua Mitteleuropa a causa della persecuzione nazista, trovò rifugio nell'America di Franklin. D. e di Eleanor Roosevelt.
Tra le altre cose notevoli della sua formazione cosmopolita, va ricordata la sua partecipazione, come giovane consulente, alla Conferenza di San Francisco del 1945, quella in cui fu fondata l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Grazie alla sua solida formazione socialista, non si lasciò mai ingannare dalle apparenze sovrastrutturali.
Fu sempre lucido nel guardare a ciò che accadeva nella vita materiale e concreta delle persone, in tutti gli stati, indipendentemente dal fatto che essi appartenessero al blocco capitalista, o che fossero repubbliche socialiste, o che fossero nuovi stati sorti dal processo di decolonizzazione.
Deutsch comprese che ovunque nel mondo un crescente numero di persone non avrebbero più obbedito ciecamente ai propri stati (come putroppo era invece accaduto durante le due guerre mondiali).
Ogni governo, in una misura difficilmente comparabile con quanto mai accaduto in passato, sarebbe dipeso sempre di più dal consenso dei governati, e questi ultimi avrebbero voluto, in modo crescente, partecipare attivamente al controllo politico del proprio territorio.
Oggi sembra una ovvietà, ma maturare queste considerazioni nell'atmosfera cupa e depressiva della Guerra Fredda, in un mondo diviso e in larga parte dominato da mentalità autoritarie e reazionarie, rende l'idea della grandezza intellettuale di Karl Deutsch.
Nel mondo postbellico, la ricostruzione industriale, l'urbanesimo, la diffusione dei servizi pubblici, l'aumento delle disponibilità alimentari e di altri beni di consumo, la crescita degli indici di alfabetizzazione, la diffusione delle lingue medie globali, le crescenti possibilità di accesso alle comunicazioni di massa, lo sviluppo dei sistemi di assistenza sanitaria e sociale, hanno consentito la crescita della partecipazione potenziale delle persone alla vita politica.
Chiaramente, "potenziale" non significa reale, così come "partecipazione" non significa da subito capacità "liberale" di "conoscere per deliberare", o coscienza "socialista" di comprendere e voler redimere le ingiustizie strutturali.
Tuttavia questa "mobilitazione sociale" era avviata e Deutsch la vedeva accadere chiaramente e potentemente, sia nelle società dell'Ovest, che dell'Est, che dell'immenso Sud del mondo.
Nei decenni, molti altri studiosi hanno visto la connessione tra inclusione delle masse nella modernità e processi di democratizzazione, ma Deutsch fu ed è rimasto a lungo uno dei pochi che vedeva arrivare qualcosa in più: la mobilitazione sociale, comprese Deutsch, avrebbe avuto un potenziale geopolitico, non solo politico.
In un suo importante libro del 1970, "Politics and Government : How People Decide Their Fate" (Politica e governo, Come il popolo sceglie il suo destino), Karl Deutsch spiegò che, pur vivendo ancora in un mondo in cui le due superpotenze nucleari competevano "nell'esportazione di ignoranza", l'umanità avrebbe visto un numero crescente dei suoi membri disposti a impegnarsi per fermare l'apocalisse nucleare, l'autodistruzione ecologica, gli eccessi di urbanizzazione e industrializzazione, oltre che per porre fine a inaccettabili ingiustizie sociali.
Milioni di persone, scrisse Deutsch, anche nelle nazioni più povere, stavano ottenendo accesso ad abbastanza informazione e tecnologia, oltre che al potere di farci qualcosa.
Oggi noi scriveremmo miliardi, considerando la diffusione dell'accesso alle reti.
Entro la fine del XX secolo, aggiungeva Deutsch, avremo la maggioranza delle persone occupate nella manipolazione di simboli, conoscenze, documenti.
Così è andata infatti, solo che lo stesso Deutsch forse non immaginava quanto questo cambiamento avrebbe investito non solo i giovani, non solo il mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati. Persino le persone più emarginate e più sfruttate, più periferiche e marginali, sono costrette a essere connesse. Persino dove non è arrivata l'acqua, è arrivato lo smart.
Oggi a tutti, in tutto il mondo, è richiesto di essere sempre più coinvolti, non di rado sconvolti, dall'incredibile sviluppo della globalizzazione, in continue innovazioni di stili e tempi di vita, processi e ritmi di lavoro, informazione e comunicazione.Una piccola controprova può fornirla la fonte https://data.worldbank.org/, secondo la quale nel 2018 eravamo già molto vicini ad avere la maggioranza assoluta di tutti i lavoratori del pianeta impiegati nei servizi, più che nella produzione agricola o industriale.
Come ho avuto modo di ricordare in un mio piccolo contributo a Ethnos & Demos, la persona umana del XXI secolo può sempre più scegliere cosa mangiare, dove e con chi vivere, quale vita sessuale e sentimentale condurre, se e quanti figli avere, quali convinzioni coltivare, su cosa e quanto formarsi e informarsi, come curarsi, e persino, al limite, quando morire.
E' probabile, come aveva previsto Deutsch, che questa persona umana, in aggiunta a tutto questo, pretenda anche la facoltà di scegliere in che modo e in che stato autogovernarsi.
Karl Deutsch, insieme a pochi altri, comprese che chi è socialmente mobilitato, avrebbe preteso di vivere in una comunità politica in cui percepisse chiaramente di poter fare la differenza.
Non ci si sarebbe più accontentati di votare ogni quattro o cinque anni, di guardare le cose accadere attraverso i media, di vivere in sistemi politici troppo verticali, di essere pedine in un gioco troppo grande, governato troppo dall'alto, da altri, da altrove.
I limiti fisici, spaziali e temporali, della vita e della forza di ogni singolo individuo, ma anche di ogni singola comunità locale, intuì Deutsch, sono troppo stretti perché ci si possa accontentare di aspettare risposte da autorità troppo lontane, da sistemi politici troppo complessi, da stati troppo grandi.
La persona socialmente mobilitata pretende di essere lei stessa al "potere", almeno nella sua comunità locale, sul proprio territorio, fra la sua gente.
Cosa possibile solo in società progressivamente sempre più decentralizzate e, al limite, quando necessario, in stati molto più piccoli.
Questa intuizione politica e geopolitica di Deutsch aiuta - e non poco, a mio parere - a comprendere come mai, nonostante l'avanzare di una globalizzazione che è oggettivamente una potente forza livellatrice e omologatrice, in tutto il mondo continuino a formarsi movimenti che non sono "solo" sociali e ambientali, ma che esigono una effettiva redistribuzione di potere geopolitico.
Attraverso gli studi anti-centralisti di Deutsch, si comprende meglio perché alle reti di cittadinanza più attive, in cerca di diritti civili, svolte ambientali, giustizia sociale, non basti affatto cambiare ogni tanto - con il voto o anche con la rivolta - il vertice della piramide.
La piramide, piuttosto, deve essere smontata, perché al suo posto possano nascere forme di autogoverno locale più vicine, più capaci di ascolto, più rapide nell'immaginare e introdurre innovazioni, più attente ai dettagli e alle necessarie correzioni dei cambiamenti intrapresi, nonché, cosa nient'affatto secondaria, più facili da contrastare e ribaltare quando esse non siano più rispondenti alle attese della gente.
Dal 1989 a oggi sono caduti e continuano a cambiare molti regimi, ma una analisi spassionata dovrebbe riconoscere che fra i territori dove si registrano maggior successo sociale e minore violenza, sono proprio quelli in cui, oltre a quello politico, c'è stato anche cambiamento geopolitico, restituendo autogoverno a comunità locali e a bioregioni di scala più ridotta.
Gli stati più piccoli, o quelli dove c'è un effettivo decentramento di ricchezze e di potere, rispondono meglio alle esigenze poste dalla persona umana socialmente mobilitata.
Questo, si badi bene, vale sia per società più ricche (Catalogna, Scozia) o più povere (Corsica, Sardegna); sia per aspirazioni nazionali più antiche (come quelle dei Curdi nei confronti di Iraq, Iran, Turchia e Siria), che per aspirazioni all'autogoverno emerse più recentemente (come quelle dei Berberi nel Maghreb o dei nativi in Amazzonia); per territori remoti (Nuova Caledonia) o per grandi città cosmopolite (Hong Kong).
Varrebbe anche in alcuni altri territori che purtroppo sono tenuti insieme con la forza e la violenza da sinistre forze neocolonialiste e imperialiste straniere, come Somalia, Libia, Congo, Nigeria, Yemen, Afghanistan; situazioni drammatiche che non troveranno redenzione finché continueranno le ingerenze delle grandi potenze.
Deutsch scrisse - nel suo libro del 1970 sopra citato - che di tutte le utopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo particolarmente pericoloso, "davvero il più utopista di tutti": quello che suggerisce che il mondo continuerà ad andare com'è sempre andato.
Pochi avevano previsto la caduta e lo scioglimento del blocco sovietico, proprio come oggi ancora troppi rifiutano pregiudizialmente l'idea che tutti i più grandi e più potenti stati del pianeta, a meno che non vadano incontro alle persone umane e alle loro comunità locali con riforme decentraliste radicali, ne seguiranno la sorte.
Sì, avete capito bene, sto parlando anche di India e Cina, Stati Uniti e Indonesia, Russia e Brasile. Tutti giganti che scopriranno presto di avere i piedi d'argilla, se non accetteranno di restituire dignità, ricchezze e potere alle loro comunità locali.
Sembra incredibile, certo, eppure è probabile, perché il centralismo e l'autoritarismo, il militarismo e il neocolonialismo (interno o esterno) di questi grandi stati è semplicemente incompatibile con la vita materiale e la coscienza spirituale della persona umana socialmente mobilitata e politicamente cosciente.
Tutte queste considerazioni, fondate su studi politologici seri e dopo decenni ancora mai falsificati, può e deve suscitare speranza e incoraggiare all'azione coloro che sono veramente determinati a diffondere e a realizzare l'ideale dell'autogoverno per tutti, dappertutto.
(blogger di Diverso Toscana,
studioso e attivista decentralista)
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La foto di corredo a questo post è tratta da https://www.thinglink.com/
sabato 14 settembre 2019
Vigna o pioppo, movimenti o piramidi
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Sono ormai pericolosamente vicino a compiere quarant'anni di attivismo, considerando che, come giovanissimo studente a Prato, partecipavo già alle assemblee e alle istituzioni dell'autogoverno scolastico.
Per tutta la mia vita non ho mai esitato ad appoggiare tanti movimenti nati dal basso, dalle persone comuni, dalle minoranze, dai diversi, dagli oppressi, dagli ultimi, dalle periferie di tutto il mondo: le istanze autonomiste, decentraliste, di autogoverno; l'anticolonialismo (anche contro i colonialismi interni ai grandi stati); le lotte contro i partiti unici e le partitocrazie; i movimenti per il disarmo e contro il mercato delle armi; le lotte anti-nucleari; le liste verdi autonome e autonomiste (con cui ho fatto una breve ma significativa esperienza come consigliere comunale di opposizione a Prato, nel 1990-1992); la resistenza degli antiproibizionisti; i comitati ambientalisti; le iniziative di risveglio civile contro le mafie; le liste civiche; il rifiuto di monopoli e parassitismi burocratici e plutocratici; l'impegno contro tutte le discriminazioni; i movimenti per la democrazia locale e contro tutte le concentrazioni di potere e di ricchezze a livello toscano, italiano, europeo e globale.
La mia storia non è quella di un vincente, anzi, ho accumulato molti errori personali e sofferto, insieme alle comunità di cui ero parte, per lo più sconfitte.
Tra gli errori, che ammetto sinceramente, quello di aver seguito, a tratti, alcuni "leader" nazionali, carismatici e mediatici, di cui magari non condividevo tutto, ma che credevo potessero svolgere nella Repubblica italiana una funzione in qualche modo "maieutica".
Tra gli aspetti positivi, rivendico di aver saputo dialogare e costruire percorsi concreti di cambiamento con persone di ogni classe sociale e formazione culturale, ben oltre quelli che (una volta) erano gli angusti recinti di sinistra, centro e destra. Le persone di animo libertario hanno sempre molto da dirsi, indipendentemente dalle loro antiche appartenenze partitiche.
Tutte queste rivolte, a cui nel mio piccolo ho contribuito, non sono affatto state domate, sia chiaro, perché esse non sono un fenomeno sovrastrutturale.
Decentralismo e autonomismo, civismo e ambientalismo, che hanno già scritto belle pagine di storia, sono qui per restare e durare, perché sono l'unica strada per fermare la distruzione del pianeta e per assicurarci che lasceremo alle generazioni future una vita degna di essere vissuta.
Animo quindi e, per i pochi che mi leggono, un modesto suggerimento.
Non lasciate mai che il vostro movimento autonomista, civico, ambientalista, venga assogettato a un vertice (italiano, o europeo, o magari mondiale).
Questo errore è già stato fatto da mille altri movimenti della storia contemporanea e, in ultimo, nella Repubblica Italiana, anche dai movimenti se-dicenti populisti (dal più grosso, i Cinque Stelle, ai mille altri più piccoli, fino ai più recenti rivoli neo-sovranisti).
Purtroppo vedo che taluni ancora aspirano a fondare e formare sempre nuovi movimenti "nazionali" od "europei", perché pensano che ci si debba lanciare alla conquista dei centri decisionali di Roma, Milano, Francoforte e Bruxelles.
Peccato che, se il movimento diventa una piramide, esso diventi strutturalmente simile alle altre piramidi della modernità.
Anche quando ne conquista il vertice, invece che cominciare a smontarle, si pone a capo di esse.
Emblematica e oltremodo triste, per esempio, è la parabola leghista. Partirono per abolire i prefetti e hanno finito per mettersene a capo, occupando a lungo, in più occasioni negli ultimi vent'anni, il Ministero degli Interni.
Anche il grillismo, per citare uno degli ultimi e forse più importanti tentativi di assalto alla cima delle piramidi, ha fallito perché non ha resistito alla tentazione di essere esso stesso una organizzazione piramidale (e persino più opaca di tante altre).
Di Gandhi è ben noto un importante aforisma:
“Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e
tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è
tra seme e albero.”
Noi in Toscana si potrebbe dire, più alla buona, che il pioppo non fa uva.
Un movimento verticale non produrrà mai una società più orizzontale.
Un movimento centralizzato non voterà mai riforme decentraliste.
Un movimento autoritario non aiuterà mai la società a diventare più libera e più responsabile.
Un movimento che indice plebisciti dall'alto, ancorché elettronici, non consentirà reale capacità di elaborazione, proposta e decisione dal basso.
Un movimento che persegue la propria vittoria maggioritaria e solitaria, magari con l'elezione diretta del proprio capo come "uomo solo al comando" di vasti territori, dominerà attraverso l'invasione mediatica, ma non saprà mai ascoltare, includere, mediare.
Cercare di vincere senza sentire la necessità di convincere, non funzionerà, se non attraverso scorciatoie autoritarie in stile Ungheria o Turchia.
Non avremo l'uva dal pioppo, care poche persone che mi state leggendo.
Ci occorre una vigna, una struttura molto più reticolare e orizzontale!
Per avviare i profondi cambiamenti civici e civili, una svolta ambientalista, una economia e una società più a misura di bambini e di vecchi, di animali e di alberi, per cui lottiamo da una vita, occorrono grande pluralismo culturale, ampia partecipazione popolare,
la fine della concentrazione di potere, ricchezze e tecnologie (che non sono mai neutrali!), l'autogoverno di
tutti dappertutto.
Questo è ciò per cui lottano, in Europa e nel mondo, tutti gli autonomisti e i decentralisti, dalla Patagonia a Hong Kong, da Bougainville al Vermont, da Portorico al Kurdistan, dal Somaliland al Kashmir, così come, più vicino a noi, in Scozia, Catalogna, Corsica, Sardegna.
Noi, che siamo impegnati in tante realtà autonomiste, civiche, ambientaliste, a partire da Libera Firenze, vogliamo essere piccole viti della vigna, non pioppi (non importa quanto alti e maestosi).
A tutti chiediamo di fare rete per una Toscana dei territori, una Repubblica delle Autonomie che ritorni (almeno!) fedele alla sua Costituzione, una Europa delle regioni, un mondo liberato dal pensiero unico, dalle ideologie dell'austerità, dalle catene dei debiti, dalla cultura di massa, dal consumismo, dal globalismo, livellamento globalista, dallo sfruttamento ecocida e genocida.
Incontriamoci, conosciamoci, mettiamoci al lavoro, insieme.
Le viti non si fanno ombra l'un l'altra e tutti gli operai di una vigna hanno gli stessi doveri e ricevono la stessa ricompensa.
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giovedì 29 agosto 2019
La fine dell'ennesima illusione centralista
Ci sono tante persone, in tutti i territori italiani, che sono veramente affamate e assetate di cambiamento. A seconda della loro classe sociale e cultura politica personale, si sono mosse a milioni per votare dei "leader" pompati da grandi bolle mediatiche: Renzi, Grillo e infine Salvini, per citare solo le più recenti meteore.
Non c'è una "soluzione italiana" ai problemi, perché essa finirebbe per essere, ancora come in passato, centralista e autoritaria, oltre che neocolonialista (contro i nostri stessi territori italiani più deboli e, ancora una volta, contro i territori africani).
Le istanze critiche contro lo status quo - per esempio contro l'imperialismo americano, il neocentralismo eurocratico, le disfunzioni della Eurozona, l'insensatezza dei proibizionismi, la lentezza con cui affrontiamo i problemi ambientali, la burocrazia, il declino di tutti i servizi pubblici, l'oppressione giudiziaria, la distruzione degli ascensori sociali, il degrado di tutte le periferie urbane del paese, l'abbandono dei beni culturali e ambientali, le ingiustizie e gli azzardi morali con cui ci rapportiamo ai migranti - devono trovare ascolto, prima di tutto, attraverso la ricostruzione delle capacità di autogoverno locale di tutti i territori italiani.
Anche perché, ciascun territorio, con i propri leader locali - eletti, sperabilmente, con modalità più democratiche - certamente vive questi problemi in modo diverso e darà ad essi SOLUZIONI DIVERSE.
Capisco, in particolare, il senso di delusione e frustrazione che attraversa un vasto fronte - eterogeneo e trasversale - che qualcuno chiama "sovranista", ma tutti i critici del globalismo e della c.d. eurocrazia, devono aprire la loro mente e il loro cuore a un più radicale decentralismo, agli ideali federali e confederali, all'Europa delle regioni. Devono cominciare a guardare alla Svizzera, non all'Ungheria. Devono trovarsi leader locali rispettabili, non invocare Putin o Trump. Devono sviluppare progetti, non rifugiarsi nella frustrazione del complottismo.
Avrei un appello, in particolare, per una persona come Claudio Messora, che con il suo videoblog https://www.byoblu.com/ ha svolto un ruolo straordinario nel dare voce a molti intellettuali e attivisti critici nei confronti del "mainstream". Ora che è crollata l'ennesima illusione centralista, con la fine della collaborazione tra Cinque Stelle e Lega salviniana, si aprino nuovi spazi a tutte le forze sorelle della famiglia del decentralismo e dell'autonomismo.
I decentralisti lottano ripristinare la dignità e l'autogoverno di tutti, dappertutto.Queste forze lottano contro la padella eurocratica ma non per farci cascare nella brace nazionalista.
martedì 9 aprile 2019
Lunga vita a Radio Radicale, microfono aperto anche ai nostri territori e movimenti decentralisti
E' inutile che aggiunga molte altre parole.
Chiunque la abbia mai ascoltata, sa che è una istituzione formidabile, un servizio pubblico insostituibile.
Lo scrivo come cittadino, come intellettuale, come uno dei moderatori della rete di decentralisti Dialogo Autogoverno: Radio Radicale deve vivere, punto.
Dobbiamo pretendere dal governo centrale una proroga dei contributi, per consentire a Radio Radicale di trasformarsi, salvaguardando la propria rete, le proprie competenze e, ancora più importante, il proprio preziosissimo archivio.
Alle persone che, come chi scrive, sono impegnate nei territori e in battaglie decentraliste e confederaliste, rivolgo un appello ulteriore: chiediamo anche ai governi e ai parlamenti regionali di sostenere Radio Radicale, unico servizio pubblico che aiuta veramente a conoscere per deliberare le nostre (ancora molto embrionali e fragili, purtroppo) democrazie locali.
Per un futuro a lungo termine condivido un piccolo sogno: poter sostenere i media che fanno servizio pubblico con una sorta di "otto per mille".
Per arrivarci, in questo futuro, tuttavia, bisogna prima vivere.
Quindi chiedo anch'io, nel mio piccolo, ai pochi che leggono il blog Diverso Toscana:
- di leggere quanto prima su Prima Comunicazione uno stupendo articolo dedicato all'importanza e al patrimonio di Radio Radicale, scritto da Daniele Scalise, che è stato recensito stamane (martedì 9 aprile 2019) nella stupenda rassegna "Stampa e Regime" di Radio Radicale, oggi a cura di Roberta Iannuzzi;
- di firmare la petizione per salvare Radio Radicale sulla piattaforma Change.org;
- di risparmiare da subito qualche Euro, per tenerci pronti a sottoscrivere direttamente una donazione a Radio Radicale.
Mauro Vaiani Ph.D.
mercoledì 13 marzo 2019
Contro il fascio del centralismo
Nazionalismo e centralismo sono la tomba di tutte le tradizioni e libertà umane. Noi toscani, italiani ed europei lo sappiamo bene, ma per molti ciò che noi temiamo è invece desiderabile. Prendiamone atto.
Il fascino - o forse sarebbe meglio dire il "fascio" - dei neofranchisti spagnoli sta esattamente nella loro capacità di riproporre, rimodernata, con un volto tecnocratico ed europeista, globalista e cosmopolita, la stessa micidiale miscela di nazionalismo e centralismo che tanti disastri e lutti ha prodotto in passato (e che è sempre pronta a rimanifestarsi nella forma di repressione, autoritarismo, neocolonialismo).
La loro statolatria è sempre lì e promette di restarci per sempre, mantenendo l'ordine e i privilegi dei suoi fedeli. La Spagna ci mostra qualcosa che tanti vorrebbero anche per Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Russia, America, Giappone, Brasile, India, Cina...
Il regno di Spagna, proprio perché l'attuazione delle riforme autonomiste ha avuto successo, proprio perché l'integrazione europea stava funzionando, proprio perché stava diventando una società plurale ed aperta, era pronto per essere dissolto in una confederazione europea di antiche nazioni e nuove realtà autonome locali.
Tutto il potere concentrato nelle strutture neofranchiste dello stato spagnolo e nelle attuali tecnocrazie dell'Unione Europea e delle organizzazioni internazionali dell'atlantismo e della globalizzazione, di conseguenza, sarebbe stato messo in discussione e con esso la concentrazione delle ricchezze.
Contro questo rischio di estinzione graduale ma progressiva dello stato spagnolo e delle burocrazie europee e internazionali con cui esso è legato strettamente, nasce e fiorisce la martellante propaganda che si è concentrata prima di tutto contro la Catalogna, la nazione più nazione di tutte, la più pronta ad autogovernarsi con successo, anche grazie alla forza che le viene dalla sua storia dolorosa, dalla sua felice posizione geopolitica, dal suo straordinario investimento in educazione, cultura, innovazione economica, inclusione sociale.
Il processo farsa che si sta celebrando a Madrid contro i prigionieri politici e gli esiliati di Catalogna è una tale vergogna che nessun media europeo e internazionale gli dedica altro che pochi cenni imbarazzati e in gran parte sempre avvelenati da pregiudizi di difesa dello stato neofranchista.
Hanno ragione i conformisti dell'attuale globalizzazione, dell'attuale "europeismo", degli attuali sovranismi a temere e quindi a nascondere questo processo farsa, perché la sua ingiustizia si rivela come una epifania non appena se ne mostrano anche pochi squarci.
Se proprio avete un po' di tempo e di stomaco per leggere con quanta superficialità, supponenza e disprezzo la stampa ufficiale, preoccupata della conservazione degli stati come sono oggi, parla della resistenza catalana, potete visitare qualche pagina de Il Foglio.
Noi preferiamo raccomandarvi però la visione di un video come quello qui caricato, prodotto da Òmnium Cultural, una delle associazioni storicamente più vivaci nella difesa della cultura, della lingua, del paese catalani.
Anche se i commenti sono in lingua spagnola media, l'improntitudine e l'indegnità dei responsabili della repressione violenta appariranno chiari a tutti, anche ai lettori toscani e italiani che hanno meno dimestichezza con la politica e la realtà spagnola.
Il primo ottobre 2017 il governo spagnolo del Partito Popolare (membro del PPE), con la complicità del movimento dei "Cittadini" (membro della ALDE), con la ignavia dei socialisti spagnoli e catalani (membri storici dei Socialisti e Democratici Europei), hanno represso una grande manifestazione nonviolenta di autodeterminazione popolare dal basso, in Catalogna, uno dei cuori pulsanti d'Europa.
I difensori dello status quo, soggiogati dal fascio del centralismo, vorrebbero nascondere questa vergogna, ma ciò non sarà possibile, grazie all'attuale grado di sviluppo della capacità umana di registrare e conservare dal vivo immagini e suoni di tutto ciò che accade.
Gli anni di detenzione e di esilio inferti a pacifici attivisti politici catalani, senza rispetto di elementari diritti giuridici e umani, non resteranno quindi senza conseguenze. I responsabili del processo farsa non resteranno impuniti.
Non daremo tregua ai nazionalisti e centralisti spagnoli (e ai loro complici in Europa e nel mondo) finché questa ingiustizia non sarà sanzionata e la libertà catalana ripristinata.
Non vincerà il fascio dei centralisti stato-nazionalisti.
Ci sarà libertà per tutti i prigionieri politici.
Libertà per la Catalogna.
Autogoverno per tutti, dappertutto.
L'ultima risposta di buona parte dei decentralisti d'Europa, contro la vergogna di questa persecuzione della Catalogna, è stata la scelta di designare Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana di Catalogna, come candidato alla guida della Unione Europea della Alleanza Libera Europea, la concentrazione di tanti movimenti autonomisti, indipendentisti e confederalisti europei.
Onore ai matrioti che lottano per l'autogoverno di tutti dappertutto.
Onore agli esiliati, fra cui non dimentichiamo sua eccellenza Carles Puigdemont i Casamajó (130° presidente della Generalità di Catalogna, rifugiato nelle Fiandre, insieme a una piccola struttura di governo in esilio della Repubblica di Catalogna), Clara Ponsatí i Obiols (in esilio in Scozia), Anna Gabriel i Sabaté (in esilio in Svizzera).
Onore a tutti i prigionieri politici che sono sottoposti alla farsa del processo neofranchista: Dolors Bassa i Coll, Meritxell Borràs i Solé, Jordi Cuixart i Navarro, Carme Forcadell i Lluís, Joaquim Forn i Chiariello, Oriol Junqueras i Vies, Carles Mundó i Blanch, Joan Josep Nuet i Pujals, Raül Romeva i Rueda, Josep Rull i Andreu, Jordi Sànchez i Picanyol, Jordi Turull i Negre i Santi Vila i Vicente.
Auguri a coloro che, come Oriol Junqueras, attraverso le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019, potranno continuare con maggior forza la propria lotta per la libertà della Catalogna e l'autogoverno di tutti dappertutto.
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| Oriol Junqueras, 2019, fonte Nacional.cat |
martedì 12 febbraio 2019
Basta bugie contro le autonomie
L'autogoverno libero e responsabile dei territori non piace a tutti, ce ne rendiamo conto.
Per questo dobbiamo prepararci a lottare duramente, per portare avanti il nostro ideale, non solo in Italia, ma in tutta Europa e in tutto il mondo.
Cominciamo quindi smascherando alcune delle più grosse bugie che a reti unificate ci stanno dicendo contro le autonomie.
1) E' FALSO che non ci sia un grande dibattito pubblico. Se ne parla da trent'anni, dall'estremo Nord all'estremo Sud. Quando sentite dire che non se ne è discusso abbastanza, vi stanno semplicemente mentendo.
2) E' FALSO che una ulteriore devoluzione di competenze in materia di sanità o di altro, aumenti le "disparità". Le disparità sono state create da decenni di centralismo. Chi nega questo è, politicamente parlando, una persona accecata dai pregiudizi o, peggio, un mentitore.
3) E' invece VERO che ogni volta che un territorio riprende il controllo delle elezioni e della nomina dei propri leader, dei propri prèsidi, dei propri insegnanti, dei propri rettori, dei propri tecnici ambientali, dei propri esperti economici e sociali, dei propri sovrintendenti artistici e culturali, ricomincia ad attrarre intelligenze, competenze, risorse umane, materiali, finanziarie, con ricadute importanti, nel medio-lungo termine, sulla propria capacità di progredire in modo sostenibile e responsabile. Lo dimostrano la storia del Trentino o della Valle d'Aosta, che sono fra le poche autonomie veramente perseguite e realizzate con tenacia (non solo in Italia, non solo in Europa).
4) E' altrettanto VERO che ATTUARE le autonomie speciali ancora incompiute (come quelle di Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia), o CREARE dal nulla autonomie differenziate ancora tutte da sperimentare (come quelle richieste da Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, ma anche da quasi tutte le altre regioni), oltre che difficile, richiede di LASCIARE SUL TERRITORIO MOLTE PIU' RISORSE, a fronte però di un crollo verticale dei TRASFERIMENTI DAL CENTRO. Sarà necessario passare attraverso riforme profonde. Il federalismo fiscale, non a caso tante volte annunciato e mai realizzato, richiederà sacrifici per tutti. La verità è che molte regioni c.d. "ricche", perderanno gettito, non lo guadagneranno, ma tutti i territori avranno in compenso la possibilità di spendere in modo più appropriato e più responsabile.
Noi crediamo che la storia moderna, in particolare a partire dagli anni della decolonizzazione e ancora di più dopo il 1989, dimostri abbondantemente che paesi più piccoli, o più confederali, o semplicemente più decentrati, siano paesi più equilibrati, più giusti, più sereni.
Non ci credete? Non volete cambiare? Bene, godetevi lo stato attuale delle cose, se vi piace tanto, ma piantiamola con le bugie, che hanno le gambe corte e finiranno con il diventare divisive e distruttive, mentre nulla come il confederalismo dal basso può unire, includere, aprire nuovi orizzonti.
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| Fonte dell'immagine: http://td-architects.eu/projects/show/independence-day/ |
mercoledì 6 febbraio 2019
Autogoverno di tutti, dappertutto
Alcuni punti fermi, per resistere al conformismo, al centralismo, alla semplificazione, alla trappola tesa da coloro che vogliono mettere ancora una volta i Nord contro i Sud, il centro contro le periferie, gli inclusi contro gli emarginati:
1) Le divisioni e le disparità fra territori italiani hanno origine nella lunga e drammatica storia dello stato centralista. Chi si oppone a maggiori autonomie senza confrontarsi con questo dato, è totalmente fuori strada. Se gli standard di scuola, sanità, protezione dei lavoratori dallo sfruttamento, trasporti pubblici, protezione del territorio, sono così lontani fra alcune zone del Nord e gran parte del Sud e delle isole, questo non è colpa delle autonomie, ma è conseguenza diretta delle disuguaglianze economiche e sociali che lo stato centralista ha creato. Costruire un futuro confederale italiano ed europeo sarà forse complicato, ma non ci possiamo lasciar intrappolare in un riflesso conservatore del nostro ingiusto e disastroso presente.
2) La stragrande maggioranza della popolazione continua a guardare con favore a riforme che vadano verso la maggiore autonomia dei territori e questa volontà popolare non può e non deve essere ignorata. Una delle promesse più importanti della Costituzione del 1948 è stata la "repubblica delle autonomie". Una delle speranze suscitate dall'europeismo è il rafforzamento dell'autogoverno democratico locale attraverso la visione della "Europa delle regioni". Gli avversari delle autonomie sono tanti, la propaganda dei centralisti martellante, né sono mancati gli errori politici, culturali, di comunicazione di alcune forze politiche territoriali. Il nordismo è degenerato fino a diventare una fabbrica di ignoranza e di egoismo. Il leghismo ha tradito tutte le sue promesse di federalismo, fino a diventare una forza neocentralista con tratti populistici e autoritari, che legittima nello spazio pubblico europeo un linguaggio volgare e l'odio sociale verso i più deboli. Negli ultimi decenni, i vertici centralisti della politica italiana hanno remato sempre in direzione contraria alle autonomie, imponendo una austerità paralizzante e deresponsabilizzante agli enti locali (altro che federalismo fiscale!); partorendo una mostruosa stratificazione legislativa (italiana ed europea); moltiplicando agenzie e burocrazie centrali (comprese quelle dei ministeri di cui gli italiani avevano decretato l'abolizione con i referendum del 1993). Tutto questo ha prodotto il declino di tutte le autonomie locali, in particolare dei territori storicamente impoveriti o addirittura desertificati dal centralismo. Nonostante questa continua guerra alle autonomie, la maggior parte delle regioni italiane (non solo Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, quindi) chiede di accedere a forme di autonomia differenziata secondo quanto previsto dal terzo comma dell'art. 116 della Carta. La risposta dei poteri centrali, noi vogliamo ribadirlo con forza, non può essere né evasiva, né dilatoria, né terroristica. E' un tipico inganno colonialista, quello di instillare nei territori colonizzati la paura di non farcela, la mentalità della dipendenza dalla "ridistribuzione" garantita dal centro. Per questo prendiamo le distanze da chi grida contro la "secessione dei ricchi". Al contrario, si può e si deve riconoscere maggiore autonomia, assicurando che ci sia vera solidarietà tra territori, giusta perequazione delle risorse, decentramento anche nei territori più lontani di risorse e competenze, semplificazione normativa per i cittadini e per le imprese, il tutto con moderazione e prudenza politica e, ancora più importante, facendo partecipare le comunità locali a questo delicato processo di riavvicinamento delle istituzioni ai cittadini.
3) I nostri movimenti che si definiscono localisti civici e
ambientalisti, autonomisti, federalisti, confederalisti, territoriali,
identitari, meridionalisti, anti-colonialisti, indipendentisti, pur essendo molto diversi fra loro, devono cooperare in questo difficile
momento della storia italiana ed europea. Al netto di tutte le
nostre differenze c'è il minimo comune denominatore di volere andare
avanti verso quello che chiede la maggioranza dei cittadini: maggiore autogoverno per tutti e dappertutto. La forza risultante del
nostro stare insieme sarà significativa, perché tutte le nostre forze
decentraliste, per quanto siano diverse le nostre visioni ultime,
condividono la stessa direzione di marcia.
venerdì 25 gennaio 2019
Il federalismo come unico futuro sostenibile
Oggi venerdì 25 gennaio 2019 al Teatro Duse di Via Crema a Roma, vicino Villa Fiorelli, si tiene un incontro su un tema cruciale: "Il futuro del federalismo". Relatore principale è il prof. Paolo Armellini (La Sapienza di Roma). Intervengono però anche studiosi e attivisti per l'autogoverno di diversi territori d'Europa.
L'evento sarà reso disponibile nel preziosissimo archivio di Radio Radicale. L'incontro è stato promosso dalla associazione culturale Movimento Catilinario, una esperienza molto originale e molto promettente, che si muove per una rinascita dal basso del civismo nella grande e complessa realtà della città di Roma.
Come studioso di autogoverno, insieme a molti altri di un dialogo per l'autogoverno che conduca movimenti territoriali e locali d'Italia e d'Europa verso una nuova stagione di riforme decentraliste, mi sono sentito di portare un mio piccolo contributo.
Partirei da una affermazione semplice e radicale: il federalismo (nel senso più lato che si può attribuire a questa corrente estremamente composita di pensiero politico della modernità) non solo ha un futuro, ma è l'unico futuro sostenibile per l'umanità.
Forse, più ancora che di federalismo, dovremmo parlare di decentralismo, per essere sicuri di ricomprendere tutte le culture, gli ideali, le speranze, di coloro che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, vogliono frenare e se possibile smontare le grandi concentrazioni di potere della modernità. Non solo quelle degli stati, ma anche delle grandi organizzazioni internazionali, pubbliche e private.
Nella modernità queste realtà non solo sono altissime piramidi i cui vertici sono inaccessibili alla persona umana, ma anche grandi macchine goffe, che si muovono praticamente alla cieca, d'inerzia, schiacciando tutto ciò che trovano sul proprio cammino. Ci sono, certo, delle elite che vogliono godersi potere e ricchezze, in cima a queste grandi piramidi semoventi. Elite a cui ovviamente lo status quo assicura privilegi, ma anche esse, in realtà, non hanno un pieno controllo.
I grandi stati e le altre grandi macchine della modernità non hanno più "un signore", come direbbe Romano Guardini (Das Ende der Neuzeit, 1965). Hanno acquisito una sorta di elementare e brutale forza propria, che sfugge al controllo umano.
Una delle più grandi illusioni che tocca a noi decentralisti confutare, è che, dando l'assalto al cielo di un grande potere statale o internazionale, con un nuovo movimento e con una nuova generazione di leader, che vadano a sostituirsi a quelli di prima, si possa davvero cambiare qualcosa. E' davanti agli occhi di tutti, è davanti al naso di ciascuno direbbe George Orwell, eppure comprendere questa verità continua a richiedere uno sforzo erculeo.
Si può diventare presidenti del più armato stato del mondo, chiamarsi Bush, Obama, o Trump, ma non si riesce a incidere in alcun modo sul grande complesso militare-industriale USA; si può diventare il più alto dirigente del Partito Comunista Cinese e non riuscire a porre un freno alle distruzioni sociali e ambientali; si può diventare presidente della Banca Centrale Europea e non si potrebbe in alcun modo, anche se lo si volesse, fermare l'estrazione continua di risorse dai poveri e dalle periferie, verso i ricchi e le capitali, estrazione che sta avvenendo sistematicamente attraverso la gestione "di mercato" del debito pubblico nominato in Euro.
Questi potrebbero sembrare esempi estremi, ma chiunque sia veramente dentro la vita quotidiana di un grande stato o di un'altra delle grandi macchine della modernità, arrivando magari anche ad esercitarvi un qualche ruolo decisionale, capisce, se è dotato di un minimo di senso critico, che nulla può essere veramente riformato dal centro e dal vertice. Perché l'alto è sempre un altrove, dal quale non si vede e quindi non si sa cosa veramente la macchina sta calpestando nei suoi, magari lenti, ma inesorabili movimenti.
Si può essere certo dei leader coraggiosi, che hanno sposato qualche idea veramente radicale, di impronta più sociale o più liberale, più ambientalista o più sviluppista. Purtroppo però, anche nei casi migliori, quando i vertici di un grande stato o di una grande organizzazione si risolvono a voler migliorare qualcosa, essi semplicemente non vedono la realtà che sta in basso, non riescono mai a valutare l'inerzia della macchina, ben difficilmente riescono a incrinare la dittatura dello status quo.
Non c'è speranza di riforma delle grandi piramidi oppressive. Esse vanno solo smontate. Male che vada, esse saranno piramidi più piccole, quindi meno pericolose.
C'è una grande tradizione di studi sui limiti intrinseci del centralismo nella modernità, a cui chi scrive è molto legato, che ha per capofila Karl Deutsch, le cui riflessioni non possiamo certo riportare qui (ma qualcuno più curioso può sbirciare nel nostro studio di dottorato Disintegration as Hope, Mauro Vaiani, 2013). Tuttavia vorremmo accennare ad almeno una delle più feconde intuizioni di Deutsch: fra i tanti problemi del centralismo, uno dei più grandi è che esso è incompatibile con la mobilitazione sociale della persona umana nel mondo contemporaneo.
Non è semplicemente possibile che una persona del nostro tempo, dopo essere stata inclusa nella modernità, minimamente istruita, messa a lavorare nella complessità economica e sociale di oggi, connessa a internet, possa limitarsi a essere un cittadino che non conta nulla, se non una volta ogni tanto quando è chiamata a votare, più o meno democraticamente, per un leader mediatico. La persona umana del nostro tempo vuole più controllo e tale controllo non può prescindere dall'avere un ruolo in una comunità umana in cui il singolo senta di poter fare la differenza. Questo non riguarda solo comunità periferiche che si sentono marginali negli attuali stati, ma riguarda proprio tutti. Per questo spinte all'autogoverno ci sono in tutto il mondo, grandi città capitali comprese.
Essere cittadino di una comunità di tre, o di trenta, o di trecento milioni di abitanti non è assolutamente la stessa cosa, per una creatura umana minimamente consapevole del nostro tempo. Per questo tutti gli stati appena un po' più grandi, sono percorsi da movimenti decentralisti, per la costruzione di nuove reti di autogoverno dal basso.
I movimenti nazionali, anti-coloniali, localisti, identitari, di difesa delle culture vernacolari, civici e ambientalisti hanno storie e dinamiche molto diverse tra di loro, ma tutti sono investiti (e continuamente trasformati) da questa novità della mobilitazione sociale, come Karl Deutsch aveva previsto sin dal suo famoso articolo del 1961, Social Mobilization and Political Development.
Cosa c'entra tutto questo con l'Italia e, in particolare, con Roma?
L'Italia è uno stato tra i più grandi ed eterogenei del mondo, con le sue decine di territori e di culture locali. Non tutti sanno che solo una ventina di stati del mondo sono più grandi dell'Italia e che alcuni di quelli più grandi sono meno eterogenei e meno complessi della nostra repubblica.
Purtroppo, nonostante la nostra vicinanza e la nostra intimità culturale con la Svizzera e con San Marino, le nostre tradizioni federaliste e confederaliste sono state sconfitte nell'ottocento dei nazionalismi e dei colonialismi. Rosmini e Cattaneo, Ferrari e Pisacane sono finiti coperti dalla polvere nelle biblioteche. Siamo stati sottomessi a uno stato centralista, che ha praticato - non dimentichiamolo - un feroce colonialismo interno e ha condotto una serie impressionante di avventure militariste all'esterno.
Solo grazie a una riflessione critica faticosamente elaborata, fra gli altri, da Gramsci, Salvemini, don Sturzo, dagli autonomisti che il 19 dicembre 1943 scrissero la carta di Chivasso, siamo arrivati, dopo decenni di disastri, alla fondazione nel 1948 di una repubblica delle autonomie.
Nella repubblica le autonomie non hanno mai smesso di vivere e di crescere, anche quando sono sembrate sommerse da ondate di centralismo e neocentralismo (italiano e anche europeo).
Fra mille tensioni e polemiche, nonostante gli errori politici e culturali compiuti da tanti (dai centralisti di ogni colore, compreso il neocentralismo del leghismo prima nordista e oggi nazionalista italianista), noi stiamo ancora camminando in quella direzione, semplicemente perché è l'unica possibile.
In estrema sintesi, i fattori più importanti, che spingono nella stessa direzione, sono due: primo, la complessità della modernità italiana ed europea e le crisi ambientali e sociali della globalizzazione non si governano dall'alto e da altrove; secondo, nessuna creatura umana, non solo qui in Italia e in Europa ma in tutto il mondo, può accettare ancora a lungo, in questo nostro tempo, di non avere voce in capitolo nel governo del proprio territorio. Sono fattori sociali, che hanno una loro forza scientificamente rilevabile. Non sono solo vaghe aspirazioni spirituali, culturali o politiche meramente sovrastrutturali. Non sono e non saranno, quindi, facilmente eludibili.
L'autogoverno è la risposta a queste due tensioni cruciali. C'è quindi, ci pare, la possibilità di essere ancora ottimisti. C'è speranza, grazie all'autogoverno, per il bene di ciascuno dei nostri quartieri e paesi, delle comunità e dei territori, delle culture e delle economie locali.
Come chiedono i decentralisti, dall'Ossola al Salento, dalla Sicilia al Trentino, si può finalmente smettere di opprimere gli Italiani e lasciare che essi si autogovernino, con maggiore libertà e maggiore responsabilità, nella pluralità dei loro territori.
In questo campo si fa molta guerra fumogena di parole (indipendenza, secessione, divisione dell'Italia, uscita dall'Europa) e di numeri (chi ci guadagna, chi ci rimette). Noi crediamo di saper tenere i piedi saldamente ancorati nella vita vera delle nostre terre, di rappresentare una politica meno cinica e più seria.
Sappiamo che viviamo in un mondo interdipendente, che abbiamo bisogno di una confederazione europea democratica e trasparente, che tutti i nostri territori hanno il dovere di autogovernarsi, per uscire dall'inquinamento e dal declino. E' una strada difficile ma responsabilizzante, e alla fine vincente per tutti, territori più ricchi e meno ricchi, più periferici e più centrali.
Roma, poi, ci sia consentito dirlo per chiudere questi appunti scritti proprio nella città eterna, non avrebbe proprio niente da perdere, se non la tristezza di migliaia di vite condannate all'inutilità, nella pesantezza, nel grigiore e fra gli sprechi di qualche ministero. Grazie a un moderno autogoverno, almeno paragonabile a quello di cui godono città come Berlino o Vienna, potrebbe solo rifiorire.
Auguri, a questo proposito, al comitato promotore del Libero Governo Cittadino di Roma, in particolare alla comunità di attivisti dell'Appio-Tuscolano, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere meglio in questa splendida giornata.
sabato 5 gennaio 2019
Il centralismo, certezza di insicurezza
Riprendiamo e precisiamo una posizione difficile, che noi decentralisti dobbiamo mantenere con forza, chiarezza politica, lungimiranza, contro i centralisti che sono un pericolo per l'Italia, l'Europa e per tutto il mondo.
Tantissimi cittadini della repubblica italiana volevano dal nuovo governo dei segnali chiari su due temi drammatici.
Primo, si chiedeva di porre un freno all'azzardo morale dell'immigrazione clandestina, a questa tragedia di migliaia di persone, soprattutto giovani donne e uomini, non di rado poco più che bambini, che - letteralmente - si gettano attraverso il deserto e in mare, per tentare di entrare in Europa. Queste persone rischiano la vita e, per tutta la durata dei loro terrificanti e disperati viaggi, sono vittime dei trafficanti di esseri umani.
Secondo, i cittadini chiedono che sia posto fine al limbo in cui sia rifugiati che migranti vengono tenuti per anni, con enormi costi per le casse pubbliche, nell'attesa che si avvii la loro piena integrazione (o la loro espulsione).
Dopo sei mesi che il nuovo governo è al potere, dopo aver esaminato l'ennesimo decreto "sicurezza", a noi decentralisti è chiaro che cambiamenti concreti su questi due punti non sono arrivati. Siamo ancora totalmente subalterni alla miope arroganza di coloro che scrissero la legge Bossi-Fini, alle ipocrisie di Monti e Renzi, all'illusione securitaria di Minniti.
Va detto con chiarezza che questo governo Conte, al di là della aggressività verbale del ministro centralista e sfascista Matteo Salvini, non sta risolvendo, ma semmai complicando le cose. La Libia e la Tunisia continuano a riempirsi di profughi che vogliono disperatamente entrare in Europa. I rifugiati e i migranti che sono già sul territorio italiano continuano a vivere in una condizione incerta, che ci tornerà indietro come un gigantesco boomerang (che poi è quello che alcuni cinici registi della propaganda anti-immigrati in realtà vogliono: che siano più precari per farci sentire tutti più precari...).
Pur restando distinti e distanti da sindaci come Orlando, De Magistris, Nardella e Pizzarotti, noi sappiamo, anche per la conoscenza diretta che abbiamo del funzionamento dei servizi sociali comunali e delle condizioni concrete di vita dei migranti, che la loro protesta contro il decreto Salvini è fondata. Sarà goffa, sarà strumentale, sarà forse un altro regalo alla propaganda salviniana, ma - lo ripetiamo - è ampiamente giustificata.
Non ce ne rallegriamo, sia chiaro, ma nemmeno ci meravigliamo che il governo Conte-Salvini-Di Maio stia fallendo su questo fronte. Noi decentralisti sappiamo bene che il centralismo securitario è certezza di più insicurezza per tutti.
Ebbene, di fronte a questo quadro desolante, sia chiaro a tutti, ai centralisti al potere, ai centralisti all'opposizione, CHE NOI MILITANTI DELL'AUTOGOVERNO NON CI STIAMO.
Un governo decentralista inizierebbe subito a combattere il colonialismo in Africa. Contribuiremmo ad affrontare le richieste dei migranti il più possibile vicino ai loro luoghi di partenza, in cooperazione con i non pochi governi (statali e locali) che stanno cercando davvero di proteggere la propria gente dal disastro ambientale e sociale che la globalizzazione sta portando in gran parte del continente. Dalla Tunisia all'Etiopia, passando per il Mali e per il Centrafrica, ovunque ci sono istituzioni e leader africani localisti, ambientalisti, democratici, con cui si può collaborare per porre fine all'azzardo morale della migrazione clandestina verso l'Europa.
Un governo decentralista aprirebbe canali legali di immigrazione e integrazione, coinvolgendo i territori in una gestione delle persone immigrate più oculata, meno arbitraria, non buonista, non assistenzialista.
Noi ci candidiamo per il dopo Salvini, per rappresentare coloro che vorranno finalmente tornare a una politica meno cinica, più seria, dell'autogoverno e della responsabilità di tutti, dappertutto.
* * *
Leggi anche una prima riflessione pubblicata a caldo, ieri, su Facebook:
https://www.facebook.com/MauroVaianiProfiloPubblico/posts/10157076192208756
sabato 29 dicembre 2018
L'ennesima trappola centralista è già scattata
Con la pubblicazione (oggi sabato 29 dicembre 2018) di un articolo di Sabino Cassese, il Corriere della Sera sta chiudendo il 2018 con l'ennesimo attacco alle autonomie.
Tutti i decentralisti devono stare attenti a non cadere nella trappola di questa narrazione centralista, che contiene almeno tre errori fondamentali:
- 1) L'Italia è piena di disparità, perché la nostra unità sarebbe incompiuta, quindi il potere deve restare centralizzato, per non alimentare ulteriori ingiustizie territoriali - INVECE è vero esattamente il contrario. E' proprio perché da oltre centocinquanta anni le stesse leggi e la stessa impalcatura centralista sono imposte al paese, dalle Alpi alla Sicilia, che intere regioni declinano, mentre pochi centri di potere politico ed economico fioriscono.
- 2) Le risorse pubbliche sono una torta scarsa e fissa, per cui ogni eventuale aumento di autonomia in alcuni territori andrebbe a discapito dei livelli minimi di assistenza in altri - INVECE anche questo è falso, perché ogni spesa pubblica centrale, una volta devoluta ai territori, verrebbe totalmente ripensata, riorganizzata, riorientata nell'interesse delle comunità locali e con la loro partecipazione, con importanti risparmi e comunque con un netto miglioramento dei servizi pubblici locali.
- 3) Si continua anche a lasciar passare l'idea, completamente campata in aria, che esistano nell'Italia contemporanea "residui fiscali" importanti da restituire alle regioni dove hanno sede fiscale e legale la maggior parte delle aziende del paese (Lombardia, Emilia Romagna, ma anche Veneto) - INVECE si tratta di una gigantesca illusione, perché è evidente che, dopo profonde riforme fiscali che ancorassero il pagamento delle imposte ai territori, molte aziende che oggi pagano tasse solo a Milano o a Bologna, finirebbero per versare molto di più nelle regioni dove vendono, invece che nella sola regione dove producono.
Infine, caso mai non si fosse difeso abbastanza lo status quo centralista, si torna a insinuare l'idea che alcune regioni siano in fondo troppo piccole per essere davvero meritevoli di autonomia. Cosa che magari è vera per alcuni territori, ma non certo per tutti (non per la Romagna, per esempio, la quale da tempo aspetta di poter realizzare la propria aspirazione autonomista).
Ma sì, in fondo è questa la trappola centralista più raffinata che da decenni serve per frenare ogni possibile cambiamento: non avrai autonomia perché non la meriti, perché sei troppo ricco o perché sei troppo povero, perché sei troppo piccolo o comunque sempre inadatto.
Avanti così, si parli di autonomie per altri anni ancora, purché non si cambi niente!
Per chi vuole approfondire, consigliamo anche la lettura di questo importante intervento critico di Massimo Costa, apparso sul prestigioso blog siciliano 360EcoNews.
mercoledì 19 dicembre 2018
75° anniversario della Carta di Chivasso
Lo rilanciamo anche da questo blog, perché lo consideriamo un esempio di una politica meno cinica, più seria. Le forze territoriali che partecipano a questo #DialogoAutogoverno stanno cogliendo la connessione cruciale fra i grandi problemi del nostro tempo e la necessità di restituire ai territori poteri e facoltà per iniziare a risolverli.
Studiare di più, guardare più da vicino i problemi delle nostre comunità, pensare globalmente ma agire localmente, senza più esitare.
Queste forze decentraliste possono fare davvero qualcosa per le nostre comunità locali, l'euroregionalismo, la libertà e la pace, dopo i decenni di disastri provocati dai leader centralisti e neocentralisti (Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, e oggi anche Di Maio e Salvini).
Questo documento contiene un chiaro posizionamento politico, in undici punti, e indica tre battaglie politiche urgenti, per frenare il centralismo e il neocentralismo, sia in Italia che in Europa, e per ripristinare minimi elementi di rapporto democratico fra elettori ed eletti, territorio per territorio.
Buona lettura!
* * *
Udine, Trieste, Venezia, Firenze, Roma, Palermo, 19 dicembre 2018
75° anniversario della Carta di Chivasso (1943-2018)
Chi siamo
1. Siamo forze politiche territoriali, organizzazioni diverse, con anime indipendentiste, confederaliste, federaliste, autonomiste, civiche e ambientaliste locali, determinate a stabilire una collaborazione politica a lungo termine, una sorellanza che ci rafforzi reciprocamente nel nostro impegno decentralista, per cogliere insieme obiettivi pratici, conquiste concrete di maggiore autogoverno per tutti, dappertutto.2. Le nostre forze politiche territoriali condividono la scelta dell’indipendenza dai partiti italiani e si impegnano a partecipare in modo distinto dai partiti centralisti alle elezioni regionali, italiane ed europee.
3. Ci impegniamo per l’autogoverno dei territori con metodi nonviolenti e democratici, con moderazione e senso della gradualità, senza settarismi né pregiudizi, pronti a collaborare trasversalmente con tutti coloro che condividono i nostri obiettivi di autogoverno.
4. I nostri bilanci e il nostro autofinanziamento sono trasparenti, nel rispetto della legge.
5. La nostra organizzazione interna è democratica, ostile al cumulo delle cariche, capace di ricambio e di creare spazio politico per promuovere nuove generazioni di donne e uomini che intendano servire la propria terra.
6. Al centro della nostra azione politica c’è il bene dei territori e quindi l’impegno per l’ambiente, la vitalità delle economie locali, i beni comuni, i servizi pubblici universali ma gestiti localmente, la solidarietà sociale ma erogata dai comuni, i mestieri e le attività tradizionali, i prodotti tipici, i beni culturali, tutte le nostre tradizioni, lingue, identità e spiritualità originali.
7. Vogliamo smantellare sia il centralismo italiano, che il centralismo tecnocratico delle attuali istituzioni europee, perché crediamo nella costruzione di una confederazione europea, incarnazione dell’antica ma sempre più attuale aspirazione a una Europa dei popoli, dei territori, delle regioni, retta da istituzioni leggere, fondata sulla sussidiarietà, strumento per il mantenimento della pace perpetua.
8. Siamo forze storicamente solidali con l’anticolonialismo e concretamente impegnate contro le perduranti ingiustizie del neocolonialismo.
9. Forti istituzioni di autogoverno di dimensioni più limitate, più a misura d’uomo, dove sia possibile un rapporto più diretto fra governati e governanti, sono l’alternativa possibile, sia ai disastri (e alle promesse sempre mancate) dei politici centralisti italiani ed europei, sia ai guasti di una globalizzazione ecocida e genocida; sono l’alternativa che chiunque può toccare con mano ovunque essa è stata messa in pratica e lasciata libera di crescere e maturare nel tempo, con originalità e responsabilità (come è accaduto in Valle d’Aosta, Trentino e Sudtirolo, ma anche altrove in Europa e nel mondo).
10. Intendiamo dare visibilità in Italia e in Europa a questo impegno comune per più autogoverno di tutti, dappertutto, nel modo più aperto e più inclusivo possibile.
11. Oltre questi punti comuni di dialogo, ciascuna delle nostre forze politiche è e resta libera di perseguire il buongoverno della propria terra, secondo i propri valori culturali e politici.
Impegni comuni urgenti
A) Riaffermiamo, ancora una volta, la nostra totale solidarietà con
il processo di autodeterminazione della Catalogna, la richiesta della
liberazione di tutti i prigionieri politici, il nostro appoggio a ogni
processo di autogoverno, ovunque nel mondo.
B) Per poter realizzare ambiziose riforme decentraliste delle
istituzioni italiane ed europee, noi crediamo che sia necessario, prima
di tutto, ripristinare il diritto di ogni comunità locale a scegliere,
attraverso il voto, i propri rappresentanti; lotteremo quindi per avere
leggi elettorali semplici e chiare, che garantiscano a tutti i livelli
competizioni aperte e leali in collegi circoscritti; per le elezioni
italiane ed europee le circoscrizioni non devono essere più grandi delle
regioni, delle province autonome, dei territori storici; nessun quorum
“nazionale” deve impedire l’elezione di chi ottiene un risultato utile
nella propria circoscrizione.
C) Vogliamo confrontarci con le forze raccolte nella Alleanza Libera Europea (European Free Alliance)
e con tutte le forze dell’autonomismo attive in Italia, che abbiano
dimostrato di essere indipendenti dai partiti centralisti e
neocentralisti.
Messaggio diffuso da
Comitato Libertà Toscana (* 2017-2021)
Comitato promotore “Libero Governo Cittadino” di Roma
Liga Veneta Repubblica
Patrie Furlane, a nome del Patto per l’Autonomia
Progetto Assemblea Popolare per il Libero Territorio di Trieste
Siciliani Liberi
* Nota bene: CLT come è esistito dal 2017 al 2021 si è dissolto. L'eredità dell'impegno civico autonomista ambientalista in Toscana è stata raccolta da OraToscana - Ndr del 27 giugno 2022.
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