C'è poco da scandalizzarsi o da recriminare: i terribili incidenti di Fukushima pietrificheranno l'estrema diffidenza dell'opinione pubblica italiana contro le centrali nucleari.
D'altra parte, come ricorda Phastidio.Net, chi ci ha mai veramente creduto che l'attuale classe politica potesse condurre in porto una opera pubblica così impegnativa come la costruzione di una nuova centrale nucleare?
L'attuale governo non ha risposte per nessuna delle domande serie che ci poniamo sul nucleare da quasi venticinque anni. Neppure le cerca, forse pensando non a torto che, quando i nodi dovessero arrivare al pettine, diciamo una decina d'anni dopo l'apertura di eventuali cantieri, lorsignori comunque non ci sarebbero più.
Nessun territorio, nessun gruppo di imprenditori, nessun comitato scientifico sta rischiando risorse e capitali propri, per arrivare a un progetto finalmente credibile, con costi e date certe, capace di raccogliere un reale consenso popolare, attorno a una opera pubblica che potrebbe anche essere, in teoria, un investimento lungimirante. Una infrastruttura che ci potrebbe invece essere utile, per diversificare le nostre fonti di approvvigionamento energetico nel tempo, non sappiamo quanto lungo, che ci sarà necessario per uscire dall'attuale pressoché totale dipendenza dalle fonti energetiche fossili.
Invece si fermerà ancora una volta tutto e forse è giusto così. Fare il nucleare con i soldi degli altri, sul terreno degli altri, ipotecando la vita delle generazioni future, forse sarebbe davvero troppo, anche per l'Italia dei tempi del declino di Berlusconi.
Un discorso diverso in Toscana, per chi crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso
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lunedì 14 marzo 2011
domenica 1 giugno 2008
Costruitemi il reattore in giardino...
Domenica 1 giugno 2008, a pagina 10, sulle pagine regionali, Il Tirreno pubblica questa mia provocazione. Provocazione fino a un certo punto, perché alle cose fatte bene ci credevo e continuerò, spero, a crederci fino all'ultimo giorno (Nda, lunedì 14 marzo 2011).
Abito alle porte di Pisa, nel borgo di San Giusto. Davanti a casa mia ci sono dei terreni rimasti liberi, perché stretti fra infrastrutture ferroviarie, stradali e aeroportuali. Li candido ad ospitare una centrale nucleare davanti casa e assicuro il mio impegno affinché la si possa realizzare nel mio quartiere, nel mio giardino o in my backyard, come usano dire quelli che, invece, non vogliono niente.
Lo scrive uno come me, che non si è mai pentito di aver votato contro il nucleare al referendum del 1987. Scelta che anzi rivendico. Avevo sì vent’anni di meno. Ero sicuramente rimasto impressionato dal disastro di Chernobyl. Soprattutto, però, ero contrario a quel nucleare finanziato massicciamente dallo stato. Temevo la moltiplicazione partitocratica dei costi di gestione e dei posti di amministrazione. Non mi fidavo del centralismo, delle partecipazioni statali, dei baronati universitari, delle burocrazie romane. Lavoravo, già da allora, per creare delle alternative, fare spazio all’innovazione, moltiplicare le possibilità di scelta, mettere in gara i progetti e le soluzioni, in una libera competizione fra produttori e distributori di energia.
Oggi vorrei sostenere un progetto di centrale nucleare prima di tutto bello, perché la bellezza è la prova della serietà di una grande opera.
Deve essere un progetto realistico, ma anche avveniristico. Se sarà sicuro per chi ci lavora dentro, mi sentirò sicuro anch’io che ci vivrò vicino per qualche decennio. Ovviamente l’impianto dovrà essere sicuro anche qualche decennio dopo la mia morte. Sia chiaro da subito dove avverrà la custodia millenaria delle scorie, il cui costo deve essere considerato nel budget, insieme con le spese per il futuro smantellamento dell’impianto, una volta obsoleto.
Pretendo che a realizzare il progetto sia una società in cui sono presenti capitali di rischio. Non mi fiderei di
nessuno che volesse costruire una cosa così importante, solo a spese della Repubblica o della Regione, senza metterci qualcosa di tasca sua. Sono disposto a comprare anch’io la mia piccola quota. Può esserci, certo, un contributo pubblico, poiché è strategico per l’Italia ridurre la dipendenza geopolitica dal combustibile fossile (senza però buttarci a capofitto in quella del combustibile fissile), ma tale contributo deve essere limitato e prestabilito per non entrare nella spirale dei rifinanziamenti in corso d’opera.
Se, con il tempo, la centrale davanti casa mia funzionasse in attivo, suggerirei infine che una parte dei profitti sia devoluta alle ricerche su nuovi fonti di energia. Oltre che nella sfida più grande di tutte, non solo dal punto di vista tecnologico: quella di imparare a risparmiare, a non sprecare, a conservare la tantissima energia
che oggi produciamo.
Fonte: Archivio on line del Tirreno (acceduto il 3 giugno 2008)
Abito alle porte di Pisa, nel borgo di San Giusto. Davanti a casa mia ci sono dei terreni rimasti liberi, perché stretti fra infrastrutture ferroviarie, stradali e aeroportuali. Li candido ad ospitare una centrale nucleare davanti casa e assicuro il mio impegno affinché la si possa realizzare nel mio quartiere, nel mio giardino o in my backyard, come usano dire quelli che, invece, non vogliono niente.
Lo scrive uno come me, che non si è mai pentito di aver votato contro il nucleare al referendum del 1987. Scelta che anzi rivendico. Avevo sì vent’anni di meno. Ero sicuramente rimasto impressionato dal disastro di Chernobyl. Soprattutto, però, ero contrario a quel nucleare finanziato massicciamente dallo stato. Temevo la moltiplicazione partitocratica dei costi di gestione e dei posti di amministrazione. Non mi fidavo del centralismo, delle partecipazioni statali, dei baronati universitari, delle burocrazie romane. Lavoravo, già da allora, per creare delle alternative, fare spazio all’innovazione, moltiplicare le possibilità di scelta, mettere in gara i progetti e le soluzioni, in una libera competizione fra produttori e distributori di energia.
Oggi vorrei sostenere un progetto di centrale nucleare prima di tutto bello, perché la bellezza è la prova della serietà di una grande opera.
Deve essere un progetto realistico, ma anche avveniristico. Se sarà sicuro per chi ci lavora dentro, mi sentirò sicuro anch’io che ci vivrò vicino per qualche decennio. Ovviamente l’impianto dovrà essere sicuro anche qualche decennio dopo la mia morte. Sia chiaro da subito dove avverrà la custodia millenaria delle scorie, il cui costo deve essere considerato nel budget, insieme con le spese per il futuro smantellamento dell’impianto, una volta obsoleto.
Pretendo che a realizzare il progetto sia una società in cui sono presenti capitali di rischio. Non mi fiderei di
nessuno che volesse costruire una cosa così importante, solo a spese della Repubblica o della Regione, senza metterci qualcosa di tasca sua. Sono disposto a comprare anch’io la mia piccola quota. Può esserci, certo, un contributo pubblico, poiché è strategico per l’Italia ridurre la dipendenza geopolitica dal combustibile fossile (senza però buttarci a capofitto in quella del combustibile fissile), ma tale contributo deve essere limitato e prestabilito per non entrare nella spirale dei rifinanziamenti in corso d’opera.
Se, con il tempo, la centrale davanti casa mia funzionasse in attivo, suggerirei infine che una parte dei profitti sia devoluta alle ricerche su nuovi fonti di energia. Oltre che nella sfida più grande di tutte, non solo dal punto di vista tecnologico: quella di imparare a risparmiare, a non sprecare, a conservare la tantissima energia
che oggi produciamo.
Mauro Vaiani
Fonte: Archivio on line del Tirreno (acceduto il 3 giugno 2008)
mercoledì 26 aprile 2006
Vent'anni dopo Chernobyl
Ripubblico qui un mio articolo del 2006, scritto in occasione del ventesimo anniversario del disastro di Chernobyl, sul sito di Alessandro Antichi. Con l'allora portavoce dell'opposizione nel Parlamento toscano, eravamo già impegnati in un progetto davvero ambizioso: essere sinceri, essere con i piedi per terra, essere liberi di poter dire "yes, in my backyard", contro la sindrome NIMBY di quelli che dicono sempre "not in my backyard" (Nda, lunedì 14 marzo 2011).
Vent'anni fa, il 26 aprile 1986, l'incidente nucleare di Chernobyl, nel nord dell'Ucraina, non lontano quindi dai confini con la Bielorussia.
Non lontano, in realtà, nemmeno dalla Russia o dalla Polonia, dai paesi scandinavi o dai paesi mitteleuropei. Siamo nel cuore dell'Europa.
L'intera Europa, infatti, fu investita dalla nube radioattiva, come da una sorta di ciclone atipico. Tanto esteso quanto impercettibile. Tanto lento quanto pericoloso.
La dispersione radioattiva è stata centinaia di volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima. La città giapponese distrutta dal bombardamento atomico nel 1945, infatti, è già tornata abitabile, al contrario di Chernobyl, il cui territorio, grande come la provincia di Firenze, oltre 3.000 kmq, resterà disabitato per migliaia di anni.
Il numero di decessi, direttamente o indirettamente attribuibili alla tragedia, è difficilmente calcolabile. La verità sta da qualche parte, fra i 4.000 morti censiti dall'ONU lo scorso settembre, e le stime agghiaccianti che parlano di decine e decine di migliaia di morti premature per cancro.
74 villaggi e 3 cittadine furono cancellate per sempre. Una popolazione grande quanto quella del Comune di Prato, quasi 200.000 abitanti, è stata deportata, senza alcuna possibilità di ritorno, come i profughi delle guerre moderne e totalitarie.
Non ci sono statistiche sugli effetti che la contaminazione ha prodotto per piante, animali ed esseri umani. Non solo sui contemporanei, i presenti nel tempo della catastrofe, ma per le generazioni future. Sterilità, malformazioni genetiche, impennata della mortalità infantile, riduzione della speranza di vita, tutto questo quanto durerà? Per sempre?
Come in una guerra combattuta da poteri totalitari, la prima vittima dell'incidente è stata la verità. Ancora oggi poco si sa di cosa l'Unione Sovietica fece dal 1986 al 1989 per tentare di limitare le conseguenze dell'incidente.
La stampa europea scrive oggi che più di mezzo milione di operai e tecnici sovietici furono mobilitati nella costruzione della gigantesca colata di cemento e materiale inerti sotto cui fu seppellito il famigerato reattore 4. Sono gli eroici likvidátoři a cui la Russia di Vladimir Putin oggi renderà omaggio. Qualcuno scrive anche che 50.000 di loro sono già morti precocemente di cancro.
Nulla, del resto, o davvero molto poco, si sa di ciò che ancora oggi avviene nella Bielorussia schiacciata sotto il tallone di Lukashenko, il burosauro, il satrapo del socialismo reale e nazionale, l'ultimo tiranno comunista ancora al potere in Europa.
Tantissimo invece sappiamo dall'Ucraina, indipendente dal 1991, una repubblica in cui le libertà e le possibilità di un dibattito pubblico sono cresciute lentamente ma ininterrottamente. Meno lentamente, purtroppo, sono cresciute le spese per fronteggiare le conseguenze del disastro di Chernobyl, che sfiorano, ogni anno, il 10% del bilancio nazionale.
Tutti concordano che attorno al sarcofago, che sta pericolosamente cedendo, dovrebbe essere costruita una vera e propria montagna artificiale. I costi per questa grande opera sono stimati in oltre 300 milioni di Euro. Il Canada ha già stanziato oltre 5 milioni, quindi ne mancano solo 295...
La Svizzera, intanto, finanzia una opera almeno altrettanto importante: http://www.chernobyl.info, un sito web per conservare, a lungo termine - chissà, magari, almeno quanto le scorie radioattive - tutte le informazioni sul disastro.
Tutta da scrivere resta, infine, la storia di Chernobyl come limite, contro il quale si è infranta la superbia della società totalitaria sovietica, poi crollata sotto il peso di tutte le sue vergogne e menzogne nel 1989. Un limite oltrepassato il quale, anche le tendenze totalitarie presenti in tutta la modernità, compreso il nostro Occidente, compresa la Cina, compresi i tanti regimi nazislamici, sono entrate, quanto meno, in una salutare crisi. Ancora poco visibile agli occhi dei più, ma non certo meno reale.
* * *
Questo anniversario è una sfida alla cultura e alla politica di ogni società umana. Soprattutto a quelle società aperte e a quei paesi liberi, come il nostro, che vogliono conservare la libertà, prima di tutto, poi la prosperità, insieme con la bellezza della vita in un mondo abitato e abitabile.
Noi, che siamo portatori di un rinnovato spirito ""conservatore"", delle cose che contano, i nostri valori, la nostra terra, il nostro patrimonio ambientale e artistico, ci lasciamo interrogare da Chernobyl, fermamente ancorati a una etica della responsabilità verso le generazioni future, con il pragmatismo e la trasparenza che sono necessari al dibattito pubblico e alla vita politica.
Il popolo italiano nel 1987 approvò a grande maggioranza alcuni principi che, più che antinucleari, vorremmo definire nucleo-scettici:
1) non si dovevano compensare con denaro pubblico gli enti locali che accettavano nuovi impianti;
2) non doveva essere un ristretto comitato (il CIPE) a decidere dove collocare nuovi impianti;
3) la nostra vecchia industria energetica di stato, l'ENEL, non doveva investire nella gestione di centrali nucleari all'estero, cioè lontano dal controllo della nostra opinione pubblica.
E' ovvio che l'esito del referendum fu condizionato dalla grande emozione suscitata dal disastro di Chernobyl, ma non si devono sottovalutare alcune più profonde diffidenze, che avrebbero comunque fermato il nucleare in Italia.
Queste diffidenze sono continuamente alimentate dalla mancata risposta ad alcune buone domande di carattere sia ecologico, che tecnologico, che politico.
Quanti e quali sono, in Italia, i siti sicuri per la costruzione di centrali nucleari e di depositi per le scorie nucleari? Quanta terra, aria e soprattutto acqua occorrono? Quanto devono essere grandi e quanto isolati, questi siti, visto che resteranno contaminati per sempre?
Abbiamo le competenze e le intelligenze necessarie o stiamo per avventurarci in nuove forme di dipendenza dall'estero? Esistono le tecnologie per una sicurezza intrinseca credibile a così lungo termine? E' vero che per costruire una centrale occorrono 10 anni? E' vero che una centrale può funzionare 30 anni? Una volta che la centrale sarà abbandonata, potremo lasciarla invecchiare a cielo aperto come un gigantesco reperto di archeologia industriale o saremo costretti a nasconderla sotto una montagna artificiale?
Siamo sicuri che l'approvvigionamento di uranio non sarà mai soggetto a rischi geopolitici simili a quelli che soffriamo per il petrolio e per il gas? Saremo capaci di garantire la sicurezza di impianti così delicati e strategici da attacchi terroristici o da bombardamenti nemici? L'entità dell'investimento quali appetiti stuzzicherà, in un paese come il nostro che è ben lungi dall'aver sconfitto le mafie e dall'aver confinato il lavoro nero entro fasce marginali e limiti fisiologici?
Dopo aver risposto a questi interrogativi ecologici, tecnologici e politici, dobbiamo rispondere alla domanda che li sintetizza tutti: quanto ci costa tutto questo e chi lo pagherà?
Non per nulla, in un dibattito ancora eccessivamente condizionato dalla contrapposizione sterile fra i nostalgici del nucleare ""nazionale"" (cioè imposto e finanziato dallo stato) e quelle frange dell'ambientalismo che ormai si confondono con l'ecoterrorismo, il ministro Altero Matteoli chiese che fra le opposte tifoserie, tornassero una buona dose di realismo e anche un po' di umiltà.
Noi, che ci candidiamo a rimodernare la Toscana, ingrigita e soffocata sotto il Sessantennio, che desideriamo una nuova stagione di riformismo, che siamo impegnati per un nuovo spirito repubblicano che si concretizzi anche in una nuova stagione di operosità e dilingenza, dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità.
Finché saremo dipendenti dal petrolio e dal gas, pagheremo costi altissimi e soffriremo crisi ricorrenti di scarsità. Dobbiamo portare avanti tutti i progetti possibili e credibili per consumare e inquinare di meno, diversificare le fonti di approvvigionamento, aumentare la disponibilità di energia pulita e rinnovabile.
Fra tutti i progetti da sottoporre a verifica, dobbiamo includere anche il nucleare di ultima generazione? Sì, se si sottopone al vaglio di un severo dibattito pubblico e al giudizio popolare. Di fronte a un progetto innovativo e convincente, non dovremmo esitare, né aspettare che ce lo imponga Roma, o tanto meno Bruxelles. Dovremmo prendere noi l'iniziativa. Guidare noi, con orgoglio e serietà, il processo. Tenere stretto nelle nostre mani il nostro futuro.
Fonte: http://www.alessandroantichi.org/content/view/164/ (acceduto lunedì 14 marzo 2011)
Vent'anni fa, il 26 aprile 1986, l'incidente nucleare di Chernobyl, nel nord dell'Ucraina, non lontano quindi dai confini con la Bielorussia.
Non lontano, in realtà, nemmeno dalla Russia o dalla Polonia, dai paesi scandinavi o dai paesi mitteleuropei. Siamo nel cuore dell'Europa.
L'intera Europa, infatti, fu investita dalla nube radioattiva, come da una sorta di ciclone atipico. Tanto esteso quanto impercettibile. Tanto lento quanto pericoloso.
La dispersione radioattiva è stata centinaia di volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima. La città giapponese distrutta dal bombardamento atomico nel 1945, infatti, è già tornata abitabile, al contrario di Chernobyl, il cui territorio, grande come la provincia di Firenze, oltre 3.000 kmq, resterà disabitato per migliaia di anni.
Il numero di decessi, direttamente o indirettamente attribuibili alla tragedia, è difficilmente calcolabile. La verità sta da qualche parte, fra i 4.000 morti censiti dall'ONU lo scorso settembre, e le stime agghiaccianti che parlano di decine e decine di migliaia di morti premature per cancro.
74 villaggi e 3 cittadine furono cancellate per sempre. Una popolazione grande quanto quella del Comune di Prato, quasi 200.000 abitanti, è stata deportata, senza alcuna possibilità di ritorno, come i profughi delle guerre moderne e totalitarie.
Non ci sono statistiche sugli effetti che la contaminazione ha prodotto per piante, animali ed esseri umani. Non solo sui contemporanei, i presenti nel tempo della catastrofe, ma per le generazioni future. Sterilità, malformazioni genetiche, impennata della mortalità infantile, riduzione della speranza di vita, tutto questo quanto durerà? Per sempre?
Come in una guerra combattuta da poteri totalitari, la prima vittima dell'incidente è stata la verità. Ancora oggi poco si sa di cosa l'Unione Sovietica fece dal 1986 al 1989 per tentare di limitare le conseguenze dell'incidente.
La stampa europea scrive oggi che più di mezzo milione di operai e tecnici sovietici furono mobilitati nella costruzione della gigantesca colata di cemento e materiale inerti sotto cui fu seppellito il famigerato reattore 4. Sono gli eroici likvidátoři a cui la Russia di Vladimir Putin oggi renderà omaggio. Qualcuno scrive anche che 50.000 di loro sono già morti precocemente di cancro.
Nulla, del resto, o davvero molto poco, si sa di ciò che ancora oggi avviene nella Bielorussia schiacciata sotto il tallone di Lukashenko, il burosauro, il satrapo del socialismo reale e nazionale, l'ultimo tiranno comunista ancora al potere in Europa.
Tantissimo invece sappiamo dall'Ucraina, indipendente dal 1991, una repubblica in cui le libertà e le possibilità di un dibattito pubblico sono cresciute lentamente ma ininterrottamente. Meno lentamente, purtroppo, sono cresciute le spese per fronteggiare le conseguenze del disastro di Chernobyl, che sfiorano, ogni anno, il 10% del bilancio nazionale.
Tutti concordano che attorno al sarcofago, che sta pericolosamente cedendo, dovrebbe essere costruita una vera e propria montagna artificiale. I costi per questa grande opera sono stimati in oltre 300 milioni di Euro. Il Canada ha già stanziato oltre 5 milioni, quindi ne mancano solo 295...
La Svizzera, intanto, finanzia una opera almeno altrettanto importante: http://www.chernobyl.info, un sito web per conservare, a lungo termine - chissà, magari, almeno quanto le scorie radioattive - tutte le informazioni sul disastro.
Tutta da scrivere resta, infine, la storia di Chernobyl come limite, contro il quale si è infranta la superbia della società totalitaria sovietica, poi crollata sotto il peso di tutte le sue vergogne e menzogne nel 1989. Un limite oltrepassato il quale, anche le tendenze totalitarie presenti in tutta la modernità, compreso il nostro Occidente, compresa la Cina, compresi i tanti regimi nazislamici, sono entrate, quanto meno, in una salutare crisi. Ancora poco visibile agli occhi dei più, ma non certo meno reale.
* * *
Questo anniversario è una sfida alla cultura e alla politica di ogni società umana. Soprattutto a quelle società aperte e a quei paesi liberi, come il nostro, che vogliono conservare la libertà, prima di tutto, poi la prosperità, insieme con la bellezza della vita in un mondo abitato e abitabile.
Noi, che siamo portatori di un rinnovato spirito ""conservatore"", delle cose che contano, i nostri valori, la nostra terra, il nostro patrimonio ambientale e artistico, ci lasciamo interrogare da Chernobyl, fermamente ancorati a una etica della responsabilità verso le generazioni future, con il pragmatismo e la trasparenza che sono necessari al dibattito pubblico e alla vita politica.
Il popolo italiano nel 1987 approvò a grande maggioranza alcuni principi che, più che antinucleari, vorremmo definire nucleo-scettici:
1) non si dovevano compensare con denaro pubblico gli enti locali che accettavano nuovi impianti;
2) non doveva essere un ristretto comitato (il CIPE) a decidere dove collocare nuovi impianti;
3) la nostra vecchia industria energetica di stato, l'ENEL, non doveva investire nella gestione di centrali nucleari all'estero, cioè lontano dal controllo della nostra opinione pubblica.
E' ovvio che l'esito del referendum fu condizionato dalla grande emozione suscitata dal disastro di Chernobyl, ma non si devono sottovalutare alcune più profonde diffidenze, che avrebbero comunque fermato il nucleare in Italia.
Queste diffidenze sono continuamente alimentate dalla mancata risposta ad alcune buone domande di carattere sia ecologico, che tecnologico, che politico.
Quanti e quali sono, in Italia, i siti sicuri per la costruzione di centrali nucleari e di depositi per le scorie nucleari? Quanta terra, aria e soprattutto acqua occorrono? Quanto devono essere grandi e quanto isolati, questi siti, visto che resteranno contaminati per sempre?
Abbiamo le competenze e le intelligenze necessarie o stiamo per avventurarci in nuove forme di dipendenza dall'estero? Esistono le tecnologie per una sicurezza intrinseca credibile a così lungo termine? E' vero che per costruire una centrale occorrono 10 anni? E' vero che una centrale può funzionare 30 anni? Una volta che la centrale sarà abbandonata, potremo lasciarla invecchiare a cielo aperto come un gigantesco reperto di archeologia industriale o saremo costretti a nasconderla sotto una montagna artificiale?
Siamo sicuri che l'approvvigionamento di uranio non sarà mai soggetto a rischi geopolitici simili a quelli che soffriamo per il petrolio e per il gas? Saremo capaci di garantire la sicurezza di impianti così delicati e strategici da attacchi terroristici o da bombardamenti nemici? L'entità dell'investimento quali appetiti stuzzicherà, in un paese come il nostro che è ben lungi dall'aver sconfitto le mafie e dall'aver confinato il lavoro nero entro fasce marginali e limiti fisiologici?
Dopo aver risposto a questi interrogativi ecologici, tecnologici e politici, dobbiamo rispondere alla domanda che li sintetizza tutti: quanto ci costa tutto questo e chi lo pagherà?
Non per nulla, in un dibattito ancora eccessivamente condizionato dalla contrapposizione sterile fra i nostalgici del nucleare ""nazionale"" (cioè imposto e finanziato dallo stato) e quelle frange dell'ambientalismo che ormai si confondono con l'ecoterrorismo, il ministro Altero Matteoli chiese che fra le opposte tifoserie, tornassero una buona dose di realismo e anche un po' di umiltà.
Noi, che ci candidiamo a rimodernare la Toscana, ingrigita e soffocata sotto il Sessantennio, che desideriamo una nuova stagione di riformismo, che siamo impegnati per un nuovo spirito repubblicano che si concretizzi anche in una nuova stagione di operosità e dilingenza, dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità.
Finché saremo dipendenti dal petrolio e dal gas, pagheremo costi altissimi e soffriremo crisi ricorrenti di scarsità. Dobbiamo portare avanti tutti i progetti possibili e credibili per consumare e inquinare di meno, diversificare le fonti di approvvigionamento, aumentare la disponibilità di energia pulita e rinnovabile.
Fra tutti i progetti da sottoporre a verifica, dobbiamo includere anche il nucleare di ultima generazione? Sì, se si sottopone al vaglio di un severo dibattito pubblico e al giudizio popolare. Di fronte a un progetto innovativo e convincente, non dovremmo esitare, né aspettare che ce lo imponga Roma, o tanto meno Bruxelles. Dovremmo prendere noi l'iniziativa. Guidare noi, con orgoglio e serietà, il processo. Tenere stretto nelle nostre mani il nostro futuro.
Fonte: http://www.alessandroantichi.org/content/view/164/ (acceduto lunedì 14 marzo 2011)
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Argomenti solidamente piantati in questa nuvola:
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