Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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domenica 31 maggio 2026

Prato è le sue frazioni


 

Stavolta ci potremmo essere. Le frazioni potrebbero tornare a essere considerate quello che sono sempre state: il tesoro di Prato, il vero segreto della qualità della vita di cui ancora godiamo nonostante i guasti dell'eccesso di cementificazione e degli inquinamenti che si accumulano da quando è iniziato il boom industriale di Prato.

E' stato appena eletto Matteo Biffoni, un sindaco popolare, appassionato di Prato, competente (perché è già stato sindaco per dieci anni, dal 2014 al 2024), capace di ascolto.

Il nuovo mandato di Biffoni è stato reclamato dalle persone comuni, dopo l'interruzione dell'amministrazione Bugetti. Sia detto senza polemiche, senza rancore e senza sminuire nessuno dei protagonisti in campo nella politica pratese: durante l'anno di commissariamento del Comune di Prato (2025-2026) i partiti non avevano elaborato nulla di alternativo. Era naturale che i cittadini si rivolgessero all' "usato sicuro".

La vittoria al primo turno di Matteo Biffoni è stata resa travolgente dal grande successo della sua lista civica unitaria: oltre 11.000 voti, il 17% dei voti validi, 7 consiglieri indipendenti eletti. In consiglio comunale sono arrivate persone nuove, anche nelle altre liste. C'è l'occasione per un cambiamento.

La nuova stagione di Prato deve essere centrata sulla valorizzazione della sua storia più antica: siamo decine di frazioni, quelle che nella profondità del tempo erano chiamate "popoli".

I neofiti della "città dei 15 minuti a piedi" si accorgono di aver adottato uno slogan che suona nuovo e invece è, almeno per Prato e forse per la Toscana, la semplice e salutare riscoperta dell'acqua calda.

Le antiche frazioni, i popoli, di Prato sono riuscite in buona parte a sopravvivere alle colate di cemento e ai piani regolatori faraonici della seconda metà del Novecento, perché hanno garantito poche semplici cose essenziali per tutti, paesino per paesino: una chiesa, dei circoli per socializzare, una scuola elementare, un cimitero, alcuni negozi e servizi di prossimità, una tradizione di buon vicinato.

La prossimità era stata dimenticata, negli anni dello sviluppismo. Perché alcune generazioni, i boomer ma anche quelle immediatamente successive, erano giovani; trovavano lavoro in qualsiasi angolo della Piana e magari oltre; erano in grado di comprarsi case lontano dai loro genitori e parenti; si permettevano sempre la macchina; non temevano di fare chilometri ogni giorno per cercare novità, soluzioni o semplicemente divertimento; non si curavano affatto che servizi essenziali potessero mancare nel loro vicinato.

Anche la politica, soprattutto la pianificazione territoriale urbanistica, le frazioni le aveva dimenticate.

Per buona parte del Novecento hanno dominato tutto il mondo industrializzato e urbanizzato i teorizzatori della polarizzazione spaziale per poli e funzioni delle città. Si era creduto che le città dovessero tutte diventare megalopoli indistinte, all'interno delle quali pianificare la separazione fra le funzioni vitali: residenza, lavoro, servizi. 

Le città dovevano sviluppare rapidamente interi quartieri dormitorio. Gli abitanti poi, attraverso infrastrutture pesanti come autostrade urbane, treni e metropolitane, dovevano essere messi in grado di raggiungere tutti gli altri poli: i poli scolastici, le zone industriali, i grandi centri commerciali, i poli direzionali.

Questa mentalità oggi ci appare piuttosto sinistra, ma è stata dominante per decenni. Non pochi erano rassegnati, o addirittura auspicavano, che una città come Prato dovesse scomparire, insieme alle altre comunità e comuni della Piana, all'interno di un'unica area metropolitana fiorentina indistinta. 

Con il senno di oggi, notiamo un paradosso: proprio ciò di cui le elite dominanti si avvantaggiavano dal basso, veniva sminuito dall'alto. I partiti si vantavano di controllare circoli e piazze di paese e di periferia, ma i loro vertici trascuravano proprio i luoghi dove avevano le loro radici popolari.

La visione polarizzante era stata però anche criticata, già a partire dagli anni Settanta, grazie agli urbanisti che ne avevano intuito l'insostenibilità. Si doveva svoltare verso città policentriche, costituite da quartieri e borgate più autosufficienti, quindi più vivibili.

Al rifiuto dell'omologazione metropolitana hanno contribuito i promotori di democrazia dal basso, che hanno promosso il moderno decentramento dei grandi comuni, con la formazione di consigli di quartiere e di municipi. Per inciso, quella della partecipazione urbana degli anni Settanta è stata una grande stagione democratica, purtroppo distrutta dalle ondate di antipolitica populista e dai fanatici dell'austerità.

Hanno contribuito al cambiamento di mentalità, sin dagli anni Ottanta, i pionieri delle autonomie urbane e della sostenibilità ambientale anche dentro le aree più intensamente cementificate, i promotori di quella che a Firenze è stata chiamata la rivoluzione rionale e in Toscana la rivoluzione paesana per tutti i territori eccessivamente antropizzati.

Ci hanno messo del loro, per il bene di Prato e delle sue frazioni, anche i promotori della Provincia di Prato, persone grandi come Roberto Giovannini e Rolando Caciolli (che chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere quando si è affacciato come giovane civico, cristiano, ambientalista, alla vita pubblica della città, NdA).

La Provincia di Prato era una naturale conseguenza, negli anni Novanta, di una visione di Toscana policentrica e formata da autonomie locali forti, internamente coese, capaci di dare attuazione ai principi costituzionali (ed europei) di sussidiarietà e solidarietà.  

Con grande ritardo, con grande fatica, nonostante la resistenza di potenti interessi economici e immobiliari (e oggi anche dei grandi speculatori del turismo di massa nei piccoli borghi e nelle città d'arte), la prossimità è diventata la questione cruciale del XXI secolo.

Dove non era arrivata l'apertura mentale a una visione di comunità urbane più a misura di persona umana, è arrivata la forza della demografia.

Il grande invecchiamento della popolazione ha reso urgente per la maggioranza delle persone il ritorno a una vita di prossimità, perché gli anziani usano sempre meno, e su distanze decrescenti, auto, motori, ma anche biciclette e mezzi pubblici. Mentre hanno un bisogno vitale, finché possono, di camminare, per garantirsi la miglior vecchiaia possibile.

Agli anziani si sono aggiunte le ultime ondate migratorie. Esse sono non solo più eterogenee e quindi a rischio di maggior spaesamento, rispetto agli arrivi del secolo scorso, ma anche, più trivialmente, meno fortunate delle precedenti.

Oggi l'immigrato che arriva in un territorio come quello di Prato si accorge ben presto che la dignità e l'autonomia economica - figuriamoci il successo, l'arricchimento - non sono più così probabili come lo sono state per gli immigrati del secondo dopoguerra e dei decenni successivi.

Diventa urgente, quindi, che anche gli ultimi arrivati siano rapidamente integrati in comunità di prossimità, con una forte identità, senso civico, doveri e diritti.

Tornare a pensare Prato come un insieme di frazioni non è passatismo, semmai rispetto della storia e della vita. E' davvero una sfida affascinante:

- si dovranno immaginare forme di rappresentanza democratica dal basso, perché i cambiamenti si fanno attraverso la partecipazione, non calando soluzioni dall'alto;

- ciascuna frazione dovrà tornare ad avere una sua bellezza e propri caratteri distintivi, che la rendano diversa da ogni altra;

- ognuna di esse dovrà valutare, attraverso forme di perequazione urbanistica e di coprogettazione tra mano pubblica e proprietari privati, come valorizzare la piazza, un centro commerciale naturale, i luoghi di culto, il cimitero, i monumenti, i beni comuni;

- ripensare Prato attraverso le sue frazioni riporterà il senso del limite anche per il raggiungimento concreto degli obiettivi di "consumo zero" del suolo, di rigenerazione urbana, di rinaturalizzazione;

- ciascuna frazione potrà diventare una migliore custode dei propri giardini di prossimità, dei propri orti, dei propri alberi;

- la frazione dovrà promuovere la coesione sociale tra i residenti, accogliendo al proprio interno sia l'edilizia pubblica popolare, che case di vario pregio per ogni ceto sociale; così ciascuna frazione dovrebbe tendere ad avere una composizione sociale vicina a quella della media cittadina; non devono esistere pezzi di città che siano ghetti etnici o classisti;

- gli esperti di cui si avvalgono le amministrazioni pubbliche devono diventare specialisti di una o più frazioni, per proteggerle dai guasti idro-geologici;

- in ciascuna di esse si devono potenziare i percorsi ciclo-pedonali di prossimità; ciascuna deve avere le sue strade curate, le sue isole pedonalizzate, una qualche protezione dal traffico esterno;

- ciascuna frazione dovrebbe essere curata da personale di vigilanza dedicato, che padroneggi le situazioni attraverso la conoscenza delle persone e dei problemi;

- il personale di manutenzione deve essere stabile, in modo che conosca e si affezioni alla frazione; questo vale per gli spazzini, per i giardinieri, per gli idraulici, per gli elettricisti, per i postini, per i piccoli trasportatori, per tutti gli operatori che danno servizi pubblici di manutenzione.

Le frazioni di Prato sono ciascuna un microsmo vitale per le generazioni future. 

Le affidiamo ai nuovi eletti e a questa nuova amministrazione Biffoni, con speranza. 

Mauro Vaiani Ph.D.
(studioso e attivista di autonomie e di civismi in Toscana)*

 

* Insieme ai Civici di Prato per le Autonomie, con l'area Prato Civica Solidale, Mauro Vaiani ha contribuito alla formazione della lista civica unitaria Biffoni Sindaco, lista che ha partecipato con successo alle elezioni comunali di Prato del 24-25 maggio 2026. NdR. 

 

lunedì 2 settembre 2024

Un sorriso contro i seminatori di discordia

 


Con il suo sorriso, la parlata romanesca, i ringraziamenti agli amici del X Municipio di Roma (quello sul mare, che comprende Ostia), il saluto ad Alice (la "ragazza sua"), Rigivan Ganeshamoorthy ci ha conquistato tutti.

Classe 1999, figlio di immigrati dallo Sri Lanka, "Rigi" è l'atleta paralimpico che ha vinto oggi una medaglia d'oro in una delle sue specialità, il lancio del disco, alle Paralimpiadi di Parigi 2024.

Con poche parole ha spazzato via tutti i seminatori di discordia del nostro tempo: neonazionalisti, neorazzisti, imprenditori dell'odio di ogni schieramento.

Alla domanda su come trovava l'esperienza paralimpica ha risposto con una battuta fulminante: "Bella, ma ci sono un po' troppi disabili". Detta da lui, portatore di handicap molto seri, questa fulminante battuta ha spazzato via anche le ipocrisie dell'odioso "politicamente corretto"

"Rigi" è un giovanotto romano, l'ennesima prova vivente di quanta forza attrattiva abbiano le nostre comunità locali, con la loro storia, la loro identità, l'originalità della propria cultura vernacolare, tanto antica eppure sempre capace di evolversi e includere, rinfrescare, generare sempre nuova gioia.

Per chi vuole conoscere meglio "Rigi":

https://www.ilfaroonline.it/2024/09/02/la-favola-di-ganeshamoorthy-alle-paralimpiadi-di-parigi-un-oro-per-mia-madre-roma-e-il-decimo-municipio/586166/

https://it.wikipedia.org/wiki/Rigivan_Ganeshamoorthy

https://www.ilpost.it/flashes/ganeshamoorthy-interviste-record-del-mondo/

https://x.com/grande_flagello/status/1830349466894803314

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mercoledì 16 dicembre 2020

Milioni sulla Piana

Su segnalazione del Coordinamento Ferma Tramvie siamo andati a rileggere un articolo che ci sembra rivelatore di ciò che hanno in testa gli amministratori della Città Metropolitana di Firenze. E' una intervista di Edoardo Semmola ad Andrea Simoncini, sul Corriere Fiorentino. Simoncini, professore di diritto e consigliere dell'Opera del Duomo, viene intervistato nella sua qualità di "ideatore del piano strategico della Città Metropolitana".

L'intervista è datata 12/11/2020, è presentata come uno sforzo di guardare in avanti, ma a noi è parsa incredibilmente vecchia, come se fosse stata registrata non solo prima della pandemia, ma addirittura quarant'anni fa. 

L'intervistato sembra rimasto fissato a quando, alla fine degli anni '80, si pensava davvero a una unica grande conurbazione comprendente tutta la Piana e si credeva possibile cementificarla completamente. Tutti i vuoti tra città e cittadine, borghi e borgate, paesi e paesini, avrebbero dovuto essere colmati da investimenti immobiliari e infrastrutturali.

La metropoli fiorentina avrebbe dovuto inglobare anche Prato (per questo non si voleva far nascere la provincia autonoma nel distretto laniero) e Pistoia.

La conurbazione avrebbe dovuto attrarre ulteriore popolazione fino ad arrivare a due milioni e mezzo di abitanti. Oggi le tre province di Firenze, Prato e Pistoia arrivano appena a un milione e mezzo, la Toscana intera poco oltre tre milioni e mezzo. Quindi da dove sarebbe dovuto spuntar fuori un altro milione di abitanti da concentrare e far vivere rammontati nella Piana? Boom delle nascite, spopolamento di altre zone rurali e periferiche, migrazioni? Evidentemente, per essere consulenti strategici della Città Metropolitana di Firenze, non deve esser necessario sapere molto di geografia, demografia, statistica, storia economica e sociale della Toscana, forse nemmeno di semplice aritmetica.

Oggi sappiamo molto bene che questi progetti di conurbazione sono folli e incompatibili con la sopravvivenza di ciò che resta dell'equilibrio idrogeologico, di una qualche significativa qualità della vita umana in pianura, dell'abitabilità delle nostre comunità, della nostra stessa identità toscana. Purtroppo sono ancora al potere persone che sembrano ignorare studi profondi, e anche molto ben divulgati, come quelli, tra tanti altri, di Giorgio Pizziolo e Rita Micarelli. Questo, oltre che essere triste, è anche preoccupante.

Mentre a parole e sui media, si predica bene di freno al consumo di suolo e di ripensamenti dell'urbanesimo, a Firenze i magnati continuano a razzolare male.

Gli unici milioni che sono veramente in arrivo nella Piana non sono di nuovi abitanti (né di nuovi turisti, temiamo), ma di Euro, derivanti da immensi debiti pubblici che si vorrebbero investire male, in modo da far arricchire poche grandi società anonime di capitali privati.

Temiamo che ben poco verrà investito in "conoscenza", ma, come ammette candidamente anche l'intervistato, per dotare Firenze di maggiore "mobilità".

Si chiederanno alle autorità centrali della Unione Europea e della Repubblica Italiana fondi per le solite grandi opere faraoniche, inutili e devastanti, come il "buco" Foster, il nuovo aeroporto di Peretola e chilometri di tremi-tram che dovrebbero percorrere a zigzag tutta la Piana.

Le tramvie, che costeranno centinaia di milioni di soldi pubblici ma che saranno private, sono emblematiche di una mentalità speculatrice ed estrattiva, ancora dominante.

Serviranno per portare in centro, ma anche per far sfollare rapidamente a fine giornata, masse di turisti e lavoratori più poveri, quelli che non potranno certo permettersi di vivere a Firenze, ma dovranno andare, anzi già oggi vanno, a dormire a Scandicci e a Campi, a Sesto e Prato, o addirittura a Pistoia.

Firenze e la Toscana erano già malate prima della crisi sanitaria, sociale ed economica del coronavirus, come ci ha ricordato recentemente Fabrizio Valleri di Libera Firenze, ma ora, dopo il Covid-19, siamo di fronte a un cieco accanimento nello sventramento e nella svendita di Firenze e dell'intera Toscana .

Milioni sulla Piana, insomma, per distruggere il poco che resta di una vita a dimensione umana, in comunità locali dove il più possibile delle cose importanti sia a portata di piedi e quindi di anziani e di bambini (l'antica ma sempre nuova speranza della Rivoluzione Rionale!). 

Intere comunità e comuni della Toscana, oggi ancora riconoscibili e dotati di una qualche significativa vita comunitaria, come Larciano, Carmignano, Sesto Fiorentino, comuni, comunità, borghi, quartieri, frazioni e rioni, dovrebbero insomma diventare meri dormitori, periferia indistinta di una città che sarà chiamata ancora Firenze, ma che di fiorentino e di toscano non avrà più nulla.

* * *

Questa è l'opinione che si è fatto il titolare di questo blog. Per farvi la vostra idea leggete direttamente e integralmente l'intervista di Semmola a Simoncini, cliccando qui.



domenica 2 dicembre 2018

Prossimità, questione cruciale del nostro tempo


La prossimità è una delle questioni cruciali del nostro tempo. Di certo lo è per noi qui in Toscana, ma crediamo che questa presa di coscienza vada ben oltre e sia in linea con una tendenza globale al decentramento.

Le iniziative culturali, economiche e sociali sulla prossimità si moltiplicano (pensiamo per esempio alle biennali della prossimità, di cui riproduciamo in questo scritto il bellissimo logo). Anche alcuni enti pubblici, organizzazioni e imprese stanno cambiando atteggiamento, tornando ad aprire sportelli, punti informativi, negozi di prossimità.

Per noi decentralisti e sostenitori di processi di autogoverno radicale, quella della prossimità è però ben di più che l'apertura di uno sportello o di un negozio più facilmente raggiungibili. Per noi la prossimità è molto di più: quando usciamo di casa dobbiamo trovare un vicinato, un rione, un quartiere, un paese, una comunità in cui esercitare responsabilmente i nostri doveri e riaffermare i nostri diritti.

Su di questo si basano le proposte di rivoluzione rionale a Firenze e di rivoluzione paesana in Toscana.

La prossimità è una scelta politica rivoluzionaria.

Rivoluzionaria perché, in più di un senso, si deve tornare a una dimensione umana che abbiamo perso (come un pianeta, nella rivoluzione attorno al suo sole, torna sempre regolarmente dove era già stato).

Rivoluzionaria, inoltre, perché, per riportare una vita di vicinato in ogni comunità, avremo bisogno di una grande fantasia e di una capacità di ragionare controintuitivamente contro i conformismi della modernità (e contro l'ossessione moderna per la concentrazione di potere e ricchezze).

La prossimità è una scelta politica di resistenza ai guasti di una globalizzazione ecocida e genocida.

I bambini devono poter uscire di casa e andare a piedi a scuola.

I disabili hanno diritto di uscire e muoversi in un vicinato senza barriere architettoniche.

Si devono creare condizioni organizzative che consentano alla maggior parte degli adulti attivi di lavorare nel proprio borgo o comunque non troppo distante da esso.

Un centro sanitario, uno sportello civico, un punto di informazioni legali, devono essere raggiungibili a piedi, da tutti, ma in particolare dagli anziani, quelli che sempre meno useranno la macchina e ben poco anche la bicicletta.

In ogni quartiere e paesino ci devono essere palestre e piscine, sale di lettura, centri di ritrovo (le nostre care, vecchie case del popolo, i circoli parrocchiali, i bar di paese), secondo quanto è possibile e più confacente al territorio, con buon senso, con pragmatismo.

Ognuna di queste piccole comunità deve avere le sue piazze, le sue fontane, i suoi giardini, se possibile anche un piccolo bosco (con alberi lasciati invecchiare).

Ciascuna di queste comunità deve poter partecipare, quanto più direttamente possibile, alla propria raccolta rifiuti, alle necessarie politiche di decementificazione (abbattimento delle tante costruzioni inutili), alla cura di eventuali corsi e specchi d'acqua, alla gestione della produzione e della conservazione di energie rinnovabili.

Ciascun rione, quartiere, paesino, borgo, perché possa assumersi la responsabilità di tutto questo, deve potersi autogovernare, eleggendo direttamente i propri consigli locali, con regole semplici, fondate sul rapporto il più possibile diretto tra governanti e governati.

Si sta aprendo, attorno ai temi della prossimità, una nuova stagione politica. Non perdetevela.

martedì 13 novembre 2018

I comuni sono enti autonomi



Dalla Costituzione italiana:

Articolo 114. La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.

Lo riproduciamo qui, come memento per coloro che volessero aggirare la Costituzione, imponendo ad altri piccoli comuni toscani, che domenica scorsa, 11 novembre 2018, hanno votato NO alla fusione, una annessione forzata al comune vicino e più grande.

Per chi volesse mettersi al fianco dei comuni che hanno resistito alle unificazioni imposte dall'alto, invitiamo alla lettura di questo intervento, che a sua volta riporta altre testimonianze ed altri materiali.

Un grazie dal profondo del cuore a Michele Bazzani e Paolo Tacconi di Barberino Val d'Elsa, a tutti ma proprio tutti i comitati per il NO, a Sergio Staderini, a Simone Rimondi, a Marco Buselli, per l'impegno che hano profuso in questo dibattito politico ed elettorale.

Spero che qualcuno dei pochi che ci leggono, trovi il tempo e l'energia per lavorare su un progetto ambizioso: una rivoluzione paesana per tutta la Toscana.

PS: Che c'entra Gandhi? Ci piaceva riprodurre, come hanno fatto gli attivisti del NO alle fusioni, uno dei suoi più noti aforismi: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, infine vinci. Di fronte alla prepotenza e alla supponenza con cui si sono volute imporre dall'alto le unificazioni dei comuni, l'unica risposta seria e lungimirante è la lotta nonviolenta per lo SWARAJ, un ideale di autogoverno radicale, di tutti, dappertutto.
 

domenica 16 settembre 2018

Ripensamento fra Val di Pesa e Val d'Elsa



I pochi che seguono questo blog, sanno che qui si è creduto molto nella possibilità di autoriforma dal basso dei comuni toscani, anche attraverso le loro unificazioni in comuni più ampi, ma non secondo una logica centralista e verticale, bensì nell'ottica di rafforzare e valorizzare ogni singolo paesino della Toscana (e nelle zone più urbanizzate ogni singolo rione).

Negli anni ci siamo spesi perché, parallelamente con la lotta per l'abolizione delle province, delle prefetture e di tanti altri enti intermedi artificiali o espressione del centralismo, si formassero dal basso - anche a Costituzione e legislazione invariata - dei comuni-comunità, capaci di restituire autogoverno, servizi, qualità e bellezza a ciascuna delle loro frazioni. Lo abbiamo fatto, per esempio, in occasione delle ambiziose consultazioni che hanno riguardato la possibilità di fare un comune unico nel Casentino (2012) o all'Elba (2013).

Dobbiamo ammettere, a distanza di anni, che queste idee giuste sono state stravolte da politiche sbagliate e da politici ignoranti e prepotenti. L'ANCI Toscana ha cavalcato alcune unificazioni comunali di corto o cortissimo respiro, che si sono rivelate un fallimento in termini di difesa della vita dei paesi e delle frazioni. In alcuni casi si sono volute unire coppie di comuni, con la principale preoccupazione di garantire alle amministrazioni uscenti un terzo mandato. La Regione Toscana ha messo dei soldi a disposizione delle unificazioni. Si tratta di mancette rispetto alla quantità di fondi che lo stato centrale ha tolto ai comuni, ma di certo non aiutano una discussione libera e serena.

Infine - e questa è forse la cosa più grave di tutte - il Consiglio regionale della Toscana si è assunto la grave responsabilità di forzare la volontà delle popolazioni locali, violando l'art. 133 della Costituzione. E' successo quando è stata imposta dall'alto la fusione ai comuni di Abetone e Cutigliano, considerando che la volontà popolare espressa dal comune più grande potesse sovrastare la volontà popolare del comune più piccolo.

Una scelta grave, quella del Parlamento toscano presieduto da Eugenio Giani, a cui non è stata ancora data adeguata riparazione.

La prossima tornata di referendum per la fusione dei comuni è prevista per l'11 e il 12 novembre 2018. Fra le comunità chiamate a pronunciarsi ce ne sono due che conosciamo un po' meglio delle altre: Tavarnelle, in Val di Pesa, e Barberino, in Val d'Elsa. 

Siamo stati a Barberino Val d'Elsa a parlarne direttamente con gli esponenti dello storico movimento civico Obiettivo Comune, a cui siamo vicini e con cui grazie a Michele Bazzani. Ne abbiamo riparlato con l'attuale guida del movimento civico, Paolo Tacconi.

Dalla riflessione sin qui condotta, ci siamo fatti l'idea che su tutte queste unificazioni imposte dall'alto - preparate attraverso una serie di scelte che negli anni hanno reso i paesi toscani meno vivi (come la chiusura delle scuole nei centri storici), rese più accattivanti con una elargizione di fondi regionali che somigliano molto a un ricatto politico, imposte ai comuni piccoli in violazione dell'art. 133 della Costituzione - occorra un momento di ripensamento.
 
Queste unificazioni, in queste attuali condizioni, ci allontanano e non ci avvicinano alla nostra ideale rivoluzione paesana.

Per cui, nonostante le difficoltà di farsi sentire e di farsi ascoltare in Toscana, noi, al momento e salvo approfondimento,  aggiungiamo la nostra piccola voce a quella di coloro che dicono NO.


lunedì 2 luglio 2018

Vent'anni dopo "Noi stessi"

Vent'anni fa è uscito un piccolo saggio, scritto dall'autore di questo blog: "NOI STESSI - Discorso sull'autogoverno della Tuscia", 1998, Nuova Toscana Editrice, Campi Bisenzio. 

Giovedì 5 luglio 2018 l'autore ha invitato una ventina di amici a festeggiare e a fare una chiacchierata informale, amichevole, a tutto campo, su questi decenni di autonomismo, localismo, movimentismo, ambientalismo, socialismo e liberalismo (ma autonomisti). Il ritrovo è al Circolo Ballerini, a Mezzana di Prato, alle 19. Qui il link all'evento Facebook.
 

Non sono stati anni di vittorie.
Non è stata una cavalcata di successi.
Non siamo stati capaci e incisivi, preparati e determinati come avremmo voluto.
Nemmeno siamo stati domati, però, come dimostra il nostro impegno civico, ambientalista, autonomista.

La pubblicazione di NOI STESSI fu la chiusura di un ciclo di passione per i territori, per le diversità, per le culture locali, per l'idea, già allora portata avanti con coraggio da molti movimenti ambientalisti e civici, di un mondo, una Europa, una Italia organizzati in modo confederale, dal basso, attraverso un autogoverno dal basso spinto. 

In questa immagine del 1992-1993, in calce a questo post, Mauro Vaiani, in preparazione di un importante convegno sulle autonomie locali (registrato nel prezioso archivio di Radio Radicale), rappresentava, con l'ingenuità grafica del tempo, una visione d'insieme di un nuovo e possibile confederalismo.

A giovedì, per chi può.




lunedì 9 maggio 2016

Altri tre referendum di unificazione fra comuni toscani





Sono stati celebrati ieri e oggi altri tre referendum sull'unificazione fra comuni toscani.
Stavolta hanno votato a favore (ma con una partecipazione bassissima) i due comuni della montagna pistoiese, San Marcello e Piteglio.
Hanno votato contro, e nettamente, i due comuni del pisano, Castellina Marittima e Riparbella.
Nell'aretino hanno prevalso i "no" a Castiglion Fibocchi e in maniera tale da non poter soverchiare il timido "sì" di Capolona.
Sui potenti mezzi d'informazione della Regione Toscana, ciascuno si può informare e formare la propria opinione.
Noi ci sentiamo qui in dovere di porre dei paletti contro il dilagare di vere e proprie castronerie mediatiche, istituzionali e politiche, che stanno facendo naufragare il processo, che invece sarebbe per tanti aspetti positivo, di unificazione fra i comuni della Toscana.
I media toscani rappresentano questi referendum come se fossero dei piccoli plebisciti in cui la gente non dovrebbe far altro che approvare le unificazioni proposte dall'alto, spesso in modo improvvisato e forzato, dagli attuali amministratori. Una tale rappresentazione è sbagliata e, indipendentemente dall'esito, lascerà nei territori divisioni durature - esattamente come tutte le tentazioni plebiscitarie.
I referendum sono inoltre presentati e rappresentati come "consultivi", ma si tratta di una grave sgrammaticatura. La natura partecipativa del processo è garantita dall'art. 133 della Costituzione. Le popolazioni locali devono essere "sentite". Dopo averle sentite, il consiglio regionale non è libero di fare come vuole.
Purtroppo, proprio qui in Toscana, in gennaio, il nostro consiglio regionale ha varato una unificazione forzata, quella dei comuni di Abetone e Cutigliano. Si è voluta prendere in considerazione la somma dei voti per il sì dei due comuni, stabilendo così il principio che ogni comune più popoloso può annetterne uno più piccolo. Una forzatura che non fa onore a una classe politica regionale che pure rispettiamo. Lo ricordiamo, ancora una volta, a Eugenio Giani, se per caso capitasse su questo blog.
Si è trattato di una prepotenza, che, a nostro parere, sarebbe meritevole di essere contrastata in giudizio, fino davanti alla corte costituzionale. 
Un precedente così sbagliato, ci pare, minerà profondamente ogni futuro dibattito sulle unificazioni.
Infine, segnaliamo che troppe di queste proposte di unificazione, hanno seri limiti politici, culturali, amministrativi.
Somigliano troppo a fusioni a freddo fra piccoli ceti politici, più che a progetti di riorganizzazione e democratizzazione del territorio.
Lo segnaliamo sommessamente da tempo, ma non ci pare di trovare molto ascolto.
Noi crediamo che la Toscana abbia bisogno di paesi e paesini più vivi, più liberi, più amati, più protetti, più valorizzati, all'interno di comuni-comunità più ampi, ma tutto questo va costruito con competenza, con creatività organizzativa, con passione per la democrazia locale, con amore per il territorio.
Bocciati certi goffi tentativi, guardiamo avanti.

sabato 9 gennaio 2016

Attentato alla Costituzione e un pericolo per la montagna toscana


Una indiscrezione del Tirreno di stamattina rivela che il parlamento della Toscana potrebbe tentare di varare una unificazione forzata dei comuni di Abetone e Cutigliano.
Nel recente referendum, i cittadini del comune di Abetone hanno detto "No".
Non è mai accaduto in precedenza che il parlamento in Toscana abbia forzato la mano alle comunità locali, interpretando l'art. 133 della Costituzione italiana nel senso che il parere delle popolazioni, in ciascun comune, sia meramente consultivo. Né è mai accaduto che si siano contati, in modo capzioso, i "Sì" totali nel territorio di tutti i comuni interessati, rendendo così possibile una sorta di annessione dei comuni meno popolati da parte di quelli più densamente abitati.
A parere di chi scrive, sarebbero due interpretazioni deboli, discutibili, meritevoli di ricorso alla Corte costituzionale, da parte delle popolazioni eventualmente forzatamente "unificate".
E' noto che questo blog è stato pioniere della unificazione dei comuni toscani in comunità più grandi, ma siamo anche sempre stati chiari sul fatto che le unificazioni richiedano partecipazione e consenso.
A questa tentazione di forzare la mano all'Abetone, il parlamento della Toscana deve resistere, per non mettere in pericolo la Costituzione e non minare la fiducia delle popolazioni di montagna nella politica toscana.
C'è e si deve portare avanti la strada alternativa della unione di comuni e prepararsi, semmai, a presentare alle popolazioni, più avanti, un progetto più articolato e più maturo di comune-comunità, dove ogni borgo possa sentirsi più valorizzato, più sostenuto, non più periferico e abbandonato.
Magari ripartendo dopo aver dato corpo al progetto dei municipi toscani, di recente annunciato dal presidente Eugenio Giani.

Eugenio Giani, presidente
del parlamento toscano,
lo scorso 21 dicembre 2015

giovedì 7 gennaio 2016

Eugenio Giani per i municipi di Toscana


Il presidente del parlamento toscano, Eugenio Giani, nella sua conferenza stampa di fine 2015, ha lanciato alcuni messaggi forti e trasversali, nell'interesse di tutti.
Potete riascoltare la sua voce in questa snella ma incisiva intervista a Radio Toscana, andata in onda il 5 gennaio 2016.
Fra le tante iniziative per il rafforzamento dell'autogoverno toscano, il presidente Giani ha annunciato una legge per il riconoscimento dei municipi di Toscana.
Si tratta di un istituto di rappresentanza e di autogoverno che deve restare anche in tutti quei borghi toscani che accettano un processo di unificazione in comuni-comunità più ampie.
E' un buon segnale nella direzione, a questo blog molto cara, del rafforzamento dei nostri borghi, che sono luoghi essenziali di vita e devono diventare sempre di più realtà di inclusione sociale, crescita economica e di esercizio democratico della sovranità popolare.


Il presidente Eugenio Giani alla commemorazione
di Ugo di Toscana, lo scorso 21/12/2015,
alla Badia Fiorentina (nostra foto - Diverso Toscana)


mercoledì 21 ottobre 2015

La signoria di Pisa? Anche no




Stamane sul Corriere Fiorentino, a pagina 3, Claudio Bozza spiega il progetto espansionistico del comune di Pisa. Sarebbe lo stesso sindaco Marco Filippeschi a spingere per annettere a Pisa i comuni vicini di Vecchiano, San Giuliano Terme, Calci, Cascina e Vicopisano.

Avete presente il nostro impegno per comuni-comunità più grandi in Toscana? Ebbene, queste proposte di annessione sono tutto il contrario. Crediamo nell'antico spirito repubblicano di Pisa e della Toscana. Non vogliamo certo l'avvento di nuove signorie.

Quando parliamo di unificazione fra comuni, non pensiamo certo ad aumentare il potere di un centro sulle periferie, di un corpo urbano sulle zone rurali. Né ci interessano ulteriori progetti di espansione urbanistica, in una regione come la nostra, in cui il consumo di suolo, il crollo del valore degli immobili per eccesso di offerta, l'incuria del patrimonio edilizio esistente, la perdita di identità e bellezza del territorio hanno già raggiunto livelli di guardia.

Pisa è una piccola e vivibile città, che deve correggere, non ulteriormente estendere l'urbanizzazione incontrollata e indistinta che ha creato luoghi anonimi, come tutti quelli che ci sono verso Cisanello o verso Cascina.

Sì a un comune di Pisa più grande - non così grande come la vorrebbe Filippeschi - ma con quartieri più belli, con frazioni più riconoscibili, con borghi più a misura d'uomo.

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martedì 20 ottobre 2015

La lezione di Suvereto


Deve essere ben chiaro che il movimento per l'unificazione dei comuni toscani, che da questo blog sosteniamo con forza, deve avvenire dal basso, attraverso progetti di autentica inclusione e partecipazione popolare.

Deve essere altrettanto chiaro che comuni-comunità più forti ci servono per valorizzare di più ciascuno dei nostri borghi e quartieri. Facciamo degli esempi concreti, per capirci: alcune frazioni di Grosseto sono ben tenute e ben servite da quel comune che è già, nei fatti, un comune-comunità; purtroppo, invece, molti abitanti dei piccoli comuni dell'Elba votarono contro l'unione con Portoferraio, perché vedevano con i loro occhi l'incuria e la perdità di identità delle periferie di quel comune. Ci si deve unire, quindi, sì, ma per valorizzare di più ogni borgo, frazione, quartiere, non per moltiplicare periferie anonime.

Ecco perché ci viene facile comprendere e anche simpatizzare con la rivolta di Suvereto, con la conseguente elezione di Giuliano Parodi a sindaco civico. Del borgo-comune di Suvereto e del suo nuovo sindaco parla il Tirreno, oggi, in un bel articolo di Rino Bucci, a pagina 2 del quotidiano di Livorno.

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domenica 18 ottobre 2015

Comuni rafforzati, comunità diverse


L'importante questione della fusione fra comuni toscani è tornata sulle prime pagine della stampa toscana, grazie a una serie di riflessioni fatte da leader toscani influenti, come il sindaco di Firenze, Dario Nardella, e il segretario regionale PD, Dario Parrini.
Per questo blog è la conferma di quanto intuito già dal 1998 e, con ancora maggiore precisione, nel 2008.
Per molti, in Toscana, da coloro che hanno lavorato nella opposizione civico-liberale insieme ad Alessandro Antichi, a coloro che lavorano in ANCI Toscana, è un ulteriore incoraggiamento a sostenere un autentico e necessario cambiamento istituzionale.
Segnaliamo che il tema era stato ben sintetizzato da Leonardo Marras, in un suo intervento su Repubblica, in settembre, in cui ci ricordava come i comuni toscani siano scesi in pochi anni da 287 a 279.
Riportiamo in calce a questo post un ampio stralcio di un bel articolo scritto dal nostro amico Carlo Fusaro, che riepiloga gli elementi di saggezza contenuti in questo movimento verso la semplificazione.
Naturalmente ci sono degli elementi critici:
- dovrebbe essere fermato il neocentralismo che da anni sta distruggendo la vita dei comuni e sta minando l'attuazione della loro autonomia finanziaria, prevista dalla Costituzione (su questo, purtroppo, il primo governo Renzi si è lasciato condizionare dall'illusione dirigista di poter cancellare centralmente, ancora una volta, le "tasse sulla prima casa", ponendo le basi di un disastro amministrativo e finanziario, che ci tornerà indietro come un boomerang);
- dovremmo coinvolgere le popolazioni interessate in un dibattito approfondito sul governo del territorio e sui confini dei nuovi comuni unitari;
- dovremmo consentire modifiche e aggiustamenti ai confini, per consentire adattamenti alle conseguenze dell'urbanesimo;
- dovremmo, infine, cominciare a immaginare comuni-comunità diverse, in cui ogni angolo del territorio si senta quartiere, borgo, parte viva di un tutto, non periferia abbandonata;
- dobbiamo portare avanti, con maggiore coerenza, l'abolizione di ogni autorità intermedia fra comuni e regione, chiudendo davvero province, prefetture, uffici, sovrintendenze.
Non è un cammino facile, ma è una delle poche cose che in Toscana (e nel resto d'Italia) possono cambiare davvero, a Costituzione e legislazione invariata.

* * *

Carlo Fusaro
E che fusione sia (se utile a tutti)
dal Corriere Fiorentino
16 ottobre 2015
pag. 1

Diciamolo: l''idea di unire in un comune unico Firenze e alcuni dei centri vicini non è buona, e eccellente. Gli anglosassoni la chiamerebbero una win-win
situation: tutti ci hanno da guadagnare, nessuno da perdere. Questo non vuol dire che la cosa sia fatta (a livello di opinione pubblica è una novita), né che sarà agevole e rapida.
(...)
Le fusioni rispondono all'esigenza di fare il miglior uso di risorse limitate. Sia la legislazione nazionale sia quella regionale spingono i Comuni verso l'esercizio associato di funzioni. Cioè verso unioni e fusioni. Con l'unione più Comuni si organizzano strutturalmente per fare le cose insieme, ma restano autonomi;
con la fusione nasce un Comune solo (la vera semplificazione).
(...)
In ogni caso nessuno puo pensare di sacrificare buone amministrazioni
trasformando quei Comuni in semplici quartieri di Firenze (...),
perché, in ultima analisi, fusione o incorporazione che sia, saranno i cittadini a pronunciarsi con referendum. E perderlo sarebbe un peccato.

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mercoledì 25 febbraio 2015

Senza province si può

Una ottima notizia dal parlamento toscano: è stata varata all'unanimità una buona legge che guiderà la riorganizzazione dei servizi pubblici che fin qui sono stati svolti dalle province. La Toscana, con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti, con 23.000 kmq, con distanze stradali e ferroviarie interne praticamente sempre contenute entro le 3 ore di viaggio, può vivere senza province. I comuni devono associarsi, rafforzarsi, magari anche unirsi. La regione deve articolare il suo personale e le sue sedi in ciascuno di quei territori, quelle realtà distrettuali e circondariali, che erano già state messe a fuoco dai fondatori dell'autogoverno toscano moderno, almeno dai tempi del presidente Gianfranco Bartolini, negli anni '80. Una parte del personale delle province rimane in sovrannumero, ma può essere gradualmente incoraggiato ad andare a occupare i tanti posti vuoti nelle altre amministrazioni, a cominciare dalla giustizia, che lamenta forti buchi nei propri organici. L'ottimo Vittorio Bugli, assessore regionale al bilancio, ne ha parlato stasera su Radio Toscana, con sobrietà ed efficacia. Complimenti sinceri.

martedì 9 dicembre 2014

Scaldiamo le fusioni fredde


Un bel sito di geografia politica ci racconta come anche in Veneto ci si ponga il problema toscano della riforma dei comuni: tanti borghi e quartieri dovrebbero cominciare a porsi il problema di raccogliersi in comuni più ampi degli attuali.
Nel caso veneto, si parla di raccogliere i quasi seicento comuni in una settantina di comunità più ampie.
Resta il problema, che però è anche una straordinaria opportunità, di convincere le popolazioni locali ad essere protagoniste di questa riorganizzazione dell'autogoverno locale.
Calare dall'alto progetti di fusioni a freddo, non serve a nulla e, in alcuni casi, può mettere i territori a rischio di ulteriore degrado e marginalità.
Costruire dal basso, invece, progetti di rifondazione democratica di comunità locali più articolate e insieme più forti, è invece la strada maestra.
Senza un po' di calore democratico, progetti ambiziosi di fusione faranno la fine dei referendum sul Casentino e sull'Elba.




lunedì 7 ottobre 2013

Il popolo toscano è per le unificazioni, purché non calate dall'alto


Trovo che ci sia una connessione profonda fra i tragici fatti di Maremma di ieri e i risultati, che sono arrivati oggi, dei referendum sulle unificazioni di alcuni comuni toscani.
Esprimo, innanzitutto, le mie condoglianze alle due vittime. Voglio aggiungere anche un pensiero per i miei tanti cittadini che hanno subito danni. Un abbraccio particolare a Fiorella Lenzi, imprenditore vinicolo e agricolo dell'Alta Maremma, che si è trovata personalmente in grande difficoltà, sola in mezzo all'acqua e al fango.
La connessione, secondo me, sta nel motivo più importante per cui lottiamo per una rinnovata rete di borghi e comuni forti in Toscana: vogliamo meno burocrazie e meno politicanti, ma autorità locali più competenti, più incisive, che si prendano cura dei nostri territori.
Vogliamo la pulitura dei fossi, la tutela degli alvei dei torrenti, una rete di laghi e canali, l'ampliamento delle golene, la fine della cementificazione e della distruzione del nostro territorio.
Crediamo che la Toscana possa sopportare dei nubifragi straordinari, così come delle siccità prolungate, senza dover pagare un prezzo così alto!
Vogliamo comuni-comunità più ampi e più forti, per avere più stradini, più vigili del fuoco e dell'acqua, più borgomastri che si prendano cura di ciascuno dei nostri borghi.
Alcune delle unificazioni comunali che erano sottoposte al vaglio popolare in questa tornata, sono saltate, ma alcune sono state approvate.
Lo ripetiamo ancora una volta: la direzione è quella giusta, ma occorre che queste proposte non siano calate troppo dall'alto.
Occorre lasciare una libertà vera alle popolazioni locali, a ciascun borgo della Toscana.
Occorre accettare che gli elettori sovrani dettino i tempi e i modi.
Questo processo è troppo importante per essere telecomandato da pochi.
Mi vengono da segnalare alcuni punti critici, che non devono essere sottovalutati (come invece mi pare che si faccia in certe sintesi come questa dell'Anci Toscana):
- l'Abetone ha diritto di valutare la sua unione con i vicini emiliani, più che con il resto della Montagna pistoiese;- l'unione di Vaiano con Cantagallo rischia di rappresentare, per l'ennesima volta, il predominio di un pezzo di città sulla montagna; gran parte del comune di Vaiano, forse, dovrebbe tornare a essere un borgo di Prato; le comunità urbane e le comunità rurali hanno necessità profondamente diverse;
- alcune unificazioni, nel Chianti, sull'Amiata, altrove, sono troppo timide, e troppo condizionate dai vecchi confini provinciali;
- si devono affrontare alcune unificazioni fra tessuti urbani ormai indissolubilmente legati, come quella fra Pisa e S.Giuliano, fra Firenze e Sesto, abbandonando l'idea semplicistica che le unificazioni siano solo materia per comuni rurali e spopolati.
Questa deve continuare a essere una rivoluzione dal basso, una cosa seria, che richiede tenacia, coraggio, lungimiranza, ma anche tanta umiltà.


venerdì 4 ottobre 2013

19 comuni toscani al voto

Domenica 6 e lunedì 7 ottobre 2013, in 19 comuni della Toscana, si celebrano referendum sull'unificazione.
L'unificazione fra piccoli comuni vicini è l'unico vero cambiamento che sia partito, in questa repubblica bloccata e morente.
E' l'unica rivoluzione dal basso che sia, al momento, possibile. Dopo tanti anni di appelli civico-liberali, oggi, finalmente, questo messaggio è stato recepito trasversalmente e persino nei ceti politici.
La formazione di comuni più ampi e più forti in Toscana è un prerequisito fondamentale, per portare avanti la battaglia contro lo status quo, per l'abolizione delle province, delle prefetture, di tanti inutili enti intermedi.
Non è solo lotta ai costi impropri della politica, o alle burocrazie, è molto di più: è la riaffermazione della centralità dell'autonomia di ciascuno dei nostri borghi e, al tempo stesso, della necessità di governare unitariamente i territori che formano la Toscana.
Certo, ci sono anche rischi e problemi.
Ne riparleremo.
Ma intanto, Toscan*, votate.
Cominciamo a cambiare qualcosa.










giovedì 4 luglio 2013

Via le province, ma dalla Costituzione

Non occorreva essere geni, per capire che il goffo tentativo di dimezzare per legge ordinaria le province, con tutto il chiacchiericcio inutile che ne è seguito, sarebbe finito sotto la mannaia della corte costituzionale. Bastava avere studiato - e qualcuno per fortuna in Italia una volta lo ha fatto - un pochino di diritto costituzionale.
Le province vanno cancellate prima di tutto dalla Costituzione e poi ciascuna regione, sentendo le popolazioni interessate, deciderà il da farsi.
Alcune grandi regioni potrebbero tenersele come associazioni intercomunali, come ha fatto la Sicilia.
Alcune grandi province storiche, come Bergamo e Brescia, potrebbero decidere di diventare piccole regioni autonome.
In Toscana, a mio modesto parere, dobbiamo e possiamo abolirle e basta, anche grazie al nostro salutare processo di unificazione dei comuni, una piccola ma seria rivoluzione dal basso che sta avendo luogo nella nostra terra. Una Toscana con poche decine di grandi comuni, non avrà mai più di province, ne' di altri artificiali e costosi enti intermedi.
Nel frattempo il governo centrale potrebbe però fare molto, iniziando ad abolire prefetture, questure, sovrintendenze, intendenze e tantissimi altri palazzi di potere, che sono presenti in ciascuna circoscrizione provinciale. Pensate che verrà fatto? No, certo!
Le caste sono bravissime nel far litigare i loro polli sulle cose impossibili, improprie, o inutili, mentre li continuano a tenere in batteria, sicure che non si metta mai in discussione lo status quo.






mercoledì 24 aprile 2013

Fallisce il progetto Peria, facciamone uno migliore

Il popolo elbano sovrano ha parlato.
Il progetto Peria di unificazione dell'isola è stato bocciato.
Per una riforma dell'autogoverno dell'Elba e per la valorizzazione di tutti i suoi borghi, bisogna farne un altro.
Possiamo dare una mano e lo faremo ancora.
Intimamente resto convinto che sarebbe stato meglio scommettere sull'unificazione, ma confesso anche che, dopo aver sentito certi toni del sindaco di Portoferraio negli ultimi momenti della campagna elettorale, ho pensato a una possibile reazione di rigetto.
Se pensate di lavorare perché il vostro piccolo comune si unisca con altri, usatene di assai diversi, come è accaduto negli altri tre referendum toscani che, invece, hanno avuto esito positivo.
Non stiamo lavorando alla nostra ideale riforma borghese per fare esibizione di numeri e forza, né per promuovere nuovi centralismi.
Abbiamo in testa la valorizzazione di ciascun paesino, di ciascun angolo della nostra terra, con la partecipazione di tutti.
Una cosa ben diversa, più ambiziosa, più civica e più liberale.

* * *

Approfondimenti sulla sconfitta all'Elba e sul successo delle altre tre proposte di unificazione:

Incisa e Figline Valdarno - Valdarnopost

Castelfranco-Pian di Scò - Valdarnopost

Fabbriche di Vallico e a Vergemoli - Luccaindiretta

La sconfitta in sette comuni su otto all'Elba - Elbareport

Un articolo sui quattro referendum - Corriere Fiorentino




domenica 14 aprile 2013

Un comune più grande serve a chi è più periferico


Ho rilanciato ieri, grazie all'ospitalità del sito Tirreno Elba News, un concetto che ritengo importante per capire l'importanza dell'unificazione dei piccoli comuni in amministrazioni unitarie più forti e più vaste: una comunità più ampia, che sappia valorizzare ciascuno dei suoi borghi, tutte le sue frazioni e località, serve proprio a chi è più periferico. Molto più a chi è più periferico, che a chi già oggi vive in un capoluogo. Ne ho approfittato per riproporre il tema dei borgomastri, che ritengo uno dei capisaldi dei miei studi ormai quindicennali sulla riforma borghese. L'intervento ha suscitato qualche reazione, cosa che fa sempre piacere. D'altra parte la questione è importante. Gli Elbani sono davanti a una scelta storica. Buona lettura.


* * *

A distanza di due anni e mezzo, pubblichiamo anche qui il testo integrale dell'intervento (NdA, 2 ottobre 2015)



Pisa - Firenze - Portoferraio, venerdì 12 aprile 2013

Un comune unico serve a chi è periferico

Un intervento a favore del sì all'unificazione nel referendum del 21-22 aprile 2013


di Mauro Vaiani *


Domenica 21 e lunedì 22 aprile prossimi le cittadine e i cittadini sovrani dell'Elba potrebbero prendere la storica decisione di unire i loro otto comuni. Vogliamo incoraggiarli a votare sì, non solo per i risparmi, che ci saranno. Non solo per la maggior forza politica del nuovo ente unitario, che ci sarà. Non solo perché unire i propri comuni è uno sforzo coraggioso, in questa repubblica moribonda dove nessuno vuole mai cambiare niente.
A queste buone ragioni, vogliamo aggiungere l'appello a chi vive non nei capoluoghi degli attuali otto comuni, ma a chi rispetto ad essi è marginale.
Non è nel centro di Portoferraio, che si capisce di più il bisogno di una amministrazione con una visione più ampia, ma nelle periferie trascurate, nelle frazioni che, nei decenni di uno sviluppo non sempre assennato, hanno perso bellezza e identità.
A Campo nell'Elba, a Capoliveri, a Rio Marina, a Rio nell'Elba, a Marciana, sono gli abitanti dei borghi secondari e delle frazioni, ad aver bisogno di una amministrazione diversa, non solo più forte. E anche i due comuni più piccoli, che sono raccolti attorno al loro unico borgo-capoluogo, Porto Azzurro e Marciana Marina, hanno tanti residenti e tante attività economiche che stanno rischiando la marginalità geografica ed economica.
Il comune unico potrà essere una comunità più forte, quindi più capace di valorizzare non solo gli otto capoluoghi, ma tutte le quindici parrocchie e anche altre località.
Ovviamente il nuovo comune avrà gli organi previsti dalla legge, ma noi crediamo che nello statuto del nuovo comune ci dovrà essere qualcosa di più. Proponiamo che ciascun borgo - ripetiamo, tutti i borghi, non solo agli otto capoluoghi - elegga direttamente un proprio borgomastro, una persona che - a puro titolo di volontariato civico – rappresenti la propria comunità presso la nuova amministrazione unitaria.
Una figura non partitica ma civica, su cui i futuri sindaci dell'Elba e le loro amministrazioni possano contare, come garanti del fatto che ciascun borgo, ciascun angolo dell'isola, abbiano una piazza più bella, il proprio vigile urbano, decoro, manutenzione, servizi più intelligentemente distribuiti.


* Mauro Vaiani - mauro.vaiani@sp.unipi.it - è dottorando di Geopolitica all'Università di Pisa, nella scuola presieduta dal prof. Maurizio Vernassa. E' il blogger di http://diversotoscana.blogspot.com.


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