Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

martedì 26 gennaio 2021

Tre socialisti toscani per il secolo delle autonomie


Tre socialisti toscani, di generazioni diverse, hanno pubblicato un appello a essere socialisti nel XXI secolo. Sono Ione Orsini (classe 1949), Vincenzo Carnì (1964), Raffaele Rindi (1971). La lettera aperta è rivolta a chi crede nella necessità di essere fedeli alle proprie radici e alla storia, ma allo stesso tempo vuole essere socialista nel mondo di oggi, con i valori e con i fatti, non di nome o per mera nostalgia (o peggio per opportunismo). Un appello socialista autonomo e autonomista, che ci sentiamo di condividere interamente e che vi invitiamo a leggere integralmente. Eccovi il testo integrale.

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Per il socialismo nella Repubblica delle Autonomie

Vecchiano, domenica 24 gennaio 2021

Il socialismo è vivo. Persone che, per vari percorsi e sotto diverse denominazioni, ne portano avanti gli ideali sono attive in ogni territorio della nostra Repubblica, in tutta Europa, nel mondo. E dove non ci sono o sono poche, se ne sente drammaticamente la mancanza.

Forse la generosità e l’umiltà con cui siamo impegnati in ogni paesino e in ogni quartiere sfugge alla grancassa dei media italiani e internazionali, ma sbaglierebbe chi pensasse di cancellare la nostra storia, le nostre radici anarchiche e libertarie, il nostro essere all’origine della piena inclusione di ogni cittadino nella democrazia politica moderna (con il suffragio universale, con la scuola pubblica, con i servizi pubblici universali), il nostro impegno per l’emancipazione degli umili e la giustizia sociale, il nostro ripudio del colonialismo e della guerra, il nostro internazionalismo, la nostra passione per lo stato di diritto, le autonomie sociali e territoriali, le libertà individuali.

Nei meccanismi infernali della competizione globale siamo ancora noi a metterci di traverso, difendendo le comunità e le economie locali dalle grinfie della finanza e dalle catene del debito perpetuo.

Dove si resiste alle torsioni autoritarie delle grandi potenze, alle guerre imperiali infinite (dall’Afghanistan allo Yemen), ai guasti ecologici e alla distruzione del pianeta, trovate persone che sono socialiste (anche se esse militano sotto denominazioni diverse).

Chiunque voglia salvare la Repubblica delle Autonomie, lavori per una Europa diversa (che somigli più alla Svizzera che alla Cina), lotti per la pace e la vita del mondo, non può farcela senza di noi. Le forze civiche, ambientaliste, autonomiste, localiste, che si stanno organizzando dal basso per dare una risposta alle emergenze ambientali, economiche e sociali, hanno bisogno di noi. Chi cerca una alternativa al centralismo autoritario, tanto arrogante quanto inetto nella gestione dell’emergenza sanitaria, ci trova al suo fianco.

Mentre i “cari leader” nazionali ed europei fanno e disfanno gruppi parlamentari e governi, noi restiamo in trincea, contro ingiustizie e inquinamenti, degrado dei beni comuni, smantellamento dei servizi pubblici universali.

A un rispettato esponente della storia gloriosa del PSI, il compagno Claudio Martelli, vorremmo lanciare un appello affinché si impegni per l’unità dei socialisti. Non tanto di quelli che lo sono di nome, quanto di coloro che lo sono per i loro valori e le loro azioni.

Noi siamo vivi e siamo quelli di sempre: una rete plurale e inclusiva di persone e comunità, consapevoli della storia, ancorate a valori profondi, laicamente cristiane, coerentemente riformiste (e quindi antiliberiste), autonome e autonomiste, sempre di parte politica, mai con l’antipolitica, mai settarie e mai opportuniste.

Ione Orsini - Vincenzo Carnì - Raffaele Rindi
Per adesioni e informazioni: ione.orsini@virgilio.it
https://www.facebook.com/SocialistiAutonomistiToscani

 


 

 

 

 

sabato 23 gennaio 2021

Ultima chiamata per la Repubblica

 

Sì, siamo marziani.

Siamo qui per un ultimatum, una ultima chiamata a coloro che credono nella Repubblica, nella Costituzione, nelle autonomie territoriali e sociali.

Siamo disposti a tollerare ancora per mesi gli attuali governanti e l'attuale parlamento, perché vogliamo una nuova legge elettorale.

Vi invitiamo a leggere l'appello di Autonomie e Ambiente, la rete di movimenti territorialisti, che a nostro parere riafferma principi essenziali di minima democrazia elettorale.

Se non si capisce che, dai tempi del già difettoso Mattarellum, i sistemi elettorali sono andati sempre a peggiorare, allora vuol dire che ci meritiamo le torsioni centraliste e autoritarie che stanno alacremente avanzando, causando la rovina dei nostri territori.

Qui su Diverso Toscana siamo sempre stati ammiratori dei sistemi elettorali uninominali (che sono cosa ben diversa da quei sistemi truffaldini che in Italia hanno tentato di spacciarci come "maggioritari"), ma ora sul tavolo c'è una riforma proporzionale, il progetto Brescia. Meglio quello che niente.

Quando torneremo a votare, dobbiamo poter tornare a influire, almeno un po', sulla scelta dei nostri rappresentanti (che peraltro abbiamo di recente drasticamente ridotto di numero, creando più problemi di quanti si è preteso di risolverne).

Noi saremo marziani, ma chi deride le discussioni sull'ennesima riforma elettorale, chi si dice pronto al voto con "qualsiasi" sistema elettorale (gli stessi peraltro che in passato hanno per l'appunto votato qualsiasi cosa loro convenisse sul momento, comprese truffaldine leggi elettorali), chi chiede elezioni subito, costoro sono, politicamente parlando, briganti ciechi in un mondo di politicanti orbi.

I cittadini forse non ricorderanno tutti gli imbrogli che in materia elettorale sono stati perpetrati (gli ultimi, in ordine cronologico, da parte degli aspiranti podestà d'Italia, i due Matteo), ma noi lanciamo lo stesso il nostro appello.

I padri e le madri delle nostre democrazie moderne sapevano benissimo quali erano i limiti del suffragio universale. Sapevano che dare il diritto di voto ai poveri, agli eretici, alle donne, alle minoranze linguistiche, alle persone di colore diverso, non avrebbe automaticamente alleviato la povertà, l'oppressione, l'emarginazione e il razzismo. Non per questo però hanno rinunciato. Perché il suffragio universale e la possibilità per gli abitanti di un collegio elettorale di scegliere i propri rappresentanti nei parlamenti, sono sempre meglio di tutte le possibili alternative.

Ci siamo lasciati portar via il diritto di scegliere i nostri parlamentari, questa è l'amara verità. 

Ora siamo arrabbiati, ma non basta stringersi nell'angolo gridando disperati, dubitando di tutti e di tutto.

Dobbiamo fare rete, persone, comunità e gruppi da tutti i territori, per riprenderci il diritto di eleggere i nostri deputati e i nostri senatori.

Animo! Facciamo rete insieme ad Autonomie e Ambiente. Facciamo pressione, insieme, su tutti i parlamentari attualmente in carica, per una legge elettorale più giusta per tutti. 


L’avvenuto taglio del numero dei parlamentari impone che il Parlamento attualmente in carica vari una legge elettorale...

Pubblicato da Autonomie e Ambiente su Sabato 9 gennaio 2021

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https://www.facebook.com/AutonomieeAmbienteUfficiale/posts/220239576250118

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L'immagine del post è tratta dal trailer dello storico film di fantascienza Ultimatum alla Terra (The Day The Earth Stood Still, 1951)

 

venerdì 22 gennaio 2021

Via i prefetti!


 

Qualcosa da ricordare e da rilanciare, in questi giorni bui di centralismo e autoritarismo: il troppo poco conosciuto scritto di Luigi Einaudi a favore dell'abolizione, sic et simpliciter, dei prefetti. Con questo antico eppure attualissimo scritto del 1944, esprimo la mia solidarietà personale, come blogger di Diverso Toscana, con la rivolta civile e nonviolenta #IoApro1501 dei ristoratori come l'amico Momi, il gestore della pizzeria fiorentina "Da Tito". Queste parole di Einaudi sono quanto ho da dire ai  prefetti che continuano a essere catapultati a Firenze e in Toscana (e ai sindaci che con insostenibile leggerezza li scimmiottano). Ai politici al governo un appello: abolite subito le norme irragionevoli che impediscono di lavorare! Le pizzerie, i bar, i circoli non sono luoghi più pericolosi delle fabbriche, delle scuole, dei treni fatiscenti su cui ci mandate ogni mattina a lavorare o a studiare, dei supermercati e dei centri commerciali. Il conflitto tra salute e lavoro c'è, è drammatico, è terribile. Non può essere risolto solo in termini proibizionistici. Cerchiamo tutti di tornare al buon senso.

--- Mauro Vaiani, blogger di Diverso Toscana


Via i prefetti! (Luigi Einaudi, 1944)

Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il « prefetto » sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l'amministrazione pubblica?

In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d'ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili.

Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle « libertà » locali, territoriali e professionali. Spesso « le libertà » municipali e regionali erano « privilegi » di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all'universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l'opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all'interno, amante dell'ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l'opera.

I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L'Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d'ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l'una all'altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico.

Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare.

L'auto-governo continua nel cantone, il quale è un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli.

Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.

La classe politica non si forma tuttavia se l'eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l'opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l'eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia?

Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l'attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell'interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell'intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l'iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l'approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico.

Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è : non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno.

A nessuno viene in mente del ministero, l' idea semplice che l'eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l'eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri.

Il malvezzo di non muovere la « pratica » senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l'orologio, diceva: a quest'ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate.

I fascisti concessero per scherno l'autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell'amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre.

Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell'interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell'interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l'esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è : Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde.

Per fortuna, di fatto oggi in Italia l'amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L'unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L'unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente.

Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, sul governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così : col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall'altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc. ; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi  di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.

Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell'altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto, urge distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l'unità nazionale. L'accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia « economica » , ossia arbitraria.

L'arbitrio poliziesco erasi affievolito all'inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.

Che cosa ha dato all'unità d'Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l'occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.

(« L'Italia e il secondo risorgimento », supplemento alla Gazzetta ticinese, 17 Iuglio 1944, a firma Junius.)

Fonte: http://www.polyarchy.org/basta/documenti/einaudi.1944.html (ultimo accesso 22 gennaio 2021)

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