Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
Visualizzazione post con etichetta Hope after Pakistan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hope after Pakistan. Mostra tutti i post

martedì 30 giugno 2020

A Case for Decentralism International


Source of the map: Wikipedia

I want to link here a very good article written by Kunwar Khuldune Shaid, a Pakistan-based journalist, published by The Diplomat on June 22, 2020. The title is Pakistan's 'Occupied Balochistan'.
Not may people are aware that in 1948 Balochistan was an independent state, named Kalat. Under duress, Balochistan was obliged to accede to the newly created post-colonial country of Pakistan. Since then the Baluch have fought and are still fighting in an effort to have back the rights promised them in various treaties with both the British and the Pakistani governments.
It is a clear case of internal neocolonialism, perpetrated by Pakistan, a country with a history of centralism, militarism, violence, with the blessing of former colonialist power, Great Britain. Nowadays, this history of violence is still going on, thanks to financial and military assistance by the present neocolonialist "World Order", led by USA, China.

Mr Shaid explains in a few sentences, that Balochi struggle is directly connected with similar oppression happening in Xinjiang Uyghur Autonomous Region (aka East Turkestan, aka Uyghuristan), Kashmir, and many other territories.

Both in China, Pakistan, and everywhere, centralism means neocolonialism, exploitation, genocide and ecocide.

Connecting all resisting territories, making their oppressed peoples aware they are oppressed by the same evilness, is what we mean by Decentralism International.


martedì 16 giugno 2020

I confini della verità

Fonte: Central Intelligence Agency


Le pluridecennali, ricorrenti, mai risolte perché mai affrontate, tensioni ai confini tra Cina, India e Pakistan, rivelano una verità che, pur essendo davanti agli occhi di tutti, occorre un grande sforzo per capire, storditi come siamo da almeno un secolo di propaganda militarista, centralista, autoritaria.
Ogni tanto si parla di qualche miniera, di qualche risorsa idrica, di qualche via di comunicazione da controllare, ma non sono questi scarsi beni, in fondo, il motivo della contesa.
Le schermaglie di confine, spesso sanguinose, sicuramente provocano oppressione e sofferenze per tutte le popolazioni di confine, tra cui non possiamo non ricordare i popoli del Kashmir, ma non è certo mai stata la protezione di queste comunità locali l'obiettivo delle guerre sino-indo-pakistane.
Né l'India, né la Cina, tanto meno il Pakistan hanno mai avuto in cantiere progetti di massicce invasioni e di colonizzazione diretta dei loro vicini, quindi nessuna di queste potenze nucleari è un reale pericolo per l'altra. Le questioni di confine sono marginali per questi tre grandissimi e popolosi stati. Nessuno dei tre ha in verità alcunché di politicamente tangibile da guadagnare, dagli scontri di frontiera.
Perché, allora, senza autentiche motivazioni politiche o geopolitiche, queste tensioni continuano?
Semplicemente perché Cina, India e Pakistan sono tre giganteschi stati artificiali, che tengono prigioniere al loro interno centinaia di altre nazioni. Le elite al potere hanno bisogno di conflitti ai loro confini, per giustificare il proprio centralismo, militarismo, autoritarismo.
Stiamo peraltro parlando di conflitti ad alto valore simbolico (cosa c'è di più simbolico di avanposti che si sorvegliano da lontano in mezzo alle nevi?), ma relativamente semplici da gestire: sono, per fortuna dei poteri centrali, abbastanza lontani dalle capitali e relativamente poco costosi per le finanze statali.
La scomoda verità, su queste guerre di confine, è la seguente: non ci sono vere questioni irrisolvibili tra i tre stati e se i tre stati ogni tanto si scontrano lo fanno solo per motivi interni, non esterni.
Le tensioni non vengono tenute in vita perché Cina, India o Pakistan vogliono primeggiare nel mondo, né perché servano a tenere a freno inesistenti minacce esterne, ma solo per giustificare e conservare gli equilibri di potere interni a ciascuno dei tre regimi.La narrazione delle scontro tra le tre grandi potenze in un presunto teatro strategico, è insomma falsa. In realtà i capi di Cina, India e Pakistan hanno bisogno gli uni degli altri, per mantenere il loro potere centralista e autoritario, se non addirittura la loro sopravvivenza come stati unitari in quanto tali, e si comportano di conseguenza.
Finché potranno, perché questa colossale montatura non reggerà per sempre.

domenica 15 marzo 2015

The first Islamist state hits again

Another day of political criminality in Pakistan.
The first Islamist state, founded by British colonialism and sponsored by American money, has allowed another tragedy.
The Islamist extremism shows, once more, its cruel, modern nature.
May the victims rest in peace.
May the peoples of Balochistan, Punjab, Sindh, Pakhtunkhwa, Gilgit, Baltistan, Hunza, Nagar, Kashmir, Bajaur, Mohmand, Khyber, Orakzai, Kurram, South and North Waziristan, find a way out.
Only a grass-roots, bottom-up, nonviolent revolution, returning to the teachings and the witness of Bacha Khan (in the picture), may put an end to statism, corruption, and state-created Islamist violence, in Pakistan.

martedì 9 luglio 2013

Truce of G-d

Ramadan should be a month of truce, in the name of the Almighty, the Compassionate, the Giver of life. Truce in Syria. Stop the political violence in Pakistan. Rest, and afterthought, for the people of Egypt.

We undersign Ban Ki-Moon's appeal for a month of peace.



martedì 16 ottobre 2012

Homage to Malala, princess of Swat

Non sappiamo se Malala, colpita dalla violenza islamofascista, si salverà e come vivrà, ma la sua sofferenza si sta rivelando una grande vittoria contro i perdenti radicali e contro coloro che li sfruttano politicamente. Lo si comprende dalle reazioni che il suo sacrificio sta provocando sia in Pakistan che in Afghanistan, fra i Pakhtun del sud e fra i Pashtun del nord, verso l'Iran, verso il mondo arabo, verso tutti i paesi islamici. Come sempre, fra i miei punti di riferimento nell'area, c'è il movimento politico Awami, fondato e tuttora guidato dagli eredi di Bacha Khan. Rilancio volentieri il loro omaggio a Malala (Nda).

My homage to Malala, the brave citizen of Swat who dealt and lived as a princess, asking for universal educaiton, women's rights, good government, security and justice for all: I link here the words from my friends of Pakhtoonkhwa, the members and the leaders of the Awami National Party, a political movement which is a rare beacon of nonviolence, a sign of hope, in the Afpak crisis.

"Chief Minister Khyber Pakhtunkhwa Amir Haider Khan Hoti has said that assailant who attacked Malala Yousafzai were enemy to knowledge, light and development and pushing the Pakhtun nation into darkness of illiteracy for realizing their evil designs. He said that their dreams will never materialized and nations having such brave daughters can’t be defeated. He said that terrorists, enemies to religion and humanity will be fought courageously. He said that ANP moved for forward from other parties due to its political and people service program. He said that destinies of people of far flung areas were changing due to indiscriminate development works across the province...". Click here to continue.

Malala of Swat – Pashto Interview from http://awaminationalparty.org/


* * *



(BBC - 15 October 2012) Malala Yousafzai, schoolgirl shot by Taliban, now in UK for treatments




domenica 29 gennaio 2012

Fata Year

Asfandyar Khan allo stadio Tehmas, 26-1-2012,
lancia l'anno delle FATA, "the FATA Year"
Identità e libertà per i Pakhtun, federalismo e riforme, nonviolenza e pace, ecco la speranza per il Pakistan e l'Afghanistan, che torna a rifiorire proprio lungo il confine, l'antica linea Durand, nella terra dei Pakhtun.
Rilanciamo lo statement per il 2012 pronunciato giovedì scorso, 26 gennaio 2012, dal leader del Pakhtunkhwa, Asfandyar Khan, il successore e l'erede di Wali Khan e di Bacha Khan, allo stadio Tehmas Khan di Peshawar.
Asfandyar ha dichiarato che il 2012 sarà l'anno delle FATA, "the Fata year".
Le FATA sono le Federally Administered Tribal Areas, il cuore sanguinante di quella che nei miei studi chiamo la Pakistan Fault, la faglia Pakistan.
Le aree tribali furono create dai colonialisti inglesi e poi sono state mantenute in vita dall'establishment politico-militare islamista pakistan, con la complicità - più o meno consapevole - di terroristi fanatici, di preti corrotti, di capi locali mafiosi e brutali. Nate per essere una sorta di zona cuscinetto militare ai confini nordoccidentali dell'impero britannico in India, sono diventate una culla di barbarie, arbitrio e corruzione.
Asfandyar Khan è il leader dell'Awami National Party, il partito che porta avanti l'eredità spirituale, culturale e politica dei Khudai Khidmatgar, i "Servi di D-o per amore dell'umanità", noti anche come Red Shirts, le camice rosse del Pakhtunistan, fondate negli anni 20 del secolo scorso dal grande riformatore sociale e profeta politico nonviolento, Bacha Khan.Fra le aspirazioni storiche di questo movimento nazionale dei Pakhtun c'è anche quella che le aree tribali siano lasciate libere di autogovernarsi, scegliendo se entrare a far parte della provincia autonoma pakistana del Pakhtunkhwa, o di formarne una propria.
Solo l'autogoverno e la libertà politica potranno liberare le energie locali necessarie a sradicare i santuari dei terroristi, a porre fine alla violenza politica, a liberare la popolazione - specie le donne - dal terrore, a promuovere le riforme sociali necessarie per porre fine all'arretratezza.
La soluzione della grande crisi geopolitica dell'area Afghanistan-Pakistan e la fine di una guerra endemica ormai da oltre quarant'anni, non è in nuove truppe straniere, in nuovi aiuti internazionali, in un ennesimo rigurgito di statalismo e militarismo pakistano (o afghano).
La soluzione per uno dei più grandi problemi globali del nostro tempo è principalmente locale: una riforma politica federale seria, che spazzi via il potere arbitrario esercitato dall'establishment politico-militare pakistano, erede del colonialismo, e che renda le popolazioni tribali libere di decidere e responsabili del proprio futuro.

Ecco il link all'articolo completo, dal sito dell'Awami National Party.

lunedì 2 gennaio 2012

Una primavera chiama l'altra

E' stata una grande stagione, questa Primavera araba che ha fatto del 2011 un nuovo 1989 per tanti popoli del mondo arabo e islamico.
Le preoccupazioni, certo, non mancano, come quelle espresse dal bravo Andrea Gilli e dalla mia amica Fiamma Nirenstein.
Eppure, secondo noi, è stata una vera primavera e i grandi cambiamenti occorsi in Tunisia, Egitto, Libia, Marocco, Giordania e oltre, ne provocheranno altri.
C'è fiducia che a questa primavera ne seguiranno altre, dalla Siria all'Iran, fino all'Afghanistan e al Pakistan.
Non solo minoranze oppresse e intellettuali liberali, ma grandi maggioranze popolari di giovani e di donne sono state coinvolte. Siamo appena all'inizio di un processo in cui, come scrisse Kagan nel 2008 nel suo pamphlet "The Return of History and the End of Dreams", nonostante tutte le nostre paure soggettive e tutte le difficoltà oggettive, non ci sono alternative. Non possiamo far altro che appoggiarlo. Il mondo libero, le società aperte "should continue to promote political liberalization; support human rights, including the empowerment of women; and use its influ­ence to support a free press and repeated elections that will, if nothing else, continually shift power from the few to the many. This, too, will produce setbacks. It will pro­vide a channel for popular resentments to express them­selves, and for some radical Islamists to take power through the ballot box. But perhaps this phase is as unavoidable as the present conflict, and the sooner it is begun, the sooner a new phase can take its place".
La democrazia, in sé, non garantisce l'avvento al potere di governi moderati e liberali. Intellettuali come Mustafa Akyol, però, ci lasciano capire quanto sia forte, anche nel mondo islamico, il bisogno di libertà per gli individui, di stato di diritto per le comunità e le imprese, di riconoscimento per le minoranze e, soprattutto, di libertà religiosa per tutti.
La modernizzazione sarà fortemente temperata e magari anche avvolta in veli di preoccupante bigottismo, dai nuovi governi e dalle nuove elite politiche di ispirazione islamista, ma, come ci hanno già dimostrato il nuovo governo in Tunisia e le nuove dinamiche politiche egiziane, l'esito non sarà una riedizione dell'Iran degli anni Ottanta.
C'è speranza, nel mondo islamico e in tutto il mondo. Un numero impressionante, senza precedenti nella storia, di persone umane, si è schierato dalla parte della libertà di ciascuno, dei doveri civici, dello stato di diritto.
Non sarà il paradiso sulla terra, ma sarà sempre meglio del mondo di prima, quello dei dittatori, dei presidenti a vita, dei partiti unici, delle menzogne di stato, dei regimi fondati sull'odio.
Grazie, dal profondo del cuore, agli eroi della Primavera araba del 2011 e avanti così, verso Damasco, verso Teheran!

mercoledì 23 novembre 2011

The Prophet would be upset

Rilancio una incisiva testimonianza del mio amico Manzer Munir, dal suo blog Pakistanis for Peace. Il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, sono ciò che è in gioco nella Primavera Araba e nelle speranze di una autoriforma federale e liberale del Pakistan.

You could be a Hindu or a Christian in Pakistan, a woman in Afghanistan or Saudi Arabia or a homosexual or transgendered person in Iran, you do not deserve to lose your life or liberty under the guise of religious laws. Allah almighty is a just and fair God in Islam, just as he is in the Christian and Jewish faiths. He most certainly would never condone the treatment of Gulnaz, Aasia Bibi and countless other poor souls who are being mistreated under the banner of Islam.
I am not a religious scholar and nor do I profess to know everything I need to know about Islam, Christianity and many other religions. Some may even question my faith and belief in calling myself Muslim simply because I am asking these tough questions, and in their version of Islam, you never question, you simply obey. Lest they forget, Islam also clearly states to seek knowledge and to be just and fair and respectful of other religions.  “Surely those who believe and those who are Jews and the Sabians and the Christians whoever believes in Allah and the last day and does good — they shall have no fear nor shall they grieve.” (Quran 5:69)
I am however certain that the Prophet Muhammad (peace be upon him) would indeed be very upset with the current state of affairs of most Muslim countries when it comes to morality, religious freedoms,  respect for other religions and the treatment of women.
Sadly, I do not see the changes necessary coming into being voluntarily by these nations, I believe it is incumbent of the benefactors of these nations, such as the United Nations, United States, the European Union, China and other trading partners, to push for better treatment of women and religious minorities in many Muslim countries of the world.  It is high time that they pressure these nations into enacting basic rights and freedoms for all people, regardless of their race, religion, gender, and sexual orientation. It must become a precursor to being a part of the civilized nations of the world and in being a member of the world community of nations. Freedom after all is what the Arab Spring is all about!
 
Manzer Munir


PS

Nel leggere l'intervento integrale di Manzer Munir, capirete che si tratta di un commento a una storia di violenza sulle donne. Una tragica vicenda in cui, come accade troppo spesso, l'Unione Europea si rivela essere una organizzazione codarda e irresponsabile, che più spende nel mondo, meno riesce a promuovere libertà e giustizia. Un ennesimo spunto di riflessione per coloro che si domandano cosa stiamo realmente facendo in Afghanistan.

giovedì 29 settembre 2011

Bacha Khan, un vecchio avversario che oggi può aiutare il Pakistan

Il Pakistan sta vivendo un momento storico drammatico. Sarebbe importante che una opinione pubblica mondiale sinceramente impegnata per i diritti umani e le energie liberate dalla Primavera araba 2011 potessero portare qualcosa di buono anche in questo martoriato territorio. Personalmente, nel mio piccolo, nei miei studi sull'Asia del sud, sto riscoprendo una figura come quella di Bacha Khan (nella foto). Fu un riformatore sociale, un difensore delle minoranze, un promotore dei diritti delle donne, un pioniere dell'autogoverno locale e un apostolo della nonviolenza. La sua spiritualità e le sue idee potrebbero rivelarsi vitali per la pace, la riconciliazione, lo sviluppo politico e sociale del secondo stato islamico del mondo. Il blog Pakistanis for Peace mi ha fatto l'onore di pubblicare un mio modesto contributo alla riscoperta di questo grande leader pashtun, il Gandhi della Frontiera.


Questo il link al mio articolo:

Bacha Khan, the anti-partition hero who can help Pakistan today
by Mauro Vaiani (Phd candidate in Geopolitics, University of Pisa)


Vi invito, peraltro, a sostenere, anche su Facebook, Pakistanis for Peace, una rassegna di punti di vista non convenzionali e un raro segno di speranza,

lunedì 23 maggio 2011

Non ci sarà pace, senza la libertà

Ho partecipato alla conferenza "Italia e Afghanistan: dieci anni di impegno politico e militare 2001-2011", organizzata oggi al Sant'Anna dall'associazione degli allievi. Sono intervenuti, fra gli altri: Federico D’Apuzzo, generale di brigata, già addetto militare dell'Ambasciata d’Italia in Afghanistan; Stefano Silvestri, presidente dell'Istituto Affari Internazionali; Fausto Biloslavo, giornalista di guerra; Arturo Parisi, già ministro della Difesa; Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa.

Un momento utile, per riflettere su cosa stiamo facendo in Afghanistan e, almeno per alcuni, fra cui io, per portare avanti la riflessione su cosa deve cambiare perché ce ne possiamo andare al più presto.

Come mi ha fatto notare Edgardo Giordani, ricercatore ad Agraria a Firenze, impegnato in interessanti e concreti progetti di sviluppo agricolo in Afghanistan, è forse mancata una voce più locale, più civile, più afgana.

Una delle presenze più stimolanti, a mio parere, è stata quella dell'ex diplomatico Enrico Gerardo De Maio, che ha avuto accenti di grande sincerità intellettuale. E' lui ad aver ricordato che la principale sentina di tutti i mali dell'Afghanistan è in Pakistan.

Non ci sarà pace nell'area, senza l'inizio di profondi cambiamenti in Pakistan, a partire dal ripristino di una autentica libertà religiosa. 


Chiudo questa nota con un ringraziamento doveroso alla Scuola e alla sua straordinaria ospitalità. Sinceri complimenti alla direttrice Maria Chiara Carrozza, a tutti i collaboratori, agli allievi.




venerdì 4 marzo 2011

Shahbaz Bhatti, un altro martire

Shahbaz Bhatti (foto originale AFP/GETTY IMAGES)
Shahbaz Bhatti, l'unico ministro cristiano del Pakistan, è stato assassinato. Onoriamo un altro martire, un'altra vittima dell'odio dei fondamentalisti. Come Salmaan Taseer, Bhatti è caduto per il suo tentativo di mettere in discussione l'abominevole legge anti-blasfemia.

sabato 8 gennaio 2011

In loving memory of Salmaan Taseer

Se le parole hanno ancora un senso, Salmaan Taseer, il governatore del Punjab, assassinato il 4 gennaio scorso da una delle sue guardie del corpo, è un martire da onorare. Questa è la bella provocazione lanciata da "The Tablet", il settimanale cattolico più noto e autorevole in Gran Bretagna, per ricordare il leader punjabi che si è battuto come un leone contro la famigerata legge pakistana sulla blasfemia e per la libertà di tutti nel suo stato e nella federazione pakistana.

Per un approfondimento sulla figura di Taseer, vale la pena - come ormai accade sempre più spesso - di partire da Wikipedia, oppure, per chi ha più tempo, dal suo sito personale.

Nel Pakistan tormentato dalla violenza di stato, dalla criminalità politica, dal terrore scatenato dai perdenti radicali, onorando questi martiri e tutte le vittime innocenti, si cerca di alimentare una visione per il domani, una speranza dopo questo Pakistan.
 

Post più popolari degli ultimi 30 giorni

Argomenti solidamente piantati in questa nuvola:

1989 a touch of grace abolizione delle province e delle prefetture Alberto Contri alternativa civico-liberale ambientalismo Andrea Ulmi anti-imperialismo Anticolonialismo antiglobalismo antimilitarismo Antiproibizionismo Archivio cose toscaniste Archivio di Toscana Libertaria verso Toscana Insieme Archivio Gaymagazine Archivio Vaiani autogoverno della Sardegna autogoverno della Sicilia autogoverno della Toscana autogoverno di tutti dappertutto autonomie ambiente lavoro Autonomie e Ambiente autonomismo basta cicche BijiKurdistan borgate borghi e comuni brigate d'argento Bruno Salvadori bussini Campi Bisenzio Candelora Capitale Carrara chi può creare valore Chivasso cittadinanza attiva civismo come domare la spesa Comitato anti-Rosatellum confederalismo contro contro gli ecomostri contro il bipolarismo contro il centralismo contro il virus del centralismo autoritario contro la dittatura dello status quo coronavirus Corsica Cosmonauta Francesco dalla mailing list di Toscana Insieme Decentralism International decentralismo dialogo autogoverno Disintegration as hope don Domenico Pezzini don Lorenzo Milani Draghistan ecotoscanismo EFA Emma Bonino English Enrico Rossi eradication of poverty Eugenio Giani Eurocritica Europa delle regioni European Free Alliance Fabrizio Valleri Fare Città fare rete Festa della Toscana Fi-Po Link fine del berlusconismo Forum 2043 frazioni Friuli Venezia Giulia garantismo gay alla luce del sole Gaza Giacomo Fiaschi Gianni Pittella Gioiello Orsini Giovanni Poggiali Giulietto Chiesa giustizia giusta Hands off Syria Hawaii Homage to Catalonia Hope after Pakistan Il disastro delle vecchie preferenze in difesa degli alberi In difesa di Israele Inaco Rossi indipendenze innocenza tradita internazionalismo Italia Futura Karl W. Deutsch Kennedy la bellezza come principale indice di buongoverno Lahaina leggi elettorali più giuste Leonard Peltier Libera Europa Libera Firenze Libera Toscana Liberi Fiorentini Liberiamo l'Italia Libertà in Iran libertino liste di proscrizione localismo Lucca 2012 Mario Monti Massimo Carlesi Matteo Biffoni Matteo Renzi Maui Maurizio Sguanci Mauro Vaiani memoria storica meno dipendenza Mezzana Michele Emiliano monete locali Moretuzzo NO a questa tramvia antifiorentina no al podestà d'Italia no al presidenzialismo no al sindaco d'Italia no elettrosmog NoGreenPass Noi stessi NoMES nonviolenza Ora e sempre resistenza ora toscana OraToscana Oscar Giannino pace e lavoro Palestina Patto Autonomie Ambiente Patto per la Toscana Peace Is Possible - War Is Not Inevitable pionieri popolano postcoronavirus Prato Prima di tutto la libertà primarie Primavera araba 2011 quartieri quattrini al popolo Queer Faith radici anarchiche e socialiste realismo fondato sui princìpi referendum Besostri Renzo Giannini Repubblica delle Autonomie ricostruzione di una moralità pubblica riforma elettorale toscana riformismo ritorno alla Costituzione rivoluzione liberale rivoluzione paesana rivoluzione rionale Romagna SaharaLibre salute pubblica San Carlo San Vincenzo Santa Cecilia Sergio Salvi sessantennio Siena silver brigades Simone Caffaz solidarietà toscana spezzare le catene del debito statuto pubblico dei partiti Stefania Ferretti Stefania Saccardi Svizzera tener desta la speranza territori The Scottish Side of History Too Big To Fail? Torre del Lago Toscana Toscana Civica tradizioni e libertà Tunisia Ugo di Toscana uninominale Union Valdôtaine Vannino Chiti Vecchiano veraforza Via dall'Afghanistan Vincenzo Simoni vittime yes in my backyard