Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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lunedì 10 aprile 2006

Largo alle donne e ai gay

Dal vecchio sito di Toscana Libertaria, archiviamo qui l'intervento di quel nostro gruppo di studio a commento della sconfitta a cui un centrodestra immaturo e illiberale andò incontro, sia pure di misura, alle elezioni politiche del 2006. Forse un pochino ingenuo, ma, come sempre, appassionato (Nda di lunedì 14 marzo 2011).



lunedì 10 aprile 2006

Ora largo alle donne e ai gay...

Non è bastata la generosità di Silvio Berlusconi in campagna elettorale.
Non è bastata la furbata del cambio opportunistico di sistema elettorale che ha sacrificato (inutilmente e ingiustamente, è nostra intima convinzione) il collegio uninominale.
Non è bastato lo scatto d'orgoglio dei libertari, dei riformisti, dei moderati nelle Roccaforti rosse.
La Casa delle Libertà ha recuperato, ma non abbastanza.
Quando si perde per così poco la tentazione è quella di irrigidirsi, di chiudersi, di incartapecorirsi. Cerchiamo di non cadere in questa trappola. Iniziamo piuttosto a lavorare, con entusiasmo, per vincere il referendum costituzionale!
Una modesta proposta per i prossimi mesi: ora largo alle donne e ai gay; ai capifamiglia e alle cose concrete che in cinque anni non siamo stati in grado di fare; alle riforme liberali vere e profonde, quelle che nel lungo termine possono liberare l'Italia dai carrozzoni pubblici e dal lavoro nero.
Ci sono mancati, le donne e i gay, che sono portatori di creatività e concretezza. Che in maggioranza sono naturalmente sostenitori di valori forti e riforme profonde. Che sono, soprattutto, il baluardo dell’Occidente contro l’islamizzazione della nostra società. 

I vecchi e stantii movimenti egemonizzati dalla sinistra non li rappresentano, ma la Casa delle Libertà non ha fatto alcun serio tentativo di includere le donne e i gay in una visione per il futuro del Paese.  

Gli straordinari segnali di comprensione e rispetto costantemente lanciati da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, da Altero Matteoli e Alessandro Antichi, e da non pochi altri esponenti nazionali e locali del Centrodestra, sono stati annichiliti da patetiche, se non pericolose, manifestazioni di machismo, nonché da una corsa - troppo forsennata per non apparire opportunistica - alla conquista di un voto “cattolico”, che probabilmente in Italia, se esiste, è già schierato e lottizzato fra diverse componenti e correnti postdemocristiane, la maggior parte delle quali guardano a sinistra, perché tradizionalmente socialisteggianti e stataliste, non certo orientate all’alternativa liberale.

Ci sono mancati tanti capifamiglia, sia di famiglie “tradizionali”, che genitori separati o vedovi con figli, che tanti single (che hanno anche loro una casa sulle spalle). Abbiamo tanto straparlato di famiglia e di figli, ma poi l’ICI l’abbiamo tolta alle parrocchie e alle moschee. Via l'ICI sulla prima casa, non sulla prima chiesa...

I capifamiglia che guadagnavano due milioni nel 2001, nel 2006 non sono ancora arrivati a mille euro. Non ce la fanno senza lavoro nero, doppi turni, espedienti e aiuti dai loro familiari. Non abbiamo mantenuto neppure la promessa, che costava poco ma aveva un grande contenuto simbolico, di stampare la banconota da un euro, per frenare gli effetti perversi della grande svalutazione che si è nascosta nel cambio della moneta.

Noi siamo mancati, infine, ai non garantiti, ai non pensionati, ai non assistiti. I piccoli imprenditori, i professionisti, le minoranze creative, tutti coloro che non sono in fila a piàtire l’elemosina dalla politica, che non vogliono campare a spese dello stato, che non vogliono che sia Pantalone a pagare sempre tutto, sono e devono restare il nostro blocco sociale di riferimento, ma stavolta li abbiamo fatti sentire soli. A loro abbiamo fatto mancare le parole, i segni, le opere. Li abbiamo delusi.

I delusi delle mancate liberalizzazioni, a cui si sono generosamente appellati Renato Brunetta e Paolo Guzzanti nelle ultime faticose settimane, non ci hanno perdonato che i grandi carrozzoni pubblici della sanità, della scuola, dell'INPS, della RAI, di tanti ministeri, sono, dopo cinque anni di governo "liberale", intatti. Anzi, hanno rappresentato, assieme alle banche e alle cooperative rosse, le casematte del potere del partito-stato nelle Roccaforti rosse e dell'egemonia della sinistra sulla società italiana.

Di ciò che noi non abbiamo saputo o voluto toccare, loro si sono fatti forti per chiudere l'anomalia Berlusconi e tentare di allungare, non importa per quanto, la dittatura dello status quo.

Adesso basta parlare e tutti fuori a lavorare, c'e' un referendum da vincere.


Toscana Libertaria
http://www.toscanalibertaria.org 
 

Fonte: http://www.toscanalibertaria.org/cammino/2006-04-10-ora-largo-alle-donne-e-ai-gay.html (acceduto lunedì 14 marzo 2011)

venerdì 16 settembre 2005

Archivio - In difesa dell'uninominale

Dall'archivio di Toscana Libertaria.
Ci esponemmo, nel 2005, per impedire che venisse tradita la volontà popolare e abbandonato il collegio uninominale. Stavolta dobbiamo essere ancora più assertivi e determinati. Dobbiamo riprendercelo... (Nota dell'A., giovedì 16 dicembre 2010)


venerdì 16 settembre 2005

Elogio della costituency:
in difesa del collegio uninominale,
maggioritario, a turno unico



Difendiamo la costituency, cioè il collegio uninominale, maggioritario, a turno unico, istituito su un territorio circoscritto e riconoscibile, il nostro, quello entro cui viviamo e lavoriamo, gli altri ci conoscono e noi riconosciamo gli altri come prossimo, assieme al quale costruire ogni giorno confidenza e senso civico, memoria del passato e progetti per il futuro.
L'istituto del collegio uninominale ha forti radici e una storia consolidata nelle democrazie anglosassoni, che anche grazie ad esso sono rimaste immuni dai totalitarismi dei partiti-stato e dall'ingordigia dei partiti-fazione. Tuttavia questa straordinaria istituzione della democrazia classica non è affatto estranea alla storia italiana o alle tradizioni toscane.
I migliori governi del Regno d'Italia sono stati quelli eletti con l'uninominale maggioritario. Le litigiose fazioni socialiste, comuniste, popolari, nazionaliste e fasciste, invece, si fecero strada con la proporzionale.
Nella storia della Repubblica, persino negli anni della proporzionale pura, della partitocrazia, della moltiplicazione delle correnti, dei maghi delle preferenze e dell'esplosione delle spese elettorali, le istituzioni locali e nazionali che hanno selezionato la classe politica migliore e che hanno funzionato meglio sono state quelle fondate su collegi ristretti, dove il popolo poteva scegliere fra pochi candidati riconoscibili, permettendo ad uno di essi di prevalere sugli altri. Le grandi circoscrizioni elettorali della Camera, delle regioni o del parlamento europeo hanno permesso a minoranze organizzate o manipolate di eleggere qualche meteora della politica spettacolo e molti coriacei e spregiudicati personaggi, specialisti della raccolta delle preferenze, che hanno finito invariabilmente per iscriversi al partito unico della spesa pubblica e condotto la nostra Repubblica al collasso. I piccoli comuni, i quartieri, i collegi uninominali delle province e quelli del Senato, invece, sono stati i vivai di una generazione di uomini e donne più umili e prudenti, più rispettosi dei beni pubblici e delle libertà private.
Il collegio uninominale, maggioritario, a turno unico, è semplice e saggio. Assicura la vittoria delle parti politiche che hanno saputo allargarsi, includere, radicarsi e diventare vere forze popolari. Non è incompatibile con il recupero di seggi per le minoranze, come avviene oggi per il Senato. Né è incompatibile con la distribuzione di quote proporzionali alle minoranze, come avviene nelle elezioni provinciali. E' stato voluto dalla stragrande maggioranza degli elettori attraverso referendum popolari. E' stato difeso da tutte le forze politiche più rappresentative e responsabili. Allora, quale istinto autodistruttivo sta spingendo la Casa delle Libertà ad abbandonare questa istituzione credibile e funzionante?
Un ristretto territorio è il titolare ideale del potere elettivo, "costituente", perché in esso il dibattito ha una dimensione umana. La costituency è percorribile in lungo ed in largo nelle poche settimane di una campagna elettorale. I candidati possono letteralmente incontrare uno per uno i loro potenziali elettori. Magari ci si guarda negli occhi per un attimo, o ci si scambia una rapida stretta di mano. Un istante di vicinanza rivela da solo molto di più di tanta comunicazione mediata. Né la tradizionale stampa locale, né i moderni web e blog, possono del tutto truccare o nascondere, ciò che emerge dall'umanità e dalla verità di un incontro.
Nella costituency i candidati emergono per la loro storia personale. Se sono le persone giuste, attorno a loro nasce una spontanea mobilitazione di sostenitori e di fondi. Se si decide di lanciare in politica una persona del posto, molti la conosceranno già e sapranno soppesarla in fretta. Se si decide di chiamare un esponente di fuori, sarà facile presentarlo personalmente a buona parte dei suoi potenziali elettori. Si possono facilmente organizzare, da parte delle diverse parti politiche, ampie consultazioni o addirittura elezioni primarie, per scegliere il candidato migliore. Quando si arriva alle elezioni generali, la parte politica che ha scelto il suo candidato ufficiale nel modo più democratico e partecipato, sarà quella più unita e probabilmente favorita. Il popolo del collegio uninominale, maggioritario, a turno unico, andrà a votare sapendo già chi sono i due o tre candidati che possono farcela, collegati a schieramenti nazionali credibili.
La stragrande maggioranza dei cittadini elettori non può e, soprattutto, non vuole occuparsi di politica e diventare esperta di multipartitismo, di correntismo, di alchimie generazionali e scontri fra fazioni. Solo quando può e deve scegliere fra poche opzioni chiare, il cittadino si sente veramente sovrano. Sa che può confermare il candidato favorito. Oppure premiare il candidato dell'opposizione. Oppure regalare una affermazione lusinghiera ad un terzo incomodo.
La costituency è un modo saggio di scegliere dei leader responsabili, riconoscibili, che manterranno un rapporto stretto con il territorio, durante il loro mandato.
Con i collegi uninominali, maggioritari, a turno unico, la maggior parte degli eletti si guadagnerà il seggio per un pugno di voti. Questo spingerà il vincitore a non sedersi sugli allori, a impegnarsi e a lavorare di più. Più risicata è stata la sua vittoria, tanto più probabilmente il prescelto si impegnerà ad ascoltare le esigenze del territorio, passando molto del suo tempo nella costituency, ricevendone frequentemente i lobbisti, rispondendo alle telefonate, alle lettere, ai fax e alle mail dei propri elettori.
Fra gli sconfitti, invece, resterà una grande voglia di riprovarci, magari riorganizzandosi, fluidificandosi, alleandosi, trovando insieme, per la prossima volta, una alternativa migliore.
Semplicità e imprevedibilità dello scontro diretto fra candidati in una ristretta costituency, rappresentano quanto di meglio esista nella tradizione politica occidentale per assicurarsi la valorizzazione della persona ed il ridimensionamento degli apparati, un più frequente rinnovamento dei ceti dirigenti, un maggiore pluralismo non solo dei partiti ma soprattutto nei partiti.
Prepariamoci a difendere questa antica e gloriosa istituzione. Sarà un altro capitolo del nostro impegno quotidiano per la difesa delle nostre tradizioni e libertà.
Mauro Vaiani
presidente di Insieme per Prato
coordinatore di Toscana Libertaria
http://www.sp.unipi.it/hp/vaiani
http://www.toscanalibertaria.org

venerdì 27 agosto 2004

Il buon senso di un cittadino

Archivio anche qui questo omaggio al buon senso civico di Mario Pistoia, giornalaio a Torre del Lago. A distanza di anni, queste riflessioni raccolte una sera d'estate, sono ancora incredibilmente attuali. La politica e la burocrazia, invece, restano prigioniere di un miscuglio di pregiudizi e cattiverie, di prepotenza e impotenza (Nda, 11 agosto 2011).


venerdì 27 agosto 2004
Ieri sera al centro civico di Torre del Lago Puccini,
fra le delusioni di una stagione andata malissimo,
le risse interne ai burosauri della sinistra,
il rancore diffuso in un paese in cerca di riscatto,
si accende una piccola luce:
l'intervento di Mario Pistoia, 60 anni, giornalaio


Il giornalaio di Torre del Lago

Antefatto: basta con la musica per strada
Sabato 21 agosto 2004 un'ordinanza della polizia municipale di Viareggio intima ai locali più popolari della marina di Torre del Lago di sospendere ogni tipo di attività musicale. Si sono superati i limiti acustici di legge e la confusione disturba la riproduzione della flora e della fauna del parco di Migliarino e San Rossore, di cui le dune e le pinete di Torre del Lago fanno parte.
Poiché la musica e la possibilità di ballare liberamente per strada, sono da anni il principale motivo che spinge migliaia di persone a passare le notti dei finesettimana su quel lungomare, ciò significa la fine anticipata della stagione; un mese di lavoro perso per più di cento stagionali; danni economici difficilmente calcolabili ma non indifferenti in una stagione turistica che già è stata magra; un futuro incerto per decine di imprenditori che proprio in questi ultimi anni e sull'onda del successo della musica liberamente ballata per strada, in accordo con il parco e con il comune, hanno investito in nuovi locali sulla Marina, indebitandosi e accollandosi mutui decennali.
Se a tutto questo si aggiunge che uno dei locali chiusi è il famoso MamaMia, bastano poche ore a tutti i burosauri che tengono in pugno la Versilia da 60 anni, per capire che forse stavolta l'hanno fatta troppo grossa per passarla liscia. Il MamaMia è il punto di riferimento italiano (ma noto ormai anche oltre le frontiere della repubblica) per la variegata comunità glbtf. La sigla indica: le persone gay, lesbo, bisex, transessuali, nonché tutti gli "f", cioè i "friends", gli amici del variegato mondo arcobaleno. Una piccola ma combattiva parte delle folle che invadono il lungomare di Torre del Lago le notti dei sabati estivi non sono semplici "giovani", ma proprio loro, persone irrimediabilmente e irriducibilmente "diverse".
Come è ovvio attendersi da una comunità minoritaria che ha pochi punti di riferimento e poche "aree franche" in cui ritrovarsi, i gay, le lesbiche e i loro amici vivono questa chiusura come una minaccia e una discriminazione e, sin dalle prime ore del mattino della domenica 22 agosto, i "diversi" si rivoltano. Partono proteste, maratone di messaggi via sms e posta elettronica, appelli ai giornali e a tutte le autorità locali.
E' a rischio l'intera operazione, in cui pubblico e privati investono da anni, ben conosciuta come Friendly Versilia: il tentativo di fare di Torre del Lago una mecca del turismo gay, attraente, divertente e trasgressiva come le famose, o famigerate, Mykonos e Sitges, ma ben integrata negli eventi ricreativi, culturali e musicali che rendono famosa la Versilia nel mondo. Un punto di riferimento per i "diversi", uomini e donne che sono ovviamente single e che raramente hanno dei figli, capace di convivere con il tradizionale turismo delle famiglie della Toscana e del Nord che possiedono o affittano una casa nelle isole residenziali che costeggiano tutta la Versilia, a partire dalla stessa Torre del Lago.
L'ordine nasce dalla libertà: la testimonianza di Mario Pistoia
Giovedì 26 agosto 2004, al centro civico di Torre del Lago Puccini, in un'assemblea pubblica indetta dal consiglio circoscrizionale, uno dei primi a prendere la parola è Mario Pistoia. 60 anni ben portati, aspetto paterno, voce pacata. Di mestiere fa il giornalaio a Torre del Lago. Interviene come rappresentante di un gruppo di esercenti della zona. Il suo intervento, che qui riportiamo con libertà ma certi di restargli fedeli nello spirito, è come una luce nell'oscurità.
Ricorda a tutti che la marina di Torre del Lago è stata rinnovata da tanti imprenditori che hanno contratto mutui e fatto investimenti sulla base di piani che sono stati concordati con il parco e con il comune e che la sola frequenza giornaliera ai bagni e alle spiagge libere non è sufficiente a creare il giusto ritorno ai sacrifici fatti.
La stagione strettamente balneare è breve alla marina di Torre come in tutta la Versilia. Le famiglie vengono per periodi sempre più corti. I vecchietti affezionati al borgo lentamente ma inesorabilmente scompaiono.
Le migliaia di ragazzi che vengono a divertirsi la notte sul lungomare, invece, sono un patrimonio immenso. Li guardiamo un po' sconcertati a volte, per i tatuaggi, per i piercing, per le canne e le troppe bottiglie in mano. Poi ci parliamo e sentiamo che sono studenti di medicina e di ingegneria in pari con gli esami, lavoratori puntuali e impegnati, parecchi fidanzati che presto si sposeranno e metteranno su famiglia. Dal pubblico scappa una battuta: magari non tutti si sposeranno e avranno figli... Risate, applausi.
Forse quando abbiamo rinnovato la marina, continua Mario, non ci aspettavamo queste nottate piene di gioventù, ma non sono certo il parco o il comune o la polizia a poter decidere dove la gente deve andare.
Questi giovani sono il nostro futuro. Vengono a passare qualche notte qui e intanto conoscono il nostro mare, le dune, la bellezza sempre sorprendente della spiaggia libera della Lecciona. Si affezionano. E torneranno, magari comprando e affittando case, quando ne avranno la possibilità. Come è successo in questi anni, in cui sono stati proprio questi giovani così strani a ripopolare Torre del Lago, che era in un declino che sembrava senza speranza.
Chiudere i locali? Fatelo, se credete, dice Mario. Lui licenzierà sei ragazzi che avrebbero dovuto stare un altro mese a fare la stagione con lui. Sono universitari che lavorano per mantenersi agli studi. Questo sarebbe l'obiettivo del comune, del parco, dell'ARPAT?
Il parco ci voleva costringere a fare tutti ristorantini, dei mortori magari di classe e con pochi clienti, ma poi chi avrebbe dovuto frequentarli, con questi chiari di luna e con questi prezzi?
E' chiaro che non tutti i locali della marina possono trasformarsi in disco bar o discoteche, ma lasciamo che sia la fantasia dei gestori e la concorrenza a stabilire una differenziazione e la giusta quantità dell'offerta.
La musica per strada è un divertimento economico e semplice. Può darsi che debba cominciare più tardi, perché i ristoranti possano lavorare prima che il viale diventi troppo affollato, ma anche questo viene da sé, i ragazzi arrivano tardi e comunque arrivano quando vogliono.
E nella notte, poi, gli si deve dare sfogo. Fanno molti chilometri, fanno una bella fila per entrare alla marina, fanno fatica a parcheggiare, spendono 5 Euro per lasciare la macchina. Quando iniziano a ballare magari è già l'una. Perché si vuole mandarli via alle due o alle tre? E poi perché dobbiamo mandarli via tutti insieme, creando automaticamente un grande ingorgo e tantissima confusione tutta insieme? Tutta la notte dovrebbe andare la musica, magari sempre più bassa con l'avvicinarsi dell'alba, incoraggiando la folla a defluire lentamente e gradualmente.
Di nuovo applausi dal pubblico del centro civico.
Abbiamo sempre pensato al futuro economico del nostro paese come a un tutt'uno, riprende Mario, il lago, il borgo e la marina dovevano restare uniti e godere tutti di un'eventuale ripresa.
Abbiamo voluto l'anfiteatro per la musica, il museo di Puccini, l'abbellimento del borgo, la pulizia delle pinete e delle spiagge, la protezione del mare. Ci siamo impegnati per tutto questo e ora perché non dovremmo riuscire ad ospitare nel modo giusto questi ragazzi che vengono a ballare nei finesettimana per un paio di mesi l'anno?
Certo, dobbiamo darci da fare. Dovremmo finalmente ottenere che il collegamento della marina con l'Aurelia sia completato, in modo tale che il borgo non sia più minacciato dal traffico nelle notti dei sabati più affollati.
La marina, le strade centrali del borgo, la strada del lago dovrebbero essere, sulla base di calendari semplici e chiari per tutti, pedonalizzate nei momenti di maggiore affluenza, per far stare tutti a passeggio e a divertirsi con tranquillità. Dovremmo fare dei bei parcheggi all'ingresso del nostro paese e avere delle navette che portino la gente a ballare alla marina tutta la notte, ma anche la gente all'opera sul lago, ma anche alle feste e alle iniziative che si fanno nel borgo.
Abbiamo bisogno di presenza delle forze dell'ordine, che devono essere sempre visibili e vigilanti.
E il parco, si sente mormorare in sala, dovrebbe occuparsi del cuore delle pinete, della pulizia del sottobosco e dei sentieri, della sorveglianza giorno e notte, non delle scartoffie e delle chiacchere sul rumore o sui gay o sugli etero che vanno a ballare. I dipendenti del parco si dovrebbero vedere in giro a pulire e a sorvegliare, non solo quando c'è da mettere i bastoni fra le ruote alla gente che lavora e che cerca di arrivare a fine stagione con il meritato guadagno. Già, si sente ancora dire in sala, il parco dov'era quando hanno costruito la Coop? E quando ci sono le feste dell'Unità? Quei burocrati, come tutti i burocrati, si muovono bene nel casino delle leggi e leggine e le applicano a comando a seconda che tu sia loro amico o avversario.
L'ordine viene dalla libertà, conclude Mario. Poche regole chiare, condizioni di eguaglianza per tutti gli operatori economici, presenza e vigilanza quando serve, rispetto per tutti. E che si possa tranquillamente lavorare e ci si possa liberamente divertire, finché si può.
Una luce nell'oscurità
Mario Pistoia parla molto di più dei cinque minuti che erano stati previsti per ciascun rappresentante degli interessi economici e sociali della comunità, parla da vecchio torrelaghese e da persona di buon senso, pacata, che ama la libertà e il lavoro.
Illumina una serata che si preannunciava grigia e cupa. Oscura persino la concretezza e la semplicità con cui pure aveva parlato il sindaco Marcucci, che certo non è un diessino doc (infatti il suo partito non lo ha mai molto amato e lo ha escluso da una carriera toscana o nazionale) e che è stato colto di sorpresa dall'improvviso attivismo dei suoi funzionari.
Come sembrano lontane, viste dall'edicola di Mario, le ARPAT e gli Enti Parco, gli uffici comunali e regionali, con tutte le loro leggi e regolamenti applicati a singhiozzo, i loro controlli sempre incompleti, i loro provvedimenti incoerenti e arbitrari, i loro dirigenti irresponsabili e incontrollabili di fronte alla comunità, i loro altissimi costi di gestione del nulla più assoluto.
Nel corridoio, ai margini dell'assemblea, scambiamo due parole con Paolo Spadaccini, consigliere comunale dell'UDC, che ci spiega come sia stata una iniziativa sua e del suo partito a scatenare il casino. Una loro protesta di inizio agosto, ha prodotto, a fine agosto, quando i funzionari di turno sono tornati dalle ferie, ovviamente, un gran bel casino. Certo che se ci fosse stato davvero un pericolo ambientale serio, un mese di ritardo dalla segnalazione sarebbe criminale... Ma è ovvio che il pericolo ambientale non c'era, o meglio, non c'era più del solito... Il parco non fa praticamente mai nulla per salvaguardare le pinete e la splendida spiaggia della Lecciona dagli abusi che ovviamente ci sono, di giorno con i fiumi di persone che vanno al mare, forse più che la notte quando è solo la strada a riempirsi di macchine e persone.
E non c'è nemmeno, mi ribadisce fermamente Spadaccini, alcun atteggiamento antigay. I gay sono figli e fratelli di tutti, sono in tutte le famiglie, di destra e di sinistra. I loro soldi li spendono nei negozi di tutti.
Se ci sono eventuali rancori e prudori, notiamo noi, contro la diversità e contro forme diverse di vita e di spiritualità, questi sono un rumore di fondo che si produce e si sente dappertutto, sia a sinistra che a destra. Anzi, vista l'egemonia che esercita la sinistra in Toscana, sarebbe il caso che si cominciasse a guardare cosa succede, di fronte alle vere differenze, nelle sue case del popolo e nelle sezioni dei suoi partiti.
L'UDC di Spadaccini porta a casa un solo vero risultato politico: catalizzare l'insofferenza del popolo verso gli atteggiamenti, ritenuti rigidi, parziali e arbitrari, delle autorità del parco, nei confronti di tanti proprietari e imprenditori. Soprattutto, si intuisce, quelli che non sono del giusto colore politico.
Questa insofferenza si percepisce, è palpabile, anche in questa sera a Torre del Lago, anche dopo che il cuore ti si è aperto dopo aver ascoltato Mario Pistoia.
E' il rancore profondo di tanti residenti di Torre del Lago - ed anche dei proprietari di seconde case che vengono per venti, o trenta giorni l'anno, o poco più - nei confronti del comune, del parco, di tutte le burocrazie.
E non c'è da stupirsi. Torre del Lago Puccini, un borgo assolutamente bello e denso di attrattive, lo attraversi, lo frequenti e capisci che con poco, se fosse amministrato meglio, potrebbe essere cento volte più curato, più attraente, più ricco.
Il rapporto fra Torre del Lago e il comune di cui fa parte, Viareggio, è storicamente conflittuale. Si esprime politicamente nel fatto che il borgo non ha mai avuto le maggioranze di sinistra bulgare che invece ci sono a Viareggio. Non è mai stato egemonizzato dalla sinistra. Si esprime amministrativamente nel semplice fatto che Torre del Lago non ha ricevuto mai da Viareggio le infrastrutture, le piazze, le strade, la cura che avrebbe meritato.
La battaglia dell'autonomia, i referendum per separare Torre del Lago da Viareggio e costituirla in un libero comune autonomo, sono stati sin qui persi. L'ultimo referendum, quello celebrato insieme alle elezioni europee e amministrative, è stato perso perché è stato vissuto come un referendum fra la sinistra buona di Viareggio e del sindaco Marcucci e la destra cattiva di Torre del Lago e del presidente della circoscrizione, Athos Pastechi, di Forza Italia.
Nella partita del referendum il variegato mondo gay ha fatto la sua parte: ha massicciamente votato e fatto votare per il no all'autonomia. Convinti di votare per una Viareggio filogay e contro una Torre del Lago presunta antigay, hanno portato acqua al mulino dell'egemonia delle burocrazie dominanti. Forse, dopo essersi visti chiudere i locali all'improvviso dai loro presunti protettori, esattamente come altri imprenditori di centrodestra si vedono continuamente molestati dalle burocrazie dell'inamovibile sinistra toscana, in futuro avranno occasione di riflettere e di cominciare a porsi i problemi più laicamente.
Tutti all'edicola di Mario Pistoia
La vicenda dei locali di Torre del Lago, mentre chiudiamo questa testimonianza, sembra essere tornata nell'alveo del buon senso e della cooperazione.
Non verranno più chiusi, o meglio: verranno provvisoriamente riaperti.
Si addice di più questa eterna provvisorietà del diritto di lavorare e di divertirsi, a questa sinistra egemone della Toscana che non ha mai veramente molto amato né la libera impresa, né tutto ciò che non può controllare.
Non abbiamo chiesto a Mario Pistoia quali siano le sue convinzioni spirituali e politiche più profonde, né cosa pensi delle tante forme di turismo che invadono il suo paese, né come giudichi i gay. Anche perché siamo fermamente convinti che non li giudichi affatto...
Ci è bastato sentirlo parlare, per invitare tutti ad ascoltare la sua voce, la più profonda e più toscana che abbiamo sentito quest'anno: la voce del buon senso, della voglia di fare le cose bene e con zelo, l'amore per il buongoverno, le tradizioni e le libertà di tutti.
Andiamo tutti, di destra o di sinistra, più spesso alla sua edicola e cerchiamo di riconoscerci di più nei valori e nelle aspirazioni che lui ci ha testimoniato.

a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it )


giovedì 17 giugno 2004

Babbo, sono tornato comunista

Archiviamo e rilanciamo su Diverso Toscana uno scritto originariamente pubblicato il 17 giugno 2004, da Pisa, per S.Ranieri. Eravamo in un momento difficile del nostro impegno per il superamento della vecchia sinistra toscana, della nostra opposizione storica al sessantennio e al partito-stato. Cominciavamo appena a intravedere la possibilità di partecipare, come avremmo fatto poi con la candidatura Antichi nel 2005, a una importante tentativo di creare una nuova area politica civico-liberale, una alternativa e non solo una alternanza, anche in Toscana. Con questo scritto attaccammo l'aristocrazia rossa, che allora aveva ancora saldamente il potere in Toscana. Ci sono tornate in mente queste righe oggi, 8 ottobre 2012, grazie a un articolo molto bello, pubblicato da Il Foglio, nel suo paginone centrale II-III, firmato da Enrico Deaglio, intitolato "Renzi il giovane vs Bersani il vecchio". La cosa più bella dell'articolo, a nostro parere, è questa: né Renzi, né Bersani (né Vendola, né gli altri concorrenti) sono in alcun modo membri dell'aristocrazia rossa. Così, chiunque vinca le prossime primarie del PD, il 25 novembre 2012, non resterà nulla della vecchia nomenklatura che abbiamo lealmente contrastato, né della sua aspirazione a conservare una egemonia ormai svuotata da ogni contenuto gramsciano di liberazione politica ed emancipazione sociale, ridotta a mera riproduzione di casta, a pura conservazione di potere e privilegi. E' finita, per quella elite inamovibile contro cui lanciammo, con durezza ma anche con ironia, questo modesto scritto. Possiamo scriverlo? E' la conferma che qualcosa può cambiare, che vale la pena studiare e impegnarsi, che possiamo aspirare a vedere un rimescolamento delle carte, che c'è sempre la possibilità di una circolazione lapiriana di speranza contro ogni speranza (NdA). 




giovedì 17 giugno 2004
Testimonianza
di un anonimo principe
della Toscana
sulle vittorie elettorali del Centrosinistra
nel 2003 e nel 2004





Caro babbo,

sono tornato comunista.

Sono tornato qui. A prendere il mio posto, ad assumermi la responsabilità del mio retaggio, a governare come legittimo erede della dinastia.

Era dall’anno scorso che volevo scriverti questa lettera, sulla scia dell’entusiasmo per la vittoria del sindaco Fontanelli a Pisa. La sera dell’Ascensione, di ritorno dalla festa a S.Piero a Grado, avevo cominciato, forse ispirato dalla solidità di quelle antiche pietre, dalla gioia che leggevo nei volti dei nostri militanti dopo il successo elettorale, dalla facilità con cui il bianco frizzantino mi scendeva nella gola.

Poi è rimasta lì, assieme a tante altre cose. Un anno intero è volato. Sono stato impegnato dalla sistemazione della mia nuova villa su queste colline, da cui si vede la nostra amata Versilia, Pisa e persino il porto di Livorno.

Sono stato impegnato anche nel nuovo lavoro, davvero, non ti preoccupare. L’ho preso sul serio.

La nostra grande famiglia, il nostro partito, mi ha accolto come il figliol prodigo, facendomi entrare in una prestigiosa istituzione, in cui il posto per me non ci sarebbe mai stato, se fossi stato solo l’economista ambizioso e ribelle che fuggì da te, anni fa. Ho avuto questo incarico perché sono il tuo erede, il pronipote di uno dei fondatori del PCI, il nipote di un dirigente del CLN della Toscana, il figlio di un grande sindaco comunista.

Sono tornato in seno alla mia terra, alla mia famiglia, al mio partito, dopo tanto girovagare in giro per l’Europa e per l’America in cerca non so più neanche io di cosa. Finalmente comprendo anch’io, con nettezza, la grandezza dell’opera sociale di cui sono erede.

E mi manchi, babbo.

Vorrei che tu avessi assistito a questo mio ritorno.

Sono con i cugini di Prato, di Livorno e di Arezzo, a cui mi sono riavvicinato.

Non siamo stati tutta la notte a parlare di politica, babbo, non ti preoccupare.

Siamo stati per le strade di Pisa a bere e a ballare.

Ho ancora negli occhi i Lungarni splendenti della Luminara.

Ci siamo divertiti, ma abbiamo anche festeggiato le nostre rinnovate vittorie elettorali e politiche: le vittorie dell’Ulivo e del Centrosinistra, in queste Europee e Amministrative del 2004, qui in Toscana.

Ora i miei compagni di baldoria dormono. Io invece non ho sonno.

Forse sono ancora un po’ ubriaco… Me ne accorgo da quanto vorrei che tu fossi qui, a stringermi fra le braccia…

E’ quasi l’alba del giorno di S.Ranieri, babbo.

Sono seduto alla tua scrivania preferita, quella di mogano massiccio, così antica e solenne, macchiata di inchiostro e odorosa di tabacco.

Saresti stato felice di rivederci tutti insieme e goderti la luce di questo nuovo giorno e il profumo intenso dei gelsomini.

La più grande rabbia di un Toscano, dicevi quando ormai eri vicino alla fine, è che anche la vita più lunga sembra un passaggio troppo breve in questo che è il paese più bello del mondo.

Non per merito nostro, dicevi, sei sempre stato troppo rigoroso sulla nostra storia per arrogare alla nostra egemonia meriti impropri. Con la franchezza che solo i grandi si possono permettere, sostenevi che abbiamo solo rovinato la nostra terra molto meno di quanto altre classi dirigenti del XX secolo hanno fatto con i loro paesi e le loro città, sia nel mondo capitalista, che in quello socialista, che nell’inferno del terzo mondo.

Socialdemocratici nordici, democratici americani, socialisti francesi e spagnoli, peronisti argentini, comunisti russi e cinesi, nazionalisti arabi e africani, hanno reso le loro società tristi, povere, spesso tragiche, spingendo a conseguenze estreme il potere dei moderni partiti sulle masse, sfidando l’umanità, la storia, la tradizione, quello che gli esseri umani sono realmente.

Noi, in Toscana, siamo arrivati al potere con l’umiltà delle generazioni di militanti che hanno creduto nel partito e ne hanno fatto il moderno e insostituibile Principe della nostra società. Abbiamo esercitato con moderazione e responsabilità il nostro ruolo di servitori del popolo.

Raccogliemmo noi, alla fine del Ventennio e della guerra, i Toscani dalla paura e dal disorientamento. Il nostro ex compagno socialista e nazionalista, Benito Mussolini, aveva esercitato il potere in modo brutale ma anche così radicalmente innovativo. Aveva imposto alla Toscana un livello di conformismo politico forse mai raggiunto prima da nessun precedente regime. Al suo confronto il referendum truffa con cui la Toscana fu annessa allo stato sabaudo, le antiche egemonie dei club e delle logge laiche e liberali, i circoli clericali, le prime cooperative e opere popolari cattoliche e socialiste, sembravano preistoria della politica e le antiche tradizioni toscane di irriverenza e insofferenza verso il potere sembrarono definitivamente appannate.

Fummo noi a raccogliere quanto si poteva salvare e a spingere il popolo ad affidarsi ad una nuova classe dirigente, portatrice di valori sociali e nazionali, ma anche di moderazione, legalità, rispetto per i deboli, solidarietà con i poveri e gli affamati dalla guerra.

Siamo una classe dirigente accuratamente selezionata per cooptazione, certo cementata da meccanismi di fedeltà ai vertici, ma ancora capace di mandare avanti non solo i fedelissimi, ma anche alcuni capaci.

Siamo egemoni, ma siamo un governo realista, benevolo, pragmatico.

Per questo il popolo toscano ci ama e non ci abbandona.

La maggioranza assoluta dei Toscani adulti viventi ha votato, almeno un periodo della sua vita, per noi. Nel 1990, quando la Mosca dei sogni di tutti i comunisti crollava e l’Unione Sovietica si avviava allo scioglimento, il nostro partito aveva ancora un milione di voti, il 40%, da solo. Nel 2000, dopo il crollo di tutti i partiti della prima repubblica, salvo il nostro, avevamo ancora, da soli, il 37%. Alleati con i migliori esponenti della sinistra cattolica, laica e socialista della Toscana, abbiamo ancora, dappertutto, soprattutto quando chiamiamo a raccolta il nostro popolo e riusciamo a far votare almeno il 75% degli aventi diritto, la maggioranza assoluta.

Sono fiero che proprio te, babbo, fosti uno dei primi a chiedere riforme e cambiamenti, prima del crollo dei partiti del 1992. I nostri alleati e alcuni dei nostri stessi dirigenti sono troppo avidi, troppo disinvolti, ammonivi. Dobbiamo ricordarci che il popolo è come l’acqua. Oltre un certo limite non si può tenere.

Noi siamo i migliori pastori che i Toscani possano avere, dicevi, ma i Toscani meritano, per le loro antiche tradizioni, un governo moderato e prudente, che non esibisca sfacciatamente né la propria ricchezza, né il potere.

I nativi, fino agli anni ’60, erano solo poveri pescatori o montanari, mezzadri, piccoli proprietari, artigiani. Si sono affidati a noi perché la modernità e l’industrializzazione li hanno arricchiti, ma anche dislocati e disorientati.

Gli immigrati sono arrivati in gran parte da province povere di senso civico e di libertà e sono felici di aver trovato qui non altre o nuove mafie, ma strutture paternalistiche di governo, che hanno saputo guidarli e proteggerli.

Abbiamo dato alla Toscana grandi amministratori, che hanno saputo realizzare opere pubbliche e servizi sociali decorosi.

Non siamo stati incauti saccheggiatori del territorio e dei beni pubblici come certi socialisti del Nord o certi democristiani del Sud.

Non siamo stati arroganti con il popolo, né con gli umili, né con i ricchi.

I giornalisti, i professori, i magistrati, gli alti burocrati li abbiamo allevati noi, condividendo con loro il privilegio di appartenere alla nostra aristocrazia.

Il nostro prestigio morale è intatto. Grazie alla nostra moderazione, alla lezione di grandi uomini come te, noi siamo sopravvissuti, mentre gli altri partiti della vecchia repubblica sono stati annientati.

Noi ci avviamo, in un clima di grande fiducia e di stabilità, a festeggiare i nostri primi 60 anni al potere.

Tutti gli altri si limiteranno a festeggiare i 60 anni della liberazione dal Nazifascismo. Festeggeranno grazie a noi, non solo perché i partigiani comunisti furono la forza vincente nella guerra civile, ma soprattutto perché la nostra dirigenza politica decise di non proseguire la lotta armata fino alla conquista violenta del potere, alla fine della seconda guerra mondiale. Fu una scelta saggia, che ci ha fruttato tutto il potere che ci è stato possibile afferrare, grazie alla nostra graduale, nonviolenta, ma sistematica conquista dell’egemonia sociale.

Oggi che abbiamo cooptato anche gli eredi delle tradizioni cattoliche, laiche, socialiste e repubblicane, che ci accorgiamo di quanto il nostro elettorato sia fedele, stabile e manipolabile, ci rendiamo conto dell’eredità che te e gli altri padri del partito ci avete lasciato e delle responsabilità che, con gioia, siamo pronti ad assumerci come vostri eredi.

So che non potremo mai più usare quel nome ad alta voce…

In questa luce ancora fioca prima dell’alba, però, in questo attimo di riposo del creato e di gioia assoluta nel mio cuore, babbo ecco, lo scandisco ad alta voce: io sono comunista. Erede del bene assoluto, nato per conservare per sempre il potere che voi avete conquistato. Imperatore di una obbedienza perfetta: religione per chi crede, potere per chi ci teme, ricchezza per chi possiamo comprare.

Ieri il PCI, oggi l’Ulivo, ma sempre noi: l’incarnazione della volontà del popolo.

So cosa avresti detto dei buoni risultati dei molti partitini neocomunisti che sono nati alla nostra sinistra.

Usando il nome che noi non potremo usare mai più, ci aiutano a mantenere l’egemonia che abbiamo conquistato con tanta fatica. Conservano i vecchi nell’attaccamento ai nostri simboli, ai nostri miti, alle nostre tradizioni. Arruolano i giovani a credere, sempre più confusamente ma proprio per questo più ciecamente, che un altro mondo è possibile, un mondo in cui si possa essere felici nell’uguaglianza, senza la fatica di essere liberi e diversi.

Dopo una giovinezza passata nell’adesione a visioni semplificatrici della vita, manichee e anche un po’ religiose, cosa che non fa male in questo mondo povero di valori, avranno per tutta la vita bisogno di dividere il mondo in cattivi e buoni, per affidarsi poi a questi ultimi senza sforzo. Cioè a noi, che siamo l’unica incarnazione possibile dell’illusione di cui ubriacano la loro gioventù: una società uniforme, controllata e quindi giusta. E che abbiamo conquistato il potere sufficiente, locale e nazionale, per aiutarli, quando la più breve e dolce stagione della vita volge al termine, a trovare casa, lavoro, divertimento e consumi. Concretezza e sicurezza.

I neocomunisti da sinistra, i neopopolari del centro, le correnti sociali della nuova destra, i compagni di tutte le nuove opere private che vogliono essere finanziate dalla mano pubblica come e più delle vecchie, tutti insieme costoro ci aiutano a convincere ogni giorno di più gli umili e i deboli che senza l’aiuto dello Stato e degli Enti Locali, da sé, con le loro proprie forze, non possono fare nulla di buono.

E’ la dura ma benevola lezione del nostro saldo governo.

Noi non comprimiamo l’aspirazione naturale del Toscano a sentirsi padrone della sua casa e del suo lavoro, ma facendolo iscrivere ai nostri sindacati e patronati lo aiutiamo e lo controlliamo; assumendo sua moglie o suo figlio in comune gli garantiamo uno stipendio sicuro anche quando la sua azienda avrà momenti cupi; con le nostre cooperative, assicurazioni obbligatorie, scuole e asili pubblici, lo nutriamo, lo proteggiamo, lo divertiamo; in cambio di tutta questa provvidenza, non facciamo altro che rastrellare il suo voto e, di tanto in tanto, mobilitandolo per qualche buona causa, lo facciamo anche sentire migliore.

Mai del tutto sicuro, se si allontana da noi, ma mai veramente oppresso.

Il potere che esercitiamo è immenso, ma mai sfrontato, mai esibito, sempre condiviso con altri gruppi e poteri forti, sempre moderato e attento a non travalicare mai nei territori sconosciuti in cui non abbiamo mai conseguito un’autentica egemonia sociale.

Siamo, salvo rari eccessi, generosi con i nostri avversari più deboli, e duttili con quelli più forti.

L’ONU e l’Unione Europea sono piene di nostri funzionari e i programmi futuri di ampliamento dei poteri e dei bilanci di queste istanze internazionali sono i nostri. Quando ancora più denaro sarà dirottato verso queste istanze, la nostra aristocrazia sarà l’unica che potrà gestire e controllare un potere così alto e così lontano dagli occhi del popolo.

Sapremo farlo bene, distribuendo nella nostra terra, a coloro che si mostreranno degni e fedeli, i fondi internazionali e comunitari, alimentando così la nostra egemonia.

Saremo pronti come sempre ad estendere la nostra benevolenza sulle regioni depresse d’Italia, d’Europa, dell’intero pianeta. La sfida più grande della globalizzazione è essenzialmente quella della globalizzazione della nostra egemonia.

Le nostre relazioni politiche con movimenti, fazioni, persino gruppi clandestini, in tutto il mondo, sono talmente ampie e consolidate, che sapremo trovare il modo di tenere lontani dalla nostra terra, con la forza della politica e del denaro, i terrorismi internazionali vecchi e nuovi.

Sappiamo che sarà necessario combattere, perché nessun sanguinario nazionalismo prenda il potere sulle rive del Mediterraneo, ma per il momento è più giusto assecondare il popolo nella sua giusta e naturale paura della guerra. Il pacifismo è una corrente spirituale che ci ha sempre portato consenso e simpatia.

Se e quando dovremo combattere, lo faremo solo sotto coperture internazionali ampie, perché il nostro popolo accetta più volentieri i sacrifici, quando vede grandi liturgie laiche di presidenti democratici, socialisti, popolari, che, con estrema dignità e tristezza, annunciano in televisione che una vasta alleanza democratica internazionale sta per compiere una azione preventiva o difensiva di intervento umanitario armato. Senza mai, ovviamente, pronunciare la parola “guerra”, che non si addice ai rappresentanti del massimo bene possibile sulla terra.

Non abdicheremo mai allo straordinario monopolio del pensiero e della lingua con cui imponiamo a tutta l’opinione pubblica di chiamare la nostra politica estera, anche e soprattutto se armata, sempre e solo “pace”.

Non siamo del resto, proprio nel comunicare, assolutamente superiori ad ogni altra aristocrazia politica del pianeta? Fatta salva quella cinese, da cui, proprio come hai sempre pensato te, babbo, dobbiamo imparare qualcosa. Sembra che si tratti della prima classe politica della storia umana a noi nota, che sta riuscendo a far crescere la ricchezza del proprio immenso paese senza concedere al popolo alcuna libertà.

Questa ricchezza senza libertà, se non è un illusione, è sicuramente il frutto di una cultura dell’egemonia sofisticata, pragmatica e moderata almeno quanto la nostra. Non per nulla abbiamo aperto le porte della Toscana ai Cinesi, li abbiamo inondati di visite e missioni, speriamo in loro come partner economici.

Coloro che governano in Cina sono degni della nostra ammirazione, nonostante abbiano, nel terribile 1989, commesso il terribile sbaglio di Tien An Men. Del resto, ricorderesti te, babbo, chi di noi della sinistra mondiale, della grande tradizione socialista, comunista, popolare, non ha commesso sbagli nel terribile 1989?

Non esercitiamo, dalla Toscana, una egemonia stabile sul governo della Repubblica Italiana, ma con i nostri alleati delle altre regioni, abbiamo già dimostrato di essere abili amministratori delle grandi burocrazie e delle immense ricchezze che esse consumano. La maggior parte di esse sono state create da noi o dai nostri alleati cattolici e socialisti, oppure furono create da Mussolini. Le conosciamo, le controlliamo. Sappiamo ciò che esse soprattutto vogliono: sopravvivere. Sono organismi vivi, complessi, in esse comandano, giustamente ben pagati, i nostri rampolli, ma sono impiegati anche numeri importanti di nostri devoti e fedeli sostenitori.

Ti piaceva, babbo, la canzonetta di Gaber sui comunisti… Soprattutto in quel punto in cui ci dileggiava cantando: “Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto. Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.”.

Ti strappava sempre un sorriso, perché la nostra egemonia si era sviluppata senza bisogno di statalizzare tutto. Anche la moltiplicazione delle assunzioni a vita di nostri fedeli nei comuni, nelle province, nella regione, negli enti e nelle aziende collegate, è stata da noi praticata più o meno come è avvenuto in tutti gli stati socialisti e democratici d’Europa. La nostra politica di assunzioni di massa, semmai, è stata più equa, favorendo ovunque le vedove, gli orfani, i veri poveri, purché nostri sostenitori.

A proposito di grandi burocrazie, babbo, chissà se hai cambiato idea sulla scelta  che facemmo nel nostro ultimo quinquennio di governo centrale, dal 1996 al 2001.

Scegliemmo di non rimuovere il duopolio Rai-Fininvest, perché era impossibile ridimensionare l’ultima senza toccare la prima. E la Rai era intoccabile, perché piena di nostri sostenitori, e governata da nostri funzionari e sindacalisti.

Questa cosa ti angustiava. Da una parte sapevi che, lasciando in piedi il duopolio, avremmo avuto ancora per anni, come avversario sempre moralmente attaccabile, il proprietario della Fininvest. Questo è stato ed è tuttora un indubbio vantaggio propagandistico.

Dall’altra parte, non stiamo forse rischiando che sia il Centrodestra a fare una riforma che noi non potremmo controllare? E se Bossi riuscisse a portare Raidue a Milano?

A questo punto, è ovvio, mi sembra di vederti… Mi faresti un grande sorriso e mi diresti pacatamente: se non siamo mai riusciti noi a spostare un solo giornalista da Roma a Firenze, come pensi che riusciranno Bossi, Follini, Fini, Berlusconi, a spostare una intera rete?

Il federalismo? Lo faremo noi, con calma, la prossima volta che riprenderemo saldamente il potere a Roma, sicuri che l’aumento del potere locale non diminuirà i guadagni e lo status della nostra classe dirigente centrale. Sposteremo poteri e risorse verso gli enti locali, che moltiplicheremo e le cui competenze manterremo il più possibile confuse, sovrapposte, di difficile comprensione per i cittadini. Così che il popolo senta sempre più bisogno qui della nostra egemonia e altrove possa desiderare la nostra forza unificante, o almeno ammirare la nostra capacità di controllare e paralizzare gli avversari.

L’enorme deficit che abbiamo accumulato, cogestendo la spesa pubblica assieme a tutti i partiti della prima repubblica, sapremo gestirlo noi. Con la sola manovra dell’Euro, noi e i nostri alleati nell’Unione Europea, non lo abbiamo praticamente dimezzato? Abbiamo azzardato un tasso di cambio fra la vecchia Lira e l’Euro che ha prodotto, in una sola notte d’inizio 2002, una svalutazione praticamente del 50%. Ci è andata bene, perché del traumatico raddoppiarsi di tutti i prezzi fuori dal paniere Istat (cioè di tutte le cose che contano veramente, come l’acquisto di una casa), per la necessaria convergenza con i prezzi in Euro di tutta Europa, la nostra gente oggi dà la colpa al governo Berlusconi.

Le persone che ora devono campare con meno di 1.000 Euro al mese, saremo noi ad aiutarle, quando, più prima che poi, torneremo a Roma.

Con abilità sappiamo dirigere la rabbia del nostro popolo contro il governo attuale, che abbiamo saputo rappresentare, con una abile comunicazione, persino troppo detestabile. Siamo stati forse persino eccessivi, rischiando un pochino della nostra credibilità. Te, babbo, avresti raccomandato moderazione. Stiamo rischiando di ingigantire inutilmente la statura dei nostri avversari e di rivelare la capacità di mentire che ci viene dal nostro ormai secolare addestramento leninista.

So che molti dei nostri problemi di immagine, di strategia e di tattica, ci vengono dall’ingenuità dei dirigenti di regioni in cui la sinistra non esercita alcuna egemonia. Le elezioni si succedono per loro sempre troppo frequentemente. Subiscono continuamente l’alternanza. Il popolo si diverte a cambiare voto e loro sentono il bisogno di inseguire e blandire l’elettorato.

Come ringrazio la cieca fortuna, babbo, che mi ha regalato la nascita in seno ad una aristocrazia forte, che guida saldamente e stabilmente il partito egemone della nostra Toscana, in cui, salvo le rare e temporanee eccezioni di qualche sperduto putrido borgo, l’elettorato è stabile e la nostra maggioranza assoluta inossidabile.

Quanta calma, quanta pazienza, ci regala l’egemonia costruita dal sudore e dal sangue dei nostri padri. Abbiamo sempre tempo. Per digerire gli scontri interni alla nostra classe dirigente. Per diluire anche le crisi e i problemi più gravi. Per rimandare tutto quello che non è possibile affrontare. Per sostituire con calma nostri rappresentanti che si rivelino troppo arroganti o inetti. Per goderci anche un po’ la vita e la nostra meritata ricchezza, perché siamo nati per comandare, ma non dobbiamo certo privarci delle piccole gioie della vita.

Grazie alla fedeltà dei contadini, alla dedizione degli operai la cui vita era scandita dalle sirene della fabbrica e dai proclami del partito, all’ingenua e gioiosa adesione alla nostra propaganda di tante generazioni di studenti arrabbiati, noi siamo qui.

Costringiamo tutti a vederci come i migliori, perché ne siamo prima di tutto convinti noi stessi. Persino i nostri avversari, nel loro intimo, riconoscono la nostra superiorità morale e, le rare volte che qualcuno di loro ha preso il potere sul nostro territorio, non ha saputo né forse potuto fare altro che proseguire la nostra opera, investendo nelle nostre opere sociali e nelle opere pubbliche da noi impostate, in definitiva continuando ad alimentare la nostra egemonia e preparando indirettamente il nostro ritorno al potere.

Vegliamo sui sogni e sulle speranze più intime della nostra gente, ma non ci dimentichiamo di loro anche quando la sveglia li rigetta ogni mattina nella fatica quotidiana della vita.

Siamo noi a dettare le principali linee morali ai nostri sudditi che abbiamo innalzato a cittadini e compagni, restando peraltro sempre al di sopra e al riparo di ogni loro giudizio.

Siamo, con le nostre case del popolo, le feste, i concerti gratuiti, gli arbitri del divertimento, della società, forse persino dell’amore. Con le nostre parrocchie cattoliche e con le nostre liturgie laiche, siamo insostituibili custodi dell’anima della nostra gente.

Non credo in Dio, babbo, ma credo nel destino dei comunisti, oggi post-comunisti, sempre egemoni in Toscana: avere preso il potere e rimanerci per sempre.

E’ un fardello troppo pesante, anche se gioioso?

Abbiamo sulle spalle troppe istituzioni e nelle mani il destino di troppe persone?

So cosa mi diresti te, a questo punto: siamo un pezzo di storia, non di attualità politica.

Penso spesso, babbo, al fatto che nessuno ride di noi, o ci irride, o ci insulta, specialmente in Toscana, né i nostri comici più famosi, né il Vernacoliere, né le pesti e le sagome dei mercati fiorentini o del porto labronico. A parte il tuo amato e odiato Gaber, a parte qualche battuta del genovese Grillo, su di noi, specialmente in Toscana e da parte dei Toscani, non esiste praticamente alcuna forma di satira politica. Non mi meraviglio della tristezza e della mancanza di fantasia dei nostri oppositori, che sono pochi, spauriti, continuamente tentati dalle nostre abili politiche di cooptazione e mediazione. Mi sorprende invece la totale assenza di una musica ribelle, di una canzone graffiante, di un’arte figurativa rivelatrice, di una fotografia e di un cinema di denuncia. Abbiamo dunque creato un pensiero così unificante e soffocante, da non meritarci neppure un giullare di corte, un artista maledetto, un intellettuale scomodo?

Il rischio di essere i padroni di un laghetto che potrebbe diventare stagnante e putrido c’è, per noi come per le classi dirigenti di ogni tempo e luogo. E’ inutile negare che il marxismo ci ha lasciato una visione del mondo così semplicistica e tanto rassicurante da farci correre il rischio di non sentire il nostro stesso puzzo di pesce morto.

E’ difficile per me, aristocratico capo della sinistra di ascendenza comunista e quarta generazione di una famiglia votata al comando, non peccare di arroganza e non abusare della mia fortuna, caro babbo, ma cercherò con tutte le forze di fare il mio dovere.

Almeno finché dal popolo toscano, o più probabilmente dal nostro seno, non scaturirà chi potrà prendere il nostro posto, in un futuro lontanissimo.

Augurandoci che sia, come siamo stati in parte noi: più pastori che padroni, più custodi che dittatori, più rispettosi della Toscana come veramente è, che arroganti trasformatori e magari distruttori della nostra amata madreterra.


* * *

a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it )
 


Fonte:
http://www.toscanalibertaria.org/cammino/2004-06-17-anonimo-toscano.html
(acceduto lunedì 8 ottobre 2012)

mercoledì 3 dicembre 2003

Meteora Soldati

Recupero dal vecchio sito di Toscana Libertaria e archivio qui una intervista che feci nel 2003 a Vincenzo Soldati, allora alla guida della Lega Toscana. A suo tempo dimostrò una notevole empatia con le nostre tematiche popolane e libertine, con il nostro impegno per porre fine al Sessantennio e per la rivoluzione liberale in Toscana, con il nostro euroscetticismo. Forse fu una meteora, ma i temi di questa nostra conversazione di oltre sette anni fa sono ancora tutti attualissimi (Nda, lunedì 14 marzo 2011).


mercoledì 3 dicembre 2003
Incontro con Vincenzo Soldati
segretario nazionale della Lega Nord Toscana 
                                              .
Lega Nord Toscana:
continuare a lottare per la libertà,
tirare fuori l'euroscetticismo

                                                                                                
                                                                                                
                                                                                                

Diciamo subito chi è Vincenzo Soldati ad un pubblico toscano che forse non ti conosce o ti aveva perso di vista.
Ho 53 anni. Sono di Massa. Sono un imprenditore nel settore lapideo. Ho aderito alla Lega Nord Toscana fin dalla sua fondazione. E' stata la prima volta che mi sono iscritto ad un partito, nella mia vita. Provengo da una terra aspra e particolarmente amante della libertà: la nostra Apuania. Ho ricoperto diverse cariche nel partito, partendo dal basso: segretario comunale, segretario provinciale, consigliere federale, segretario nazionale.

Ovviamente stai parlando della Lega Nord Toscana come partito toscano e quando dici che sei il segretario nazionale, intendi dire a livello di "Nazione Toscana".
Certo. Sono il segretario di un partito toscano, autonomo, anche se parte integrante del sistema federale della Lega Nord guidata dal segretario federale e ministro delle riforme istituzionali, Umberto Bossi.

A che punto è la Lega Nord Toscana oggi?
La Lega Nord Toscana si è costituita nel 1988. Si è presentata da allora a tutte le tornate elettorali, raggiungendo nel 1992 oltre ottantamila voti e conquistando due deputati. Il nostro massimo storico. Nella sua storia il movimento ha espresso consiglieri comunali e sindaci. Oggi la Lega ha un sindaco in Lunigiana, un assessore al Comune di Lucca e alcuni consiglieri comunali. E’ presente in tutte le province della Toscana con proprie sedi. Ha una segreteria nazionale a Lucca. Un merito politico che mi riconosco è quello di aver costruito un movimento unito con una classe dirigente motivata, preparata e capace.

Però?
Siamo fermi ad un risultato elettorale dell'1%.

Le forti organizzazioni lombarde e venete con cui siete federati e la Lega Nord federale, che in alcune aree è movimento popolare se non addirittura partito di raccolta di intere comunità, possono  aiutarvi ad uscire dalla marginalità politica?
La Lega Nord federale è al governo. Governa città e comunità importanti nel Nord del paese. Umberto Bossi come leader è fortemente e personalmente impegnato nella riforma dello stato che è il punto chiave di questo secondo governo Berlusconi. Direi che i nostri alleati del Nord stanno già facendo la loro parte. Noi dobbiamo conservare e alimentare un nostro spirito e una nostra organizzazione, in attesa che cambi l'atmosfera e la situazione politica della Toscana. Questa nostra benedetta e maledetta Toscana è, politicamente parlando, la terra più conservatrice d'Italia.

Aspettate anche voi il crollo del partito-stato e la dissoluzione di queste eterne maggioranze imperniate ancora oggi sugli eredi diretti del vecchio PCI?
La forza e la longevità di queste maggioranze veniva da profondi ideali. Oggi degli ideali dei vecchi comunisti e socialisti non resta granché. Ad essi si è sostituita una capacità cinica di gestire e conservare il potere economico e sociale. Il cinismo è, ovviamente, anche capacità di manipolare il consenso di quelli che ancora ci credono. Ma quanto potrà durare?

L'unico vostro assessore, al momento, è Valleggi, delegato al federalismo nella giunta di Lucca. Come va questa vostra esperienza con il sindaco di Lucca, Fazzi?
Fazzi è una persona che ha un senso alto e profondo della politica, un servitore del bene comune, buon amministratore e buon politico. Sa dialogare, mediare, ma anche assumersi responsabilità. Sia con il suo governo, che con i partiti, che con il popolo. Noi siamo stati suoi convinti sostenitori. E ci aspettiamo che la sua esperienza faccia scuola in altre parti della Toscana. Del resto, grazie a Lucca, Arezzo e Grosseto, tre città importanti governate da giunte moderate imperniate sulla Casa delle Libertà, già oggi l'immagine monolitica di una Toscana egemonizzata dal Centrosinistra si sta sgretolando. La Toscana sta cambiando e guarda caso sta cambiando a partire da città apparentemente periferiche, che non ospitano i centri di potere pubblico più importanti e non godono di forti rendite politiche...

Stai dicendo che, per esempio, in città universitarie o sedi di importanti burocrazie come Pisa, Siena e Firenze, è più difficile scalzare l'egemonia del Centrosinistra?
Esattamente. Ed è un motivo di seria riflessione. Non tanto per noi, che non abbiamo mai avuto il voto di ceti parassitari, ma per altre forze liberali e moderate.

Definisci l'espressione "ceti parassitari".
Le persone che lavorano in burocrazie elefantiache e che non si impegnano né per farle dimagrire, né per renderle più snelle ed efficienti.

La Lega Nord Toscana e l'autonomismo in Toscana. Rapporti con gli altri gruppi e le altre intelligenze autonomiste.
Noi siamo collegati, con la nostra storia personale, ad un autonomismo, non solo culturale e storico, ma politico, che nasce negli anni '70. In quegli anni un gruppo d’intellettuali cominciarono a diffondere e a propagandare l’autonomia e la riscoperta della “toscanità” come diritto all’autodeterminazione del nostro popolo, anzi di tutte le nostre comunità locali, dagli Apuani alla Romagna Toscana alla Maremma. In questo incontro con Toscana Libertaria credo che non possa mancare un omaggio personale a Renzo Del Carria, che onoriamo come un vero pionere dell'autonomia politica moderna della Toscana. In quel gruppo si sono formati i fondatori della Lega Nord Toscana. Successivamente ci fu l'intuizione che nessun movimento autonomista avrebbe mai potuto ritagliarsi uno spazio politico in presenza di uno stato centralista. Di qui l’esigenza di unire più forze autonomiste per trasformare lo stato italiano in una repubblica federale. Per questo ci siamo ritrovati, Toscani, Lombardi, Veneti e altri, federati nella Lega Nord.

Aver fatto parte del sistema federale della Lega Nord e aver seguito e sostenuto l'azione di Umberto Bossi come segretario federale, non è stato sempre facile.
Siamo felici di essere arrivati con grande sacrificio, e con una coerenza che nel lungo termine sarà più chiara a tutti, a questo momento decisivo in cui Berlusconi e Bossi possono riformare lo stato.

Ci sarà questa riforma dello stato? Vedremo veramente la chiusura dei ministeri romani dello stato centralista, lo smantellamento del bicameralismo perfetto, il Senato federale, una corte costituzionale eletta anche dalle regioni? Vedremo davvero la fine dei dinosauri a Roma? Oppure la montagna partorirà il topolino del voto amministrativo agli immigrati?
La Lega è al governo per fare queste riforme, che costituiscono il patto elettorale con il quale la coalizione si è presentata agli elettori. I prossimi mesi saranno decisivi. O la coalizione imbocca decisamente la via delle riforme o l’assemblea federale - tuttora permanentemente convocata, come deciso nella nostra seduta del 9 novembre scorso - deciderà di uscire dal governo. Le conseguenze saranno inevitabili. Agitare sulla scena politica altre questioni, certamente importanti e di cui potremmo discutere a lungo, come lo status degli immigrati in Italia, rischia oggettivamente di avere effetti dilatori e diversivi. Il Senato, la Camera, i Ministeri, sono pieni di gente che non vuol cambiare lo stato. Ma dobbiamo sconfiggere i conservatori e i gattopardi. Il rischio che anche il dibattito sugli immigrati sia una manovra dilatoria, c'è. E' forte. Ma cerchiamo di mantenere separate le questioni. Sullo status degli immigrati extracomunitari la Lega è stata chiara e l’opposizione alla proposta di legge di Fini sarà durissima. Una cosa sono i diritti civili, altra cosa sono i diritti politici che si possono acquisire solo con la cittadinanza. Il processo d’integrazione non può e non deve partire dai diritti, ma dai doveri. Perché l'acquisizione di una specie di mezza cittadinanza come quella proposta da Fini dovrebbe essere messa all'inizio di un percorso? E' alla fine del percorso che dobbiamo puntare, quando l'immigrato acquisisce una cittadinanza piena.

Nel 2004 ci sarà un altro momento epocale: forse avremo una nuova costituzione europea e sicuramente voteremo per il nuovo parlamento dell'Unione. In questo momento voi vi siete distinti per la vostra opposizione al mandato di cattura europeo. Siete la prima e unica forza politica della repubblica che si oppone allo sviluppo di un super-stato europeo. E' solo un distinguo contro la "Forcolandia" di Bruxel, oppure vi state veramente cominciando a preoccupare che l'Unione Europea possa diventare un apparato mastodontico, costoso, socialisteggiante, liberticida?
Per come stanno andando le cose noi leghisti ci sentiamo euroscettici. Avvertiamo il pericolo di un’Europa intesa come super-stato, burocratico, livellatore delle diversità esistenti al suo interno, lontano, estraneo, nemico dei popoli e quindi contrario alle idee federaliste professate dal nostro movimento. L’Europa che noi sogniamo è quella dei popoli, delle autonomie locali, delle regioni, delle identità locali, delle culture, e delle tradizioni che non devono essere cancellate, ma salvaguardate. Noi ci opporremo con tutte le nostre forze a che le sovranità nazionali siano sacrificate in nome di un potere tecnocratico e oligarchico. Il nostro movimento è nato per abbattere lo stato centralista e diffondere l’idea federalista. E' quindi naturale che questa lotta federalista sia fatta anche a livello superiore. L’Europa che auspichiamo è confederale, retta sui principi della sussidiarietà, dell’autogoverno, in cui si abbia il mantenimento delle sovranità locali. Chi non condivide una decisione non deve essere costretto ad accettarla. In questa situazione è chiaro che la cessione di parte della sovranità alla confederazione europea deve procedere con molta cautela, specialmente quando la materia attiene alla libertà personale dei cittadini. Il caso del mandato di cattura europeo è emblematico ed inquietante. Per due anni il Ministro Castelli si è opposto da solo sfidando tutta l’Europa a dimostrazione anche di un cambiamento d’atteggiamento che finalmente non ci vede supini esecutori di decisioni prese da altri.

Ti rendi conto che questa potrebbe essere, dal 1992, quando la Lega Nord a Milano ha dato una spallata alla repubblica partitocratica, la vostra prossima grande battaglia politica?
Sì. E contiamo anche su questa forma, moderata ma ferma, di euroscetticismo, per allargare la nostra capacità di dialogo con altri libertari e per combattere nuove battaglie di libertà.

Torniamo in Toscana, ma restiamo all'oggi e al prossimo 2004. Si sta per varare il nuovo statuto della Toscana. Cosa state facendo in proposito?
L’evoluzione costituzionale vede la regione come soggetto centrale della nuova repubblica federale. La definizione delle competenze comunitarie, statali e regionali è una questione ancora drammaticamente aperta, infatti se da una parte le regioni in attuazione delle riforme costituzionali del 1999 e del 2001 devono dotarsi di nuovi statuti, dall’altra parte si prospetta una radicale riforma dell’ordinamento della repubblica con un principio di federalismo istituzionale che renderebbe le attuali bozze o superate o inadempienti. Ciò premesso, la Lega è fortemente critica con l’attuale bozza di statuto della Toscana su alcuni principi, che non rispondono alla tradizione toscana, come per esempio sulla famiglia e sulla tutela della maternità. Inoltre, anche l’istituto del referendum, il principale strumento di democrazia diretta, non è né valorizzato né adeguatamente riconosciuto. Non va dimenticato infatti, che la possibilità di esprimersi attraverso referendum propositivi locali, dà ai popoli la possibilità di manifestare la propria identità ed i propri valori più profondi.

Se dipendesse da voi, come vorreste che venisse eletto, nel 2005, il parlamento toscano?
Il nostro movimento nasce aggregando un popolo eterogeneo, da destra e da sinistra, sul federalismo e sulla speranza di essere meno schiacciati da troppe leggi e da troppe tasse. Con queste origini ed avendo iniziato una battaglia politica dal nulla, siamo per forza prevalentemente proporzionalisti. Con il tempo abbiamo appoggiato la preferenza unica, l'elezione diretta degli esecutivi, l'elezione diretta di deputati locali in piccoli collegi uninominali. Ma per ora preferiremmo che il parlamento toscano fosse eletto per metà all'inglese, e per metà con la proporzionale pura. Combinando due sistemi semplici, senza pasticci e senza bizantinismi elettorali. Credo che questo sia necessario, in questa fase, anche perché non si protragga ulteriormente l'egemonia del Centrosinistra. E perché in Toscana emergano nuovi gruppi, anche piccoli, e siano rappresentate altre forze e altre culture, anche minoritarie. Abbiamo bisogno di idee e facce nuove, alle quali dobbiamo garantire un diritto di tribuna.

I vostri rapporti con la Casa delle Libertà, in Toscana, oggi.
Noi siamo nella Casa delle Libertà. La CdL è il risultato dell’alleanza del Polo con la Lega Nord. In Toscana questa alleanza, vuoi per un oggettivo squilibrio di peso elettorale, vuoi per un errore di valutazione politica nei confronti delle nostre istanze da parte degli alleati, stenta a dare i frutti che potrebbe dare. Non mi pare, infatti, che gli alleati colgano le potenzialità che un movimento come il nostro potrebbe portare alla causa della coalizione in termini di valori, di ideali e di moralità politica. In questo contesto, ci sembra ormai inevitabile, che la Lega in Toscana scelga, almeno per le prossime amministrative, un percorso autonomo. L’opposizione, d’altro canto, ha spesso dimostrato incapacità di rappresentare i Toscani che non la pensano come chi governa la regione, accettando, in molti casi, di adagiarsi in una situazione di sudditanza. Questo sicuramente è diventato uno strumento in più in mano a chi ha come unico obiettivo quello di finanziare sprechi e clientele. La Toscana soffre della mancanza di quella alternanza di governo che limiterebbe le rendite clientelari. E intanto, qualche volta, sembra che certi candidati sindaci di Forza Italia e di Alleanza Nazionale siano stati scelti dal Centrosinistra, tanto sono deboli, poco conosciuti, poco combattivi...

Due parole su Prato e su Livorno, città a cui il nostro gruppo di studio Toscana Insieme - Toscana Libertaria è particolarmente legato.
A Livorno abbiamo dei dirigenti e degli organizzatori di valore. Degli uomini che hanno già cominciato un percorso solitario per le prossime amministrative. Livorno è una città in crisi, forse la più in crisi della Toscana, quella con il più alto tasso di disoccupazione. Ha bisogno di testimonianza e di lotta. Per questo abbiamo già in corsa un candidato sindaco e un candidato presidente. Poi se strada facendo ci sarà occasione, ci incontreremo e ci uniremo con altri oppositori. Su Prato invece sono franco: non abbiamo un gruppo sufficiente di militanti e stiamo facendo fatica a portare un contributo al cambiamento di quella città così importante e così vivace.

Hai qualche considerazione da fare sulle elezioni regionali del 2005 e sull'elezione del prossimo governatore?
Bisogna ripartire con lo spirito che ha animato la campagna elettorale del 2000 quando la CdL raggiunse il 40% dei consensi, con un candidato, che seppe unire tutte le anime della coalizione nel rispetto della loro dignità. Come candidato comune per il 2005 sosterremo chi in questi anni ha amministrato bene importanti città ed ha saputo aggregare tutte le forze della coalizione su un disegno politico coerente.

I Toscani hanno, in grande maggioranza e per lungo tempo, votato per il Partito Comunista Italiano e per i suoi eredi e alleati, che hanno contato e contano su una ampia e radicata classe dirigente e che conoscono bene il nostro territorio e la vicenda economica e politica contemporanea della nostra terra. Perché nei prossimi anni dovrebbero fidarsi di voi e della Casa delle Libertà?
La mia speranza è che il popolo toscano, che ha creduto nel comunismo, riacquisti una capacità critica nel riconoscere la fine delle contrapposizioni ideologiche. Oggi si confrontano principalmente modelli di sviluppo economico e sociale che rappresentano anche diversi valori etici, sociali e morali, nei quali il cittadino toscano può riconoscersi. Il nostro movimento è stato il primo che intorno all’idea federalista, che è idea di libertà, ha saputo convogliare uomini di destra e di sinistra superando ogni muro ideologico. Mantenendo un’anima popolare, abbiamo saputo riportare in vita ideali di giustizia, di amore per le proprie tradizioni e i propri legami con il territorio, per la propria storia e la propria cultura, così radicati nella società toscana. Così come il valore del lavoro, che la Lega da sempre cerca di difendere dalle rendite parassitarie, dalle speculazioni internazionali, da quell’apparato statale che spesso soffoca le iniziative economiche invece di facilitarle. La speranza, dicevo, è che il popolo toscano si accorga finalmente di noi, e ci premi, dandoci quel consenso che prima di tutto renderebbe gratificante il faticoso impegno di tanti militanti che in questi anni hanno saputo assumersi responsabilità di alto valore morale e civile.

 
a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it )          

venerdì 11 luglio 2003

Euroscetticismo naturale

Archiviamo qui un altro dei documenti che erano sul vecchio sito di Toscana Libertaria. Un intervento euroscettico, cioè, a oggi, sempre più attuale (Nda, mercoledì 23 marzo 2011).


venerdì 11 luglio 2003
Intervento di Mauro Vaiani
Euroscetticismo naturale
 
L'agenzia ANSA ci informa, con un dispaccio da Brussel di ieri, giovedì 10 luglio 2003, delle ore 18.15, che la Convenzione presieduta da Valery Giscard d'Estaing ha concluso il suo lavoro ed ha varato un progetto di trattato che riforma radicalmente l'Unione Europea, introducendo una Costituzione comune a tutti i membri, vecchi e nuovi, dell'Unione Europea. A Roma, sotto la presidenza italiana, presumibilmente nell'ottobre del 2003, ci saranno i lavori della conferenza intergovernativa, cioè dello strumento previsto negli attuali trattati europei per avanzare simili riforme.
Le pretese sono sempre magnifiche e immaginifiche perché, sin dalla loro origine, le istituzioni comunitarie europee e il cosiddetto processo di "integrazione" dell'Europa, non hanno mai nascosto il loro chiaro ed ultimo intento: la nascita di uno stato europeo.
Non ha importanza quanto lenti sembrino i progressi del processo di integrazione. Le vestali dell'Europeismo si stracciano le vesti perché i passi in avanti sembrino sempre piccoli. La realtà è che passi in avanti ci sono, eccome.
Ogni piccolo rafforzamento delle istituzioni comuni ed ogni minimo aumento delle loro competenze, ha effetti sicuri e duraturi. Lentamente, ma inesorabilmente, ci abituiamo ad essere governati non sono dalle nostre istituzioni locali, o da quelle della Repubblica Italiana, ma anche da Brussel e dalla sua burocrazia.
In chi partecipa alla vita civica del proprio borgo, in chi coltiva la speranza dell'autogoverno personale, sociale, locale espresso al massimo delle sue potenzialità, in chi lotta perché questa Repubblica Italiana diventi finalmente una confederazione di città e comunità locali, in chi si occupa di quello che non ci vergogniamo di chiamare Toscanismo, cioè di autogoverno e maggiore libertà per la nostra madreterra di Toscana, un certo euroscetticismo è naturale.
Non siamo ancora riusciti in modo serio a diminuire, né in potere, né in numero di personale, né in risorse disponibili, il potere centralizzato a Roma delle istituzioni e delle burocrazie repubblicane. Figuriamoci se proviamo il minimo entusiasmo per la crescita delle istituzioni e delle burocrazie europee.
Il nostro federalismo non è una tendenza all'ulteriore integrazione, a una maggiore concentrazione di potere e denaro in capitali sempre più lontane da noi e dalla nostra capacità di controllo.
E' una richiesta di decentramento.
E' una resistenza per diminuire il peso dei poteri che ci sovrastano.
Noi vogliamo sfoltire la pletora delle organizzazioni internazionali.
Vogliamo strutture essenziali e ragionevoli, forse basterebbe la sola NATO, per la difesa e la politica estera comune di tutti i paesi occidentali.
Vogliamo una Confederazione che gestisca l'eredità di questi 45 anni di cooperazione continentale, dai Trattati di Roma del 1957 ad oggi, che salvaguardi la moneta che abbiamo voluto comune, che continui ad assicurare la libera circolazione di persone e beni nello spazio europeo, che custodisca il patrimonio giuridico che ci ha portato ad armonizzare stili di produzione e di lavoro. Non vogliamo diventare né un superstato, né una superpotenza. Non vogliamo avviarci verso gli eccessi di centralismo politico, economico e militare che sono stati toccati nell'età della guerra fredda dall'URSS, dagli USA e dagli altri grandi stati moderni.
Non vogliamo essere governati di più, in modo sempre più invasivo, da poteri sempre più alti e lontani.
Semmai vogliamo essere governati di meno, su meno materie, da poteri vicini e controllabili.
Vogliamo che le competenze dell'Unione Europea siano ridotte, le politiche comuni riviste, i bilanci diminuiti, la produzione di nuove regole sia rallentata, il personale sia drasticamente tagliato.
Vogliamo che siano diminuiti i trasferimenti del nostro denaro all'Unione, di cui è vero che una parte ci ritorna indietro come "aiuti" o "fondi" comunitari, ma quanto e dopo quanti passaggi? Attraverso quanti filtri e quante pratiche? Con quale celerità ed efficacia? E poi ritorna, sì, sul territorio, ma attraverso chi e rafforzando il potere e la capacità di controllo clientelare di chi altro?
E non ci si venga a parlare di "democratizzazione" dell'Unione Europea attraverso il rafforzamento del suo parlamento. Si tratta di un consesso troppo numeroso, i cui membri vengono eletti in collegi troppo ampi e con sistemi elettorali pensati per contare il peso dei diversi partiti, non per scegliere delle persone precise, riconoscibili e responsabili. Si riunisce troppo, discute di troppe cose, si ammanta di una competenza generale e universale, pontifica come un concilio sul sesso, sul lavoro, sulla cultura, sulla vita. Ma chi credono di essere? E quanto ci costano?
Per avere un controllo democratico sulla vita delle nostre istituzioni comuni non sarebbe forse sufficiente un senato di poche decine di membri, uno per ciascuno degli stati membri o, come nel caso della Germania, della Spagna e - speriamo presto - dell'Italia, per ciascuna delle comunità autonome del proprio ordinamento federale? Naturalmente eletto direttamente dal popolo, con sistema maggioritario, uninominale, ad un turno.
Insomma, ci vuole una frenata. Ne va delle nostre tradizioni e libertà. Della nostra serenità e della qualità spirituale e sociale della vita delle generazioni future, dei nostri figli.
E ci vuole subito.
Sin dal prossimo ottobre, quando a Roma si riunirà la conferenza intergovernativa.
Cominciamo a credere che, mentre ci prepariamo alle battaglie politiche per il rinnovamento dei nostri comuni e province nel 2004 e all'elezione del nostro nuovo governatore della Toscana nel 2005, sin dalle prossime settimane, dovremo trasformare il nostro euroscetticismo naturale in una agenda politica, con l'obiettivo di dare una calmata a tutti coloro che vogliono trasferire sempre più potere e denaro nelle mani di poche migliaia di eurocrati concentrati a Brussel.

Mauro Vaiani
gruppo di studio
 Toscana Libertaria - Toscana Insieme
Insieme per Prato

Fonte: http://www.toscanalibertaria.org/cammino/2003-07-11-euroscetticismo.html (acceduto mercoledì 23 marzo 2011)

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