Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
Visualizzazione post con etichetta Disintegration as hope. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Disintegration as hope. Mostra tutti i post

giovedì 16 aprile 2026

Groenlandia, l'ultima terra minacciata


Con piacere invitiamo tutti i giovani studenti del polo di scienze sociali di Novoli (Università di Firenze) e tutto il pubblico appassionato di politica e geopolitica a questo incontro, presso l'edificio D10, aula "Maria Rosaria Corrado", piano terra, in Via delle Pandette 2:

 

 

GROENLANDIA

 

L’ultima terra minacciata

 

Giovedì 23 aprile 2026 - ore 17,15


Incontro di approfondimento sulla Groenlandia e altri territori e popoli in pericolo, proposto dal Centro di documentazione sui popoli minacciati e dal Centro Studi La Pira (Istituto culturale valdelsano), organizzato dalla Biblioteca di Scienze sociali dell’Università di Firenze in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali.


Con la presentazione di:
 

- Fondo Popoli Minacciati, istituito presso la Biblioteca

- La causa dei popoli
rivista digitale https://issuu.com/lacausadeipopoli

- In Groenlandia: la terra del nulla e del tutto
di Daniela Tommasini
(Ponte alle Grazie, 2026)

- a cura di Gloria Roselli, curatrice del Museo di Antropologia e Etnologia - Sistema museale d'Ateneo presentazione di immagini e reperti del museo e parlerà anche dell'incontro "Una vita con gli Inuit: la Groenlandia di Robert Peroni" organizzato dal Museo nel 2022 



Interventi previsti:

  • saluti della dott.ssa Eleonora Giusti, direttrice della Biblioteca
  • dott.ssa Gloria Roselli, curatrice del Museo di Antropologia e Etnologia - Sistema museale d'Ateneo
  • Alessandro Michelucci, giornalista, direttore della rivista "La causa dei popoli"
  • dott. Mauro Vaiani, Centro Studi La Pira – scrittore e studioso di autonomie
  • conclusioni del prof. Stefano Costalli, ordinario di Scienza politica – Università di Firenze

 

La locandina ufficiale dell'evento universitario:

 


 


domenica 16 marzo 2025

Comunità di sicurezza, cos'è e perché è importante

 


Cosa è una comunità di sicurezza e perché è un concetto importante per il XXI secolo, il secolo delle autonomie personali, sociali, territoriali

Prato, 16 marzo 2024

di Mauro Vaiani Ph.D.*

Karl Wolfgang Deutsch (1912-1992), un pensatore anticentralista e antiautoritario che in diversi - a partire da chi scrive - consideriamo un maestro di scienza politica e geopolitica, fu il primo ad intuire l’esistenza, nella modernità globalizzata, di un graduale processo di “mobilitazione sociale” (social mobilization), in un mondo in cui crescenti porzioni di popolazione stavano diventando meno povere, più longeve, meno ignoranti, talvolta persino più informate.

Una delle ricadute positive di questo cambiamento sociale era vedere intere regioni del mondo trasformarsi in “comunità di sicurezza” (security community). Molti popoli erano arrivati a togliere ai loro capi l’autorità di condurli in guerra, se non in assoluto, almeno contro un certo numero di vicini geopolitici (non necessariamente alleati o amati). Se un gruppo di popoli arriva a questa consapevolezza, fra di essi si forma una comunità di sicurezza. L’idea stessa di nuovi conflitti all’interno della stessa diventa felicemente impensabile.

Tali comunità di sicurezza possono essere anche poco o per nulla istituzionalizzate, ma non per questo sono meno reali, anche in questa modernità in cui gli arsenali militari sono pieni di armi così terrificanti da poter distruggere il pianeta dozzine di volte.

L’idea moderna di comunità di sicurezza era semplice, radicale, promettente, feconda di conseguenze, ma non era una novità assoluta nella storia: più si scava nella profondità della storia degli homo sapiens, più si comprende, come ha insegnato l’antropologo newyorkese R. Brian Ferguson, che la disponibilità di una collettività a fare la guerra a un’altra non è affatto “naturale”. E’ una costruzione sociale che, come tutte le altre, è sempre mutevole, se non precaria, comunque ben delimitata nel tempo e nello spazio.

Sembrerà paradossale, visto che negli anni Venti del XXI secolo in cui stiamo scrivendo siamo bombardati da potenti conformismi bellicisti, ma alcuni si spingono a sostenere che, nei 50.000 anni di storia degli esseri umani che condividono quella che è chiamata modernità comportamentale della nostra specie (behavioral modernity), la guerra, lungi dall’essere una condizione a cui saremmo in qualche modo permanentemente condannati, non rappresenta affatto una presenza costante.

La guerra è piuttosto una invenzione e anche piuttosto relativamente recente. Ferguson sostiene che la guerra sia stata concepita non più di 10.000 anni fa (ironia della storia: ciò sarebbe avvenuto nel nord di quello che oggi è l’Iraq). Anche dopo l’invenzione della guerra, tuttavia, essa è rimasta una costruzione politica contingente, sempre limitata dalle risorse e dalle tecnologie disponibili ai capi delle società politiche umane.

E’ con l’avvento dello stato moderno e con la rivoluzione industriale, che la guerra diventa qualcosa di ben peggiore. Per questo è necessario restare sempre critici di coloro che raccontano le guerre scatenate dalle società industriali come se fossero una “naturale” continuazione delle ostilità pre-moderne. Solo con la produzione in serie di armi, la coscrizione obbligatoria, le navi a vapore, i treni, il telegrafo, la guerra è diventata quello che è oggi. Il cambiamento di scala è talmente grande da rendere la guerra moderna un evento qualitativamente e non solo quantitativamente diverso da quello che era stata.

In un mondo che nel frattempo era stato completamente colonizzato dalla capacità bellica degli stati occidentali industrializzati, dopo un paio di secoli di conflitti moderni, culminati nelle due terrificanti guerre mondiali e nella costruzione delle armi di distruzione di massa (atomiche, ma anche batteriologiche e chimiche), si sono create le condizioni perché le persone comuni potessero far presente alle elite dominanti di averne abbastanza. Non a caso, su questo sfondo, le uniche lotte politiche e geopolitiche che hanno avuto veramente uno spontaneo sostegno popolare, e che hanno conseguito qualche successo duraturo, sono state quelle nonviolente.

La storia personale di Karl Deutsch non gli aveva consentito di essere un idealista: era un boemo di madrelingua tedesca, che si era rifugiato negli Stati Uniti già dal 1938, per sfuggire all’avvento del nazismo. Nel pieno della guerra fredda, rischiando di essere perseguitato dal complesso militare-industriale americano, ebbe il coraggio di giudicare i due blocchi contrapposti del suo tempo, quello americano e quello sovietico, come impegnati in una sinistra gara a chi esportava più violenza e più ignoranza nel mondo.

Fu sempre realista, anche se ottimista. Non si sarebbe quindi meravigliato della scarsa fortuna che il concetto di comunità di sicurezza ha avuto prima nella comunità accademica e poi più generalmente nelle elite al potere.

Forse sarebbe rimasto amareggiato, ma non del tutto sorpreso, dal fatto che, proprio nel mondo post-1989, dopo la caduta dei partiti-stato comunisti (ma anche di molte autocrazie sedicenti anti-comuniste), lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione – relativamente pacifica - dell’Unione Sovietica, ciò che era stato reso possibile per gran parte dell’umanità, cioè un rifiuto della guerra sempre più generalizzato, venisse così attivamente contrastato.

Proprio dopo il glorioso 1989, l’idea di comunità di sicurezza fra vicini geopolitici e in prospettiva in aree del pianeta sempre più ampie, è stata ferocemente combattuta da implacabili nemici: le elite al potere nei grandi stati centralisti e autoritari, a partire dal più potente di tutti, gli Stati Uniti d’America.

La convinzione sempre più universale che la guerra fra stati, e fra i molti popoli, territori e regioni che vivono all’interno degli stati contemporanei, fosse ormai impensabile, è stata minata con ogni mezzo propagandistico possibile.

Forse l’intero ciclo storico che stiamo vivendo, a cavallo fra il XX e il XXI secolo, dovrà essere riletto alla luce di una amara consapevolezza: se la maggioranza degli esseri umani, ormai interconnessa dalla globalizzazione, fosse stata lasciata davvero libera di considerare la guerra impensabile, nessuno degli stati contemporanei sarebbe potuto sopravvivere com’era.

La concentrazione di potere nelle mani di pochi, all’interno di ciascuna delle potenze, sarebbe stata intollerabile nel medio-lungo termine e quindi messa in discussione. Questo era stato intuito molto chiaramente, fra gli altri, da una personalità come Václav Havel (1936-2011), nel suo fecondo e disseminativo scritto, “Il potere dei senza potere” del 1978.

Si doveva togliere dalle menti e dai cuori l’idea che la guerra fosse ormai impensabile. Uno sforzo che c’è stato, purtroppo, che è ancora in corso, che sta cercando di cancellare l’idea stessa che siano invece possibili comunità di sicurezza sempre più estese.

Per esempio non si è sciolta la NATO, che pure era diventata inutile dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Al contrario, si è continuato a finanziarla, potenziarla, allargarla. Per convincere le persone comuni a continuare a tenere al potere le elite atlantiste, si sono letteralmente cercati sempre nuovi nemici, provocandoli e, dopo le inevitabili reazioni, demonizzandoli. Il gigantesco apparato militare-industriale degli Stati Uniti è stato, ovviamente date le sue dimensioni, il principale attore in questo gioco per giustificare la propria sopravvivenza, ma le elite al potere in tante altre potenze – grandi, medie e persino piccole – hanno partecipato con entusiasmo.

Senza inventare sempre nuove minacce esterne, molte delle elite dominanti tanti stati del pianeta semplicemente non sarebbero rimaste al potere dopo il 1989.

La religione civile dei diritti umani, le aspirazioni democratiche, la consapevolezza che la guerra è diventata talmente distruttiva da dover essere esclusa per sempre dalle relazioni umane inter-territoriali, sono idee davvero contagiose. Ancora più virulenta sarebbe – sarà – la presa di coscienza globale che i luoghi dove gli esseri umani vivono meglio sono quelli in cui si è scommesso sulle autonomie personali, sociali, territoriali.

La globalizzazione, che pure ha prodotto molti guasti e ha molti lati oscuri, ha almeno questo di positivo: si potrà rallentare con la paura, ma non si potrà fermare una vera e propria pandemia di decentralismo.

Gli stati centralisti e autoritari stanno combattendo decine di sanguinosi conflitti, mentre stiamo scrivendo. I media, controllati dalle elite al potere, ci sommergono con incessanti campagne di paura e terrore. Nell’arena globale si sentono quasi solamente le urla dei tifosi dell’una o dell’altra parte combattente (si vedono ovunque sé-dicenti comunisti o liberisti, sovranisti ed europeisti, pro-Palestinesi e pro-Israele, russofobi e russofili, che credono di sostenere una qualche nobile causa, mentre sono solo pedine nelle mani di cinici capi politici che di queste polarizzazioni al vetriolo hanno fatto un lucroso mestiere).

Tutto questo, però, non cancella la semplice realtà che la vita umana è degna di essere vissuta solo laddove la guerra non c’è da tempo e il suo ritorno è considerato impensabile.

Potenti signori della guerra reggono la maggior parte degli stati (e delle organizzazioni terroristiche dagli stati stessi finanziate), ma è improbabile che il tempo sia dalla loro parte. Centralismo e autoritarismo sono insostenibili nel medio-lungo termine per una umanità globalizzata, interconnessa, socialmente mobilitata.

Se le persone umane fossero solo individui, esse potrebbero essere tenute in uno stato di asservimento anche tutta la loro breve vita terrena, ma così non è. La maggior parte degli esseri umani non sono – non ancora, almeno – monadi sradicate, atomi privi di legami, creature spogliate di identità culturale e appartenenza comunitaria. Il pianeta è popolato piuttosto da decine di migliaia di comunità, spesso ancora piuttosto coese: città, territori, popoli.

Se fossero parte di una comunità di sicurezza, le realtà locali potrebbero prendersi poteri e risorse che oggi sono concentrate nelle capitali degli stati, migliorando le proprie prospettive e quelle delle generazioni future. Scommettiamo che è proprio quello che accadrà.

Il XXI secolo sarà il secolo delle autonomie, che per vivere e prosperare pretenderanno di far parte di comunità di sicurezza, che renderanno progressivamente sempre meno pericolosi e infine inutili i grandi stati centralisti e autoritari.

 

* Ph.D. in Geopolitica – studioso e attivista – autore di “Cosmonauta Francesco” (2022)




domenica 30 aprile 2023

Trent'anni di World Wide Web

 

I trent'anni della messa a disposizione di tutti, liberamente, del World Wide Web, sono stati ricordati oggi dalla rubrica "Media e dintorni" di Emilio Targia ed Edoardo Fleischner, su Radio Radicale.

Il 30 aprile 1993 il CERN dichiara il proprio rivoluzionario ipertesto software libero open source, riutilizzabile da tutti. Dopo questa dichiarazione iniziò la crescita esponenziale dei siti web. Oggi almeno due terzi dell'umanità è interconnessa e li consulta quoditianamente.

Cambiò tutto.

Chi scrive si laureò in Scienze Politiche all'Alfieri di Firenze nel 1994. Era già molto informatizzato, per i tempi, ma per la tesi lavorò su veri, vecchi, polverosi libri nelle biblioteche e su fotocopie di articoli e testi nella propria stanzina. Quando anni dopo, nel 2013, depositò la sua tesi di dottorato, Disintegration As Hope, aveva ancora girato le biblioteche, per esempio alla ricerca di vecchi testi di Karl W. Deutsch che erano stati dimenticati, ma migliaia di testi e articoli erano diventati consultabili attraverso la rete. Dieci anni dopo, mentre stiamo scrivendo, la quantità di studi che sono consultabili online, in rete, ha continuato a crescere vorticosamente.

Cambiò totalmente la cultura, per prima, e cambiò tutto il resto.

Non ci siamo ancora totalmente resi conto di quanto le cose stiano cambiando in positivo (come aveva del resto previsto Karl Deutsch).

Certo, il World Wide Web è come l'energia nucleare. E' una bomba della conoscenza, che va maneggiata con responsabilità. Ha avuto, però, sin dall'inizio un vantaggio intrinseco rispetto a molte altre tecnologie: è stato concepito come uno strumento distribuito, è stato immediatamente reso disponibile gratuitamente, è replicabile con mezzi poco costosi praticamente da tutti, comprese le persone e le comunità marginali, dissidenti, magari perseguitate.

Non possiamo purtroppo dire altrettanto di tante altre tecnologie del mondo digitale: concentrazione di banche dati (big data), predizione-induzione dei comportamenti e dei consumi, sorveglianza universale, creazione di realtà virtuali (quelle che oggi sono chiamate metaversi). Sono tutte tecnologie in tumultuoso sviluppo, maneggiabili attraverso sempre più sofisticate intelligenze artificiali.

Serve la politica, per sancire la necessità di decentramento, soluzioni e tecnologie aperte e disponibili a tutti (open source), vietare i brevetti, limitare o anche spezzare i monopoli tecnologici, mantenere la neutralità della rete, proteggere le persone e la loro creatività, imporre la sobrietà elettromagnetica.

Il Cosmonauta Francesco ha lanciato un importante caveat in proposito, senza fare terrorismo, ma anzi immaginando sentieri di speranza. Non ignoriamolo.


domenica 13 marzo 2022

La guerra che non si può vincere

 


La guerra nella modernità globalizzata non si può vincere.

David Grossman, quando scrisse il suo bel libro del 2014 intitolato "La guerra che non si può vincere" parlava dello stato di Israele e delle comunità arabo-palestinesi, ma qualcosa del genere, più avanza la globalizzazione, più diventa vera per tutti.

La Russia non potrà mai in alcun modo sottomettere l'Ucraina e anche se la radesse al suolo e costringesse non due milioni ma venti milioni di Ucraini all'esilio, la Federazione russa guidata da Putin incasserebbe tali contraccolpi da uscirne dissolta.

Allo stesso modo l'Ucraina, una volta sopravvissuta all'invasione, non potrà mai più riprendersi il Donbass, le repubbliche di Lugansk e Donetsk, la repubblica di Crimea.

In modo analogo, l'Etiopia non riuscirà mai più a sottomettere definitivamente il Tigrè (Tigray), l'Arabia Saudita non riuscirà a domare lo Yemen del Sud, il governo di Brasilia non riuscirà a terminare la colonizzazione dell'Amazzonia, la Cina postcomunista non riuscirà a riprendersi Taiwan con la forza.

Sono solo degli esempi, che ci servono per evocare la grande trasformazione che ci aspetta, l'età della disintegrazione, la necessaria decentralizzazione universale.

I teorici della mobilitazione sociale lo dicono almeno dagli anni Sessanta: in un mondo globalizzato, con la popolazione di tutto il pianeta fortemente interconnessa, con una diffusa capacità di accedere a notizie, immagini, letture, simboli e concetti, l'obbedienza diventa man mano la risorsa più scarsa e ogni forma di concentrazione di potere è destinata a declinare.

Karl Deutsch scrisse che fra tante utopie e distopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo speciale, destinata a rivelarsi la più improbabile, in verità la più utopista, cioè irrealizzabile, di tutte. Si tratta di quella che suggerisce che il mondo possa restare com'è stato fino a oggi (Deutsch, Karl W., 1970 - Politics and Government : How People Decide Their Fate - p. 391).

Siamo nel XXI secolo e pare che le grandi potenze, i grandi media, le grandi multinazionali, le grandi istituzioni internazionali siano dominate da persone con la testa prigioniera del XX secolo.

Questa guerra è già durata 18 giorni, a oggi, domenica 13 marzo 2022. Sono già troppi.

Una guerra che non si può vincere è persino peggio di una guerra che nessuno voleva. 

Non può che finire e finirà. 


lunedì 28 febbraio 2022

Pubblicare Putin ma cercare anche di capirlo

 


Il quotidiano Domani ha pubblicato integralmente un lungo saggio di Vladimir Putin, oggi, lunedì 28 febbraio 2022. Lo scritto risale al 12 luglio 2021. Il quotidiano sostiene che era scomparso dalla rete, sottointendendo che fosse stato nascosto, perché troppo compromettente.

Il saggio viene presentato sotto titoli molto forti e accompagnato da commenti che sostengono che, in definitiva, il presidente della Federazione Russa sarebbe o impazzito o assetato di restaurazione imperiale.

Questo blogger lo ha letto e, sulla base di strumenti di interpretazione e comprensione che vengono dagli studi geopolitici e dall'esperienza politica, intende sottolinearne alcuni punti interessanti, senza alcuna pretesa di poterne offrire una esegesi approfondita.

Il mondo, come ci sforziamo sempre di ripetere, non può essere capito se guardato da un solo punto di vista, tantomeno il nostro. Figuriamoci governato!

Scusate se insistiamo, su questo punto: il mondo non va mai dove vorremmo, non importa quanto potenti siamo e questo vale anche per la più grande concentrazione di potere del pianeta, l'apparato militare-industriale degli Stati Uniti d'America.

Su questo pianeta nessuno è libero di scegliersi i suoi vicini, né è completamente libero di scegliersi i suoi alleati. Credere o anche solo essere tentati da simili sciocchezze, ci riduce a tifoserie facilmente ingannabili e strumentalizzabili, invece di farci crescere come cittadini attivi, coscienti dei gravissimi problemi che la nostra comunità umana affronta per la sua sopravvivenza.

Il presidente Putin presenta il suo punto di vista, che è ragionevole pensare essere quello della sua parte attualmente al potere in Russia.

Intanto ci spiega che le Russie sono tante. Dall'antica Rus' di Kiev sono sorte molte altre realtà. La Russia di Mosca, dopo molti secoli, è diventata la più importante e, attraverso prima l'impero russo e poi l'Unione Sovietica, il centro di una vasta realtà imperiale. Tuttavia essa non è l'unica Russia e anzi, essa non è nemmeno una realtà unitaria al suo interno. Ci sono molte Russie dentro lo spazio geopolitico governato in passato e ancora oggi da Mosca. Tra di esse c'è la nuova Russia di Sebastopoli, rifondata dagli zar nella seconda metà del Settecento, oltre che territori entrati nell'orbita russa senza mai essere diventati completamente russi, come la Crimea.

Fuori dalle Russie governate da Mosca ci sono altre Russie. Le due più importanti sono la Russia bianca, meglio nota come Bielorussia, e le terre dei piccoli Russi, talvolta chiamate Malorossia, concetto geopolitico molto vago, che comprende, ma non è esaurito, dall'attuale Ucraina e dal Donbass. Scopriamo dallo scritto di Putin che le aspirazioni autonomistiche di Donetsk sono molto più antiche di quello che ci è stato raccontato dai media, che ce ne hanno parlato solo quando è iniziata la guerra del 2014 scatenata dai neonazionalisti ucraini contro i separatisti.

I confini di tutte queste Russie sono sempre stati molto mobili, a causa di scontri e incontri con i popoli vicini. Il testo di Putin racconta, per esempio, un punto di vista russo sui passati espansionismi polacco e lituano, austriaco e ungherese, senza peraltro indulgere ad alcun tipo di rancore o revanscismo.

Tutte queste Russie, inoltre, Putin lo accenna senza intrattenersi molto sul tema, sono state soggette all'ingegneria sociale del governo bolscevico. La politica sovietica delle nazionalità è stata potente e ha rafforzato molte di queste identità russe e letteralmente inventato molte delle attuali autorità locali. Anche qui, però, Putin ci sorprende. Non contesta affatto queste costruzioni nazionali, anzi ritiene che esse debbano essere tutte trattate con rispetto. Nell'antica URSS queste entità diventarono repubbliche con diritto di secessione e la loro sovranità, venuta meno la catena unificante del PCUS, non può essere più messa in discussione.

Concludendo, Putin sostiene che tutte queste Russie, in particolare le tre più importanti, la sua Russia, la Bielorussia e l'Ucraina, siano molto più legate e intrecciate di quanto possa comprendere un osservatore esterno all'Europa slava.

Non dice che devono essere fuse, o che la più grossa debba schiacciare le due più piccole, ma semplicemente che esse non dovrebbero rinunciare ad avere un futuro comune. Come tante Russie diverse vivono insieme nella Federazione Russa, anche le due repubbliche sovrane moderne, la Bielorussia e l'Ucraina, dovrebbero mantenere rapporti stretti con la Russia più grande.

Crediamo che questo ragionamento sia ampiamente criticabile e non privo di fallacia. Molte Russie oggi incluse nella Federazione Russa - e molti popoli non russi - avranno parecchio da ridire, quando, con il crescere della coscienza civica e civile, i loro abitanti vorranno più voce in capitolo. Le due Russie esterne alla Federazione Russa, sono una sottomessa a un greve regime, quello di Lukashenko in Bielorussia, e l'altra sottoposta a una drammatica spedizione militare punitiva, l'Ucraina.

Tuttavia, possiamo davvero pensare che questo ragionamento di Putin non ci interroghi? 

Possiamo fare finta che i tre stati slavi più importanti possano separarsi come se fosse improvvisamente intervenuta una frattura continentale?

Possiamo davvero espellere dall'Europa una o due di queste entità sovrane, per annetterne una? Non era stato lucidamente pensato, subito dopo la fine della Guerra fredda, che l'Europa dovesse avere un progetto comune da costruire con tutti e tre i più importanti stati slavi, con tutte le Russie?

Sono domande a cui non c'è una sola risposta. Coloro che studiano e coloro che sono attivi per le generazioni future, se lo ricordino.


giovedì 31 dicembre 2020

Sciogliere i nodi della globalizzazione

La triste e prematura scomparsa di Leo Panitch ci dà lo spunto per una riflessione adatta all'ultimo giorno di questo terribile anno 2020. C'è parecchio da buttar via, a partire dalle foglie di fico dietro cui le elite dominanti cercano di nascondere i nodi del nostro tempo e i mali del nostro pianeta. Nodi che non sono percepiti per via di gravi dissonanze cognitive (biases).

Siamo annodati, forse sarebbe giusto dire incatenati, perché i media sono stati resì così ferocemente conformisti che oggi renderebbero la vita difficile anche a uno dei loro padroni, se questi manifestasse qualche dubbio.

Vale sempre, insomma, l'antico monito: quelli che hanno abbracciato e interiorizzato la narrazione del potere, finiranno per essere pericolosamente più realisti del re.

Leo Panitch è stato affettuosamente e magistralmente ricordato in questo necrologio (obituary) di Eric Canepa, su Transform! Europe.




Per coloro che vogliono approfondire il pensiero e l'azione di Leo Panitch consigliamo anche questa sua recente intervista, anch'essa resa disponibile da Transform.

L'omaggio di questo blog a Leo Panitch, però, è principalmente nel segnalare questo intervento del 2015, intitolato "Denouement", cioè epilogo. La parola è etimologicamente connessa con il concetto di disnodamento e in effetti speriamo che la lettura di questo testo abbia anche un senso maieutico.

Ne pubblichiamo qui un ampio stralcio, liberamente tradotto in italiano e a tratti sintetizzato, dall'autore di questo blog:

Per molti decenni, è stata diffusa la convinzione che esistesse una variante europea di capitalismo, che poteva essere positivamente contrapposta con quella anglo-americana, più liberista.

I movimenti dei lavoratori del Nord Europa venivano visti come forza decisiva per ottenere un maggiore coinvolgimento dello stato nell'economia, una maggiore collaborazione dei capitalisti con i sindacati, un welfare e un mercato del lavoro più egualitari. Lo sviluppo dell'Unione Europea ha aggiunto una dimensione ulteriormente attrattiva a tutto ciò, specialmente per gli internazionalisti.

Si è considerata retrograda la volontà di stare fuori, figuriamoci quella di uscire, dal “progetto” europeo, in ogni fase del suo avanzamento, con molti addirittura convinti che l'impegno nelle istituzioni europee fosse il terreno decisivo per l'impegno della sinistra.

La politica di iper-austerità che gli stati europei hanno perseguito dal 2009, contribuendo a rendere potentemente più duraturi gli effetti della prima grande crisi del capitalismo globale nel XXI secolo, ha già distrutto buona parte delle illusioni della sinistra riguardo all'Europa. L'epilogo della strategia di Syriza in Grecia sembra aver scritto su di esse la parola fine.

Era scritto, del resto, sin dal momento in cui la sinistra europea fallì nel suo tentativo di trovare una via d'uscita dalla crisi globale del capitalismo degli anni 1970, opponendosi al neoliberismo sancito dal trattato di Roma per il libero scambio e la libera circolazione dei flussi di capitale tutta Europa.

Molte forze popolari d'Europa furono costrette a prendere atto che i controlli sulla finanza internazionale erano impossibili, a meno di non fermare il progetto europeo (e l'intera globalizzazione).

Forse, però, avevano avuto invece ragione quei laburisti britannici che si opponevano al Mercato comune europeo negli anni settanta. Non lo fecero perché erano retrogradi nazionalisti "fish-and-chips", ma perché avevano compreso che l'unificazione europea avrebbe imposto limiti drammatici alla costruzione di soluzioni economiche e sociali alternative.

Coloro che successivamente hanno creduto di rimediare mettendo una "Carta sociale" al centro del processo di unione economica e monetaria sono stati costantemente delusi dalla creazione dell'Eurozona.

Le forze della Sinistra Europea, guidate da Die Linke e da altri, hanno insistito a dare la massima priorità al completamento dell'unione economica con una unione politica, in cui la politica fiscale e sociale dovrebbe diventare centralizzata così come la politica monetaria. Purtroppo, questa prospettiva lascerebbe meno, non più, spazio di manovra nel difficile equilibrio tra le forze sociali, in ogni stato europeo e in modo particolare negli stati più piccoli e più periferici.

E' significativo che tante forze antiliberiste, magari ancora aggrappate al lascito del keynesismo o eredi dell'internazionalismo e dell'anticolonialismo, non si siano unite nel sostenere la Grexit e, magari, nel criticare la dirigenza di Syriza per non averla preparata. Ci si potrebbe chiedere che cosa stavano pensando quando Alexis Tsipras fu messo capolista del Partito della Sinistra Europea alle elezioni del Parlamento europeo lo scorso anno (2014).

Syriza, purtroppo, non è stata capace di andare oltre questa Europa liberista dell'eterna austerità. Erano troppo pochi, troppo deboli, troppo impreparati coloro che avevano capito la necessità di un piano B per realizzare una Grexit socialmente e politicamente sostenibile, capace di fermare democraticamente e negli interessi di larghi strati popolari, la tortura economica della Eurozona e della stessa Unione Europea.

Attenzione! La critica radicale di cui Leo Panitch è stato capace non deve essere considerata solo dal punto di vista del destino delle organizzazioni identitarie delle sinistre europeo. Tutte le forze popolari, siano esse animate da valori socialisti o liberali, dovrebbero meditare queste lucide riflessioni.

Non c'è speranza nella globalizzazione, questo è il punto. Non c'è nulla di naturale, tanto meno di liberale, nel lasciare che il pianeta venga dominato da crescenti concentrazioni di potere e di ricchezza. Non si possono più difendere le minime conquiste sociali, una volta che si è accettato di essere le periferie di un grande mercato unificato come l'Eurozona. Non c'è più inclusione sociale e uguaglianza politica nemmeno nei grandi stati europei, quando si liberano le torsioni centraliste e autoritarie, come si è visto ancora più chiaramente in questo anno di terrore pandemico.

Non c'è vita umana degna di questo nome, senza appartenere a una comunità locale, con una economia locale, con una moneta locale, con una capacità di autogoverno corresponsabile e solidale, a protezione del proprio ecosistema e delle diversità e biodiversità del proprio habitat.

Il tema del nostro XXI secolo è quello di una ponderata disintegrazione, non quello di una ulteriore integrazione. Questa è la grande missione del decentralismo internazionale e internazionalista, anticolonialista e ambientalista, difensore della vita umana e del creato, in tutto il mondo, cominciando ciascuna dal proprio territorio.

Buona lotta e buon anno nuovo 2021 a tutti!


sabato 1 agosto 2020

Per la Sardegna e contro il colonialismo italiano



Il 22 luglio 2020 scorso, il titolare di questo blog, Mauro Vaiani, e Pier Franco Devias hanno registrato una conversazione sul pieno autogoverno della Sardegna. Ve ne presentiamo un estratto, con l'intento di raggiungere un pubblico di lingua italiana media, potenzialmente molto ampio, che potrebbe essere in grado di comprendere la complessità, l'importanza e anche l'urgenza della questione sarda.
La Repubblica delle Autonomie italiane, quando si guarda riflessa nelle acque limpide della Sardegna, come in uno specchio, si vede per quello che è: uno stato malato di centralismo, autoritarismo e colonialismo, che opprime e distrugge un'altra piccola nazione, la Sardegna.
Mauro Vaiani, il blogger di Diverso Toscana e uno dei vicepresidenti di Autonomie e Ambiente, la sorellanza di forze decentraliste attive in ogni territorio della Repubblica Italiana, legata alla Alleanza Libera Europea (Free European Alliance).
Pier Franco Devias (Predu Frantziscu), di Nuoro, è stato sin da giovanissimo attivo nella sinistra indipendentista sarda. Nel 2016 è stato tra i fondatori di Liberu (denominazione ufficiale: LIBE.R.U. Lìberos Rispetados Uguales), di cui è attualmente segretario nazionale. 
Il progetto politico di Liberu prevede, in prospettiva, la fondazione di una repubblica sarda sovrana e interconnessa, in modo paritario - finalmente, dopo secoli di colonialismo - con tutti gli altri territori d'Europa, del Mediterraneo, del mondo.
Liberu e Autonomie e Ambiente hanno avviato un dialogo che si sta rivelando promettente, su temi urgenti di difesa della Repubblica delle Autonomie e nella prospettiva di una controffensiva culturale e politica per porre fine alle ricorrenti tentazioni centraliste e autoritarie del sistema politico italiano.
Nella conversazione, tra gli altri temi, si rievoca anche il drammatico arresto degli indipendentisti sardi del 2006, una operazione che non si deve esitare a definire una vergognosa persecuzione politica. Il processo a questi "pericolosi" indipendentisti sardi, ovviamente, dopo quasi un quindicennio, è ancora in alto mare - un diniego di giustizia che, anch'esso, dice molto dello stato in cui viviamo e di quanto sia dura vivere sotto il centralismo autoritario italiano.
Buon ascolto.


 

venerdì 3 luglio 2020

Autogoverno per tutti dappertutto



La rivista QM - Il Brigante, edita da Gino Giammarino, ha pubblicato nel numero di giugno 2020 un intervento dell'autore di questo blog, Mauro Vaiani. E' stata l'occasione per presentare, su una importante rivista meridionalista e anticolonialista, la rete interterritoriale Autonomie e Ambiente, legata a EFA.

Soprattutto, però, è stata l'occasione per riproporre il tema, di ben più ampia portata, che va molto oltre la politica contingente, del bisogno universale di autogoverno, che è ormai in procinto di diventare un movimento universale per l'autogoverno di tutti, dappertutto. Dalla nostra Toscana alle più remote province cinesi, questo movimento internazionale per il decentralismo, investirà tutti gli stati centralisti e autoritari della Terra.

Il quaderno di giugno sarà presto disponibile online sul sito dell'editore. Intanto ne pubblichiamo qui uno stralcio:

"Ci si è messi al servizio di una idea che, per quanto tenuta nascosta dal conformismo dei media, è sempre più attuale e urgente: l’autogoverno è un bisogno umano fondamentale di questo millennio; è nel cuore di ogni persona umana connessa con la modernità e la globalizzazione; riguarda tutti i territori; investirà gli assetti politici di tutti gli stati. La nuova rete politica [Autonomie e Ambiente], insomma, si pone all’interno di quello che non si deve esitare a definire un movimento universale per l’autogoverno di tutti dappertutto.
 

Per coloro che volessero approfondire le origini e le potenzialità di questo  movimento mondiale per l’autogoverno, ci permettiamo di rinviare agli studi iniziati da Karl Deutsch sin dagli anni sessanta, quando il grande politologo mise precocemente a fuoco come la persona umana, una volta connessa con la modernità, sarebbe diventata non solo capace ma assetata di “mobilitazione sociale”. Non da sola, non solo come individuo, ma anche come membro
della propria comunità. 


Si ricorda qui Deutsch, tra le mille letture decentraliste, localiste, federaliste, autonomiste, indipendentiste, anarchiste, anticolonialiste che potremmo consigliare, perché Deutsch fu uno dei pochi a comprendere che il decentralismo non sarebbe stato solo una opinione, un desiderio, un progetto politico tra i tanti, ma qualcosa di molto più grande: un bisogno umano
di massa.


Il mondo in cui viviamo è dominato non solo da pochi grandi stati centralisti o dall’Unione Europea, ma da molte altre grandi concentrazioni di ricchezza e di potere. Esse stanno cercando di impedire alle persone umane di realizzare il loro bisogno di autogoverno nel proprio territorio, ma possiamo avere una qualche fiducia nel loro sicuro fallimento. Un vecchio detto toscano recita:
l’acqua e il popolo, non si può tenere.


Non è solo questione di Paesi Baschi, Catalogna, Bretagna, Fiandre, Scozia, Quebec, Veneto, regioni che soffrono il centralismo degli stati di cui fanno parte. Non ci sono solo Sicilia, Sardegna, Corsica, isole trattate come colonie che giustamente ospitano ampi movimenti indipendentisti. Non si tratta solo dello storico persistere di istanze autonomiste in Toscana, Acquitania o Baviera. Ci sono intere comunità native che si ribellano agli stati latino-americani. Ci sono movimenti separatisti nella maggior parte dei paesi dell’Africa e dell’Asia. Ci sono repubbliche e regioni autonome che stanno chiedendo più autogoverno nella Russia di Putin. Ci sono Vermont, Hawaii, Portorico, che chiedono l’indipendenza dall’impero USA. 

Nella sola Cina, che la grancassa mediatica vuole raccontarci come se fosse un monolite pronto a dominare (fosse anche “benevolmente”) il mondo, ci sono almeno un centinaio di nazioni diverse che vorranno autogovernarsi esattamente come tutti gli altri territori del mondo, nazioni alle cui aspirazioni il regime comunista centralista di Pechino dovrà prima o poi cedere [per quanto possa sembrare incredibile oggi...].

Poiché questo scritto sarà pubblicato proprio nel bel mezzo della grande pandemia del coronavirus, vorremmo raccomandare a tutti uno sguardo diverso, più critico, sul mondo globalizzato. Il pericolo sanitario ha fatto moltiplicare le esibizioni muscolari da parte dei grandi poteri centrali, ma alla fine coloro che se la saranno cavata meglio con il nuovo virus saranno proprio i governi locali più rappresentativi, più vicini alla propria gente...".


martedì 30 giugno 2020

A Case for Decentralism International


Source of the map: Wikipedia

I want to link here a very good article written by Kunwar Khuldune Shaid, a Pakistan-based journalist, published by The Diplomat on June 22, 2020. The title is Pakistan's 'Occupied Balochistan'.
Not may people are aware that in 1948 Balochistan was an independent state, named Kalat. Under duress, Balochistan was obliged to accede to the newly created post-colonial country of Pakistan. Since then the Baluch have fought and are still fighting in an effort to have back the rights promised them in various treaties with both the British and the Pakistani governments.
It is a clear case of internal neocolonialism, perpetrated by Pakistan, a country with a history of centralism, militarism, violence, with the blessing of former colonialist power, Great Britain. Nowadays, this history of violence is still going on, thanks to financial and military assistance by the present neocolonialist "World Order", led by USA, China.

Mr Shaid explains in a few sentences, that Balochi struggle is directly connected with similar oppression happening in Xinjiang Uyghur Autonomous Region (aka East Turkestan, aka Uyghuristan), Kashmir, and many other territories.

Both in China, Pakistan, and everywhere, centralism means neocolonialism, exploitation, genocide and ecocide.

Connecting all resisting territories, making their oppressed peoples aware they are oppressed by the same evilness, is what we mean by Decentralism International.


martedì 16 giugno 2020

I confini della verità

Fonte: Central Intelligence Agency


Le pluridecennali, ricorrenti, mai risolte perché mai affrontate, tensioni ai confini tra Cina, India e Pakistan, rivelano una verità che, pur essendo davanti agli occhi di tutti, occorre un grande sforzo per capire, storditi come siamo da almeno un secolo di propaganda militarista, centralista, autoritaria.
Ogni tanto si parla di qualche miniera, di qualche risorsa idrica, di qualche via di comunicazione da controllare, ma non sono questi scarsi beni, in fondo, il motivo della contesa.
Le schermaglie di confine, spesso sanguinose, sicuramente provocano oppressione e sofferenze per tutte le popolazioni di confine, tra cui non possiamo non ricordare i popoli del Kashmir, ma non è certo mai stata la protezione di queste comunità locali l'obiettivo delle guerre sino-indo-pakistane.
Né l'India, né la Cina, tanto meno il Pakistan hanno mai avuto in cantiere progetti di massicce invasioni e di colonizzazione diretta dei loro vicini, quindi nessuna di queste potenze nucleari è un reale pericolo per l'altra. Le questioni di confine sono marginali per questi tre grandissimi e popolosi stati. Nessuno dei tre ha in verità alcunché di politicamente tangibile da guadagnare, dagli scontri di frontiera.
Perché, allora, senza autentiche motivazioni politiche o geopolitiche, queste tensioni continuano?
Semplicemente perché Cina, India e Pakistan sono tre giganteschi stati artificiali, che tengono prigioniere al loro interno centinaia di altre nazioni. Le elite al potere hanno bisogno di conflitti ai loro confini, per giustificare il proprio centralismo, militarismo, autoritarismo.
Stiamo peraltro parlando di conflitti ad alto valore simbolico (cosa c'è di più simbolico di avanposti che si sorvegliano da lontano in mezzo alle nevi?), ma relativamente semplici da gestire: sono, per fortuna dei poteri centrali, abbastanza lontani dalle capitali e relativamente poco costosi per le finanze statali.
La scomoda verità, su queste guerre di confine, è la seguente: non ci sono vere questioni irrisolvibili tra i tre stati e se i tre stati ogni tanto si scontrano lo fanno solo per motivi interni, non esterni.
Le tensioni non vengono tenute in vita perché Cina, India o Pakistan vogliono primeggiare nel mondo, né perché servano a tenere a freno inesistenti minacce esterne, ma solo per giustificare e conservare gli equilibri di potere interni a ciascuno dei tre regimi.La narrazione delle scontro tra le tre grandi potenze in un presunto teatro strategico, è insomma falsa. In realtà i capi di Cina, India e Pakistan hanno bisogno gli uni degli altri, per mantenere il loro potere centralista e autoritario, se non addirittura la loro sopravvivenza come stati unitari in quanto tali, e si comportano di conseguenza.
Finché potranno, perché questa colossale montatura non reggerà per sempre.

domenica 24 maggio 2020

Ricordo di Alberto Alesina che era anche uno studioso del successo dei piccoli stati


E' mancato prematuramente Alberto Alesina (1957-2020) e anch'io voglio ricordarlo. Non sono stato suo amico. Non ho condiviso le sue idee sulla austerità (una cura letale, la definirebbe Mario Seminerio). L'ho incontrato solo una volta a margine di una sua conferenza all'Università di Firenze.
Tuttavia voglio onorarlo come uno dei pochi studiosi che hanno messo a fuoco la sostenibilità e l'efficienza dei piccoli stati nell'economia globale, alla faccia di tutti coloro che invocano concentrazioni di ricchezza e di potere.

Per chi volesse conoscere questa parte del suo pensiero e dei suoi studi, ecco una piccola bibliografia:

Alesina, Alberto and Spolaore, Enrico, 1995. On the Number and Size of Nations. Quarterly Journal of Economics,112, no. 4 (1995), pp. 1027-1057.

Alesina, Alberto and Spolaore, Enrico, 2005. War, Peace, and the Size of Countries. Journal of Public Economics, Volume 89, Issue 7, July 2005, pp. 1333-1354.

Alesina, Alberto, Spolaore, Enrico and Wacziarg, Romain, 1997. Economic Integration and Political Disintegration, National Bureau of Economic Research, Inc. - Working Paper 6163, 1997.

Alesina, Alberto, Easterly, William and Matuszeski, Janina, 2006. Artificial States. National Bureau of Economic Research, Inc. - Working Paper 12328, June 2006.




venerdì 3 gennaio 2020

Stop War for Empire

After #Soleimani crisis, we invite to listen carefully to what Mike Prysner has already said ten years ago, in 2010, on December 16. He payed a high price for being so blunt, along with other 131 veterans and other anti-war activists who were arrested in front of the White House.


Sources and other links:

https://youtu.be/_JP0WP9R9Ts

https://twitter.com/Ian56789/status/1213159001942372354

https://www.answercoalition.org/131_arrested_at_white_house

https://www.youtube.com/watch?v=RHGM0ni7Yx4



Other comments:

mercoledì 1 gennaio 2020

Anticolonialismo, ancora e sempre



In questi anni venti del XXI secolo mi porterò dietro una parola preziosa: anticolonialismo.

Non sono affatto finite le lotte contro il colonialismo, interno ed esterno, oltre che contro ogni forma di neocolonialismo economico, sociale, culturale. Anzi, non sono nemmeno cominciate. Esse sono parte integrante del lunghissimo 1989, di cui questo blog vi ha già parlato.

I grandi stati centralisti e autoritari sono ancora tutti colonialisti. Praticare un moderno colonialismo "senza colonie" (sì, quello di cui ci parlava Magdoff sin dagli anni settanta), colonizzare non solo territori ma ancora di più la mente delle persone, è al momento una delle principali strategie di conservazione delle attuali grandi concentrazioni di potere e di ricchezza nel mondo.

Convincendoci che siamo "cittadini" di grandi mercati aperti, viene frenato il grande moto universale verso l'autogoverno di tutti dappertutto, che percorre il mondo.

L'inganno colonialista, come sanno i pochi che hanno letto qualche pagina dei miei studi sulla disintegrazione (Disintegration as Hope), non può durare, perché è impossibile impedire alla persona umana inclusa nella modernità globalizzata di vedere ciò che non va nella globalizzazione stessa.

C'è speranza, quindi, animo e anticolonialismo ancora e sempre!


--------------------------------------------
L'immagine è ripresa da qui.





sabato 26 ottobre 2019

Il fattore A nel lungo '89



Ci avviciniamo a una data importante, il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989.
Mi pare importante ricordare, seguendo in questo un insegnamento ricevuto dal prof. Luciano Bozzo, che non stiamo celebrando qualcosa di lontano e in qualche modo compiuto.
Al contrario, stiamo ancora vivendo in un "lungo '89".
Ciò che si è pienamente manifestato in quell'anno eccezionale non ha ancora finito di dispiegare i propri effetti, anzi, forse, non siamo nemmeno all'inizio - grazie al cielo, lasciatemi aggiungere.
Finirono dei regimi, si sciolsero delle alleanze militari e persino degli stati.
Il 1989 non fu solo la fine di una certa famiglia di partiti unici d'ispirazione marxista-leninista, ma anche il rilancio di altre ondate di cambiamento in tutto il mondo, contro autoritarismi, militarismi, partitocrazie, statalismi, centralismi.
La persona umana del XXI secolo, grazie anche a questo lungo 1989, sta scoprendo, fra tante altre cose importanti, il fattore "A", dove "a" sta per autogoverno, autodeterminazione, autonomia (e forse anche un po' anarchia).
Chiunque abbia una coscienza politica, sta comprendendo che c'è bisogno anche di una visione geopolitica chiara sul proprio territorio: estensione orizzontale, altezza delle gerarchie, numeri demografici e distanze geografiche, disuguaglianze economiche e sociali non solo tra cittadini singoli, ma anche tra comunità, centri e periferie.
Non ci si domanda più solamente "chi e come governa", ma anche "da quanto in alto e da quanto lontano si è governati".
Ho dedicato lunghi anni della mia vita (e l'intero mio studio di dottorato: "Disintegration as Hope") a studiare questa presa di coscienza, che fu intuita, prima e più chiaramente di altri, dal grande Karl Deutsch, a partire dal suo articolo "Social Mobilization and Political Development" del 1961, dedicato alla "mobilitazione sociale" e alle sue conseguenze politiche.
Karl Deutsch, ricordiamolo, era uno scienziato politico boemo-tedesco. Sradicato dalla sua Mitteleuropa a causa della persecuzione nazista, trovò rifugio nell'America di Franklin. D. e di Eleanor Roosevelt.
Tra le altre cose notevoli della sua formazione cosmopolita, va ricordata la sua partecipazione, come giovane consulente, alla Conferenza di San Francisco del 1945, quella in cui fu fondata l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Grazie alla sua solida formazione socialista, non si lasciò mai ingannare dalle apparenze sovrastrutturali.
Fu sempre lucido nel guardare a ciò che accadeva nella vita materiale e concreta delle persone, in tutti gli stati, indipendentemente dal fatto che essi appartenessero al blocco capitalista, o che fossero repubbliche socialiste, o che fossero nuovi stati sorti dal processo di decolonizzazione.
Deutsch comprese che ovunque nel mondo un crescente numero di persone non avrebbero più obbedito ciecamente ai propri stati (come putroppo era invece accaduto durante le due guerre mondiali).
Ogni governo, in una misura difficilmente comparabile con quanto mai accaduto in passato, sarebbe dipeso sempre di più dal consenso dei governati, e questi ultimi avrebbero voluto, in modo crescente, partecipare attivamente al controllo politico del proprio territorio.
Oggi sembra una ovvietà, ma maturare queste considerazioni nell'atmosfera cupa e depressiva della Guerra Fredda, in un mondo diviso e in larga parte dominato da mentalità autoritarie e reazionarie, rende l'idea della grandezza intellettuale di Karl Deutsch.
Nel mondo postbellico, la ricostruzione industriale, l'urbanesimo, la diffusione dei servizi pubblici, l'aumento delle disponibilità alimentari e di altri beni di consumo, la crescita degli indici di alfabetizzazione, la diffusione delle lingue medie globali, le crescenti possibilità di accesso alle comunicazioni di massa, lo sviluppo dei sistemi di assistenza sanitaria e sociale, hanno consentito la crescita della partecipazione potenziale delle persone alla vita politica.
Chiaramente, "potenziale" non significa reale, così come "partecipazione" non significa da subito capacità "liberale" di "conoscere per deliberare", o coscienza "socialista" di comprendere e voler redimere le ingiustizie strutturali.
Tuttavia questa "mobilitazione sociale" era avviata e Deutsch la vedeva accadere chiaramente e potentemente, sia nelle società dell'Ovest, che dell'Est, che dell'immenso Sud del mondo.
Nei decenni, molti altri studiosi hanno visto la connessione tra inclusione delle masse nella modernità e processi di democratizzazione, ma Deutsch fu ed è rimasto a lungo uno dei pochi che vedeva arrivare qualcosa in più: la mobilitazione sociale, comprese Deutsch, avrebbe avuto un potenziale geopolitico, non solo politico.
In un suo importante libro del 1970, "Politics and Government : How People Decide Their Fate" (Politica e governo, Come il popolo sceglie il suo destino), Karl Deutsch spiegò che, pur vivendo ancora in un mondo in cui le due superpotenze nucleari competevano "nell'esportazione di ignoranza", l'umanità avrebbe visto un numero crescente dei suoi membri disposti a impegnarsi per fermare l'apocalisse nucleare, l'autodistruzione ecologica, gli eccessi di urbanizzazione e industrializzazione, oltre che per porre fine a inaccettabili ingiustizie sociali.
Milioni di persone, scrisse Deutsch, anche nelle nazioni più povere, stavano ottenendo accesso ad abbastanza informazione e tecnologia, oltre che al potere di farci qualcosa.
Oggi noi scriveremmo miliardi, considerando la diffusione dell'accesso alle reti.
Entro la fine del XX secolo, aggiungeva Deutsch, avremo la maggioranza delle persone occupate nella manipolazione di simboli, conoscenze, documenti.
Così è andata infatti, solo che lo stesso Deutsch forse non immaginava quanto questo cambiamento avrebbe investito non solo i giovani, non solo il mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati. Persino le persone più emarginate e più sfruttate, più periferiche e marginali, sono costrette a essere connesse. Persino dove non è arrivata l'acqua, è arrivato lo smart.
Oggi a tutti, in tutto il mondo, è richiesto di essere sempre più coinvolti, non di rado sconvolti, dall'incredibile sviluppo della globalizzazione, in continue innovazioni di stili e tempi di vita, processi e ritmi di lavoro, informazione e comunicazione.Una piccola controprova può fornirla la fonte https://data.worldbank.org/, secondo la quale nel 2018 eravamo già molto vicini ad avere la maggioranza assoluta di tutti i lavoratori del pianeta impiegati nei servizi, più che nella produzione agricola o industriale.
Come ho avuto modo di ricordare in un mio piccolo contributo a Ethnos & Demos, la persona umana del XXI secolo può sempre più scegliere cosa mangiare, dove e con chi vivere, quale vita sessuale e sentimentale condurre, se e quanti figli avere, quali convinzioni coltivare, su cosa e quanto formarsi e informarsi, come curarsi, e persino, al limite, quando morire.
E' probabile, come aveva previsto Deutsch, che questa persona umana, in aggiunta a tutto questo, pretenda anche la facoltà di scegliere in che modo e in che stato autogovernarsi.
Karl Deutsch, insieme a pochi altri, comprese che chi è socialmente mobilitato, avrebbe preteso di vivere in una comunità politica in cui percepisse chiaramente di poter fare la differenza.
Non ci si sarebbe più accontentati di votare ogni quattro o cinque anni, di guardare le cose accadere attraverso i media, di vivere in sistemi politici troppo verticali, di essere pedine in un gioco troppo grande, governato troppo dall'alto, da altri, da altrove.
I limiti fisici, spaziali e temporali, della vita e della forza di ogni singolo individuo, ma anche di ogni singola comunità locale, intuì Deutsch, sono troppo stretti perché ci si possa accontentare di aspettare risposte da autorità troppo lontane, da sistemi politici troppo complessi, da stati troppo grandi.
La persona socialmente mobilitata pretende di essere lei stessa al "potere", almeno nella sua comunità locale, sul proprio territorio, fra la sua gente.
Cosa possibile solo in società progressivamente sempre più decentralizzate e, al limite, quando necessario, in stati molto più piccoli.
Questa intuizione politica e geopolitica di Deutsch aiuta - e non poco, a mio parere - a comprendere come mai, nonostante l'avanzare di una globalizzazione che è oggettivamente una potente forza livellatrice e omologatrice, in tutto il mondo continuino a formarsi movimenti che non sono "solo" sociali e ambientali, ma che esigono una effettiva redistribuzione di potere geopolitico.
Attraverso gli studi anti-centralisti di Deutsch, si comprende meglio perché alle reti di cittadinanza più attive, in cerca di diritti civili, svolte ambientali, giustizia sociale, non basti affatto cambiare ogni tanto - con il voto o anche con la rivolta - il vertice della piramide.
La piramide, piuttosto, deve essere smontata, perché al suo posto possano nascere forme di autogoverno locale più vicine, più capaci di ascolto, più rapide nell'immaginare e introdurre innovazioni, più attente ai dettagli e alle necessarie correzioni dei cambiamenti intrapresi, nonché, cosa nient'affatto secondaria, più facili da contrastare e ribaltare quando esse non siano più rispondenti alle attese della gente.
Dal 1989 a oggi sono caduti e continuano a cambiare molti regimi, ma una analisi spassionata dovrebbe riconoscere che fra i territori dove si registrano maggior successo sociale e minore violenza, sono proprio quelli in cui, oltre a quello politico, c'è stato anche cambiamento geopolitico, restituendo autogoverno a comunità locali e a bioregioni di scala più ridotta.
Gli stati più piccoli, o quelli dove c'è un effettivo decentramento di ricchezze e di potere, rispondono meglio alle esigenze poste dalla persona umana socialmente mobilitata.
Questo, si badi bene, vale sia per società più ricche (Catalogna, Scozia) o più povere (Corsica, Sardegna); sia per aspirazioni nazionali più antiche (come quelle dei Curdi nei confronti di Iraq, Iran, Turchia e Siria), che per aspirazioni all'autogoverno emerse più recentemente (come quelle dei Berberi nel Maghreb o dei nativi in Amazzonia); per territori remoti (Nuova Caledonia) o per grandi città cosmopolite (Hong Kong).
Varrebbe anche in alcuni altri territori che purtroppo sono tenuti insieme con la forza e la violenza da sinistre forze neocolonialiste e imperialiste straniere, come Somalia, Libia, Congo, Nigeria, Yemen, Afghanistan; situazioni drammatiche che non troveranno redenzione finché continueranno le ingerenze delle grandi potenze.
Deutsch scrisse - nel suo libro del 1970 sopra citato - che di tutte le utopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo particolarmente pericoloso, "davvero il più utopista di tutti": quello che suggerisce che il mondo continuerà ad andare com'è sempre andato.
Pochi avevano previsto la caduta e lo scioglimento del blocco sovietico, proprio come oggi ancora troppi rifiutano pregiudizialmente l'idea che tutti i più grandi e più potenti stati del pianeta, a meno che non vadano incontro alle persone umane e alle loro comunità locali con riforme decentraliste radicali, ne seguiranno la sorte.
Sì, avete capito bene, sto parlando anche di India e Cina, Stati Uniti e Indonesia, Russia e Brasile. Tutti giganti che scopriranno presto di avere i piedi d'argilla, se non accetteranno di restituire dignità, ricchezze e potere alle loro comunità locali.
Sembra incredibile, certo, eppure è probabile, perché il centralismo e l'autoritarismo, il militarismo e il neocolonialismo (interno o esterno) di questi grandi stati è semplicemente incompatibile con la vita materiale e la coscienza spirituale della persona umana socialmente mobilitata e politicamente cosciente.
Tutte queste considerazioni, fondate su studi politologici seri e dopo decenni ancora mai falsificati, può e deve suscitare speranza e incoraggiare all'azione coloro che sono veramente determinati a diffondere e a realizzare l'ideale dell'autogoverno per tutti, dappertutto.

Mauro Vaiani
(blogger di Diverso Toscana,
studioso e attivista decentralista)


-----
La foto di corredo a questo post è tratta da https://www.thinglink.com/

venerdì 7 giugno 2019

C'è speranza nelle brigate d'argento

Fonte: https://ourworldindata.org/population-aged-65-outnumber-children

L'umanità globalmente interconnessa di questo inizio di millennio sta realizzando da sola un cambiamento che nessuno dei suoi leader, dall'alto delle proprie concentrazioni di ricchezza e di potere, avrebbe mai potuto ottenere, ammesso e non concesso che lo avesse concepito e perseguito. Stiamo rallentando drasticamente la nostra crescita demografica. Sta accadendo ovunque. E' un autentico bene. Perché il pianeta è finito e la nostra crescita, anche numerica, come abitanti dominatori della Terra, non può essere infinita.

Particolarmente significativa è la stima che riportiamo nel grafico: pare che già da oggi abbiamo più nonni che nipotini. Potrebbe essere la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai conosciuto, da quando esistono delle forme di trasmissione e conservazione della nostra memoria storica collettiva.

L'autore di questo blog, nel suo piccolo, vede in questo cambiamento demografico una grande speranza. Nessuna società dove ci sono più anziani che bambini sarà mai più tanto facilmente soggetta ad obbedire a pochi. Gli anziani, quanto meno, garantiscono questo alla società di cui fanno parte: ne hanno viste talmente tante, hanno meno forza fisica, hanno meno tempo davanti a sé, quindi è parecchio difficile trascinarli in avventure politiche e sociali. Saranno più resistenti ai cambiamenti, certo, e questo non è sempre necessariamente un bene, ma poiché nel nostro mondo completamente industrializzato i cambiamenti che vengono proposti (dall'alto e da altrove) sono regolarmente maggiormente distruttivi, ecocidi e genocidi, la resistenza degli anziani potrebbe diventare la principale ancora per tutti coloro che credono nella pace, nella giustizia, nella salvaguardia del creato.

Gli anziani, possiamo aggiungere, sono anche più fragili e questo rende molti di loro più empatici con la fragilità del nostro pianeta. Possono diventare gli attori protagonisti di una spettacolare frenata di ogni folle marcia sul mondo: meno produzione, meno inquinamento, meno sfruttamento, meno concentrazione di ricchezze e, conseguentemente, meno concentrazione di potere.

Gli anziani, ci vogliamo credere - coerentemente con i nostri studi ispirati da Deutsche - poiché hanno già visto troppi salire al potere delle altissime piramidi della modernità, poiché hanno le spalle incurvate dai pesi insopportabili che queste grandi piramidi stesse hanno imposto loro, potrebbero anche essere quelli che finalmente, se ne sottrarranno, lasciando che si incrinino e, con l'aiuto della Provvidenza, continuino a disintegrarsi.

I giovani ribelli continueranno a esserci. Adulti che, nel pieno della loro maturità, continueranno a volere dei miglioramenti sociali, pure. La possibilità che ad essi si aggiunga una maggioranza di anziani, sufficientemente disillusi, provati dalla vita, meno facilmente plasmabili, con una memoria (non solo con la loro naturale esperienza di vita, ma anche con accesso agli strumenti moderni della memoria collettiva globale), non più tanto silenziosi, ci sembra davvero cruciale.


Un esempio di una società che, grazie ai suoi anziani,
sta veramente cambiando, la Catalogna
Fonte: Facebook, un post di Giacomo Fiaschi del 2 ottobre 2017




mercoledì 13 marzo 2019

Contro il fascio del centralismo


Nazionalismo e centralismo sono la tomba di tutte le tradizioni e libertà umane. Noi toscani, italiani ed europei lo sappiamo bene, ma per molti ciò che noi temiamo è invece desiderabile. Prendiamone atto.
Il fascino - o forse sarebbe meglio dire il "fascio" - dei neofranchisti spagnoli sta esattamente nella loro capacità di riproporre, rimodernata, con un volto tecnocratico ed europeista, globalista e cosmopolita, la stessa micidiale miscela di nazionalismo e centralismo che tanti disastri e lutti ha prodotto in passato (e che è sempre pronta a rimanifestarsi nella forma di repressione, autoritarismo, neocolonialismo).
La loro statolatria è sempre lì e promette di restarci per sempre, mantenendo l'ordine e i privilegi dei suoi fedeli. La Spagna ci mostra qualcosa che tanti vorrebbero anche per Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Russia, America, Giappone, Brasile, India, Cina...
Il regno di Spagna, proprio perché l'attuazione delle riforme autonomiste ha avuto successo, proprio perché l'integrazione europea stava funzionando, proprio perché stava diventando una società plurale ed aperta, era pronto per essere dissolto in una confederazione europea di antiche nazioni e nuove realtà autonome locali.
Tutto il potere concentrato nelle strutture neofranchiste dello stato spagnolo e nelle attuali tecnocrazie dell'Unione Europea e delle organizzazioni internazionali dell'atlantismo e della globalizzazione, di conseguenza, sarebbe stato messo in discussione e con esso la concentrazione delle ricchezze.
Contro questo rischio di estinzione graduale ma progressiva dello stato spagnolo e delle burocrazie europee e internazionali con cui esso è legato strettamente, nasce e fiorisce la martellante propaganda che si è concentrata prima di tutto contro la Catalogna, la nazione più nazione di tutte, la più pronta ad autogovernarsi con successo, anche grazie alla forza che le viene dalla sua storia dolorosa, dalla sua felice posizione geopolitica, dal suo straordinario investimento in educazione, cultura, innovazione economica, inclusione sociale.
Il processo farsa che si sta celebrando a Madrid contro i prigionieri politici e gli esiliati di Catalogna è una tale vergogna che nessun media europeo e internazionale gli dedica altro che pochi cenni imbarazzati e in gran parte sempre avvelenati da pregiudizi di difesa dello stato neofranchista.
Hanno ragione i conformisti dell'attuale globalizzazione, dell'attuale "europeismo", degli attuali sovranismi a temere e quindi a nascondere questo processo farsa, perché la sua ingiustizia si rivela come una epifania non appena se ne mostrano anche pochi squarci.
Se proprio avete un po' di tempo e di stomaco per leggere con quanta superficialità, supponenza e disprezzo la stampa ufficiale, preoccupata della conservazione degli stati come sono oggi, parla della resistenza catalana, potete visitare qualche pagina de Il Foglio.
Noi preferiamo raccomandarvi però la visione di un video come quello qui caricato, prodotto da Òmnium Cultural, una delle associazioni storicamente più vivaci nella difesa della cultura, della lingua, del paese catalani.
Anche se i commenti sono in lingua spagnola media, l'improntitudine e l'indegnità dei responsabili della repressione violenta appariranno chiari a tutti, anche ai lettori toscani e italiani che hanno meno dimestichezza con la politica e la realtà spagnola.
Il primo ottobre 2017 il governo spagnolo del Partito Popolare (membro del PPE), con la complicità del movimento dei "Cittadini" (membro della ALDE), con la ignavia dei socialisti spagnoli e catalani (membri storici dei Socialisti e Democratici Europei), hanno represso una grande manifestazione nonviolenta di autodeterminazione popolare dal basso, in Catalogna, uno dei cuori pulsanti d'Europa.
I difensori dello status quo, soggiogati dal fascio del centralismo, vorrebbero nascondere questa vergogna, ma ciò non sarà possibile, grazie all'attuale grado di sviluppo della capacità umana di registrare e conservare dal vivo immagini e suoni di tutto ciò che accade.
Gli anni di detenzione e di esilio inferti a pacifici attivisti politici catalani, senza rispetto di elementari diritti giuridici e umani, non resteranno quindi senza conseguenze.  I responsabili del processo farsa non resteranno impuniti.
Non daremo tregua ai nazionalisti e centralisti spagnoli (e ai loro complici in Europa e nel mondo) finché questa ingiustizia non sarà sanzionata e la libertà catalana ripristinata.
Non vincerà il fascio dei centralisti stato-nazionalisti.
Ci sarà libertà per tutti i prigionieri politici.
Libertà per la Catalogna.
Autogoverno per tutti, dappertutto.





L'ultima risposta di buona parte dei decentralisti d'Europa, contro la vergogna di questa persecuzione della Catalogna, è stata la scelta di designare Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana di Catalogna, come candidato alla guida della Unione Europea della Alleanza Libera Europea, la concentrazione di tanti movimenti autonomisti, indipendentisti e confederalisti europei.

Onore ai matrioti che lottano per l'autogoverno di tutti dappertutto.
Onore agli esiliati, fra cui non dimentichiamo sua eccellenza Carles Puigdemont i Casamajó (130° presidente della Generalità di Catalogna, rifugiato nelle Fiandre, insieme a una piccola struttura di governo in esilio della Repubblica di Catalogna), Clara Ponsatí i Obiols (in esilio in Scozia), Anna Gabriel i Sabaté (in esilio in Svizzera).
Onore a tutti i prigionieri politici che sono sottoposti alla farsa del processo neofranchista: Dolors Bassa i Coll, Meritxell Borràs i Solé, Jordi Cuixart i Navarro, Carme Forcadell i Lluís, Joaquim Forn i Chiariello, Oriol Junqueras i Vies, Carles Mundó i Blanch, Joan Josep Nuet i Pujals, Raül Romeva i Rueda, Josep Rull i Andreu, Jordi Sànchez i Picanyol, Jordi Turull i Negre i Santi Vila i Vicente.
Auguri a coloro che, come Oriol Junqueras, attraverso le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019, potranno continuare con maggior forza la propria lotta per la libertà della Catalogna e l'autogoverno di tutti dappertutto.

Oriol Junqueras, 2019, fonte Nacional.cat









venerdì 25 gennaio 2019

Il federalismo come unico futuro sostenibile



Oggi venerdì 25 gennaio 2019 al Teatro Duse di Via Crema a Roma, vicino Villa Fiorelli, si tiene un incontro su un tema cruciale: "Il futuro del federalismo". Relatore principale è il prof. Paolo Armellini (La Sapienza di Roma). Intervengono però anche studiosi e attivisti per l'autogoverno di diversi territori d'Europa.

L'evento sarà reso disponibile nel preziosissimo archivio di Radio Radicale. L'incontro è stato promosso dalla associazione culturale Movimento Catilinario, una esperienza molto originale e molto promettente, che si muove per una rinascita dal basso del civismo nella grande e complessa realtà della città di Roma.

Come studioso di autogoverno, insieme a molti altri di un dialogo per l'autogoverno che conduca movimenti territoriali e locali d'Italia e d'Europa verso una nuova stagione di riforme decentraliste, mi sono sentito di portare un mio piccolo contributo.

Partirei da una affermazione semplice e radicale: il federalismo (nel senso più lato che si può attribuire a questa corrente estremamente composita di pensiero politico della modernità) non solo ha un futuro, ma è l'unico futuro sostenibile per l'umanità.

Forse, più ancora che di federalismo, dovremmo parlare di decentralismo, per essere sicuri di ricomprendere tutte le culture, gli ideali, le speranze, di coloro che, nei modi più diversi, nei luoghi più diversi, vogliono frenare e se possibile smontare le grandi concentrazioni di potere della modernità. Non solo quelle degli stati, ma anche delle grandi organizzazioni internazionali, pubbliche e private.

Nella modernità queste realtà non solo sono altissime piramidi i cui vertici sono inaccessibili alla persona umana, ma anche grandi macchine goffe, che si muovono praticamente alla cieca, d'inerzia, schiacciando tutto ciò che trovano sul proprio cammino. Ci sono, certo, delle elite che vogliono godersi potere e ricchezze, in cima a queste grandi piramidi semoventi. Elite a cui ovviamente lo status quo assicura privilegi, ma anche esse, in realtà, non hanno un pieno controllo.

I grandi stati e le altre grandi macchine della modernità non hanno più "un signore", come direbbe Romano Guardini (Das Ende der Neuzeit, 1965). Hanno acquisito una sorta di elementare e brutale forza propria, che sfugge al controllo umano.

Una delle più grandi illusioni che tocca a noi decentralisti confutare, è che, dando l'assalto al cielo di un grande potere statale o internazionale, con un nuovo movimento e con una nuova generazione di leader, che vadano a sostituirsi a quelli di prima, si possa davvero cambiare qualcosa. E' davanti agli occhi di tutti, è davanti al naso di ciascuno direbbe George Orwell, eppure comprendere questa verità continua a richiedere uno sforzo erculeo.

Si può diventare presidenti del più armato stato del mondo, chiamarsi Bush, Obama, o Trump, ma non si riesce a incidere in alcun modo sul grande complesso militare-industriale USA; si può diventare il più alto dirigente del Partito Comunista Cinese e non riuscire a porre un freno alle distruzioni sociali e ambientali; si può diventare presidente della Banca Centrale Europea e non si potrebbe in alcun modo, anche se lo si volesse, fermare l'estrazione continua di risorse dai poveri e dalle periferie, verso i ricchi e le capitali, estrazione che sta avvenendo sistematicamente attraverso la gestione "di mercato" del debito pubblico nominato in Euro.

Questi potrebbero sembrare esempi estremi, ma chiunque sia veramente dentro la vita quotidiana di un grande stato o di un'altra delle grandi macchine della modernità, arrivando magari anche ad esercitarvi un qualche ruolo decisionale, capisce, se è dotato di un minimo di senso critico, che nulla può essere veramente riformato dal centro e dal vertice. Perché l'alto è sempre un altrove, dal quale non si vede e quindi non si sa cosa veramente la macchina sta calpestando nei suoi, magari lenti, ma inesorabili movimenti.

Si può essere certo dei leader coraggiosi, che hanno sposato qualche idea veramente radicale, di impronta più sociale o più liberale, più ambientalista o più sviluppista. Purtroppo però, anche nei casi migliori, quando i vertici di un grande stato o di una grande organizzazione si risolvono a voler migliorare qualcosa, essi semplicemente non vedono la realtà che sta in basso, non riescono mai a valutare l'inerzia della macchina, ben difficilmente riescono a incrinare la dittatura dello status quo.

Non c'è speranza di riforma delle grandi piramidi oppressive. Esse vanno solo smontate. Male che vada, esse saranno piramidi più piccole, quindi meno pericolose.

C'è una grande tradizione di studi sui limiti intrinseci del centralismo nella modernità, a cui chi scrive è molto legato, che ha per capofila Karl Deutsch, le cui riflessioni non possiamo certo riportare qui (ma qualcuno più curioso può sbirciare nel nostro studio di dottorato Disintegration as Hope, Mauro Vaiani, 2013). Tuttavia vorremmo accennare ad almeno una delle più feconde intuizioni di Deutsch: fra i tanti problemi del centralismo, uno dei più grandi è che esso è incompatibile con la mobilitazione sociale della persona umana nel mondo contemporaneo.

Non è semplicemente possibile che una persona del nostro tempo, dopo essere stata inclusa nella modernità, minimamente istruita, messa a lavorare nella complessità economica e sociale di oggi, connessa a internet, possa limitarsi a essere un cittadino che non conta nulla, se non una volta ogni tanto quando è chiamata a votare, più o meno democraticamente, per un leader mediatico. La persona umana del nostro tempo vuole più controllo e tale controllo non può prescindere dall'avere un ruolo in una comunità umana in cui il singolo senta di poter fare la differenza. Questo non riguarda solo comunità periferiche che si sentono marginali negli attuali stati, ma riguarda proprio tutti. Per questo spinte all'autogoverno ci sono in tutto il mondo, grandi città capitali comprese.

Essere cittadino di una comunità di tre, o di trenta, o di trecento milioni di abitanti non è assolutamente la stessa cosa, per una creatura umana minimamente consapevole del nostro tempo. Per questo tutti gli stati appena un po' più grandi, sono percorsi da movimenti decentralisti, per la costruzione di nuove reti di autogoverno dal basso.

I movimenti nazionali, anti-coloniali, localisti, identitari, di difesa delle culture vernacolari, civici e ambientalisti hanno storie e dinamiche molto diverse tra di loro, ma tutti sono investiti (e continuamente trasformati) da questa novità della mobilitazione sociale, come Karl Deutsch aveva previsto sin dal suo famoso articolo del 1961, Social Mobilization and Political Development.

Cosa c'entra tutto questo con l'Italia e, in particolare, con Roma?

L'Italia è uno stato tra i più grandi ed eterogenei del mondo, con le sue decine di territori e di culture locali. Non tutti sanno che solo una ventina di stati del mondo sono più grandi dell'Italia e che alcuni di quelli più grandi sono meno eterogenei e meno complessi della nostra repubblica.

Purtroppo, nonostante la nostra vicinanza e la nostra intimità culturale con la Svizzera e con San Marino, le nostre tradizioni federaliste e confederaliste sono state sconfitte nell'ottocento dei nazionalismi e dei colonialismi. Rosmini e Cattaneo, Ferrari e Pisacane sono finiti coperti dalla polvere nelle biblioteche. Siamo stati sottomessi a uno stato centralista, che ha praticato - non dimentichiamolo - un feroce colonialismo interno e ha condotto una serie impressionante di avventure militariste all'esterno.

Solo grazie a una riflessione critica faticosamente elaborata, fra gli altri, da Gramsci, Salvemini, don Sturzo, dagli autonomisti che il 19 dicembre 1943 scrissero la carta di Chivasso, siamo arrivati, dopo decenni di disastri, alla fondazione nel 1948 di una repubblica delle autonomie.

Nella repubblica le autonomie non hanno mai smesso di vivere e di crescere, anche quando sono sembrate sommerse da ondate di centralismo e neocentralismo (italiano e anche europeo).

Fra mille tensioni e polemiche, nonostante gli errori politici e culturali compiuti da tanti (dai centralisti di ogni colore, compreso il neocentralismo del leghismo prima nordista e oggi nazionalista italianista), noi stiamo ancora camminando in quella direzione, semplicemente perché è l'unica possibile.

In estrema sintesi, i fattori più importanti, che spingono nella stessa direzione, sono due: primo, la complessità della modernità italiana ed europea e le crisi ambientali e sociali della globalizzazione non si governano dall'alto e da altrove; secondo, nessuna creatura umana, non solo qui in Italia e in Europa ma in tutto il mondo, può accettare ancora a lungo, in questo nostro tempo, di non avere voce in capitolo nel governo del proprio territorio. Sono fattori sociali, che hanno una loro forza scientificamente rilevabile. Non sono solo vaghe aspirazioni spirituali, culturali o politiche meramente sovrastrutturali. Non sono e non saranno, quindi, facilmente eludibili.

L'autogoverno è la risposta a queste due tensioni cruciali. C'è quindi, ci pare, la possibilità di essere ancora ottimisti. C'è speranza, grazie all'autogoverno, per il bene di ciascuno dei nostri quartieri e paesi, delle comunità e dei territori, delle culture e delle economie locali.

Come chiedono i decentralisti, dall'Ossola al Salento, dalla Sicilia al Trentino, si può finalmente smettere di opprimere gli Italiani e lasciare che essi si autogovernino, con maggiore libertà e maggiore responsabilità, nella pluralità dei loro territori.

In questo campo si fa molta guerra fumogena di parole (indipendenza, secessione, divisione dell'Italia, uscita dall'Europa) e di numeri (chi ci guadagna, chi ci rimette). Noi crediamo di saper tenere i piedi saldamente ancorati nella vita vera delle nostre terre, di rappresentare una politica meno cinica e più seria.

Sappiamo che viviamo in un mondo interdipendente, che abbiamo bisogno di una confederazione europea democratica e trasparente, che tutti i nostri territori hanno il dovere di autogovernarsi, per uscire dall'inquinamento e dal declino. E' una strada difficile ma responsabilizzante, e alla fine vincente per tutti, territori più ricchi e meno ricchi, più periferici e più centrali.

Roma, poi, ci sia consentito dirlo per chiudere questi appunti scritti proprio nella città eterna, non avrebbe proprio niente da perdere, se non la tristezza di migliaia di vite condannate all'inutilità, nella pesantezza, nel grigiore e fra gli sprechi di qualche ministero. Grazie a un moderno autogoverno, almeno paragonabile a quello di cui godono città come Berlino o Vienna, potrebbe solo rifiorire.

Auguri, a questo proposito, al comitato promotore del Libero Governo Cittadino di Roma, in particolare alla comunità di attivisti dell'Appio-Tuscolano, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere meglio in questa splendida giornata.






Post più popolari degli ultimi 30 giorni

Argomenti solidamente piantati in questa nuvola:

1989 a touch of grace abolizione delle province e delle prefetture Alberto Contri alternativa civico-liberale ambientalismo Andrea Ulmi anti-imperialismo Anticolonialismo antiglobalismo antimilitarismo Antiproibizionismo Archivio cose toscaniste Archivio di Toscana Libertaria verso Toscana Insieme Archivio Gaymagazine Archivio Vaiani autogoverno della Sardegna autogoverno della Sicilia autogoverno della Toscana autogoverno di tutti dappertutto autonomie ambiente lavoro Autonomie e Ambiente autonomismo basta cicche BijiKurdistan borgate borghi e comuni brigate d'argento Bruno Salvadori bussini Campi Bisenzio Candelora Capitale Carrara chi può creare valore Chivasso cittadinanza attiva civismo come domare la spesa Comitato anti-Rosatellum confederalismo contro contro gli ecomostri contro il bipolarismo contro il centralismo contro il virus del centralismo autoritario contro la dittatura dello status quo coronavirus Corsica Cosmonauta Francesco dalla mailing list di Toscana Insieme Decentralism International decentralismo dialogo autogoverno Disintegration as hope don Domenico Pezzini don Lorenzo Milani Draghistan ecotoscanismo EFA Emma Bonino English Enrico Rossi eradication of poverty Eugenio Giani Eurocritica Europa delle regioni European Free Alliance Fabrizio Valleri Fare Città fare rete Festa della Toscana Fi-Po Link fine del berlusconismo Forum 2043 frazioni Friuli Venezia Giulia garantismo gay alla luce del sole Gaza Giacomo Fiaschi Gianni Pittella Gioiello Orsini Giovanni Poggiali Giulietto Chiesa giustizia giusta Hands off Syria Hawaii Homage to Catalonia Hope after Pakistan Il disastro delle vecchie preferenze in difesa degli alberi In difesa di Israele Inaco Rossi indipendenze innocenza tradita internazionalismo Italia Futura Karl W. Deutsch Kennedy la bellezza come principale indice di buongoverno Lahaina leggi elettorali più giuste Leonard Peltier Libera Europa Libera Firenze Libera Toscana Liberi Fiorentini Liberiamo l'Italia Libertà in Iran libertino liste di proscrizione localismo Lucca 2012 Mario Monti Massimo Carlesi Matteo Biffoni Matteo Renzi Maui Maurizio Sguanci Mauro Vaiani memoria storica meno dipendenza Mezzana Michele Emiliano monete locali Moretuzzo NO a questa tramvia antifiorentina no al podestà d'Italia no al presidenzialismo no al sindaco d'Italia no elettrosmog NoGreenPass Noi stessi NoMES nonviolenza Ora e sempre resistenza ora toscana OraToscana Oscar Giannino pace e lavoro Palestina Patto Autonomie Ambiente Patto per la Toscana Peace Is Possible - War Is Not Inevitable pionieri popolano postcoronavirus Prato Prima di tutto la libertà primarie Primavera araba 2011 quartieri quattrini al popolo Queer Faith radici anarchiche e socialiste realismo fondato sui princìpi referendum Besostri Renzo Giannini Repubblica delle Autonomie ricostruzione di una moralità pubblica riforma elettorale toscana riformismo ritorno alla Costituzione rivoluzione liberale rivoluzione paesana rivoluzione rionale Romagna SaharaLibre salute pubblica San Carlo San Vincenzo Santa Cecilia Sergio Salvi sessantennio Siena silver brigades Simone Caffaz solidarietà toscana spezzare le catene del debito statuto pubblico dei partiti Stefania Ferretti Stefania Saccardi Svizzera tener desta la speranza territori The Scottish Side of History Too Big To Fail? Torre del Lago Toscana Toscana Civica tradizioni e libertà Tunisia Ugo di Toscana uninominale Union Valdôtaine Vannino Chiti Vecchiano veraforza Via dall'Afghanistan Vincenzo Simoni vittime yes in my backyard