Dejan Atanacković, lo scrittore serbo autore di Lusitania (Bottega Errante, 2025), è stato intervistato da Radio Radicale.
Dejan Atanacković, lo scrittore serbo autore di Lusitania (Bottega Errante, 2025), è stato intervistato da Radio Radicale.
Il 19 ottobre 2026 l'Alberta, una provincia del Canada, ha tenuto dei referendum consultivi.
Uno dei quesiti chiedeva al governo provinciale di avviare un processo di separazione della provincia dell'Alberta dal Commonwealth del Canada. I media di tutto il mondo si sono concentrati sulla netta vittoria del "remain". Su circa 3 milioni di cittadini dell'Alberta aventi diritto al voto, hanno votato in 2 milioni con questi risultati: 1.5 milioni per restare nel Canada, mezzo milione per avviare il processo di separazione.
I risultati non stupiscono. Nel mondo sono decine le situazioni dove si coltiva l'aspirazione a fare del proprio territorio uno stato indipendente, ma contro queste aspirazioni cospirano potenti fattori di resistenza, che qui ci limiteremo solamente ad accennare.
Territori che hanno identità nazionale molto più forte e una storia di indipendentismo ben più radicata di quella dell'Alberta, come il Quebec e la Scozia, quando si è arrivati al momento decisivo, con la celebrazione di referendum legali, in condizioni per quanto possibili democratiche, la popolazione ha rifiutato un passo così radicale, magari per pochi voti.
Non è solo dittatura dello status quo, o conformismo, o paura. Non è solo che l'indipendenza venga, legittimamente, vista come una strada lunga, difficile, complicata, rischiosa, o magari anche contrastata, repressa, spesso non senza violenza o addirittura ferocia da parte degli stati giacobini centralisti che attualmente si dividono il pianeta.
Va riconosciuto: c'è anche un fondo di autentico buon senso popolare, in questi frequenti "No" all'indipendenza. Gran parte della popolazione non disprezza affatto l'autogoverno, ma teme che in questo mondo globalizzato l'indipendenza sia una illusione se non un pericolo.
L'Alberta non ha sbocchi sul mare. E' stretto fra le altre province del Canada e lo stato USA del Montana.
E' un paese prospero, fra l'altro ricco di petrolio. La sua eventuale indipendenza ne avrebbe fatto, in meno di una generazione, un satellite economico e culturale totalmente assogettato agli Stati Uniti d'America.
Sarebbe passato dall'essere una tranquilla provincia di un Canada ordinato e civile a essere un satellite di un impero americano, che è purtroppo entrato in una spirale di violenza e decadenza.
La vera lezione dell'Alberta, però, non sta nel rifiuto dell'indipendenza e della sua probabile fallacia.
Ben diverse sono state le risposte degli Albertani alle altre nove domande referendarie a loro sottoposte.
Gli Albertani hanno approvato ben cinque richieste di maggior autogoverno in materia di controllo dell'immigrazione, di tenuta del welfare provinciale, di maggior rigore nelle procedure di voto.
Questo non fa di loro dei razzisti retrogradi, ma una popolazione cosciente che il benessere comune è fatto di doveri, non solo di diritti.
Altri quattro quesiti, che chiedevano al governo dell'Alberta di agire con i governi delle altre province per ridurre la concentrazione di poteri costituzionali nel governo centrale, aumentando l'autonomia delle province stesse, sono stati sconfitti con un margine davvero piccolo. Tutti i dati sono stati resi noti, anche se ancora in via ufficiosa, dall'agenzia pubblica Elections Alberta.
Non per nulla queste potenti richieste di maggior autogoverno sono state riconosciute come incoraggianti dal nuovo premier del Quebec, l'indipendentista Paul St-Pierre Plamondon (in carica dal 21 ottobre 2026), ovviamente interessato a trovare alleati nelle altre province contro il centralismo canadese.
La cultura dell'indipendentismo del Quebec è fondamentalmente analoga a quella delle forze del centrosinistra europeo. Il substrato politico-culturale dei secessionisti albertani è molto più conservatore (e non privo di venature reazionarie).
La necessità di maggior autogoverno, però, riguarda davvero tutti e dappertutto nel mondo. Questa è la vera lezione che ci sentiamo di trarre dal lontano Alberta.
Questa domanda universale di autonomia, cioè di controllo sul proprio territorio, sui propri servizi pubblici e beni comuni, sulla conservazione della propria identità e della propria sicurezza, non è assolutamente assorbita dalle tradizionali contrapposizioni occidentali fra sinistra e destra. Anzi, le rimescola profondamente. Chi lo ignorasse, nel variegato mondo degli autonomismi e dei decentralismi nel mondo, lo farebbe a rischio e pericolo della propria vocazione e professione politica.
L'Alberta, il Quebec e molte altre realtà autonome del Canada ci stanno mandano un messaggio: la vera indipendenza è quella di cui si gode quando si è inseriti in una giusta interdipendenza, in ordinamenti confederali credibili, in comunità di sicurezza interterritoriali affidabili.
Decentralisti, territorialisti, regionalisti, autonomisti, indipendentisti, ascoltiamo questo caveat: è tempo di metterci a riflettere e a lavorare insieme, seriamente e internazionalmente, sul futuro di tutte le autonomie del mondo, un futuro che non esitiamo a chiamare di "inter-indipendenza".
Che è poi quello che in Europa facciamo noi, i sostenitori dell'ideale confederale continentale dell' "Europa delle Regioni", delle città, dei territori, dei popoli, delle autonomie personali, sociali, territoriali; una visione dell'Europa non fondata sui vecchi stati centralisti, ma sulla valorizzazione, come unità costituenti della futura confederazione, di tutti i territori, sia quelli storici, come antiche regioni e popoli senza stato, che quelli trasformati dalla modernità, come le grandi comunità urbane e i comprensori bioregionali.
Edmonton, 24 ottobre 2026
Mauro Vaiani Ph.D.
studioso e attivista in Toscana (OraToscana - Autonomie e Ambiente)
blogger di https://diversotoscana.blogspot.com
Su La Stampa di ieri, 7 ottobre 2026 e terzo anniversario della terrificante guerra scatenata da Hamas contro Israele, Fabiana Magrì ha intervistato Moran Stella Yanai.
La signora Yanai è un ex ostaggio, catturata da Hamas è rimasta prigioniera per 54 giorni.
Riportiamo qui alcune parole estratte dall'articolo di Fabiana Magrì, con alcuni nostri commenti.
A Gaza Moran Stella Yanai non aveva un orologio. Nei 54 giorni come ostaggio di Hamas, l'ostaggio scandiva il tempo con i rumori. Alle sei del mattino era il canto di due bambine: non poteva vederle ma le immaginava mentre si tenevano per mano. A metà mattina passava sempre un asino, ragliando. Nel pomeriggio arrivavano i bambini a giocare a pallone per strada. Verso sera, una madre si affacciava alla finestra e telefonava al figlio: un altro giorno di prigionia era passato. Finché un pomeriggio ci fu un’esplosione: al posto della consueta telefonata, sentì la madre palestinese urlare e Moran pianse per quel dolore. Ma il suo carceriere derise entrambe. E un’altra volta la avvertì che, se avesse mai rivelato dove era stata tenuta in ostaggio, la morte dei bambini di quella città sarebbe ricaduta sulla sua coscienza.
Avete letto bene: la milizia genocida di Hamas, non paga di usare la popolazione di Gaza come una massa di scudi umani, cercava e cerca ancora di scaricare ogni colpa sui suoi ostaggi - israeliani, arabi, chiunque cada nelle sue grinfie - e su chi le resiste.
Oggi Yanai ha 43 anni. Non cerca assoluzioni né vendette, non perdona Hamas e non assolve chi l’ha rapita. «Ma – afferma – non sarà l’odio una delle cose che porterò con me dopo quella terribile esperienza», iniziata alle 6 e 29 di tre anni fa, al Nova Festival a Reim.
Di quel 7 ottobre ricorda un’alba bellissima. Di recente aveva iniziato a disegnare gioielli ed era all’evento
musicale con il suo primo banchetto per venderli. Tra migliaia di ragazzi che ballavano tutto attorno ai palchi e ai bar allestiti nella foresta di Reim, lei sorseggiava tè con un’amica, seduta su una sedia da spiaggia. Finché comparvero due scie a solcare quell’alba: i primi razzi di Hamas sparati da Gaza.
Secondo i dati rilasciati dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Hamas ha lanciato oltre 13.000 proiettili (tra razzi e colpi di mortaio) da Gaza verso Israele, a partire dal 7 ottobre 2023 fino al giorno della terza tregua, il 10 ottobre 2025, quella che condusse alla liberazione degli ultimi ostaggi e che sarebbe - nonostante molte violazioni da entrambe le parti - tuttora in vigore.
Ben 5.000 razzi furono lanciati nelle primissime ore del macello del 7 ottobre 2023, come copertura delle cellule di miliziani che entrarono in Israele.
L'intervista si conclude con un messaggio di grande speranza. Alla vigilia delle prime elezioni dopo il 7 ottobre, Fabiana Magrì domanda se, secondo l'ex ostaggio, gli Israeliani sceglieranno l’umanità o la paura? «Per me la paura è una forza enorme, mi fa concentrare e prendere decisioni. Ma non voglio rinunciare all’umanità. Non sono una politica e non dirò agli altri come votare. So però che voglio vivere
in un Paese libero e in pace. Israele ha già dimostrato di saper convivere con opinioni molto diverse. Durante la battaglia per gli ostaggi c’erano manifestazioni contro il governo e manifestazioni per la loro liberazione, e questo non ha cancellato il rispetto reciproco. È una delle cose che mi rendono orgogliosa di essere israeliana. Alla fine, più che scegliere tra paura e umanità, voglio che il mio Paese scelga la pace».
Se Israele sceglie la pace con i suoi vicini, come ha detto ieri il presidente israeliano Herzog, ne troverà molti che sono pronti.
In ogni campo del travagliato Medio Oriente, le persone stanche della violenza e della guerra sono di più di quelle che sino a oggi ci hanno guadagnato.
C'è speranza.
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Fonti:
Articolo su La Stampa
La foto della signora Yanai è estratta da Vaildaily