Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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giovedì 9 febbraio 2023

Cosmonauta Francesco, romanzo

Toscana, 2090. Il cosmonauta Francesco è tornato nella sua terra d’origine, dopo un naufragio spaziale che lo ha tenuto lontano dalla Terra per decenni. I paesi che conosceva, e anzi tutto il mondo, sono profondamente cambiati e, incredibilmente, in meglio.



 



COSMONAUTA 

 

FRANCESCO

 

КОСМОНАВТ 

 

ФРАНЧЕСКО

 

 

romanzo di Mauro Vaiani 

 

Informazioni editoriali:

Cosmonauta Francesco
di Mauro Vaiani
Porto Seguro Editore 2022
(disponibile dal 24 gennaio 2023)
Copertina flessibile - 521 pagine
ISBN-13 :‎ 979-1254925287
Ordinabile presso l’editore, tutte le librerie,
i principali canali di vendita in rete 


Sull'autore:

Mauro Vaiani, di Prato, classe 1963, è un lavoratore dell’amministrazione locale, uno studioso e un attivista civico, ambientalista, autonomista. E’ il blogger di https://diversotoscana.blogspot.com/
 


 

 

 

domenica 9 dicembre 2018

Allarme giallo


In Francia tutto è estremizzato, perché il paese è sottomesso ai poteri forti di Parigi, alla presidenza del tecnocrate Macron che si atteggia a novello Napoleone, agli interessi dell'apparato militare-industriale-nucleare, alla grande finanza neocolonialista che tiene sottomessi ancora tanti paesi africani, estraendo dall'Africa risorse che servono a mantenere lo status quo in Francia (e nella Eurozona).
L'esplosione, a diversi e intersecati livelli, della rabbia della classe media impoverita, delle sofferenze dei territori oppressi e periferici come la Bretagna, dei giganteschi problemi ambientali (che nel Nord Europa sono già percepiti in modo molto più drammatico che nel Mediterraneo), produce un disperato tentativo di assalto alle istituzioni centrali della V repubblica.
Al momento è difficile che si possa pensare alle dimissioni di Macron, ma è già chiaro che altri leader altrettanto se non più autoritari di lui sono già pronti a prendere il suo posto. Le istituzioni della V repubblica, purtroppo, non sono ancora in discussione.
Altrove, come in Germania e in Italia, questi profondi disagi sociali stanno trovando dei canali politici attraverso cui esprimersi (nel bene, come quando si riversano in movimenti autonomisti e ambientalisti, ma anche nel male, come purtroppo accade con il consenso a movimenti lideristici autoritari e populisti come la nuova Lega di Matteo Salvini).
Non ci aspettiamo quindi esplosioni di violenza anche qui, almeno non nel breve termine.
Tuttavia, a ribadire la necessità e l'urgenza di una svolta che sia a favore SIA della svolta ecologista, CHE delle autonomie locali, CHE del rispetto delle classi economicamente più deboli, ricordiamoci che qualcosa è già successo anche qui vicino a noi, in Liguria, in una regione profondamente segnata dai guasti della modernità, dalle contraddizioni economiche e sociali di una Italia paralizzata dal suo debito pubblico, in una Eurozona condizionata dalle sue contraddizioni e ingiustizie.
La rivolta ligure si concretizzò in una azione dimostrativa contro la società autostradale, che gestisce l'infrastruttura di cui tutti i Liguri sono quotidianamente schiavi.
Non dimentichiamo questo evento, rimarchevole e tutto sommato molto mite, provocatorio ma decisamente nonviolento e non distruttivo, registrato dalla stampa alla fine del novembre 2018, perché, se non riusciremo a sviluppare una alternativa autonomista, ambientalista, socialmente inclusiva, che restituisca dignità e sovranità a tutte le persone, a tutte le comunità, sarà seguito da molti altri (la foto è di Repubblica).
Nella costruzione di una alternativa decentralista, autonomista, fondata sulla sostenibilità ambientale e sulla inclusione sociale, siamo al momento impegnati ancora in troppo pochi, con il nostro "Dialogo Autogoverno". Vorreste darci una mano?







domenica 27 maggio 2018

Contro le mafie, ma guardando le cause, non solo le conseguenze



Siamo arrivati al 25° anniversario della strage di Via de' Georgofili, il nostro piccolo "11 settembre" toscano. Ricordiamo e onoriamo le vittime della notte fra il 26 e il 27 maggio 1993: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina e lo studente Dario Capolicchio.

Suggerisco anche di rileggere le parole del nostro grande poeta fiorentino e toscano Mario Luzi.

Ho contribuito a riflessioni pubbliche in cui ci esponiamo a chiedere a tutti maggiore attenzione alle cause e non solo alle conseguenze dei fenomeni mafiosi. Noi vediamo una connessione diretta fra centralismo e mafia, perché quando interi territori sono abbandonati o trattati come colonie, nella abissale distanza fra palazzi e popoli si incunea proprio l'intermediazione mafiosa. Non serve chiedere più stato contro le mafie vecchie e nuove, perché esse fioriscono proprio grazie agli errori del centralismo autoritario degli stati. Sappiamo che stiamo sollevando un tema difficile, ma non vogliamo nemmeno mettere la testa sotto la sabbia. A chi dobbiamo il proibizionismo, per esempio? E cosa è il proibizionismo se non la principale fonte di finanziamento, storicamente, di tutte le mafie esistenti al mondo?

Concludo con un ricordo personale. Al tempo dell'attentato lavoravo come tecnico di reti e sistemista VAX-VMS per una importante azienda fiorentina. Uno dei nostri progetti aveva una base logistica proprio di fronte alla Torre de' Pulci mezza distrutta. Gli effetti dell'esplosione danneggiarono anche il nostro ufficio, con le macchine e i sistemi delicati che vi si trovavano. Nei giorni successivi al disastro, i miei superiori mi chiamarono per contribuire a valutare i danni e a immaginare come si potesse procedere per recuperare, pulendole una a una dalla polvere e dai detriti dell'esplosione, una parte almeno delle apparecchiature.

Il mio sopralluogo nell'ufficio distrutto, di fronte alla torre distrutta, fu doloroso. Mentre camminavo fra i detriti, fu inevitabile pensare che, come allora accadeva molto più spesso di oggi, se magari per un backup o un intervento notturno qualcuno di noi si fosse trovato in quell'ufficio, avrebbe potuto ferirsi gravemente e magari anche finire nella lista delle vittime.

A parte qualche consiglio sulla pulizia dei computer, non potetti fare niente di significativo. Ringrazio la Provvidenza, comunque, per avermi dato occasione di attraversare, incolume, quelle stanze distrutte e impolverate. Hanno cristallizzato dentro di me il rifiuto assoluto del terrore e la scelta interiore di essere, finché avrò respiro, un cittadino contro la violenza.

* * *

(La foto è tratta dal dettaglio di una immagine di archivio RAI)
  

lunedì 23 aprile 2018

San Giorgio di Catalogna e la nonviolenza



La festa di San Giorgio è importante in Catalogna.
Quest'anno lo è ancora di più, perché è inevitabilmente dedicata ai prigionieri politici, agli esiliati, ai perseguitati.
Per noi è l'occasione per un altro omaggio alla Catalogna e in particolare alla sua scelta di lottare per l'autodeterminazione attraverso una rivoluzione intransigentemente nonviolenta.
San Giorgio nell'immaginario catalano, nonostante la sua leggenda marziale, ha assunto un ruolo più simile a quello di San Valentino, una festa d'amore e di fiori.
Non è stato difficile, quindi, in questa giornata, per i Catalani, rinnovare la loro scelta nonviolenta.
La nonviolenza è centrale, nel processo di emancipazione della Catalogna dal regime postfranchista spagnolo.
Dobbiamo sottolinearlo questo, soprattutto pensando al tragico destino di popoli e terre a cui la possibilità di fare una scelta nonviolenta non è stata data. Donbass, Abkhazia, Ossetia del Sud, Cecenia, Afghanistan, Balochistan, Pakhtunkhwa, Bakur, Bashur, Rojava, Rojhelat, province siriane, Libano, Cisgiordania, Gaza, Yemen del Sud, Cirenaica, Tripolitania, terre berbere e tuareg, per citare solo alcune delle regioni più vicine e più condizionate dal neocolonialismo occidentale, non hanno potuto ancora farla una radicale e duratura scelta di nonviolenza.
Perché la nonviolenza è così cruciale nel mondo contemporaneo?
Perché così tanti movimenti che pure in passato sono passati attraverso una esperienza di resistenza armata, hanno fatto o stanno pensando di fare una scelta di passaggio a modalità di lotte nonviolente? Uno fra gli ultimi è il movimento ETA basco, che ha annunciato proprio in queste ultime ore il suo scioglimento come corpo militare.

Intanto, perché essa è uno strumento oggi possibile, alla portata di tutti gli oppressi nella modernità globalizzata. Come avevano intuito, fra gli altri, Mahatma Gandhi, Bacha Khan, Martin Luther King, insieme con tanti altri leader nonviolenti, nessuna società moderna può funzionare senza un minimo grado di cooperazione fra governanti e governati (e di riconoscimento e di aiuto dall'estero, in una comunità internazionale che, nonostante i perduranti disastri dell'imperialismo e del neocolonialismo, è sempre più ostile ai costi sociali e ambientali delle guerre). Minare il consenso interno con azioni nonviolente aumenta geometricamente le capacità di resistenza degli oppressi contro ogni tipo di oppressione.
Inoltre, la nonviolenza richiede un ampio coinvolgimento della popolazione residente e sofferente. Senza una vasta partecipazione popolare, infatti, nessuna rivolta nonviolenta ha non solo e non tanto speranze, ma autentiche opportunità di successo. Questo implica che una protesta nonviolenta di massa, per quanto possa sorprendere chi la guarda da lontano, finisce per essere più autorevole, più incisiva, più efficace, entro tempi magari lunghi, ma, visti i ritmi della comunicazione contemporanea, non certo biblici.
Infine la nonviolenza, come ci ha ricordato, da ultimo, Gene Sharp, è l'unico modo di combattere l'oppressione senza scivolare nel terreno drammatico della rivolta armata, terreno in cui sono gli oppressori a essere specialisti e spesso vincenti. Troppe rivolte popolari violente sono state facilmente represse dagli stati autoritari, che hanno avuto gioco facile nel bollare i ribelli come "terroristi".
La nonviolenza nel nostro mondo globalizzato è cruciale, perché è uno strumento di lotta possibile, partecipato, vincente.
Al contrario le speranze dei popoli che sono stati costretti a impugnare le armi, sono drammatiche e incerte.
Anche di questa lezione di nonviolenza, quindi, siamo grati alla Catalogna.
Viva la Catalogna!
Visca Catalunya!

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