Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

mercoledì 13 marzo 2019

Contro il fascio del centralismo


Nazionalismo e centralismo sono la tomba di tutte le tradizioni e libertà umane. Noi toscani, italiani ed europei lo sappiamo bene, ma per molti ciò che noi temiamo è invece desiderabile. Prendiamone atto.
Il fascino - o forse sarebbe meglio dire il "fascio" - dei neofranchisti spagnoli sta esattamente nella loro capacità di riproporre, rimodernata, con un volto tecnocratico ed europeista, globalista e cosmopolita, la stessa micidiale miscela di nazionalismo e centralismo che tanti disastri e lutti ha prodotto in passato (e che è sempre pronta a rimanifestarsi nella forma di repressione, autoritarismo, neocolonialismo).
La loro statolatria è sempre lì e promette di restarci per sempre, mantenendo l'ordine e i privilegi dei suoi fedeli. La Spagna ci mostra qualcosa che tanti vorrebbero anche per Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Russia, America, Giappone, Brasile, India, Cina...
Il regno di Spagna, proprio perché l'attuazione delle riforme autonomiste ha avuto successo, proprio perché l'integrazione europea stava funzionando, proprio perché stava diventando una società plurale ed aperta, era pronto per essere dissolto in una confederazione europea di antiche nazioni e nuove realtà autonome locali.
Tutto il potere concentrato nelle strutture neofranchiste dello stato spagnolo e nelle attuali tecnocrazie dell'Unione Europea e delle organizzazioni internazionali dell'atlantismo e della globalizzazione, di conseguenza, sarebbe stato messo in discussione e con esso la concentrazione delle ricchezze.
Contro questo rischio di estinzione graduale ma progressiva dello stato spagnolo e delle burocrazie europee e internazionali con cui esso è legato strettamente, nasce e fiorisce la martellante propaganda che si è concentrata prima di tutto contro la Catalogna, la nazione più nazione di tutte, la più pronta ad autogovernarsi con successo, anche grazie alla forza che le viene dalla sua storia dolorosa, dalla sua felice posizione geopolitica, dal suo straordinario investimento in educazione, cultura, innovazione economica, inclusione sociale.
Il processo farsa che si sta celebrando a Madrid contro i prigionieri politici e gli esiliati di Catalogna è una tale vergogna che nessun media europeo e internazionale gli dedica altro che pochi cenni imbarazzati e in gran parte sempre avvelenati da pregiudizi di difesa dello stato neofranchista.
Hanno ragione i conformisti dell'attuale globalizzazione, dell'attuale "europeismo", degli attuali sovranismi a temere e quindi a nascondere questo processo farsa, perché la sua ingiustizia si rivela come una epifania non appena se ne mostrano anche pochi squarci.
Se proprio avete un po' di tempo e di stomaco per leggere con quanta superficialità, supponenza e disprezzo la stampa ufficiale, preoccupata della conservazione degli stati come sono oggi, parla della resistenza catalana, potete visitare qualche pagina de Il Foglio.
Noi preferiamo raccomandarvi però la visione di un video come quello qui caricato, prodotto da Òmnium Cultural, una delle associazioni storicamente più vivaci nella difesa della cultura, della lingua, del paese catalani.
Anche se i commenti sono in lingua spagnola media, l'improntitudine e l'indegnità dei responsabili della repressione violenta appariranno chiari a tutti, anche ai lettori toscani e italiani che hanno meno dimestichezza con la politica e la realtà spagnola.
Il primo ottobre 2017 il governo spagnolo del Partito Popolare (membro del PPE), con la complicità del movimento dei "Cittadini" (membro della ALDE), con la ignavia dei socialisti spagnoli e catalani (membri storici dei Socialisti e Democratici Europei), hanno represso una grande manifestazione nonviolenta di autodeterminazione popolare dal basso, in Catalogna, uno dei cuori pulsanti d'Europa.
I difensori dello status quo, soggiogati dal fascio del centralismo, vorrebbero nascondere questa vergogna, ma ciò non sarà possibile, grazie all'attuale grado di sviluppo della capacità umana di registrare e conservare dal vivo immagini e suoni di tutto ciò che accade.
Gli anni di detenzione e di esilio inferti a pacifici attivisti politici catalani, senza rispetto di elementari diritti giuridici e umani, non resteranno quindi senza conseguenze.  I responsabili del processo farsa non resteranno impuniti.
Non daremo tregua ai nazionalisti e centralisti spagnoli (e ai loro complici in Europa e nel mondo) finché questa ingiustizia non sarà sanzionata e la libertà catalana ripristinata.
Non vincerà il fascio dei centralisti stato-nazionalisti.
Ci sarà libertà per tutti i prigionieri politici.
Libertà per la Catalogna.
Autogoverno per tutti, dappertutto.





L'ultima risposta di buona parte dei decentralisti d'Europa, contro la vergogna di questa persecuzione della Catalogna, è stata la scelta di designare Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana di Catalogna, come candidato alla guida della Unione Europea della Alleanza Libera Europea, la concentrazione di tanti movimenti autonomisti, indipendentisti e confederalisti europei.

Onore ai matrioti che lottano per l'autogoverno di tutti dappertutto.
Onore agli esiliati, fra cui non dimentichiamo sua eccellenza Carles Puigdemont i Casamajó (130° presidente della Generalità di Catalogna, rifugiato nelle Fiandre, insieme a una piccola struttura di governo in esilio della Repubblica di Catalogna), Clara Ponsatí i Obiols (in esilio in Scozia), Anna Gabriel i Sabaté (in esilio in Svizzera).
Onore a tutti i prigionieri politici che sono sottoposti alla farsa del processo neofranchista: Dolors Bassa i Coll, Meritxell Borràs i Solé, Jordi Cuixart i Navarro, Carme Forcadell i Lluís, Joaquim Forn i Chiariello, Oriol Junqueras i Vies, Carles Mundó i Blanch, Joan Josep Nuet i Pujals, Raül Romeva i Rueda, Josep Rull i Andreu, Jordi Sànchez i Picanyol, Jordi Turull i Negre i Santi Vila i Vicente.
Auguri a coloro che, come Oriol Junqueras, attraverso le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019, potranno continuare con maggior forza la propria lotta per la libertà della Catalogna e l'autogoverno di tutti dappertutto.

Oriol Junqueras, 2019, fonte Nacional.cat









martedì 12 febbraio 2019

Basta bugie contro le autonomie


L'autogoverno libero e responsabile dei territori non piace a tutti, ce ne rendiamo conto.

Per questo dobbiamo prepararci a lottare duramente, per portare avanti il nostro ideale, non solo in Italia, ma in tutta Europa e in tutto il mondo.

Cominciamo quindi smascherando alcune delle più grosse bugie che a reti unificate ci stanno dicendo contro le autonomie.

1) E' FALSO che non ci sia un grande dibattito pubblico. Se ne parla da trent'anni, dall'estremo Nord all'estremo Sud. Quando sentite dire che non se ne è discusso abbastanza, vi stanno semplicemente mentendo.

2) E' FALSO che una ulteriore devoluzione di competenze in materia di sanità o di altro, aumenti le "disparità". Le disparità sono state create da decenni di centralismo. Chi nega questo è, politicamente parlando, una persona accecata dai pregiudizi o, peggio, un mentitore.

3) E' invece VERO che ogni volta che un territorio riprende il controllo delle elezioni e della nomina dei propri leader, dei propri prèsidi, dei propri insegnanti, dei propri rettori, dei propri tecnici ambientali, dei propri esperti economici e sociali, dei propri sovrintendenti artistici e culturali, ricomincia ad attrarre intelligenze, competenze, risorse umane, materiali, finanziarie, con ricadute importanti, nel medio-lungo termine, sulla propria capacità di progredire in modo sostenibile e responsabile. Lo dimostrano la storia del Trentino o della Valle d'Aosta, che sono fra le poche autonomie veramente perseguite e realizzate con tenacia (non solo in Italia, non solo in Europa).

4) E' altrettanto VERO che ATTUARE le autonomie speciali ancora incompiute (come quelle di Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia), o CREARE dal nulla autonomie differenziate ancora tutte da sperimentare (come quelle richieste da Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, ma anche da quasi tutte le altre regioni), oltre che difficile, richiede di LASCIARE SUL TERRITORIO MOLTE PIU' RISORSE, a fronte però di un crollo verticale dei TRASFERIMENTI DAL CENTRO. Sarà necessario passare attraverso riforme profonde. Il federalismo fiscale, non a caso tante volte annunciato e mai realizzato, richiederà sacrifici per tutti. La verità è che molte regioni c.d. "ricche", perderanno gettito, non lo guadagneranno, ma tutti i territori avranno in compenso la possibilità di spendere in modo più appropriato e più responsabile.

Noi crediamo che la storia moderna, in particolare a partire dagli anni della decolonizzazione e ancora di più dopo il 1989, dimostri abbondantemente che paesi più piccoli, o più confederali, o semplicemente più decentrati, siano paesi più equilibrati, più giusti, più sereni.

Non ci credete? Non volete cambiare? Bene, godetevi lo stato attuale delle cose, se vi piace tanto, ma piantiamola con le bugie, che hanno le gambe corte e finiranno con il diventare divisive e distruttive, mentre nulla come il confederalismo dal basso può unire, includere, aprire nuovi orizzonti.


Fonte dell'immagine: http://td-architects.eu/projects/show/independence-day/



mercoledì 6 febbraio 2019

Autogoverno di tutti, dappertutto

Alcuni punti fermi, per resistere al conformismo, al centralismo, alla semplificazione, alla trappola tesa da coloro che vogliono mettere ancora una volta i Nord contro i Sud, il centro contro le periferie, gli inclusi contro gli emarginati: 

1) Le divisioni e le disparità fra territori italiani hanno origine nella lunga e drammatica storia dello stato centralista. Chi si oppone a maggiori autonomie senza confrontarsi con questo dato, è totalmente fuori strada. Se gli standard di scuola, sanità, protezione dei lavoratori dallo sfruttamento, trasporti pubblici, protezione del territorio, sono così lontani fra alcune zone del Nord e gran parte del Sud e delle isole, questo non è colpa delle autonomie, ma è conseguenza diretta delle disuguaglianze economiche e sociali che lo stato centralista ha creato. Costruire un futuro confederale italiano ed europeo sarà forse complicato, ma non ci possiamo lasciar intrappolare in un riflesso conservatore del nostro ingiusto e disastroso presente.

2) La stragrande maggioranza della popolazione continua a guardare con favore a riforme che vadano verso la maggiore autonomia dei territori e questa volontà popolare non può e non deve essere ignorata. Una delle promesse più importanti della Costituzione del 1948 è stata la "repubblica delle autonomie". Una delle speranze suscitate dall'europeismo è il rafforzamento dell'autogoverno democratico locale attraverso la visione della "Europa delle regioni". Gli avversari delle autonomie sono tanti, la propaganda dei centralisti martellante, né sono mancati gli errori politici, culturali, di comunicazione di alcune forze politiche territoriali. Il nordismo è degenerato fino a diventare una fabbrica di ignoranza e di egoismo. Il leghismo ha tradito tutte le sue promesse di federalismo, fino a diventare una forza neocentralista con tratti populistici e autoritari, che legittima nello spazio pubblico europeo un linguaggio volgare e l'odio sociale verso i più deboli. Negli ultimi decenni, i vertici centralisti della politica italiana hanno remato sempre in direzione contraria alle autonomie, imponendo una austerità paralizzante e deresponsabilizzante agli enti locali (altro che federalismo fiscale!); partorendo una mostruosa stratificazione legislativa (italiana ed europea); moltiplicando agenzie e burocrazie centrali (comprese quelle dei ministeri di cui gli italiani avevano decretato l'abolizione con i referendum del 1993). Tutto questo ha prodotto il declino di tutte le autonomie locali, in particolare dei territori storicamente impoveriti o addirittura desertificati dal centralismo. Nonostante questa continua guerra alle autonomie, la maggior parte delle regioni italiane (non solo Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, quindi) chiede di accedere a forme di autonomia differenziata secondo quanto previsto dal terzo comma dell'art. 116 della Carta. La risposta dei poteri centrali, noi vogliamo ribadirlo con forza, non può essere né evasiva, né dilatoria, né terroristica. E' un tipico inganno colonialista, quello di instillare nei territori colonizzati la paura di non farcela, la mentalità della dipendenza dalla "ridistribuzione" garantita dal centro. Per questo prendiamo le distanze da chi grida contro la "secessione dei ricchi". Al contrario, si può e si deve riconoscere maggiore autonomia, assicurando che ci sia vera solidarietà tra territori, giusta perequazione delle risorse, decentramento anche nei territori più lontani di risorse e competenze, semplificazione normativa per i cittadini e per le imprese, il tutto con moderazione e prudenza politica e, ancora più importante, facendo partecipare le comunità locali a questo delicato processo di riavvicinamento delle istituzioni ai cittadini.

3) I nostri movimenti che si definiscono localisti civici e ambientalisti, autonomisti, federalisti, confederalisti, territoriali, identitari, meridionalisti, anti-colonialisti, indipendentisti, pur essendo molto diversi fra loro, devono cooperare in questo difficile momento della storia italiana ed europea. Al netto di tutte le nostre differenze c'è il minimo comune denominatore di volere andare avanti verso quello che chiede la maggioranza dei cittadini: maggiore autogoverno per tutti e dappertutto. La forza risultante del nostro stare insieme sarà significativa, perché tutte le nostre forze decentraliste, per quanto siano diverse le nostre visioni ultime, condividono la stessa direzione di marcia.


venerdì 1 febbraio 2019

Dialogo a oltranza, non ingerenza



Sono un decentralista e quindi, per i miei principi, sono distinto e distante dall'amministrazione Maduro in Venezuela, di cui non amo il centralismo, il largo uso della repressione poliziesca e del bullismo politico, il controllo tentacolare sull'economia del paese (che fatalmente degenera in corruzione delle alte sfere e in povertà per le remote periferie).
Tuttavia, come attivista per l'autogoverno di tutti e dappertutto, non posso che appoggiare senza se e senza ma il dialogo a oltranza tra tutte le istituzioni e le forze politiche e sociali di quel paese, rifiutando ogni ingerenza straniera.
Spero quindi che l'iniziativa di Messico e Uruguay per una conferenza internazionale per la pacificazione del Venezuela, convocata per il 6 febbraio 2019 a Montevideo, abbia successo.
Il Venezuela ha bisogno di nuove elezioni, a tutti i livelli, al più presto, ma al voto si deve giungere senza invelenire ulteriormente il clima politico del paese, aver liberato tutti i prigionieri politici, consentito il ritorno degli esiliati, posto fine alle sanzioni (quelle di impronta neocolonialista volute dagli Stati Uniti d'America, in primis), interrotto ogni forma di boicottaggio economico e finanziario, fatto affluire nel paese i necessari aiuti umanitari, per alleviare le sofferenze della popolazione.
Il recente voto del parlamento europeo, che riconosce il presidente del parlamento Guaido nella sua pretesa di aver già deposto il presidente Maduro, mi sembra sbagliato nella sostanza (la situazione venezuelana non si presta a una lettura così manichea) e nella forma (un proclama imperialista mina drammaticamente la credibilità, già scarsa, dell'istituzione). E' stata una inopportuna e anche un po' squallida manifestazione di subalternità all'egemonia economica e culturale che viene esercitata dall'establishment militare-industriale che ha base per lo più negli Stati Uniti.

Mauro Vaiani


Fonte della foto:
https://www.bbc.com/news/world-latin-america-47009301

Fonte delle notizie sulla conferenza di Montevideo:
http://vtv.gob.ve/uruguay-mexico-onu-venezuela/

venerdì 25 gennaio 2019

Il federalismo come unico futuro sostenibile



Oggi venerdì 25 gennaio 2019 al Teatro Duse di Via Crema a Roma, vicino Villa Fiorelli, si tiene un incontro su un tema cruciale: "Il futuro del federalismo". Relatore principale è il prof. Paolo Armellini (La Sapienza di Roma). Intervengono però anche studiosi e attivisti per l'autogoverno di diversi territori d'Europa.

L'evento sarà reso disponibile nel preziosissimo archivio di Radio Radicale. L'incontro è stato promosso dalla associazione culturale Movimento Catilinario, una esperienza molto originale e molto promettente, che si muove per una rinascita dal basso del civismo nella grande e complessa realtà della città di Roma.

Come studioso di autogoverno ma anche e soprattutto come presidente di Comitato Libertà Toscana e promotore insieme a molti altri di un dialogo per l'autogoverno che conduca movimenti territoriali e locali d'Italia e d'Europa verso una nuova stagione di riforme decentraliste, mi sono sentito di portare un mio piccolo contributo.

Partirei da una affermazione semplice e radicale: il federalismo (nel senso più lato che si può attribuire a questa corrente estremamente composita di pensiero politico della modernità) non solo ha un futuro, ma è l'unico futuro sostenibile per l'umanità.

Forse, più ancora che di federalismo, dovremmo parlare di decentralismo, per essere sicuri di ricomprendere tutte le culture, gli ideali, le speranze, di coloro che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, vogliono frenare e se possibile smontare le grandi concentrazioni di potere della modernità. Non solo quelle degli stati, ma anche delle grandi organizzazioni internazionali, pubbliche e private.

Nella modernità queste realtà non solo sono altissime piramidi i cui vertici sono inaccessibili alla persona umana, ma anche grandi macchine goffe, che si muovono praticamente alla cieca, d'inerzia, schiacciando tutto ciò che trovano sul proprio cammino. Ci sono, certo, delle elite che vogliono godersi potere e ricchezze, in cima a queste grandi piramidi semoventi. Elite a cui ovviamente lo status quo assicura privilegi, ma anche esse, in realtà, non hanno un pieno controllo.

I grandi stati e le altre grandi macchine della modernità non hanno più "un signore", come direbbe Romano Guardini (Das Ende der Neuzeit, 1965). Hanno acquisito una sorta di elementare e brutale forza propria, che sfugge al controllo umano.

Una delle più grandi illusioni che tocca a noi decentralisti confutare, è che, dando l'assalto al cielo di un grande potere statale o internazionale, con un nuovo movimento e con una nuova generazione di leader, che vadano a sostituirsi a quelli di prima, si possa davvero cambiare qualcosa. E' davanti agli occhi di tutti, è davanti al naso di ciascuno direbbe George Orwell, eppure comprendere questa verità continua a richiedere uno sforzo erculeo.

Si può diventare presidenti del più armato stato del mondo, chiamarsi Bush, Obama, o Trump, ma non si riesce a incidere in alcun modo sul grande complesso militare-industriale USA; si può diventare il più alto dirigente del Partito Comunista Cinese e non riuscire a porre un freno alle distruzioni sociali e ambientali; si può diventare presidente della Banca Centrale Europea e non si potrebbe in alcun modo, anche se lo si volesse, fermare l'estrazione continua di risorse dai poveri e dalle periferie, verso i ricchi e le capitali, estrazione che sta avvenendo sistematicamente attraverso la gestione "di mercato" del debito pubblico nominato in Euro.

Questi potrebbero sembrare esempi estremi, ma chiunque sia veramente dentro la vita quotidiana di un grande stato o di un'altra delle grandi macchine della modernità, arrivando magari anche ad esercitarvi un qualche ruolo decisionale, capisce, se è dotato di un minimo di senso critico, che nulla può essere veramente riformato dal centro e dal vertice. Perché l'alto è sempre un altrove, dal quale non si vede e quindi non si sa cosa veramente la macchina sta calpestando nei suoi, magari lenti, ma inesorabili movimenti.

Si può essere certo dei leader coraggiosi, che hanno sposato qualche idea veramente radicale, di impronta più sociale o più liberale, più ambientalista o più sviluppista. Purtroppo però, anche nei casi migliori, quando i vertici di un grande stato o di una grande organizzazione si risolvono a voler migliorare qualcosa, essi semplicemente non vedono la realtà che sta in basso, non riescono mai a valutare l'inerzia della macchina, ben difficilmente riescono a incrinare la dittatura dello status quo.

Non c'è speranza di riforma delle grandi piramidi oppressive. Esse vanno solo smontate. Male che vada, esse saranno piramidi più piccole, quindi meno pericolose.

C'è una grande tradizione di studi sui limiti intrinseci del centralismo nella modernità, a cui chi scrive è molto legato, che ha per capofila Karl Deutsch, le cui riflessioni non possiamo certo riportare qui (ma qualcuno più curioso può sbirciare nel nostro studio di dottorato Disintegration as Hope, Mauro Vaiani, 2013). Tuttavia vorremmo accennare ad almeno una delle più feconde intuizioni di Deutsch: fra i tanti problemi del centralismo, uno dei più grandi è che esso è incompatibile con la mobilitazione sociale della persona umana nel mondo contemporaneo.

Non è semplicemente possibile che una persona del nostro tempo, dopo essere stata inclusa nella modernità, minimamente istruita, messa a lavorare nella complessità economica e sociale di oggi, connessa a internet, possa limitarsi a essere un cittadino che non conta nulla, se non una volta ogni tanto quando è chiamata a votare, più o meno democraticamente, per un leader mediatico. La persona umana del nostro tempo vuole più controllo e tale controllo non può prescindere dall'avere un ruolo in una comunità umana in cui il singolo senta di poter fare la differenza. Questo non riguarda solo comunità periferiche che si sentono marginali negli attuali stati, ma riguarda proprio tutti. Per questo spinte all'autogoverno ci sono in tutto il mondo, grandi città capitali comprese.

Essere cittadino di una comunità di tre, o di trenta, o di trecento milioni di abitanti non è assolutamente la stessa cosa, per una creatura umana minimamente consapevole del nostro tempo. Per questo tutti gli stati appena un po' più grandi, sono percorsi da movimenti decentralisti, per la costruzione di nuove reti di autogoverno dal basso.

I movimenti nazionali, anti-coloniali, localisti, identitari, di difesa delle culture vernacolari, civici e ambientalisti hanno storie e dinamiche molto diverse tra di loro, ma tutti sono investiti (e continuamente trasformati) da questa novità della mobilitazione sociale, come Karl Deutsch aveva previsto sin dal suo famoso articolo del 1961, Social Mobilization and Political Development.

Cosa c'entra tutto questo con l'Italia e, in particolare, con Roma?

L'Italia è uno stato tra i più grandi ed eterogenei del mondo, con le sue decine di territori e di culture locali. Non tutti sanno che solo una ventina di stati del mondo sono più grandi dell'Italia e che alcuni di quelli più grandi sono meno eterogenei e meno complessi della nostra repubblica.

Purtroppo, nonostante la nostra vicinanza e la nostra intimità culturale con la Svizzera e con San Marino, le nostre tradizioni federaliste e confederaliste sono state sconfitte nell'ottocento dei nazionalismi e dei colonialismi. Rosmini e Cattaneo, Ferrari e Pisacane sono finiti coperti dalla polvere nelle biblioteche. Siamo stati sottomessi a uno stato centralista, che ha praticato - non dimentichiamolo - un feroce colonialismo interno e ha condotto una serie impressionante di avventure militariste all'esterno.

Solo grazie a una riflessione critica faticosamente elaborata, fra gli altri, da Gramsci, Salvemini, don Sturzo, dagli autonomisti che il 19 dicembre 1943 scrissero la carta di Chivasso, siamo arrivati, dopo decenni di disastri, alla fondazione nel 1948 di una repubblica delle autonomie.

Nella repubblica le autonomie non hanno mai smesso di vivere e di crescere, anche quando sono sembrate sommerse da ondate di centralismo e neocentralismo (italiano e anche europeo).

Fra mille tensioni e polemiche, nonostante gli errori politici e culturali compiuti da tanti (dai centralisti di ogni colore, compreso il neocentralismo del leghismo prima nordista e oggi nazionalista italianista), noi stiamo ancora camminando in quella direzione, semplicemente perché è l'unica possibile.

In estrema sintesi, i fattori più importanti, che spingono nella stessa direzione, sono due: primo, la complessità della modernità italiana ed europea e le crisi ambientali e sociali della globalizzazione non si governano dall'alto e da altrove; secondo, nessuna creatura umana, non solo qui in Italia e in Europa ma in tutto il mondo, può accettare ancora a lungo, in questo nostro tempo, di non avere voce in capitolo nel governo del proprio territorio. Sono fattori sociali, che hanno una loro forza scientificamente rilevabile. Non sono solo vaghe aspirazioni spirituali, culturali o politiche meramente sovrastrutturali. Non sono e non saranno, quindi, facilmente eludibili.

L'autogoverno è la risposta a queste due tensioni cruciali. C'è quindi, ci pare, la possibilità di essere ancora ottimisti. C'è speranza, grazie all'autogoverno, per il bene di ciascuno dei nostri quartieri e paesi, delle comunità e dei territori, delle culture e delle economie locali.

Come chiedono i decentralisti, dall'Ossola al Salento, dalla Sicilia al Trentino, si può finalmente smettere di opprimere gli Italiani e lasciare che essi si autogovernino, con maggiore libertà e maggiore responsabilità, nella pluralità dei loro territori.

In questo campo si fa molta guerra fumogena di parole (indipendenza, secessione, divisione dell'Italia, uscita dall'Europa) e di numeri (chi ci guadagna, chi ci rimette). Noi crediamo di saper tenere i piedi saldamente ancorati nella vita vera delle nostre terre, di rappresentare una politica meno cinica e più seria.

Sappiamo che viviamo in un mondo interdipendente, che abbiamo bisogno di una confederazione europea democratica e trasparente, che tutti i nostri territori hanno il dovere di autogovernarsi, per uscire dall'inquinamento e dal declino. E' una strada difficile ma responsabilizzante, e alla fine vincente per tutti, territori più ricchi e meno ricchi, più periferici e più centrali.

Roma, poi, ci sia consentito dirlo per chiudere questi appunti scritti proprio nella città eterna, non avrebbe proprio niente da perdere, se non la tristezza di migliaia di vite condannate all'inutilità, nella pesantezza, nel grigiore e fra gli sprechi di qualche ministero. Grazie a un moderno autogoverno, almeno paragonabile a quello di cui godono città come Berlino o Vienna, potrebbe solo rifiorire.

Auguri, a questo proposito, al comitato promotore del Libero Governo Cittadino di Roma, in particolare alla comunità di attivisti dell'Appio-Tuscolano, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere meglio in questa splendida giornata.






Post più popolari degli ultimi 12 mesi

Argomenti solidamente piantati in questa nuvola:

1989 a touch of grace abolizione delle province e delle prefetture alternativa civico-liberale Anticolonialismo Archivio di Toscana Libertaria verso Toscana Insieme Archivio Gaymagazine autogoverno della Toscana basta cicche BijiKurdistan borghi e comuni bussini chi può creare valore come domare la spesa contro gli ecomostri contro il centralismo contro la dittatura dello status quo dalla mailing list di Toscana Insieme Dario Parrini decentralismo dialogo autogoverno Disintegration as hope don Domenico Pezzini ecotoscanismo Emma Bonino English Enrico Rossi eradication of poverty Eugenio Giani Eurocritica Fi-Po Link fine del berlusconismo Firmigoni gay alla luce del sole Gianni Pittella Hands off Syria Homage to Catalonia Hope after Pakistan Il disastro delle vecchie preferenze In difesa di Israele Inaco Rossi innocenza tradita Italia Futura la bellezza come principale indice di buongoverno Libertà in Iran libertino Lucca 2012 Mario Monti Matteo Renzi Michele Emiliano nonviolenza Ora e sempre resistenza ora toscana Oscar Giannino Peace Is Possible - War Is Not Inevitable popolano Prima di tutto la libertà primarie Primavera araba 2011 quattrini al popolo Queer Faith ricostruzione di una moralità pubblica riforma elettorale toscana rivoluzione liberale Roberto Giachetti Santa Cecilia sessantennio solidarietà toscana statuto pubblico dei partiti Stefania Saccardi The Scottish Side of History Too Big To Fail? Torre del Lago tradizioni e libertà Ugo di Toscana uninominale Vecchiano veraforza Via dall'Afghanistan vittime yes in my backyard