Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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giovedì 16 aprile 2026

Groenlandia, l'ultima terra minacciata


Con piacere invitiamo tutti i giovani studenti del polo di scienze sociali di Novoli (Università di Firenze) e tutto il pubblico appassionato di politica e geopolitica a questo incontro, presso l'edificio D10, aula "Maria Rosaria Corrado", piano terra, in Via delle Pandette 2:

 

 

GROENLANDIA

 

L’ultima terra minacciata

 

Giovedì 23 aprile 2026 - ore 17,15


Incontro di approfondimento sulla Groenlandia e altri territori e popoli in pericolo, proposto dal Centro di documentazione sui popoli minacciati e dal Centro Studi La Pira (Istituto culturale valdelsano), organizzato dalla Biblioteca di Scienze sociali dell’Università di Firenze in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali.


Con la presentazione di:
 

- Fondo Popoli Minacciati, istituito presso la Biblioteca

- La causa dei popoli
rivista digitale https://issuu.com/lacausadeipopoli

- In Groenlandia: la terra del nulla e del tutto
di Daniela Tommasini
(Ponte alle Grazie, 2026)

- a cura di Gloria Roselli, curatrice del Museo di Antropologia e Etnologia - Sistema museale d'Ateneo presentazione di immagini e reperti del museo e parlerà anche dell'incontro "Una vita con gli Inuit: la Groenlandia di Robert Peroni" organizzato dal Museo nel 2022 



Interventi previsti:

  • saluti della dott.ssa Eleonora Giusti, direttrice della Biblioteca
  • dott.ssa Gloria Roselli, curatrice del Museo di Antropologia e Etnologia - Sistema museale d'Ateneo
  • Alessandro Michelucci, giornalista, direttore della rivista "La causa dei popoli"
  • dott. Mauro Vaiani, Centro Studi La Pira – scrittore e studioso di autonomie
  • conclusioni del prof. Stefano Costalli, ordinario di Scienza politica – Università di Firenze

 

La locandina ufficiale dell'evento universitario:

 


 


venerdì 3 aprile 2026

La Pasqua porti forza e speranza a chi è impegnato per il proprio territorio

 


In un mondo inquinato a rischio di ecocidio, pieno di tiranni capaci di genocidio dei loro stessi popoli, non dobbiamo sentirci impotenti, né disperati.

C'è almeno una cosa che ciascuno di noi può ancora e quindi deve fare: lottare per il bene della propria comunità, nel proprio territorio. Se non si può più farlo con una vita attiva, si può sempre attraverso la preghiera.

Fare comunità con il nostro prossimo, cioè con i nostri vicini, ci rende pienamente umani ed è il principale contributo che possiamo dare, nella nostra breve e precaria vita, al bene delle generazioni future.

Fare la nostra parte per la propria comunità locale è il più solido punto di appoggio per poi costruire un dignitoso benessere personale e familiare, oltre che per diventare capaci di autentica solidarietà internazionale e intergenerazionale.

A coloro che lasciano fiorire dentro di sé questa antica verità antropologica, quindi speriamo a tutti dappertutto, la Pasqua porti forza e speranza, fino alla fine, finché non riposeremo nella Provvidenza, che si è incarnata nel Cristo che ha resuscitato il suo amico fraterno Lazzaro.

Auguri a tutti ma in particolare a coloro con cui condividiamo il buon cammino dell'impegno per le autonomie personali, sociali e territoriali, praticando un antico ma sempre più attuale e urgente confederalismo chivassiano e olivettiano dal basso: i Civici di Prato per le Autonomie; Prato Civica e Solidale, ora in dialogo con altri civismi pratesi per le imminenti elezioni comunali; OraToscana; il dialogo tra i liberi civici toscani; Autonomie e Ambiente; l'impegno trasversale per restituire ai cittadini italiani pieni diritti politici ed elettorali e rappresentanza dei loro territori; le nuove promettenti reti del Cuore d'Italia e della Vivibilità; la European Free Alliance; l'impegno per la pace e i diritti di tutti i popoli del mondo.

Prato, 3 aprile 2026, Venerdì santo

Mauro Vaiani
studioso e attivista in Toscana
blogger di Diverso Toscana

 

* * * 

L'immagine del post è un dettaglio della Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio, da Wikipedia

 

  

 


martedì 24 febbraio 2026

Quattro anni di una guerra che nessuno può vincere


Triste anniversario, quello di oggi martedì 24 febbraio 2026. Sono passati quattro anni dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, la cosiddetta "Operazione militare speciale" (Special Military Operation, abbreviata spesso in SMO e nota in lingua russa come спецопера́цияspetsoperatsiya).

Milioni di persone sono morte, ferite, mutilate, costrette all'esilio, deportate o addirittura rapite.

Un disastro per molti, quasi tutti, sia nella Federazione Russa, che in Ucraina, che nelle comunità dei territori contesi: la Repubblica di Crimea, in particolare la sua minoranza tatara, la città di Sebastopoli, i territori degli oblast di Cherson (Kherson) e Zaporižžja (Zaporizhzhia), i ribelli del Donbass, cioè gli stati separatisti del Doneck (Donetsk) e di Lugansk (Luhansk).

Arricchimento, invece, per pochi, come in tutte le guerre.

E certezza di rimanere al potere, per coloro che questa guerra sono riusciti a scatenare e non sono poi riusciti a fermare: non si può votare, né cambiare dirigenti, nemmeno è consentita la minima critica o autocritica, quando c'è il nemico alle porte!

I sedicenti leader del mondo (e d'Europa), dopo aver dato il peggio di sé in questi anni, sin dalle crisi russo-ucraine dell'inizio degli anni 2010, hanno mostrato di essere ancora più drammaticamente incompetenti, quando si sono messi in testa di trattare addirittura la "pace", mentre si bombardava, si moriva, si sanzionava, si continuava a fare propaganda.

L'unico modo sicuro di ripararsi dalla guerra è non cominciarla. Era possibile evitare che si scatenasse questa guerra drammatica che nessuno può vincere? Sì, era possibile, ma ormai indietro non si può tornare.

Qual è quindi il compito di un realismo fondato sui princìpi? 

L'Ucraina esiste ancora, ha resistito eroicamente. La Federazione Russa non è ancora sprofondata nella miseria e nella paura.

Questo è il momento di ottenere il cessate il fuoco, in vista di un armistizio a lungo termine. Della pace si parlerà, ma dovrà passare parecchio tempo. Ci vorranno anni di trattative. E alla fine non ci sarà alcuna "pace giusta", ma solo la pace possibile.

Ai nostri occhi è evidente che, nel lungo termine, i popoli europei occidentali e centrali dovranno ricostruire una comunità di sicurezza insieme ai popoli della Federazione Russa, gli europei orientali. Non ci sono alternative, quando si vive nella stessa piccola penisola del pianeta.

Cosa accadrà invece se, calpestando un realismo fondato sui princìpi, si continuerà a combattere? Non ci saranno vincitori o vinti. Siamo nel 2026, non nel 1945. Le elite paiono non capire o, più probabilmente, fanno finta di non capire... Le guerre moderne del secolo scorso furono già terribili, ma le guerre contemporanee sono in grado di cancellare interi popoli ed ecosistemi. Intensificare o anche solo prolungare i conflitti significa mettere a rischio l'intero pianeta.

Se prosegue la guerra, la Federazione Russa e la Repubblica di Ucraina continueranno a impoverirsi e a degradare, da ogni punto di vista, prima di tutto spiritualmente e culturalmente. E con loro tutti gli altri Europei, che siano o pretendano di definirsi amici, nemici, indifferenti o ignavi.

Invece che come in Corea (1953), qualcuno sogna che possa continuare come la guerra Iran-Iraq (1980-1988): altri anni di guerra e di affari... Ciascuno di noi deve combattere questi avventati e avidi, a cominciare da quelli che sono al potere nel proprio paese.


giovedì 1 gennaio 2026

Per la liberazione dall'obbedienza


 

La più grande sfida dell'essere umano globalizzato e socialmente mobilitato del nostro tempo non è tenere a bada la propria aggressività, ma mettere un freno alla propria eccessiva obbedienza. Siamo troppo sottomessi a concentrazioni di potere autoritario, che peraltro sarebbero ormai capaci di distruggere il pianeta dozzine di volte, dopo aver dimostrato di essere in grado di sterminare su scala industriale milioni di uomini.

Questo pensiero di Rita Levi Montalcini, espresso in modo semplice e diretto, merita di aprire il 2026.

La riflessione può essere riascoltata facilmente in rete, per esempio qui e qui.

Quella di incoraggiare la persona umana a uscire dall'obbedienza cieca a ogni forma di centralismo autoritario è la nostra cruciale missione decentralista, il nostro compito autonomista, a cui abbiamo dedicato la vita.

Auguri sinceri.

 

   

  

venerdì 3 ottobre 2025

Con la violenza niente

In un suo famoso discorso del 1985, Bettino Craxi spiegò che riteneva legittima la resistenza degli oppressi arabo-palestinesi contro gli oppressori israeliani, anche violenta, anche con il terrorismo. Precisò però, nello stesso intervento, che attraverso la violenza gli arabo-palestinesi non avrebbero ottenuto niente. 

Fu lungimirante allora, come lo erano i grandi della politica formatisi alla dura scuola dei grandi partiti popolari di quella fase storica.

Oggi viviamo in un mondo politicamente e geopoliticamente molto più pericoloso di allora, sull'orlo del disastro ecologico, molto più diviso e confuso. Abbiamo raggiunto però una consapevolezza della necessità della nonviolenza. La nonviolenza è l'unica via per sostenere le cause che si ritengono giuste, nel mondo globalizzato e interconnesso, raggiungendo i necessari compromessi fra le ragioni di tutti.

L'estremismo, il settarismo, l'ignoranza, le dissonanze cognitive, gli slogan semplicistici e fuorvianti, la violenza e il vandalismo con cui parecchi in questi ultimi tempi pretendono di sostenere le ragioni di Gaza e della Cisgiordania, hanno prodotto intanto cose orrende come queste:


La fonte di questa brutta notizia sui pezzi di cemento buttati sui binari della stazione Firenze Santa Maria Novella è qui: https://www.firenzetoday.it/foto/cronaca/blocchi-di-cemento-sui-binari-della-stazione-di-firenze/. Avevamo già visto però attraverso i media altre scene veramente miserabili di quelli del "Blocchiamo tutto", estremisti fanatici e violenti, organizzati da gruppi come "Potere al Popolo", purtroppo inseguiti anche da organizzazioni che pure godevano, fino a ieri, di una certa autorevolezza, come USB e CGIL.

A tutti - a cominciare da chi scrive - è capitato di partecipare a eventi e manifestazioni che poi si sono rivelate controproducenti per le stesse cause che si sarebbero volute sostenere. Nulla di nuovo sotto il sole. 

Spiace particolarmente in questa occasione, perché mai la comunità internazionale è arrivata così vicina a un piano per la pace... Sì, stiamo parlando del piano Trump... Che riprende integralmente le richieste della Lega Araba, di importanti paesi musulmani sostenitori della causa palestinese, della ANP, dell'ONU, della Santa Sede, della maggioranza della Knesseth d'Israele (dove finalmente gli estremisti sanguinari potrebbero essere ricacciati all'opposizione).

Potremmo avere presto la liberazione dei rapiti israeliani superstiti, ma anche l'amnistia per migliaia di prigionieri politici palestinesi (quasi tutti ex terroristi, peraltro, come è ovvio che sia).

Mai siamo stati così vicini alla caduta di Hamas e del governo Netanyahu, che sono saliti al potere insieme, che sono stati alleati de facto per decenni, che meritano di fare la stessa fine.

Possiamo capire che un giovane creda che in Medio Oriente ci sia uno scontro fra buoni e cattivi. E' normale per i giovani essere ingenui ed entusiasti, ci mancherebbe altro.

Qui però ci sono degli adulti, dei vecchi, delle organizzazioni (non solo nazionali) che finanziano e guidano iniziative che vogliono polarizzare, avvelenare, instillare odio, raccogliere un po' di consenso per futuri scontri politici ed elettorali. Costoro stanno sbagliando, sono o illusi oppure cinici, ma possono fare tanto male, prima del loro inevitabile fallimento, perché viviamo in una società in cui l'antisemitismo (e intendiamo l'antico odio per gli ebrei, ma anche il nuovo odio per le popolazioni di origine araba) non se ne è mai andato, così come molti altri riflessi condizionati di pregiudizio e violenza.

Non possiamo dimenticare che le ragioni di Israele erano ridicolizzate e violentemente represse da un vero e proprio squadrismo, o se volete fascismo, "rosso", anche in anni in cui non era governata da Netanyahu, ma da leader che hanno fatto e proposto soluzioni concrete ai capi arabo-palestinesi: Olmert, Barak e lo stesso Sharon (demonizzato ai suoi tempi, eppure capace del grande gesto dello sgombero totale di Gaza del 2005, un'altra delle molte occasioni storiche perse dagli Arabi, per via dell'estremismo dei loro capi).

Non possiamo sorvolare sul fatto che dirigenti di uffici e agenzie ONU e UNRWA inefficenti e corrotte hanno taciuto per anni di fronte allo scavo dei tunnel e al riarmo di Hamas. E che ancora oggi sono colpevolmente silenti di fronte al fatto che Hamas tiene in ostaggio e usa come scudi umani non solo un pugno di cittadini israeliani ma centinaia di migliaia di cittadini di Gaza.

Forse la guerra delle narrazioni viene facilmente vinta dai racconti delle sofferenze delle persone di Gaza (anche per i mostruosi errori politici, militari, mediatici della cricca di Netanyahu), ma la realtà è che se siamo di fronte a una distruzione che qualcuno arriva a chiamare "genocidio", la principale responsabilità è e resterà per sempre di Hamas. 

Chiudiamo dicendo un fermo NO al "Blocchiamo tutto", alla complicità con Hamas, alla mostrificazione di Israele (come stato e come cittadinanza), all'estremismo e al vandalismo.

Tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c'è posto per due stati, entrambi democratici, quello di Israele e quello degli Arabi, oltre che per autonomie speciali da garantire ai quartieri della Gerusalemme storica, per gli altri luoghi santi, per le minoranze etniche, culturali, religiose. Chi non accetta questa pluralità, sta scivolando lungo un precipizio, in fondo al quale incontrerà - stavolta sì - un vero genocidio, con milioni di morti. 

Teniamo una posizione ferma, per continuare a essere fedeli alla nostra storia internazionalista, per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, che comincia da dove siamo qui e ora, in attesa di un treno per tornare a casa o per andare al lavoro, alla stazione Firenze Santa Maria Novella.

 

domenica 15 giugno 2025

Vent'anni di grida "al lupo iraniano"

 


Seguo la resistenza iraniana da oltre vent'anni. Questo non fa di me un "esperto" di cose iraniane, ma forse mi dà il diritto di farmi delle domande e, visto che non trovo risposte sui media occidentali, anche quello di avere dei dubbi.

Secondo l'AIPAC, la potente lobby israeliana in America, già all'inizio del secolo era necessario fermare l'Iran dalla sua corsa verso il nucleare. La loro conferenza annuale del 2006 era già intitolata, con grande enfasi, con un senso di urgenza, "Now It's Time to stop Iran". A quei tempi quella e altre istituzioni godevano di una certa credibilità, anche ai miei occhi di intellettuale e attivista di provincia.

La risposta di persone come me, allora, a questo urgente appello, fu di sostenere in ogni modo i dissidenti iraniani che, con metodi nonviolenti e con grande sacrificio personale, si impegnavano per un Iran diverso. 

Abbiamo sostenuto i giovani iraniani esuli nella loro resistenza contro l'estremismo e il populismo di Ahmadinejad (che era stato rieletto presidente dell'Iran nel 2009 in una votazione fortemente contestata).

Ricordo con orgoglio di aver assistito Alessandro Antichi (allora capo dell'opposizione di centrodestra nel Parlamento toscano), Severino Saccardi (uno dei più colti e sensibili esponenti della maggioranza di centrosinistra), il giornalista Stefano Marcelli, nel loro impegno perché la Regione Toscana si esponesse, come istituzione, per la liberazione del dissidente Akbar Ganji. Liberazione che in effetti ci fu, tanto che nel 2006 il Parlamento toscano poté ospitarlo e consegnargli la massima onorificenza.

Come ci furono anche altri momenti importanti, come la visita di Shirin Ebadi, premio nobel per la pace, a Firenze nel 2009, quando tenne una lectio magistralis parlando sotto l'ombra del David - simbolo universale di libertà repubblicana - alla Galleria dell'Accademia.

Negli Stati Uniti d'America e in Israele, però, non si sono mai rassegnati i guerrafondai che volevano fare all'Iran ciò che era stato fatto alla Somalia, all'Afghanistan, all'Iraq, alla Libia, alla Siria. Non posso dimenticare i vergognosi 47 traditori, alcuni dei quali sono ancora in circolazione e vogliono tuttora condizionare la politica estera e militare USA anche al tempo di questa imprevedibile seconda presidenza Trump.

Nemmeno le persone ragionevoli, però, si sono mai rassegnate. Ci sono stati momenti di grande speranza, come la gioia popolare che esplose in Iran nel 2015, al momento della firma degli accordi per un nucleare esclusivamente civile. Il movimento popolare Donna Vita Libertà, l'ultimo di una lunga serie, è più vivo che mai.

Dopo vent'anni di grida "al lupo iraniano", quel regime di preti corrotti e di "guardiani della rivoluzione" miliardari e crudeli è sempre più odiato, sempre più debole, sempre più vicino all'inevitabile crollo.

Che in questa sua fase terminale abbia consumato le ultime risorse di cui disponeva per riprendere il programma di costruzione di bombe atomiche con le quali minacciare di distruzione Israele, Curdi, Beluci (Baluci), Azeri, rivali Arabi, posso ancora crederlo.

Che l'allarme recentemente lanciato dalla AIEA contro l'Iran fosse documentato, lo accetto.

Che il governo cinico e guerrafondaio di Netanyahu avesse pronti da anni piani per minare infrastrutture militari e nucleari iraniane, in modo tale da ritardarne per un altro decennio lo sviluppo tecnologico, lo dò per scontato.

Che in Iran esistano vasti strati popolari più o meno dichiaratamente felici che dall'estero siano arrivati colpi feroci e duri contro l'establishment, ne sono sicuro. 

Che mezzo mondo, più o meno apertamente, approvi il raid di Netanyahu, come lezione impartita a una potenza rivale sempre più in crisi (e quindi sempre più pericolosa), lo registro con il necessario realismo.

Che questa sia però una strada per la liberazione dei popoli dell'Iran, per la sicurezza a lungo termine di Israele e dei suoi vicini, oltre che per l'emancipazione dei Palestinesi dalla condizione disumana in cui sono stati precipitati (prima di tutto dai loro capi), no, questo proprio non riesco a crederlo.

Alziamo la voce e protestiamo contro questa ennesima esplosione di violenza che serve solo, come tutte le altre, a tenere al potere i capi pro tempore dei regimi coinvolti.

Grazie al nuovo vescovo di Roma, papa Leone XIV, di non aver fatto mancare, in proposito, un appello alla ragionevolezza

Dividersi in tifosi, di Israele, dell'Occidente, tanto meno degli orrendi preti al potere in Iran, è oggi più pericoloso e fuorviante che mai.

La realtà, ieri come oggi, come sempre, deve essere la guida interiore del realismo cristiano, quindi umano, quindi necessario in questo mondo in cui ci stiamo autodistruggendo.

Un altro regime change al seguito di bombe occidentali? No, grazie.


Mauro Vaiani (Ph.D. in Geopolitics)

 

domenica 16 marzo 2025

Comunità di sicurezza, cos'è e perché è importante

 


Cosa è una comunità di sicurezza e perché è un concetto importante per il XXI secolo, il secolo delle autonomie personali, sociali, territoriali

Prato, 16 marzo 2024

di Mauro Vaiani Ph.D.*

Karl Wolfgang Deutsch (1912-1992), un pensatore anticentralista e antiautoritario che in diversi - a partire da chi scrive - consideriamo un maestro di scienza politica e geopolitica, fu il primo ad intuire l’esistenza, nella modernità globalizzata, di un graduale processo di “mobilitazione sociale” (social mobilization), in un mondo in cui crescenti porzioni di popolazione stavano diventando meno povere, più longeve, meno ignoranti, talvolta persino più informate.

Una delle ricadute positive di questo cambiamento sociale era vedere intere regioni del mondo trasformarsi in “comunità di sicurezza” (security community). Molti popoli erano arrivati a togliere ai loro capi l’autorità di condurli in guerra, se non in assoluto, almeno contro un certo numero di vicini geopolitici (non necessariamente alleati o amati). Se un gruppo di popoli arriva a questa consapevolezza, fra di essi si forma una comunità di sicurezza. L’idea stessa di nuovi conflitti all’interno della stessa diventa felicemente impensabile.

Tali comunità di sicurezza possono essere anche poco o per nulla istituzionalizzate, ma non per questo sono meno reali, anche in questa modernità in cui gli arsenali militari sono pieni di armi così terrificanti da poter distruggere il pianeta dozzine di volte.

L’idea moderna di comunità di sicurezza era semplice, radicale, promettente, feconda di conseguenze, ma non era una novità assoluta nella storia: più si scava nella profondità della storia degli homo sapiens, più si comprende, come ha insegnato l’antropologo newyorkese R. Brian Ferguson, che la disponibilità di una collettività a fare la guerra a un’altra non è affatto “naturale”. E’ una costruzione sociale che, come tutte le altre, è sempre mutevole, se non precaria, comunque ben delimitata nel tempo e nello spazio.

Sembrerà paradossale, visto che negli anni Venti del XXI secolo in cui stiamo scrivendo siamo bombardati da potenti conformismi bellicisti, ma alcuni si spingono a sostenere che, nei 50.000 anni di storia degli esseri umani che condividono quella che è chiamata modernità comportamentale della nostra specie (behavioral modernity), la guerra, lungi dall’essere una condizione a cui saremmo in qualche modo permanentemente condannati, non rappresenta affatto una presenza costante.

La guerra è piuttosto una invenzione e anche piuttosto relativamente recente. Ferguson sostiene che la guerra sia stata concepita non più di 10.000 anni fa (ironia della storia: ciò sarebbe avvenuto nel nord di quello che oggi è l’Iraq). Anche dopo l’invenzione della guerra, tuttavia, essa è rimasta una costruzione politica contingente, sempre limitata dalle risorse e dalle tecnologie disponibili ai capi delle società politiche umane.

E’ con l’avvento dello stato moderno e con la rivoluzione industriale, che la guerra diventa qualcosa di ben peggiore. Per questo è necessario restare sempre critici di coloro che raccontano le guerre scatenate dalle società industriali come se fossero una “naturale” continuazione delle ostilità pre-moderne. Solo con la produzione in serie di armi, la coscrizione obbligatoria, le navi a vapore, i treni, il telegrafo, la guerra è diventata quello che è oggi. Il cambiamento di scala è talmente grande da rendere la guerra moderna un evento qualitativamente e non solo quantitativamente diverso da quello che era stata.

In un mondo che nel frattempo era stato completamente colonizzato dalla capacità bellica degli stati occidentali industrializzati, dopo un paio di secoli di conflitti moderni, culminati nelle due terrificanti guerre mondiali e nella costruzione delle armi di distruzione di massa (atomiche, ma anche batteriologiche e chimiche), si sono create le condizioni perché le persone comuni potessero far presente alle elite dominanti di averne abbastanza. Non a caso, su questo sfondo, le uniche lotte politiche e geopolitiche che hanno avuto veramente uno spontaneo sostegno popolare, e che hanno conseguito qualche successo duraturo, sono state quelle nonviolente.

La storia personale di Karl Deutsch non gli aveva consentito di essere un idealista: era un boemo di madrelingua tedesca, che si era rifugiato negli Stati Uniti già dal 1938, per sfuggire all’avvento del nazismo. Nel pieno della guerra fredda, rischiando di essere perseguitato dal complesso militare-industriale americano, ebbe il coraggio di giudicare i due blocchi contrapposti del suo tempo, quello americano e quello sovietico, come impegnati in una sinistra gara a chi esportava più violenza e più ignoranza nel mondo.

Fu sempre realista, anche se ottimista. Non si sarebbe quindi meravigliato della scarsa fortuna che il concetto di comunità di sicurezza ha avuto prima nella comunità accademica e poi più generalmente nelle elite al potere.

Forse sarebbe rimasto amareggiato, ma non del tutto sorpreso, dal fatto che, proprio nel mondo post-1989, dopo la caduta dei partiti-stato comunisti (ma anche di molte autocrazie sedicenti anti-comuniste), lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione – relativamente pacifica - dell’Unione Sovietica, ciò che era stato reso possibile per gran parte dell’umanità, cioè un rifiuto della guerra sempre più generalizzato, venisse così attivamente contrastato.

Proprio dopo il glorioso 1989, l’idea di comunità di sicurezza fra vicini geopolitici e in prospettiva in aree del pianeta sempre più ampie, è stata ferocemente combattuta da implacabili nemici: le elite al potere nei grandi stati centralisti e autoritari, a partire dal più potente di tutti, gli Stati Uniti d’America.

La convinzione sempre più universale che la guerra fra stati, e fra i molti popoli, territori e regioni che vivono all’interno degli stati contemporanei, fosse ormai impensabile, è stata minata con ogni mezzo propagandistico possibile.

Forse l’intero ciclo storico che stiamo vivendo, a cavallo fra il XX e il XXI secolo, dovrà essere riletto alla luce di una amara consapevolezza: se la maggioranza degli esseri umani, ormai interconnessa dalla globalizzazione, fosse stata lasciata davvero libera di considerare la guerra impensabile, nessuno degli stati contemporanei sarebbe potuto sopravvivere com’era.

La concentrazione di potere nelle mani di pochi, all’interno di ciascuna delle potenze, sarebbe stata intollerabile nel medio-lungo termine e quindi messa in discussione. Questo era stato intuito molto chiaramente, fra gli altri, da una personalità come Václav Havel (1936-2011), nel suo fecondo e disseminativo scritto, “Il potere dei senza potere” del 1978.

Si doveva togliere dalle menti e dai cuori l’idea che la guerra fosse ormai impensabile. Uno sforzo che c’è stato, purtroppo, che è ancora in corso, che sta cercando di cancellare l’idea stessa che siano invece possibili comunità di sicurezza sempre più estese.

Per esempio non si è sciolta la NATO, che pure era diventata inutile dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Al contrario, si è continuato a finanziarla, potenziarla, allargarla. Per convincere le persone comuni a continuare a tenere al potere le elite atlantiste, si sono letteralmente cercati sempre nuovi nemici, provocandoli e, dopo le inevitabili reazioni, demonizzandoli. Il gigantesco apparato militare-industriale degli Stati Uniti è stato, ovviamente date le sue dimensioni, il principale attore in questo gioco per giustificare la propria sopravvivenza, ma le elite al potere in tante altre potenze – grandi, medie e persino piccole – hanno partecipato con entusiasmo.

Senza inventare sempre nuove minacce esterne, molte delle elite dominanti tanti stati del pianeta semplicemente non sarebbero rimaste al potere dopo il 1989.

La religione civile dei diritti umani, le aspirazioni democratiche, la consapevolezza che la guerra è diventata talmente distruttiva da dover essere esclusa per sempre dalle relazioni umane inter-territoriali, sono idee davvero contagiose. Ancora più virulenta sarebbe – sarà – la presa di coscienza globale che i luoghi dove gli esseri umani vivono meglio sono quelli in cui si è scommesso sulle autonomie personali, sociali, territoriali.

La globalizzazione, che pure ha prodotto molti guasti e ha molti lati oscuri, ha almeno questo di positivo: si potrà rallentare con la paura, ma non si potrà fermare una vera e propria pandemia di decentralismo.

Gli stati centralisti e autoritari stanno combattendo decine di sanguinosi conflitti, mentre stiamo scrivendo. I media, controllati dalle elite al potere, ci sommergono con incessanti campagne di paura e terrore. Nell’arena globale si sentono quasi solamente le urla dei tifosi dell’una o dell’altra parte combattente (si vedono ovunque sé-dicenti comunisti o liberisti, sovranisti ed europeisti, pro-Palestinesi e pro-Israele, russofobi e russofili, che credono di sostenere una qualche nobile causa, mentre sono solo pedine nelle mani di cinici capi politici che di queste polarizzazioni al vetriolo hanno fatto un lucroso mestiere).

Tutto questo, però, non cancella la semplice realtà che la vita umana è degna di essere vissuta solo laddove la guerra non c’è da tempo e il suo ritorno è considerato impensabile.

Potenti signori della guerra reggono la maggior parte degli stati (e delle organizzazioni terroristiche dagli stati stessi finanziate), ma è improbabile che il tempo sia dalla loro parte. Centralismo e autoritarismo sono insostenibili nel medio-lungo termine per una umanità globalizzata, interconnessa, socialmente mobilitata.

Se le persone umane fossero solo individui, esse potrebbero essere tenute in uno stato di asservimento anche tutta la loro breve vita terrena, ma così non è. La maggior parte degli esseri umani non sono – non ancora, almeno – monadi sradicate, atomi privi di legami, creature spogliate di identità culturale e appartenenza comunitaria. Il pianeta è popolato piuttosto da decine di migliaia di comunità, spesso ancora piuttosto coese: città, territori, popoli.

Se fossero parte di una comunità di sicurezza, le realtà locali potrebbero prendersi poteri e risorse che oggi sono concentrate nelle capitali degli stati, migliorando le proprie prospettive e quelle delle generazioni future. Scommettiamo che è proprio quello che accadrà.

Il XXI secolo sarà il secolo delle autonomie, che per vivere e prosperare pretenderanno di far parte di comunità di sicurezza, che renderanno progressivamente sempre meno pericolosi e infine inutili i grandi stati centralisti e autoritari.

 

* Ph.D. in Geopolitica – studioso e attivista – autore di “Cosmonauta Francesco” (2022)




mercoledì 1 gennaio 2025

La pace, cioè la politica

 

Buon anno nuovo 2025, che potrebbe anche essere un anno santo di speranza, essendo stato indetto un altro Giubileo romano.

La pace è necessaria, perché tutte le guerre in corso stanno distruggendo milioni di vite umane e distruggono interi ecosistemi abitabili.

Per costruire la pace serve più politica, cioè lungimiranza, sacrifici, compromessi.

Non ci servono sentimentalismi, moralismi, tifo da stadio, pretese di aver compreso (magari da lontano) chi è più cattivo in questa o quella guerra, per porre fine alla violenza.

I continui richiami propagandistici alla guerra totale che fu combattuta contro il nazismo sono anacronistici. Dulce bellum inexpertis (la guerra sembra attraente a coloro che non l'hanno mai conosciuta)!

L'eziologia delle guerre è sempre più complessa, nel mondo globalizzato, e noi, come umanità interconnessa, dobbiamo essere meno ingenui e meno permeabili alle ondate di conformismo scatenate da opaci centri di potere mondiale.

In questo secolo si sono inoltre complicate le condizioni materiali. Con queste tecnologie, in questo inquinato e affollato pianeta, quella di poter combattere e vincere una guerra totale è un'idea semplicemente folle. Chi la coltiva ha veramente la testa immersa in un passato che non esiste più.

Le guerre contemporanee si prolungano senza senso, perché non si possono vincere. Occorrono quindi politici in grado di far cessare il fuoco e avviare i processi lunghi e dolorosi verso i compromessi che sono necessari.

Poi, sia chiaro, quando saremo in una situazione che potremo ragionevolmente chiamare di pace, i fatti saranno comunque sviscerati. Facciamo arrivare vive il maggior numero di persone possibile, a quel momento.

Tutti i potenti della Terra, Russi, Ucraini, Europei, Americani, Iraniani, Hamas, il governo Netanyahu e tutti gli altri, saranno giudicati, se non davanti alla giustizia terrena, almeno dalla storia e certamente quando si presenteranno al cancello celeste.

Buon anno 2025!

https://x.com/mauro_vaiani/status/1874400783804031220

https://x.com/mauro_vaiani/status/1874400783804031220 


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domenica 10 marzo 2024

Il coraggio di negoziare

 


Fra due giorni, il 12 marzo, ricordiamo la marcia del sale, forse la più importante manifestazione nonviolenta promossa dal Mahatma Gandhi, a partire dal 12 marzo 1930.

Non posso dimenticare che uno dei miei primi impegni pubblici significativi, e indipendenti dai partiti, Veraforza, fu avviato proprio il 12 marzo, nel 1987, insieme agli amici Giovanni Bonaiuti, Massimo Lastrucci e Alessandro Myckaniuk, nella nostra città natale, Prato.

Ho sempre fatto parte di una corrente, spesso carsica, altre volte visibile e persino vistosa, di operatori di pace. Non di pacifici.

In vista di questo 12 marzo 2024, conscio delle responsabilità che ho rispetto al civismo e all'autonomismo toscano, essendo il garante di OraToscana, oltre che come vicepresidente e segretario di Autonomie e Ambiente, vorrei lasciare un umile e sommesso messaggio di appoggio a quello che il vescovo di Roma, papa Francesco, ha chiamato il coraggio di negoziare.

Proprio perché si è combattuto e si è resistito, si può e si deve avere il coraggio del cessate-il-fuoco. Dopo una tregua tutto sarà possibile. Se si continua a combattere demonizzando e disumanizzando i propri avversari, si potrebbe mettere in pericolo proprio ciò in cui si crede e che vale la pena difendere.

Non c'è causa politica o geopolitica che non si possa promuovere con metodi nonviolenti, con veraforza, attraverso un coraggioso satyagraha.

Questo vale per l'Ucraina, per la Federazione Russa, per Israele dopo il brutale pogrom di Hamas, per molti altri paesi di cui i media "mainstream" (MSM) non si occupano, per esempio per il piccolo Artsakh, stretto fra i nazionalismi azero e armeno, il cui popolo è stato pressoché interamente costretto all'esilio.

Il fatto che siamo pieni di enti, agenzie, organizzazioni internazionali, che spesso pontificano, pretendono, parteggiano, soprattutto spendono... E che nessuna di esse si metta veramente in gioco per la pace, fa ribollire il sangue.

Non si impegna per il cessate-il-fuoco l'Unione Europea.

Non possiamo più contare neppure sulla neutralità della Confederazione Elvetica, la nostra cara Svizzera.

Non si compromette la UNRWA (anzi, si è compromessa, avendo molti suoi membri abbracciato il terrore).

Non si vede ombra dell'ONU in Sudan.

Non c'è più il Consiglio d'Europa nel Caucaso.

Non abbiamo notizie di un intervento incisivo di UNHCR per porre fine alla tratta di esseri umani fra il Sahel e il Mediterraneo.

Decine di migliaia di funzionari internazionali vivono in una bolla di lusso e privilegio e non ci sono mai quando ne hai bisogno, perché il loro compito è sempre un altro... Così non si può e non si deve andare avanti.

Mentre tutti scappano dalle loro responsabilità, noi dei territori dobbiamo restare e salire sui tetti delle case per gridare che negoziare è possibile, che il compromesso è sempre possibile, che non c'è bisogno di distruggere intere province, interi popoli, l'intero pianeta.

Rimettiamo qui il collegamento alla saggia presa di posizione di Autonomie e Ambiente, che vale per la crisi europea russo-ucraina, ma che può essere adottata anche in altri drammatici conflitti.

Una posizione maturata in tempi non sospetti e che non invecchia, perché è fondata su forti princìpi e perché, come dicevamo da ragazzi con Veraforza, citando Emmanuel_Mounier, la realtà è la nostra guida interiore. È sempre la guida interiore di chi ama e promuove il bene del suo territorio e quindi di tutti i territori.

 

Mauro Vaiani

 

 

sabato 24 febbraio 2024

Speranze in tempo di guerra


 

Abbiamo studiato per anni la "mobilitazione sociale", un'antica ma sempre attuale intuizione di Karl Deutsch. È un fenomeno sociale che rappresenta anche una grande speranza. Rara avis.

Alcune delle sue conseguenze sono davanti al nostro naso ma, come giustamente diceva George Orwell, occorre un grande sforzo per vederle, perché i pregiudizi del passato accecano anche le menti più brillanti. Proviamo a ricordarne alcune.

Sempre meno persone umane, nella nostra contemporaneità globalizzata, accettano di obbedire fino all'estremo sacrificio della morte ad autorità alte, lontane, che da lontano promuovono conflitti di ogni tipo. Questo ha già delle conseguenze in ogni stato del mondo, specialmente nei grandi stati centralisti e autoritari, ma anche nelle piccole fazioni estremiste e terroriste. Conseguenze che sono quasi tutte positive, anche se non sempre evidenti. Coloro che scommettono sul prolungamento di conflitti terrificanti, come quello fra Ucraina e Russia, hanno la testa nel passato e, a modesto parere di chi scrive, sbagliano tutti i calcoli. Potremmo scrivere qualcosa di analogo anche su molte altre terrificanti violenze che sono in corso nel mondo, ma in questo secondo anniversario dell'invasione russa in Ucraina, restiamo in Europa.

Qualcuno potrebbe obiettare al nostro ragionamento che in questa contemporaneità globalizzata le elite al potere non hanno veramente bisogno delle persone per alimentare conflitti e rendere infinite le guerre. Possiedono infatti strumenti sempre più potenti di dominio e di distruzione. Questo è assolutamente vero, ma proprio per questo sempre più persone si stanno opponendo a qualsiasi concentrazione di un così grande potere in poche mani.

Dopo due anni di guerra, a chi ha gli occhi aperti è chiaro che sempre meno abitanti d'Europa, della Federazione Russa, di tutto il mondo, vogliono morire per decidere a quale stato debbano appartenere sei territori (prevalentemente abitati da Russi), al momento illegalmente annessi e pressoché completamente occupati dalla Federazione Russa: la Repubblica di Crimea, la città autonoma di Sebastopoli, l'oblast di Cherson, l'oblast di Zaporižžja e le autoproclamate repubbliche popolari di Doneck e Lugansk.

È stata giusta l'invasione? No.

È giusto riconoscere le conquiste avvenute manu militari? No.

Nemmeno però è sensato, né morale, immaginare che per porre rimedio agli eventi drammatici di questi ultimi due anni si debba prolungare una guerra che sempre meno persone vogliono combattere e che nessuno può vincere, pena la distruzione non della Federazione Russa o dell'Ucraina, ma dell'intero pianeta.

Deve tornare la politica. Deve esserci un congelamento del conflitto. Devono tornare ad avere voce in capitolo, riguardo al loro futuro, gli abitanti delle sei regioni contese.

Una posizione realistica è stata fatta propria dalla piccola famiglia politica dei civici, degli ambientalisti, degli storici autonomisti e dei nuovi territorialisti, quella di Autonomie e Ambiente:

https://autonomieeambiente.eu/news/163-cessate-il-fuoco

Anche per questo ci impegniamo in Autonomie e Ambiente, con tutte le nostre forze.

Animo!

 

mercoledì 21 dicembre 2022

Per la Toscana e per la pace

 

21 dicembre 2022, solstizio d'inverno, festa di San Tommaso, memoria di Ugo di Toscana, icona di valori perenni. Auguri di cuore a tutti.

Pur schiacciati da tanti problemi e sofferenze personali e familiari, appesantiti dai nostri errori e dai nostri acciacchi, non perdiamo la speranza!

Continuare a impegnarci per l'autogoverno e il buongoverno della nostra terra di Toscana, è il modo migliore per fare la nostra parte per il bene dell'intera madreterra e delle generazioni future.

Non cessiamo di implorare un cessate il fuoco, incondizionato e umanitario, in Ucraina, perché ne va della vita degli aggrediti, ma anche degli aggressori, anzi dell'intero pianeta.



domenica 30 ottobre 2022

Per il cessate il fuoco in Ucraina, ora

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:


OraToscana

rete di lavoro politico - civismo, ambientalismo, autonomismo
pace e lavoro – giustizia e libertà - autogoverno e buongoverno di tutti dappertutto

https://t.me/OraToscana - https://twitter.com/oratoscana - https://www.facebook.com/OraToscana - oratoscana@gmail.com

https://diversotoscana.blogspot.com/2022/06/cara-vecchia-lista-postale.html

Lucca – Firenze – Pisa – Siena, 29 ottobre 2022

Appello pubblico di adesione
alle manifestazioni del 5 novembre 2022

UNIAMO LA NOSTRA VOCE
A QUELLE DEL REALISMO,
DELLA TRATTATIVA,
DELLA VITA.

OraToscana unisce la propria flebile voce a quelle del realismo, della trattativa, della vita, che si riuniranno il prossimo sabato 5 novembre 2022 nelle manifestazioni “EUROPE FOR PEACE”.

I nostri governi devono impegnarsi per l’immediato cessate il fuoco fra la Federazione Russa, l’Ucraina, le province ribelli. E’ necessaria una tregua senza precondizioni, senza eccezioni, senza alcun termine.

L’Ucraina non è più in pericolo di essere cancellata. La Federazione Russa non deve temere più alcuna minaccia dall’Occidente. Le province ribelli aspettano un armistizio dal 2014!

Nell’era dell’atomo e della robotica questa non è una guerra che può essere vinta, sempre che ne esistano ancora!

Sia chiaro che non parliamo, ora, di pace, di conferenze, di summit, di ritorno a politiche di disarmo e di sicurezza collettiva. Sappiamo bene che ci vorranno anni per ripristinare le condizioni minime necessarie per sincere ed effettive trattative di pace che pongano fine a questo conflitto decennale.

Non per questo le opinioni pubbliche di tutta Europa devono rinunciare a gridare forte e chiaro che tutte le parti devono fermarsi ora: basta con lo sterminio, le deportazioni, le distruzioni, la disinformazione, la velenosa propaganda, che stanno uccidendo, oltre a vite umane, anche la stessa convivenza civile sia nella Federazione Russa, che in Ucraina, che nelle province ribelli.

 


 

CESSATE IL FUOCO ORA
fra Russia e Ucraina



Le sentite le grida delle persone schiacciate dai bombardamenti? Li ascoltate i pianti delle famiglie dei caduti?
Li vedete i giovani fuggire perché non vogliono uccidere? Le ricordate le ombre delle persone volatilizzate dal fuoco nucleare?
(Cittadini di Prato e della Piana)

* * *




venerdì 30 settembre 2022

Tregua ora lungo il Don


 

Lungo il fiume Don, nel cuore dell'Europa, oltre alla ben nota e dolorosa linea del fronte, da oggi passa anche un confine che una delle parti ha segnato unilateralmente.

Nel 2014 la città russa autonoma di Sebastopoli e la Repubblica autonoma di Crimea si erano già unite alla Federazione Russa. In questa giornata del 30 settembre 2022 la Federazione ha annesso altre quattro regioni: le due repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, de facto indipendenti anch'esse dal 2014; le due regioni di Kherson e Zaporizhzhia, conquistate - a caro prezzo - dalle truppe russe con la "operazione speciale" iniziata lo scorso 24 febbraio 2022.

Queste annessioni non saranno mai riconosciute dalla comunità internazionale, ma, se effettivamente esse sono sostenute - come sembrano essere - dalle popolazioni locali, questi confini diventeranno quelli che con un eufemismo sono chiamati, nel linguaggio pubblico internazionale, "provvisori". Il che significa, fuori dall'ipocrisia, immodificabili per decenni.

Non esiste alcuna possibilità di risolvere questo scontro nel cuore dell'Europa con le armi, a meno che non si voglia la fine del pianeta in una antigenesi nucleare.

Non staremo qui a ripercorrere gli errori fatti da tutte le parti in conflitto, a ricordare le vergogne e i crimini, a recriminare sulle mancate iniziative di pace di coloro che avevano e avrebbero ancora il dovere di mediare. Resta però da ribadire che questa guerra nessuno può vincerla con le armi e quindi occorre una tregua ora, adesso, subito, immediatamente, senza precondizioni, fra la Federazione Russa, l'Ucraina, le province ribelli.

Stabilita la tregua, lasciato passare l'inverno, potrà sempre rifiorire la speranza.


* * *

Per la cartina dell'Ucraina e delle sue province, siamo debitori a

Di Ptroski - Opera propria, CC BY-SA 4.0

https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117429980

Per la grafia dei nomi delle regioni e delle città che non hanno un corrispondente comune in italiano, abbiamo scelto quella dominante sulla stampa anglosassone.


sabato 4 giugno 2022

100 giorni di una guerra che nessuno può vincere


 

In questi 100 giorni dall'inizio dell'attacco russo all'Ucraina nulla è cambiato: questa guerra non può essere vinta da nessuno.

Non c'è onore, non c'è patriottismo, non ci sono valori, non ci sono interessi da difendere, non c'è alcuna motivazione ragionevole per continuare questa fase particolarmente terribile del conflitto avviato nel 2014.

Le note struggenti della canzone "Stefanìa" della Kalush Orchestra, vincitrice dello Eurovision Song Context 2022, accompagnate dal suggestivo video girato fra le rovine della guerra, raccontano una verità scomoda per chiunque sia al potere a Mosca, a Kiev e in molte altre capitali: nessuna madre, nessun figlio, nessuna persona umana perdonerà mai chi ha prolungato questa guerra un giorno di più.

La Federazione Russa non ha il diritto di ridurre all'obbedienza nessuno dei suoi vicini, tanto meno l'Ucraina. E' sempre più chiaro che non ne ha finanche il potere.

L'Ucraina non può riprendersi con la forza nessuno dei territori che l'hanno lasciata, attratti dalla Federazione Russa, tanto meno la Crimea, tanto tanto tanto meno Sebastopoli.

E' tempo di tregua. E' necessario un armistizio stile Corea 1953.

Occorre smettere di sparare e di uccidere.

Poi, con il tempo, verranno le conferenze, i compromessi, i cambiamenti.

https://youtu.be/Z8Z51no1TD0

 





mercoledì 18 maggio 2022

Mémoire de Émile Chanoux


 

Riceviamo e con devozione rilanciamo, dall'amico senatore Albert Lanièce:

 

 

 

sabato 7 maggio 2022

No to escalation in Ukraine


 

We have to say NO to escalation in Ukraine.

We are urged to pretend immediate #ceasefire and then #peacetalks.

Mr Jens Stoltenberg is kindly asked to resign. Without any mandate, he spoke recklessly about the future of #Crimea and #Sevastopol.

And it is not the first time that he state something well beyond his role.

 

 

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Source of the picture of this post:

https://www.dw.com/en/no-war-celebrities-call-for-de-escalation-in-ukraine/a-60672789

 

 

domenica 13 marzo 2022

La guerra che non si può vincere

 


La guerra nella modernità globalizzata non si può vincere.

David Grossman, quando scrisse il suo bel libro del 2014 intitolato "La guerra che non si può vincere" parlava dello stato di Israele e delle comunità arabo-palestinesi, ma qualcosa del genere, più avanza la globalizzazione, più diventa vera per tutti.

La Russia non potrà mai in alcun modo sottomettere l'Ucraina e anche se la radesse al suolo e costringesse non due milioni ma venti milioni di Ucraini all'esilio, la Federazione russa guidata da Putin incasserebbe tali contraccolpi da uscirne dissolta.

Allo stesso modo l'Ucraina, una volta sopravvissuta all'invasione, non potrà mai più riprendersi il Donbass, le repubbliche di Lugansk e Donetsk, la repubblica di Crimea.

In modo analogo, l'Etiopia non riuscirà mai più a sottomettere definitivamente il Tigrè (Tigray), l'Arabia Saudita non riuscirà a domare lo Yemen del Sud, il governo di Brasilia non riuscirà a terminare la colonizzazione dell'Amazzonia, la Cina postcomunista non riuscirà a riprendersi Taiwan con la forza.

Sono solo degli esempi, che ci servono per evocare la grande trasformazione che ci aspetta, l'età della disintegrazione, la necessaria decentralizzazione universale.

I teorici della mobilitazione sociale lo dicono almeno dagli anni Sessanta: in un mondo globalizzato, con la popolazione di tutto il pianeta fortemente interconnessa, con una diffusa capacità di accedere a notizie, immagini, letture, simboli e concetti, l'obbedienza diventa man mano la risorsa più scarsa e ogni forma di concentrazione di potere è destinata a declinare.

Karl Deutsch scrisse che fra tante utopie e distopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo speciale, destinata a rivelarsi la più improbabile, in verità la più utopista, cioè irrealizzabile, di tutte. Si tratta di quella che suggerisce che il mondo possa restare com'è stato fino a oggi (Deutsch, Karl W., 1970 - Politics and Government : How People Decide Their Fate - p. 391).

Siamo nel XXI secolo e pare che le grandi potenze, i grandi media, le grandi multinazionali, le grandi istituzioni internazionali siano dominate da persone con la testa prigioniera del XX secolo.

Questa guerra è già durata 18 giorni, a oggi, domenica 13 marzo 2022. Sono già troppi.

Una guerra che non si può vincere è persino peggio di una guerra che nessuno voleva. 

Non può che finire e finirà. 


lunedì 28 febbraio 2022

Pubblicare Putin ma cercare anche di capirlo

 


Il quotidiano Domani ha pubblicato integralmente un lungo saggio di Vladimir Putin, oggi, lunedì 28 febbraio 2022. Lo scritto risale al 12 luglio 2021. Il quotidiano sostiene che era scomparso dalla rete, sottointendendo che fosse stato nascosto, perché troppo compromettente.

Il saggio viene presentato sotto titoli molto forti e accompagnato da commenti che sostengono che, in definitiva, il presidente della Federazione Russa sarebbe o impazzito o assetato di restaurazione imperiale.

Questo blogger lo ha letto e, sulla base di strumenti di interpretazione e comprensione che vengono dagli studi geopolitici e dall'esperienza politica, intende sottolinearne alcuni punti interessanti, senza alcuna pretesa di poterne offrire una esegesi approfondita.

Il mondo, come ci sforziamo sempre di ripetere, non può essere capito se guardato da un solo punto di vista, tantomeno il nostro. Figuriamoci governato!

Scusate se insistiamo, su questo punto: il mondo non va mai dove vorremmo, non importa quanto potenti siamo e questo vale anche per la più grande concentrazione di potere del pianeta, l'apparato militare-industriale degli Stati Uniti d'America.

Su questo pianeta nessuno è libero di scegliersi i suoi vicini, né è completamente libero di scegliersi i suoi alleati. Credere o anche solo essere tentati da simili sciocchezze, ci riduce a tifoserie facilmente ingannabili e strumentalizzabili, invece di farci crescere come cittadini attivi, coscienti dei gravissimi problemi che la nostra comunità umana affronta per la sua sopravvivenza.

Il presidente Putin presenta il suo punto di vista, che è ragionevole pensare essere quello della sua parte attualmente al potere in Russia.

Intanto ci spiega che le Russie sono tante. Dall'antica Rus' di Kiev sono sorte molte altre realtà. La Russia di Mosca, dopo molti secoli, è diventata la più importante e, attraverso prima l'impero russo e poi l'Unione Sovietica, il centro di una vasta realtà imperiale. Tuttavia essa non è l'unica Russia e anzi, essa non è nemmeno una realtà unitaria al suo interno. Ci sono molte Russie dentro lo spazio geopolitico governato in passato e ancora oggi da Mosca. Tra di esse c'è la nuova Russia di Sebastopoli, rifondata dagli zar nella seconda metà del Settecento, oltre che territori entrati nell'orbita russa senza mai essere diventati completamente russi, come la Crimea.

Fuori dalle Russie governate da Mosca ci sono altre Russie. Le due più importanti sono la Russia bianca, meglio nota come Bielorussia, e le terre dei piccoli Russi, talvolta chiamate Malorossia, concetto geopolitico molto vago, che comprende, ma non è esaurito, dall'attuale Ucraina e dal Donbass. Scopriamo dallo scritto di Putin che le aspirazioni autonomistiche di Donetsk sono molto più antiche di quello che ci è stato raccontato dai media, che ce ne hanno parlato solo quando è iniziata la guerra del 2014 scatenata dai neonazionalisti ucraini contro i separatisti.

I confini di tutte queste Russie sono sempre stati molto mobili, a causa di scontri e incontri con i popoli vicini. Il testo di Putin racconta, per esempio, un punto di vista russo sui passati espansionismi polacco e lituano, austriaco e ungherese, senza peraltro indulgere ad alcun tipo di rancore o revanscismo.

Tutte queste Russie, inoltre, Putin lo accenna senza intrattenersi molto sul tema, sono state soggette all'ingegneria sociale del governo bolscevico. La politica sovietica delle nazionalità è stata potente e ha rafforzato molte di queste identità russe e letteralmente inventato molte delle attuali autorità locali. Anche qui, però, Putin ci sorprende. Non contesta affatto queste costruzioni nazionali, anzi ritiene che esse debbano essere tutte trattate con rispetto. Nell'antica URSS queste entità diventarono repubbliche con diritto di secessione e la loro sovranità, venuta meno la catena unificante del PCUS, non può essere più messa in discussione.

Concludendo, Putin sostiene che tutte queste Russie, in particolare le tre più importanti, la sua Russia, la Bielorussia e l'Ucraina, siano molto più legate e intrecciate di quanto possa comprendere un osservatore esterno all'Europa slava.

Non dice che devono essere fuse, o che la più grossa debba schiacciare le due più piccole, ma semplicemente che esse non dovrebbero rinunciare ad avere un futuro comune. Come tante Russie diverse vivono insieme nella Federazione Russa, anche le due repubbliche sovrane moderne, la Bielorussia e l'Ucraina, dovrebbero mantenere rapporti stretti con la Russia più grande.

Crediamo che questo ragionamento sia ampiamente criticabile e non privo di fallacia. Molte Russie oggi incluse nella Federazione Russa - e molti popoli non russi - avranno parecchio da ridire, quando, con il crescere della coscienza civica e civile, i loro abitanti vorranno più voce in capitolo. Le due Russie esterne alla Federazione Russa, sono una sottomessa a un greve regime, quello di Lukashenko in Bielorussia, e l'altra sottoposta a una drammatica spedizione militare punitiva, l'Ucraina.

Tuttavia, possiamo davvero pensare che questo ragionamento di Putin non ci interroghi? 

Possiamo fare finta che i tre stati slavi più importanti possano separarsi come se fosse improvvisamente intervenuta una frattura continentale?

Possiamo davvero espellere dall'Europa una o due di queste entità sovrane, per annetterne una? Non era stato lucidamente pensato, subito dopo la fine della Guerra fredda, che l'Europa dovesse avere un progetto comune da costruire con tutti e tre i più importanti stati slavi, con tutte le Russie?

Sono domande a cui non c'è una sola risposta. Coloro che studiano e coloro che sono attivi per le generazioni future, se lo ricordino.


sabato 26 febbraio 2022

Si fermi la guerra e si combattano coloro che l'hanno preparata

 


Lo ha detto bene Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, ieri, venerdì 25 febbraio 2022, su Radio Radicale, ospite dello speciale Spazio transnazionale di Francesco De Leo: proprio oggi che siamo sommersi di immagini e video, non abbiamo mai saputo così poco di questa guerra e delle altre. Paradossalmente, i corrispondenti di guerra di una volta, in un mondo meno tecnologico e meno globalizzato del nostro, ci spiegavano di più delle guerre di allora, bucavano la censura, smascheravano la propaganda.

Le persone che stanno morendo oggi in molte città ucraine sono vittime dell'aggressione russa, certo, ma anche del silenzio, della propaganda, della complicità con cui i potenti della terra hanno lasciato morire migliaia di persone nella lunga guerra scatenata dai neonazionalisti ucraini contro i russofoni del Donbass.

Ora dobbiamo senza esitazione pretendere l'immediata cessazione delle ostilità.

Poi bisognerà che tutti gli interessati siano coinvolti in lunghe e complesse trattative: 

- le nuove repubbliche di Donetsk e Lugansk, a meno che non si pretenda di tornare a bombardarle, come si è fatto dal 2014 in avanti;

- i governi di Crimea e Sebastopoli, che devono confermare e spiegare davanti al mondo quanto sia effettiva e definitiva la loro volontà di restare nella Federazione Russa;

- il governo dell'Ucraina, con il presidente Zelensky tornato alla ragione, o con un nuovo governo, questo lo deciderà il parlamento ucraino, appena potrà riunirsi; 

- la Bielorussia e la Federazione Russa, che avevano delle ragioni da difendere, ma ora sono passate irrimediabilmente dalla parte del torto;

- i paesi confinanti, tutti, perché non ci si possono scegliere, in questo mondo, i vicini; 

- l'Unione Europea, che deve recuperare la dignità e la terzietà e smettere di essere il ripetitore degli eccessi del militarismo americano; 

- l'Alleanza Atlantica, che avrebbe molte cose da spiegare a tutti noi, a partire dalle costose e inutili spese per rafforzare un cosiddetto fronte orientale oltre il quale nessuno ci minaccia.

I leader e le forze politiche europee più serie e meno ciniche devono fare uno sforzo gigantesco: guardare sia alla drammaticità che alla complessità della situazione, pena la perdita di molte altre vite.

Di fronte alla complessità e alla drammaticità del momento presente, la presa di posizione del recente Consiglio europeo del 24 febbraio scorso, sconcerta per la sua tragicomica avventatezza, per un linguaggio così antipolitico da meritarsi più l'irrisione che l'indignazione.

Chi si intende di politica e geopolitica, leggendola, capirà immediatamente che è una grida isterica, non certo una iniziativa di verità e riconciliazione.

Macron, Draghi e gli altri capi di stato dell'Unione Europea hanno sottoscritto un documento infantile e pericoloso, che chiede, in buona sostanza, che tutto torni come prima, come se la Federazione Russa non esistesse, non fossero successe molte cose irreversibili in questi ultimi anni di crisi, non fossero già stati commessi, non solo da Putin, molti irrimediabili errori.

Siete vergognosi, cari leader europei della nuova generazione di plastica, tecnocrati pieni di arroganza e poveri di saggezza, sedicenti competenti e poveri di esperienza politica, inadatti alla guida dell'Europa e pericolosi per tutti i popoli e tutti i territori che governate, ma questo già lo sapevamo.

In questo momento, noi come OraToscana, insieme crediamo a ogni persona impegnata nel civismo, nell'ambientalismo, nell'ambientalismo, nella resistenza anti-autoritaria, contro la dittatura delle continue emergenze imposte dall'alto e da altrove, chiediamo che si fermi in ogni modo possibile la guerra, ma allo stesso tempo continueremo a combattere coloro che questa guerra hanno preparato, quei governi e quei governanti centralisti e autoritari che sono la rovina dei popoli e dei territori e che vanno rovesciati, con ogni forma di resistenza nonviolenta possibile.

Poiché la spiritualità e la preghiera sono fondamentali in ogni resistenza nonviolenta, aderiamo, come persone di OraToscana credenti e non credenti, al giorno di digiuno e di preghiera proclamato dal vescovo di Roma, papa Francesco, per il sacro Mercoledì delle Ceneri, 2 marzo 2022, per la pace tra Ucraina e Russia, ma anche nel ricordo di coloro che stanno morendo e soffrendo in Tigrè, in Yemen, nel Sahel, nelle comunità oppresse dei nativi americani, in tutte le periferie disperate di questo mondo che i grandi potentati della globalizzazione stanno distruggendo.

per OraToscana
da Firenze, sabato 26 febbraio 2022
il garante
Mauro Vaiani Ph.D.



 

 

giovedì 24 febbraio 2022

Un coerente no alla guerra e all'irresponsabilità

 


Considero Charles Michel (presidente del Consiglio UE), Jens Stoltenberg (segretario generale NATO), Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea, la cupola della tecnocrazia UE) tra i principali responsabili del disastro di oggi (sopra in una foto Ansa di oggi, 24 febbraio 2022, triste primo giorno dell'invasione russa dell'Ucraina).

La Federazione Russa, ignorata, irrisa, minacciata, messa infine spalle al muro da persone avventate e ignoranti come queste tre, ha reagito con durezza, rischiando gravi conseguenze.

Biden, Putin, Zelensky e tutti gli altri leader del mondo, prima o poi, pagheranno il prezzo dei loro errori, ma non questi tre. Sono potenti e colpevoli, ma siedono su poltrone incontrollabili e irresponsabili del globalismo.

Ultimo dei loro drammatici errori, hanno completamente distrutto, sovrapponendole e confondendole, le istituzioni dell'Unione Europea e della NATO, togliendo loro ogni terzietà, mettendole al servizio dei guerrafondai d'Occidente e d'Oriente, rendendole infine ridicole, peggio degli osservatori dell'OSCE (quelli che da quasi dieci anni hanno tenuto ostinatamente gli occhi chiusi rispetto al tentativo dell'Ucraina di riprendersi con la forza le sue province ribelli nel Donbass, Donetsk e Lugansk).

La guerra non durerà, perché non ci sono più, nel XXI secolo, le masse obbedienti pronte a farsi carne da macello, ma un giorno ci sarà un momento di verità storica e speriamo che le responsabilità di queste tre persone non siano dimenticate.


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