Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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giovedì 9 febbraio 2023

Cosmonauta Francesco, romanzo

Toscana, 2090. Il cosmonauta Francesco è tornato nella sua terra d’origine, dopo un naufragio spaziale che lo ha tenuto lontano dalla Terra per decenni. I paesi che conosceva, e anzi tutto il mondo, sono profondamente cambiati e, incredibilmente, in meglio.



 



COSMONAUTA 

 

FRANCESCO

 

КОСМОНАВТ 

 

ФРАНЧЕСКО

 

 

romanzo di Mauro Vaiani 

 

Informazioni editoriali:

Cosmonauta Francesco
di Mauro Vaiani
Porto Seguro Editore 2022
(disponibile dal 24 gennaio 2023)
Copertina flessibile - 521 pagine
ISBN-13 :‎ 979-1254925287
Ordinabile presso l’editore, tutte le librerie,
i principali canali di vendita in rete 


Sull'autore:

Mauro Vaiani, di Prato, classe 1963, è un lavoratore dell’amministrazione locale, uno studioso e un attivista civico, ambientalista, autonomista. E’ il blogger di https://diversotoscana.blogspot.com/
 


 

 

 

mercoledì 1 febbraio 2023

Cosmonauta Francesco, la prima presentazione a Firenze

 

E' uscito "Cosmonauta Francesco" di Mauro Vaiani (Porto Seguro, dicembre 2022). E' ordinabile direttamente presso l'editore, in tutte le librerie, in rete attraverso i canali più diffusi. E' stato presentato la prima volta a Firenze, nel tradizionale incontro mensile con gli autori di Porto Seguro, sabato 28 gennaio 2023.

E' un romanzo ambientato nel futuro, nel mondo del 2090. Può essere letto con una certa leggerezza e con un pizzico d'ironia (l'autoironia di un vecchio attivista civico, ambientalista, autonomista, quale l'autore è, verrebbe da aggiungere).

Il racconto del ritorno del cosmonauta Francesco nella sua terra toscana ci trasmette una visione estremamente ottimista, l'immagine di un futuro migliore. Possono quindi incuriosire le pagine in cui si spiega come l'umanità sia riuscita a non distruggere se stessa e il pianeta, attraverso scelte politiche ed economiche che sono peraltro già ampiamente mature da decenni: civismo, localismo, ecologismo, autonomismo, decentralismo. 

A fare la differenza, nel racconto, sono stati leader locali che si sono decisi a studiarle queste scelte, metterle in pratica, realizzarle, manutenerle, in ciascuna comunità locale, quartiere per quartiere, paesino per paesino, valle per valle, territorio per territorio, capillarmente. Altro che, come purtroppo vediamo nel mondo d'oggi, restare subalterni ad astratte, opache, non di rado corruttrici ed autoritarie, agende globali, pianificazioni europee, decisioni statali, concepite da disumane concentrazioni di potere e di ricchezza (la grande finanza, i grandi stati, le grandi organizzazioni, le grandi multinazionali). Troppi politici al potere oggi, a tutti i livelli, anche ai più alti, quelli delle cosiddette elite globali, non sapendo più come sistemare il loro paese, tantomeno il mondo, si contentano di sistemare se stessi.

C'è un messaggio e conoscendo Mauro Vaiani, uno studioso e un attivista di autonomismo, oltre che un lavoratore nelle amministrazioni locali, non poteva essere che questo: i cambiamenti da affrontare sono talmente grandi che risulterebbero impraticabili o persino inaccettabili, se venissero imposti dall'alto, da altri, da altrove; devono al contrario essere abbracciati dalle persone umane, non da sole, ma come comunità locali contenute, circoscritte, coese; le comunità locali devono farsi concretamente madri e signore del proprio pezzo di terra per riuscire a salvare la Terra.


sabato 26 ottobre 2019

Il fattore A nel lungo '89



Ci avviciniamo a una data importante, il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989.
Mi pare importante ricordare, seguendo in questo un insegnamento ricevuto dal prof. Luciano Bozzo, che non stiamo celebrando qualcosa di lontano e in qualche modo compiuto.
Al contrario, stiamo ancora vivendo in un "lungo '89".
Ciò che si è pienamente manifestato in quell'anno eccezionale non ha ancora finito di dispiegare i propri effetti, anzi, forse, non siamo nemmeno all'inizio - grazie al cielo, lasciatemi aggiungere.
Finirono dei regimi, si sciolsero delle alleanze militari e persino degli stati.
Il 1989 non fu solo la fine di una certa famiglia di partiti unici d'ispirazione marxista-leninista, ma anche il rilancio di altre ondate di cambiamento in tutto il mondo, contro autoritarismi, militarismi, partitocrazie, statalismi, centralismi.
La persona umana del XXI secolo, grazie anche a questo lungo 1989, sta scoprendo, fra tante altre cose importanti, il fattore "A", dove "a" sta per autogoverno, autodeterminazione, autonomia (e forse anche un po' anarchia).
Chiunque abbia una coscienza politica, sta comprendendo che c'è bisogno anche di una visione geopolitica chiara sul proprio territorio: estensione orizzontale, altezza delle gerarchie, numeri demografici e distanze geografiche, disuguaglianze economiche e sociali non solo tra cittadini singoli, ma anche tra comunità, centri e periferie.
Non ci si domanda più solamente "chi e come governa", ma anche "da quanto in alto e da quanto lontano si è governati".
Ho dedicato lunghi anni della mia vita (e l'intero mio studio di dottorato: "Disintegration as Hope") a studiare questa presa di coscienza, che fu intuita, prima e più chiaramente di altri, dal grande Karl Deutsch, a partire dal suo articolo "Social Mobilization and Political Development" del 1961, dedicato alla "mobilitazione sociale" e alle sue conseguenze politiche.
Karl Deutsch, ricordiamolo, era uno scienziato politico boemo-tedesco. Sradicato dalla sua Mitteleuropa a causa della persecuzione nazista, trovò rifugio nell'America di Franklin. D. e di Eleanor Roosevelt.
Tra le altre cose notevoli della sua formazione cosmopolita, va ricordata la sua partecipazione, come giovane consulente, alla Conferenza di San Francisco del 1945, quella in cui fu fondata l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Grazie alla sua solida formazione socialista, non si lasciò mai ingannare dalle apparenze sovrastrutturali.
Fu sempre lucido nel guardare a ciò che accadeva nella vita materiale e concreta delle persone, in tutti gli stati, indipendentemente dal fatto che essi appartenessero al blocco capitalista, o che fossero repubbliche socialiste, o che fossero nuovi stati sorti dal processo di decolonizzazione.
Deutsch comprese che ovunque nel mondo un crescente numero di persone non avrebbero più obbedito ciecamente ai propri stati (come putroppo era invece accaduto durante le due guerre mondiali).
Ogni governo, in una misura difficilmente comparabile con quanto mai accaduto in passato, sarebbe dipeso sempre di più dal consenso dei governati, e questi ultimi avrebbero voluto, in modo crescente, partecipare attivamente al controllo politico del proprio territorio.
Oggi sembra una ovvietà, ma maturare queste considerazioni nell'atmosfera cupa e depressiva della Guerra Fredda, in un mondo diviso e in larga parte dominato da mentalità autoritarie e reazionarie, rende l'idea della grandezza intellettuale di Karl Deutsch.
Nel mondo postbellico, la ricostruzione industriale, l'urbanesimo, la diffusione dei servizi pubblici, l'aumento delle disponibilità alimentari e di altri beni di consumo, la crescita degli indici di alfabetizzazione, la diffusione delle lingue medie globali, le crescenti possibilità di accesso alle comunicazioni di massa, lo sviluppo dei sistemi di assistenza sanitaria e sociale, hanno consentito la crescita della partecipazione potenziale delle persone alla vita politica.
Chiaramente, "potenziale" non significa reale, così come "partecipazione" non significa da subito capacità "liberale" di "conoscere per deliberare", o coscienza "socialista" di comprendere e voler redimere le ingiustizie strutturali.
Tuttavia questa "mobilitazione sociale" era avviata e Deutsch la vedeva accadere chiaramente e potentemente, sia nelle società dell'Ovest, che dell'Est, che dell'immenso Sud del mondo.
Nei decenni, molti altri studiosi hanno visto la connessione tra inclusione delle masse nella modernità e processi di democratizzazione, ma Deutsch fu ed è rimasto a lungo uno dei pochi che vedeva arrivare qualcosa in più: la mobilitazione sociale, comprese Deutsch, avrebbe avuto un potenziale geopolitico, non solo politico.
In un suo importante libro del 1970, "Politics and Government : How People Decide Their Fate" (Politica e governo, Come il popolo sceglie il suo destino), Karl Deutsch spiegò che, pur vivendo ancora in un mondo in cui le due superpotenze nucleari competevano "nell'esportazione di ignoranza", l'umanità avrebbe visto un numero crescente dei suoi membri disposti a impegnarsi per fermare l'apocalisse nucleare, l'autodistruzione ecologica, gli eccessi di urbanizzazione e industrializzazione, oltre che per porre fine a inaccettabili ingiustizie sociali.
Milioni di persone, scrisse Deutsch, anche nelle nazioni più povere, stavano ottenendo accesso ad abbastanza informazione e tecnologia, oltre che al potere di farci qualcosa.
Oggi noi scriveremmo miliardi, considerando la diffusione dell'accesso alle reti.
Entro la fine del XX secolo, aggiungeva Deutsch, avremo la maggioranza delle persone occupate nella manipolazione di simboli, conoscenze, documenti.
Così è andata infatti, solo che lo stesso Deutsch forse non immaginava quanto questo cambiamento avrebbe investito non solo i giovani, non solo il mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati. Persino le persone più emarginate e più sfruttate, più periferiche e marginali, sono costrette a essere connesse. Persino dove non è arrivata l'acqua, è arrivato lo smart.
Oggi a tutti, in tutto il mondo, è richiesto di essere sempre più coinvolti, non di rado sconvolti, dall'incredibile sviluppo della globalizzazione, in continue innovazioni di stili e tempi di vita, processi e ritmi di lavoro, informazione e comunicazione.Una piccola controprova può fornirla la fonte https://data.worldbank.org/, secondo la quale nel 2018 eravamo già molto vicini ad avere la maggioranza assoluta di tutti i lavoratori del pianeta impiegati nei servizi, più che nella produzione agricola o industriale.
Come ho avuto modo di ricordare in un mio piccolo contributo a Ethnos & Demos, la persona umana del XXI secolo può sempre più scegliere cosa mangiare, dove e con chi vivere, quale vita sessuale e sentimentale condurre, se e quanti figli avere, quali convinzioni coltivare, su cosa e quanto formarsi e informarsi, come curarsi, e persino, al limite, quando morire.
E' probabile, come aveva previsto Deutsch, che questa persona umana, in aggiunta a tutto questo, pretenda anche la facoltà di scegliere in che modo e in che stato autogovernarsi.
Karl Deutsch, insieme a pochi altri, comprese che chi è socialmente mobilitato, avrebbe preteso di vivere in una comunità politica in cui percepisse chiaramente di poter fare la differenza.
Non ci si sarebbe più accontentati di votare ogni quattro o cinque anni, di guardare le cose accadere attraverso i media, di vivere in sistemi politici troppo verticali, di essere pedine in un gioco troppo grande, governato troppo dall'alto, da altri, da altrove.
I limiti fisici, spaziali e temporali, della vita e della forza di ogni singolo individuo, ma anche di ogni singola comunità locale, intuì Deutsch, sono troppo stretti perché ci si possa accontentare di aspettare risposte da autorità troppo lontane, da sistemi politici troppo complessi, da stati troppo grandi.
La persona socialmente mobilitata pretende di essere lei stessa al "potere", almeno nella sua comunità locale, sul proprio territorio, fra la sua gente.
Cosa possibile solo in società progressivamente sempre più decentralizzate e, al limite, quando necessario, in stati molto più piccoli.
Questa intuizione politica e geopolitica di Deutsch aiuta - e non poco, a mio parere - a comprendere come mai, nonostante l'avanzare di una globalizzazione che è oggettivamente una potente forza livellatrice e omologatrice, in tutto il mondo continuino a formarsi movimenti che non sono "solo" sociali e ambientali, ma che esigono una effettiva redistribuzione di potere geopolitico.
Attraverso gli studi anti-centralisti di Deutsch, si comprende meglio perché alle reti di cittadinanza più attive, in cerca di diritti civili, svolte ambientali, giustizia sociale, non basti affatto cambiare ogni tanto - con il voto o anche con la rivolta - il vertice della piramide.
La piramide, piuttosto, deve essere smontata, perché al suo posto possano nascere forme di autogoverno locale più vicine, più capaci di ascolto, più rapide nell'immaginare e introdurre innovazioni, più attente ai dettagli e alle necessarie correzioni dei cambiamenti intrapresi, nonché, cosa nient'affatto secondaria, più facili da contrastare e ribaltare quando esse non siano più rispondenti alle attese della gente.
Dal 1989 a oggi sono caduti e continuano a cambiare molti regimi, ma una analisi spassionata dovrebbe riconoscere che fra i territori dove si registrano maggior successo sociale e minore violenza, sono proprio quelli in cui, oltre a quello politico, c'è stato anche cambiamento geopolitico, restituendo autogoverno a comunità locali e a bioregioni di scala più ridotta.
Gli stati più piccoli, o quelli dove c'è un effettivo decentramento di ricchezze e di potere, rispondono meglio alle esigenze poste dalla persona umana socialmente mobilitata.
Questo, si badi bene, vale sia per società più ricche (Catalogna, Scozia) o più povere (Corsica, Sardegna); sia per aspirazioni nazionali più antiche (come quelle dei Curdi nei confronti di Iraq, Iran, Turchia e Siria), che per aspirazioni all'autogoverno emerse più recentemente (come quelle dei Berberi nel Maghreb o dei nativi in Amazzonia); per territori remoti (Nuova Caledonia) o per grandi città cosmopolite (Hong Kong).
Varrebbe anche in alcuni altri territori che purtroppo sono tenuti insieme con la forza e la violenza da sinistre forze neocolonialiste e imperialiste straniere, come Somalia, Libia, Congo, Nigeria, Yemen, Afghanistan; situazioni drammatiche che non troveranno redenzione finché continueranno le ingerenze delle grandi potenze.
Deutsch scrisse - nel suo libro del 1970 sopra citato - che di tutte le utopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo particolarmente pericoloso, "davvero il più utopista di tutti": quello che suggerisce che il mondo continuerà ad andare com'è sempre andato.
Pochi avevano previsto la caduta e lo scioglimento del blocco sovietico, proprio come oggi ancora troppi rifiutano pregiudizialmente l'idea che tutti i più grandi e più potenti stati del pianeta, a meno che non vadano incontro alle persone umane e alle loro comunità locali con riforme decentraliste radicali, ne seguiranno la sorte.
Sì, avete capito bene, sto parlando anche di India e Cina, Stati Uniti e Indonesia, Russia e Brasile. Tutti giganti che scopriranno presto di avere i piedi d'argilla, se non accetteranno di restituire dignità, ricchezze e potere alle loro comunità locali.
Sembra incredibile, certo, eppure è probabile, perché il centralismo e l'autoritarismo, il militarismo e il neocolonialismo (interno o esterno) di questi grandi stati è semplicemente incompatibile con la vita materiale e la coscienza spirituale della persona umana socialmente mobilitata e politicamente cosciente.
Tutte queste considerazioni, fondate su studi politologici seri e dopo decenni ancora mai falsificati, può e deve suscitare speranza e incoraggiare all'azione coloro che sono veramente determinati a diffondere e a realizzare l'ideale dell'autogoverno per tutti, dappertutto.

Mauro Vaiani
(blogger di Diverso Toscana,
studioso e attivista decentralista)


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La foto di corredo a questo post è tratta da https://www.thinglink.com/

sabato 28 ottobre 2017

La mite resistenza catalana


Diventare meno dipendenti è un cammino lungo e faticoso, incerto e rischioso.
Gli ultimi dieci anni di storia catalana ne sono solo una ulteriore conferma.
Si era arrivati a un risultato che avrebbe potuto essere duraturo, lo statuto di autonomia concordato del 2006 fra la Catalogna e il Regno di Spagna, ma poi il partito neofranchista di Mariano Rajoy ha iniziato a coltivare un tipico progetto di imprenditoria politica dell'odio: bloccare ogni sviluppo dell'autonomia, provocare continuamente le forze politiche e sociali della Catalogna; alimentare una retorica razzista contro i "ricchi e avidi" catalani; deriderli quando esercitano il loro diritto di non parlare in castigliano, o quando non lo parlano correttamente; solleticare in alcuni ceti sociali di recente immigrazione in Catalogna, che ancora usano lo spagnolo come lingua media, un odio sociale contro la lingua e la cultura della terra che li ha accolti.
I Catalani sono diventati per un governo reazionario e brutale un comodo capro espiatorio per distrarre i popoli di Spagna da tutto ciò che non funziona, oltre che dalle conseguenze della grande crisi del 2008.
Perché, di fronte a questo grande odio, i Catalani sono rimasti così miti, così civici e civili?
Perché la maggior parte di loro, essendo cittadini di una parte più aperta e progredita del mondo, sanno che il mondo sta andando da tutt'altra parte, una parte che corriponde alle loro più profonde attese.
Per questo possono permettersi di essere pazienti, mentre il governo Rajoy si avvia verso il tramonto.
Sempre più persone, dappertutto, non solo e non tanto per mantenere la propria diversità vernacolare - cosa peraltro sacrosanta - ma per avere più controllo sulla propria vita, per partecipare più attivamente nella propria società, per sentirsi maggiormente sovrane nel proprio territorio, vogliono semplicemente e inesorabilmente maggior autogoverno.
Il decentralismo è e sarà sempre di più il tema dei nostri tempi. 
Lo scontro fra un potere statale miope e reazionario, quello di Madrid, e una cittadinanza aperta al mondo che sente e respira la tendenza globale al decentralismo, quella della Catalogna, non potrà che risolversi in favore della seconda.
Stiamo assistendo a una grande insurrezione popolare nonviolenta, che come tutte le rivoluzioni gandhiane, alla fine, mostrerà la sua veraforza. 
Intanto noi, da subito, facciamo quello che possiamo per sostenere la nuova repubblica europea di Catalogna, proclamata appena ieri.
Non illudiamoci che sarà facile, né breve, ma non dubitiamo della reale forza sociale che sta agendo: la tendenza universale al rafforzamento dell'autogoverno per tutti e dappertutto.
In queste ore complicate, vogliamo onorare una persona che ci pare incarni al meglio i sentimenti della stragrande maggioranza dei catalani e anzi di tutte le persone che amano la libertà propria e altrui.
E' la deputata catalana Angels Martinez Castells, una vecchia professoressa, eletta dall'area di Podem (non indipendentista, ma attaccata a principi di democrazia deliberativa al più basso livello possibile). Questo il suo ultimo splendido cinguettìo:

La professoressa Castells la avevamo già notata. Qualcuno di voi la ricorderà quando in un altro giorno cruciale, quello della convocazione del referendum di autodeterminazione della Catalogna, si era fatta notare per questo atto piccolo ma significativo:

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Angells Castells è l'emblema dello spirito libero e repubblicano dei Catalani, la cui mitezza, il cui senso di realismo, la cui scelta di gradualità e disponibilità al dialogo, non deve essere scambiata per debolezza.
Per concludere, esprimiamo il nostro forte incoraggiamento al presidente Carles Puigdemont, che ancora oggi ha voluto parlare con pacatezza di una ferma opposizione democratica alle ingiustizie provenienti da Madrid.
Il mondo, caro dottor Puigdemont, la riconoscerà presto come primo presidente della nuova repubblica catalana, oltre che come 130° presidente dell'antica Generalitat (una istituzione che è più vecchia dell'attuale Regno di Spagna e che per l'appunto gli sopravviverà).
Gli stati centrali e centralisti sono giunti al termine della loro corsa.
Le forme di autogoverno locale, sono espressione diretta della nostra umanità e lo saranno sempre di più.
Viva la nuova repubblica di Catalogna, libera e sovrana.






domenica 1 ottobre 2017

Autogoverno per tutti, non per pochi





La domenica del primo ottobre 2017 è una grande giornata di rivolta popolare nonviolenta in Catalogna. E' anche la conferma che la storia umana ha intrapreso una strada che potrebbe rivelarsi fonte di grande speranza per le generazioni future.
Noi stiamo vivendo nel pieno di un movimento decentralista globale, contro le prepotenze e i soprusi, ma più ancora contro ogni concentrazione di ricchezze e di potere.
Ogni persona umana che nella globalizzazione abbia raggiunto un minimo livello di nutrizione e salute, istruzione e competenza, informazione e connessione, non si rassegna a essere un anonimo e insignificante mattone alla base delle grandi piramidi delle modernità (stati, ma anche grandi imprese e altre grandi organizzazioni).
E perché dovrebbe?
Le ambizioni della persona umana contemporanea finiscono per trasformarsi anche in una richiesta urgente e pressante di maggior controllo anche sul proprio territorio.
Una parte sempre crescente dell'umanità vorrebbe appartenere a comunità più a misura d'uomo, dove l'individuo possa fare la differenza, trovare una realizzazione e una identità, ma anche un sostegno e una solidarietà.
In ciascuna periferia del mondo si ricostruiscono reti di vicinato, che condividono una economia locale, un riscatto sociale, una piattaforma politica, una cultura vernacolare. Queste reti, prima o poi, diventano comunità politiche che finiscono per chiedere l'autogoverno.
L'individuo non vuole più essere un "governato", ma sentirsi un sovrano che si autogoverna, potendo controllare direttamente, attraverso i suoi cinque sensi e il contatto personale, il governante da lui eletto.
Questo, in paesi troppo vasti, è semplicemente impossibile.
Di fronte a questa nuova realtà, tutto ciò che il conformismo dominante ci ha raccontato sui pericoli dell'indipendentismo e del nazionalismo, va totalmente messo in disccusione.

Certo che certi nazionalismi sono un pericolo, basti pensare a quello spagnolo, o francese, o inglese, o americano, o russo, o cinese, o pakistano, o hindi, o indonesiano, o iraniano, o nigeriano. In tutto il mondo si diffonde la coscienza sempre più chiara di quanto siano pericolosi i nazionalismi centralisti e autoritari, colonialisti e militaristi. Da questi nazionalismi i territori di periferia vogliono liberarsi e riusciranno, in un modo o nell'altro, a farlo.

Certo che ci sono movimenti reazionari e razzisti, nelle periferie della società contemporanea, ma essi sono il prodotto diretto dell'oppressione dei regimi centralisti. Ovunque, però, sono presenti attivisti che stanno portando avanti le ragioni dei propri territori con metodi inclusivi e nonviolenti. Saranno loro a vincere.

Certo che ci sono interessi economici, in alcune periferie più ricche e più avanzate, a lungo depauperate dai loro stati centrali. Perché la loro richiesta di trattenere sul posto le proprie risorse dovrebbe essere condannata? I regimi centralisti spogliano le regioni più prospere, magari nascondendosi dietro principi di solidarietà che sono traditi prima di tutto dalle loro stesse caste dominanti, come sanno bene gli abitanti delle periferie più povere e arretrate, a cui vengono redistribuite solo briciole. Infatti anche le regioni più marginali organizzano propri movimenti di resistenza anticentralista e anticolonialista, tanto e forse persino di più delle periferie più fortunate.

Certo che tutti ci sentiamo sempre più cittadini del mondo: "nostra patria è il mondo intero" dice l'inno anarchico scritto dal migrante di origine toscana Pietro Gori, ma questa esperienza non può essere riservata solo a pochi privilegiati che possono permettersi di vivere e lavorare in uno qualsiasi dei grandi centri del potere mondiale. Per consentire a ogni persona umana di sentirsi davvero libera (anche di cambiare vita e paese), occorre prima di tutto che essa possa essere cittadina sovrana della sua terra.


Ogni internazionalismo, se disconnesso da una seria visione anticentralista, anticolonialista, antimilitarista, finisce per essere solo un vago moralismo al servizio del mantenimento delle attuali ingiustizie politiche e sociali.
La strada maestra per assicurare libertà ed eguaglianza di opportunità alle persone umane passa attraverso l'instaurazione di una libertà e pari dignità fra le comunità comunità territoriali in cui esse vivono. Non c'è nulla di facile, in questo cammino, ma è la direzione in cui il mondo sta andando: un maggior numero di repubbliche indipendenti; federazioni che diventano confederazioni; province autonome che diventano stati; responsabilità che vengono devolute dal centro alle periferie.

Autonomia, federalismo, confederalismo, indipendentismo sono parole che vengono usate spesso strumentalmente - specie nel dibattito pubblico in lingua italiana - fino a svuotarle di significato (talvolta rendendole impronunciabili), ma l'autogoverno è un diritto e un dovere umano universale e nessuno si illuda di poterne contrastare l'avanzata, in nome dei propri pregiudizi o, peggio, dei propri privilegi negli attuali rapporti di forza sociale e politica.
Le attuali concentrazioni di ricchezza e di potere sono incompatibili con i bisogni della persona umana del XXI secolo e nessuno degli attuali pregiudizi pro-centralismo potrà conservarle ancora a lungo.
 

Mauro Vaiani Ph.D.



* * *

Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscere e partecipare a movimenti e realtà autonomiste sin da ragazzo. Da adulto ha avuto l'opportunità di dedicare all'autogoverno delle comunità umane gli anni del dottorato di ricerca. Per approfondire, si consulti la sintesi dello studio Disintegration as Hope





giovedì 15 ottobre 2015

Should Scotland Remain or Leave?





The Scottish National Party (SNP) Conference has opened today in Aberdeen speaking words of wisdom. Nicola Sturgeon wants to win the next Scottish election, in May 2016, focusing on Scotland's everyday issues.

The 2014 Scottish referendum established a paradigm of peaceful, civic, inclusive debate on self-government. It was an example of moderation, pragmatism, inspired by a Gramscian idea of liberation as a bottom-up, long-term process. We all know how the referendum ended: 55% of those who voted were influenced by Gordon Brown's promise of a modern Home Rule for Scotland.

Many think the free people's choice was manipulated by a fear-mongering campaign, but the independence camp also committed errors. For instance, it was unprepared to address the terrifying difficulties awaiting a country that wants, or is forced, to leave a monetary area. The way the masters of the Pound threatened the Scots with bank closures, was a harbinger of what the Eurozone bosses were later to say to the Greeks, or how the Spanish centralists are now threatening Catalonia.

By the way, all this happened only one year ago and yet it seems like a century. The Scottish people seem to feel ever more uncomfortable with London's establishment. Home Rule debates in Westminster are likely to produce all too little, too late. To use the impatient words uttered by the old socialist and nationalist leader Jim Sillars, the Scottish people still want power, unrestrained power to do things for themselves.

While many believe a second independence referendum might be urgent, now it seems the SNP conference may be planning to call it later than expected.

But there is a problem: the Brexit referendum is approaching, and its outcome will be more important than any possible second Scottish referendum, in our view. Scottish national and social evolution will be greatly accelerated by the Brexit referendum.

One may or may not want a United States of Europe, but the present situation, in which most constraints are dictated to the Europeans by an unaccountable bureaucracy in Brussels, cannot last. Those who are still committed to Europe as an area of free circulation and job opportunity have to acknowledge that old and socially regressive policies, like the so-called CAP (Common Agricultural Policy), require revision and probable repatriation (yes – this is the language used by the UKIP and one of the rationales attracting poor people from British peripheries to its populism). Last but certainly not least, most Europeans (including the English and the Scots) clearly want lasting peace, but this requires getting out of a decrepit – and recently ever more dangerous – institution, that is, NATO (and yes – this is a Corbyn-style statement and one of the rationales attracting ordinary people to his so-called old leftism).

To meet these challenges, a profound change is needed in the European political agenda. The same old narrative about the «necessity» of a more democratic, less neo-liberal, and austerity-free continental integration, within a sort of European super-state, is no longer either adequate or sufficient.

Whatever the Brexit result, the Scottish public opinion should then express a strong determination to be part of the necessary reformation process of the European treaties, since it is unlikely that the European status quo might survive the present European political crisis and Eurozone failures.

On this regard, our modest proposal is the Scottish national movement should urgently discuss presenting a second ballot to the people of Scotland, possibly on the occasion of the Brexit referendum, which would ask them to decide:

Whether, in the event the United Kingdom as a whole votes for or against European Union membership, should Scottish institutions have the power needed to independently and, if necessary, separately participate in the reformation or separation negotiations that will necessarily follow?

The question is important and a good answer, in our opinion, would be YES.

Both Scottish effective Home Rule or viable independence, are possible only by reaching reasonable agreements, not only with the rump United Kingdom, but also with the wider European framework.

The Scottish national movement, along with many other peoples in search of freedom and justice in this changing world, must act faster and more creatively, keeping in mind a Tom Nairn's statement: a world of peer, smaller states, a global web of strong local democracies, may be the sole tolerable universal order (Nairn, 1997, p. 134).

domenica 27 settembre 2015

Auguri Catalogna





PS di lunedì 28 settembre, quando i risultati sono definitivi:
Non è stato un trionfo. Non ci sono strade facili verso una vera indipendenza. Anzi, è un miracolo che gli indipendentisti, portatori di una opzione tanto radicale, tanto osteggiata dai media mainstream e dai poteri forti concentrati a Madrid e a Bruxelles, abbiano ottenuto così tanti seggi e voti. 
Consideriamo che le forze indipendentiste si sono dette persino disposte ad azioni di disobbedienza civile e separazione unilaterale dal Regno di Spagna e dopo stupiamoci che così tante persone di Catalogna siano andate a votare - un record storico di partecipazione; che quasi due milioni abbiano votato per forze indipendentiste; che un altro mezzo milione abbia votato per forze autonomiste intermedie; che solo un milione abbia votato per i "Cittadini" e il Partito Popolare, le uniche forze populiste e dichiaratamente unioniste e conservatrici in campo.
Sarà interessante vedere, in questa nuova e complessa situazione, l'evoluzione politica del Partito Socialista Catalano, che in nessun modo - lo scrivo per l'amico Dario Parrini, che su questo mi è parso impreciso - mi pare possa essere assimilato alle forze conservatrici dello status quo.
Adesso le forze del cambiamento repubblicano devono formare un governo inclusivo e rappresentativo che possa trattare con il nuovo governo spagnolo che uscirà dalle prossime elezioni del prossimo dicembre.
Speriamo che si percorra la strada più difficile, graduale, civica e civile: una nuova convenzione costituzionale che assicuri alla Catalogna, nell'immediato, un totale autogoverno e, entro un tempo ragionevole, la possibilità di scegliere di diventare una repubblica indipendente associata direttamente alle organizzazioni europee.



L'indipendenza è per una comunità, quello che libertà e uguaglianza sono per la persona umana.
L'autogoverno è la nostra storia e ancora di più il nostro futuro.
Insieme con tutte le comunità che stanno avanzando in un cammino nonviolento, graduale, inclusivo, civico e civile, verso una maggiore libertà e autonomia - dal Sudtirolo alla Scozia, dal Quebec al Vermont, dalla Corsica alla Sardegna - auguri anche dalla sorella Toscana, all'amata Catalogna.
Felice voto e auguri per il vostro cammino di emancipazione.




lunedì 11 maggio 2015

Bottom-up change


Little by little, a periphery may shake off dependence on the center.
Something to be happy with: Scotland' bottom-up change:

Source: http://www.bbc.co.uk/

mercoledì 1 ottobre 2014

Let Us Stand with Hong Kong Princely Citizenry



We hope China might give a lesson of moderation and reformation.
We bet on Hong Kong, and its patient, polite, fair, Princely Citizenry.
We stand with Hong Kong Occupy Central with Peace and Love.

martedì 23 settembre 2014

L'indipendenza e la povera gente


Il Tirreno ospita oggi un mio commento sul dopo referendum in Scozia. Ho potuto approfondire, qui a Edinburgo, ma soprattutto a Glasgow, cosa significano parole come indipendenza e autogoverno per le persone comuni. Gli autonomisti hanno perso il referendum, ma forse hanno vinto il futuro, andando incontro a quelle che in Toscana chiameremmo, con La Pira, le attese della povera gente. Nella pagina aperta di oggi, la 17. Buon acquisto, buona lettura.






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A distanza di più di un anno, posso pubblicare qui il testo integrale dell'articolo (NdA, 2 ottobre 2015)



Per il Tirreno
Da Edimburgo, lunedì 22 settembre 2014

L'indipendenza e la povera gente


di Mauro Vaiani*

Agli Scozzesi, nel referendum dello scorso giovedì 18 settembre, è stato chiesto se volevano che il loro paese diventasse indipendente. Should Scotland be an indipendent country? Una frase semplice, sei parole, nella migliore tradizione dell'asciuttezza britannica. La domanda potrà apparire vaga e forse lo era, all'inizio. Che vuol dire, in definitiva, essere indipendenti nel mondo di oggi? Non siamo forse tutti interdipendenti?
In Scozia, però, non si è giocato sulle parole. Il dibattito è durato anni, è stato approfondito, ha coinvolto l'intera popolazione residente (inclusi gli immigrati e i sedicenni), ha prodotto un movimento civico territoriale imponente.
Alla fine la piattaforma degli indipendentisti era abbastanza chiara e, in stile anglosassone, sufficientemente pragmatica: un totale autogoverno, mantenendo però con l'Inghilterra legami simili a quelli che hanno ancora oggi esistono con il Canada o la Nuova Zelanda; una piena responsabilità sulla propria economia, ma restando nell'Unione Europea; il potere sovrano di rifiutare il nucleare e le guerre volute da Londra, ma rimanendo nella comunità di sicurezza della NATO; l'opportunità di investire tutte le risorse disponibili nell'economia locale, in modo da aumentare posti di lavoro e opportunità imprenditoriali sul proprio territorio.
Gli Scozzesi, una popolazione molto istruita, dotata di un fortissimo senso civico, e non più povera come in passato, si sono quindi preparati al voto, avvicinandosi a un ideale modello di democrazia deliberativa – caro a tanti studiosi, anche toscani, come il nostro Antonio Floridia.
Le emozioni ci sono state, certo, ma in Scozia non si sono confrontati nazionalismi arretrati e naif. Non si è votato su “sangue e suolo”, ma su problemi molto concreti di distribuzione dei poteri e delle relative responsabilità, riguardanti non solo il presente, ma anche le future generazioni.
La proposta indipendentista ha conquistato una coalizione vastissima e assolutamente trasversale, ma soprattutto ha risvegliato quelle che in Toscana chiameremmo, con La Pira, le attese della povera gente: i lavoratori precari, le famiglie a basso reddito, gli immigrati, i pensionati poveri, le persone portatrici di diversità e disabilità, i piccoli imprenditori e agricoltori, ma anche i giovani che dopo aver finito l'università sono emarginati e spinti verso l'emigrazione.
Non a caso il movimento indipendentista ha raggiunto ben il 45% dei voti a livello nazionale, ma ha addirittura stravinto nelle due città più operaie della Scozia: Glasgow e Dundee.
Le elites di Londra, spaventate da questa richiesta di massiccia ridistribuzione del potere e delle risorse, hanno prima minacciato questo movimento popolare, promettendo di ostacolarlo in ogni modo, in particolare in materie sensibili per la vita quotidiana della gente, come la libertà di circolazione e il regime valutario. Alla fine, poiché né le minacce, né la propaganda monocorde di gran parte dei media sembravano funzionare, hanno infine fatto una mossa forse disperata ma allo stesso tempo abile: hanno ceduto.
Hanno promesso agli Scozzesi quello che Gordon Brown, ex primo ministro britannico, lui stesso scozzese e ancora molto stimato nel paese, ha definito “niente di meno di un moderno Home Rule. In pratica alla Scozia verrà dato tutto ciò che era nel programma indipendentista, meno due cose: il diritto di restare in pace, se l'Inghilterra va in guerra, e il diritto di stampare una valuta locale.
Con questa promessa, non solo con le minacce, è stata messa al sicuro la vittoria del no, nel referendum sull'indipendenza.
Ora inizia un processo politico faticoso e complesso. C'è molto scetticismo sul fatto che, in concreto, si possano davvero realizzare i cambiamenti promessi: uffici da chiudere a Londra e da aprire a Edimburgo; royalties del petrolio del Mare del Nord da ridistribuire; leggi da riscrivere; simboli del potere da cambiare. Le resistenze londinesi sono ovviamente fortissime, ma c'è anche speranza.
Una cosa ci appare certa: questo movimento civico e civile per il pieno autogoverno, anti-burocratico e anti-elitario, per il riscatto sociale, per fermare l'austerità e tornare a distribuire risorse alla povera gente, per la protezione dei beni comuni, per la valorizzazione dei servizi pubblici, è qui per restare, in Scozia e, crediamo, ben oltre.

* attivista, blogger, studio, visitor at the University of Edinburgh - School of Social and Political Science


sabato 20 settembre 2014

Homage to Scotland

 
I pay my personal tribute to Scotland who believed in independence, and also to all those who believed in the promise of home rule made ​​by Gordon Brown and the three unionist parties.
Woe to those who do not keep promises made ​​to the people!

In a special way I want to pay tribute to the social side of this history we lived together: low-paid workers, low-income families, under-employed young intellectuals, small entrepreneurs, family-run farms, immigrants, activists, social workers, anti-war militants, greens.
The self-consciousness they acquired, the awareness that they have matured, have reshaped these people.
Such humble, fragile, often loser people, they have conquered full citizenship, they have the power.
Scotland has a new prince, a collective body, its citizenry.
This united people no longer want to just be treated with justice, they want to be the prince who dispenses justice, equality and opportunity for all.
A princely citizenry is born and it is here to stay.
This is more a beginning than the end!
Home Rule NOW!


* * *

 

* * *



venerdì 19 settembre 2014

Si avvicina l'alba

Sta finendo una notte complicata, qui a Edimburgo.
Il popolo scozzese si è fatto sentire, con una partecipazione davvero straordinaria.
Il No all'indipendenza è nettamente in testa, quando ormai mancano solo pochi distretti.
Il Sì ha consolidato il consenso del 45% degli Scozzesi.
Il paese resta legato al Regno Unito.
E resta profondamente diviso, politicamente, geograficamente e - temo - anche socialmente, in ceti sempre più rigidamente separati.
La lunga marcia verso l'autogoverno e la responsabilità non finisce certo qui. Ce lo promette il voto di Glasgow, nettamente a favore dell'autogoverno. Glasgow è il cuore pulsante del paese. Quello che succede lì, prima o poi, raggiunge ogni angolo del paese.
Intanto, però, si deve valorizzare questa grande mobilitazione democratica di un intero popolo che ha sperimentato la possibilità di essere sovrano di se stesso.
Si devono ritrovare unità e obiettivi comuni, per far sì che le promesse di federalismo fatte da Westminster, diventino realtà.
Si dovrà, credo e spero, anche trovare una prospettiva politica più generosa, più inclusiva, più ampia, con la quale portare avanti delle concrete alternative allo status quo, in particolare alla deriva dell'austerità e al dilagare della povertà.
Complimenti a questa gente, alla sua gentilezza, al suo straordinario senso civico.
Auguri, Alba.


giovedì 18 settembre 2014

Scotland decides

Four million Scots are voting today, from 7 am to 10 pm. There is no way to predict the outcome. Turnouts and results will slowly flow, all night long. We'll wait! God bless Scotland and the Scots, who are about to make an important decision on their full self-government, which concerns them and affects everyone in this post-modern world.

mercoledì 17 settembre 2014

A message from Tocqueville to Scotland

A quote from Tocqueville's famous Democracy in America, to the Scottish people:
It is believed by some that modern society will be ever changing its aspect ; for myself, I fear that it will ultimately be too invariably fixed in the same institutions, the same prejudices, the same manners, so that mankind will be stopped and circumscribed ; that the mind will swing back wards and forwards forever, without begetting fresh ideas ; that man will waste his strength in bootless and solitary trifling ; and, though in continual motion, that humanity will cease to advance.
Tocqueville was one of the few intellectuals with intellectual roots in the eighteenth century, to be at least able to catch a glimpse of the great industrial transformation that began in the nineteenth century. His warning against modern rigidity is still valid. Scottish people, if you really want to mine the status quo, it is time to say Yes to change.
Scotland, have a good vote, tomorrow.
Hope over fear.
 


martedì 16 settembre 2014

Three little things that may help Scotland




Three little things I came across during this time of work and study in Scotland, that I suggest:
- the Wee Blue Book, a must-read for those who are voting on Thursday;
- an interesting article from The Guardian, quoting Gordon Brown and making me think that the lack of political sincerity, and moral clarity, demonstrated by Londoner elites, is probably the most important single rationale to vote Yes to independence;
- an article full of intelligence, and hope, by a smart young researcher from Fiesole, Davide Morsi, about connection between information and indipendence; a good tip for all, not only for Scotland.



Un commento pre-referendum dalla Scozia

Pubblico un commento scritto pre-referendum. In questa notte complicata, in cui la Scozia appare divisa e il risultato finale di difficile gestione politica, ha ancora un senso (NdA, 19/9/2914, h 4.50).

La buona vigilia degli Scozzesi

di Mauro Vaiani*

Edimburgo, martedì 16 settembre 2014


Non sappiamo se il 18 settembre 2014 resterà nella storia e non è possibile prevederlo. Quando sta per succedere qualcosa di veramente nuovo, i sondaggisti fanno fatica a vederlo, perché essi, senza la possibilità di rassicuranti raffronti con le scelte passate dei loro elettori intervistati, sono impotenti.
Più di quattro milioni di scozzesi si sono registrati per questo referendum. Qui usa così: chi vuole votare, deve informarsi e iscriversi prima. E senza dubbio impressionano le storie, pubblicate dal The Guardian non da fogli radicali, che raccontano di persone disoccupate, povere, che hanno deciso di iscriversi dopo anni di silenzio elettorale ed emarginazione politica.
La questione dell'indipendenza è vissuta, principalmente, come una grande speranza di riscatto sociale. Si vuole tutto il potere a un livello territoriale più basso, in modo da poter tentare da soli, con le proprie forze, ciò che da decenni Londra non sa più garantire: una economia locale all'altezza dei tempi; stipendi che consentano ai lavoratori di mantenere se stessi e la propria famiglia; pensioni e welfare dignitosi; ma anche un clima più favorevole all'impresa e all'innovazione, in modo che i giovani laureati non siano costretti ad emigrare a Londra o all'estero. Una società operosa si espone al rischio di cambiare.
Il tema dell'autogoverno della Scozia è complesso e viene da lontano, ma questa campagna elettorale sembra averne onorato l'importanza: due interi anni di dibattito intenso e serrato, a tutti i livelli possibili. Si stima che dell'ultimo pamphlet pro-indipendenza – The Wee Blue Book (che significa: il libretto blu piccino piccino), in gran parte opera dell'irriverente e famoso attivista Stuart Campbell – siano state stampate o scaricate su pc, tablet, smartphone, oltre un milione di copie. Ne esistono – e come poteva essere altrimenti? – anche la versione in lingua gaelica (che sopravvive come lingua parlata dall'1% degli Scozzesi,) e quella audio per i ciechi, ma anche per gli immigrati che non sanno leggere bene l'inglese.
La partecipazione alla campagna è stata impressionante in ogni contea e borgo del paese e ha già colto un successo politico totalmente imprevisto: i tre partiti politici tradizionalmente dominanti – Conservatori, Laburisti, Lib-Dem – hanno promesso che la Scozia finalmente avrà maggiore autonomia. Gordon Brown, ex primo ministro e lui stesso scozzese, ma sino a oggi legato allo status quo unionista, ha pronunciato parole forse tardive, ma chiare: la Scozia, se resta unita all'Inghilterra, avrà niente di meno di un moderno Home Rule, cioè quell'autogoverno pressoché totale che tutte le ex-colonie britanniche hanno, prima o poi, più o meno pacificamente, preteso e infine avuto, dagli Stati Uniti all'Australia.
Gli Scozzesi, una popolazione molto istruita, dotata di un fortissimo senso civico, e non più povera come in passato, si sono quindi preparati a prendere una decisione informata e razionale. Le emozioni ci sono, certo, ma Scozia e Inghilterra non si confrontano su nazionalismi arretrati, “sangue e suolo”. Piuttosto si confrontano su problemi di distribuzione dei poteri e delle relative responsabilità, che riguardano il futuro.
Stiamo per vedere un gigantesco esempio di democrazia deliberativa, che esce dai libri dei teorici della partecipazione politica, per incarnarsi in una cittadinanza attiva, che sta per decidere il proprio futuro politico di comunità locale in un mondo globalizzato.
Che vinca il Sì all'indipendenza, o il No (che però, a questo punto, non significherà più solo qualcosa di negativo, ma l'avvio della cosiddetta devo-max, un altro massiccio trasferimento di poteri), gli Scozzesi – e gli Inglesi, e le altre due nazioni minori del Regno Unito, Galles e Ulster – inizieranno processi politici faticosi e complessi: uffici che si chiudono a Londra e che si riaprono a Edimburgo; tasse e royalties del petrolio del Mare del Nord da ridistribuire; leggi da riscrivere; simboli del potere da cambiare; ambasciate da riorganizzare.
Scozzesi e Inglesi affermano compatti di voler restare entrambi nella NATO, mentre gli atteggiamenti verso l'Unione Europea sono considerevolmente diversi. Tutto dovrà essere ridiscusso, comunque vada.
I dettagli – i dettagli, parola desueta a Roma e forse anche a Firenze! - l'attuazione, le verifiche concrete sul campo, saranno una sfida impegnativa per anni, comunque andrà.
Qualunque sia il risultato, potrebbero davvero uscirne vincitori i cittadini, il loro senso di sovranità e responsabilità, la loro – a nostro parere giusta - pretesa di avere poteri locali, espressi direttamente e controllati da vicino.
Vinceranno, ne siamo certi, almeno nel lungo termine, quel senso critico, quel coraggio, quella capacità – tipicamente scozzesi – di mettere in discussione lo status quo e i suoi luoghi comuni.


* Visitor at the University of Edinburgh - School of Social and Political Science




sabato 13 settembre 2014

Scotland Calling

While in Pisa, boarding to Edinburgh, I hope my Scottish friends might take a chance on themselves. Powerless people finally have the power to change the status quo.

lunedì 25 agosto 2014

The Western Liberal Leviathan needs a lesson

We believe we must help those who fight against ISIS, but another Western direct intervention in Iraq is neither necessary nor useful. Rather we agree that the Western liberal Leviathan needs a lesson in humility, and realism. Scotland might give it, on September 18. Meanwhile, please, Western mainstream leaders - we agree with Emile Simpson - do not give ISIS the generalized war it seeks.

PS:
Yes, as some people early understood, Scotland Yes may mean No to another #WestminsterWar.
 

lunedì 18 agosto 2014

One month to go, to be free


In a month, the Scottish people will have a once-in-a-lifetime opportunity to establish an independent Scotland. The country will become something like New Zealand, or Isle of Man. One of the oldest English colony may chose a full self-government.
A poll released yesterday shows a two point swing.
The status quo is strong, but the certainty that a Scotland might be a fairer country than United Kingdom is under Westminster, may reveal to be stronger.
Let us see, with respect and love for freedom.


mercoledì 7 maggio 2014

The Scottish Side of History

Opendemocracy has published today my contribution about Scotland and its coming independence: The Scottish Side of History - The Scottish referendum as seen from Tuscany, half a century after Tom Nairn's visit to Pisa. Thanks very much to prof. Tom Nairn for his positive reception of my article. Thanks also to Eric Canepa, one of my mentor in my geopolitical journey through contemporary Disintegration as Hope, and one of my best friend.

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