Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 29 dicembre 2018

L'ennesima trappola centralista è già scattata



Con la pubblicazione (oggi sabato 29 dicembre 2018) di un articolo di Sabino Cassese, il Corriere della Sera sta chiudendo il 2018 con l'ennesimo attacco alle autonomie.

Tutti i decentralisti devono stare attenti a non cadere nella trappola di questa narrazione centralista, che contiene almeno tre errori fondamentali:

- 1) L'Italia è piena di disparità, perché la nostra unità sarebbe incompiuta, quindi il potere deve restare centralizzato, per non alimentare ulteriori ingiustizie territoriali - INVECE è vero esattamente il contrario. E' proprio perché da oltre centocinquanta anni le stesse leggi e la stessa impalcatura centralista sono imposte al paese, dalle Alpi alla Sicilia, che intere regioni declinano, mentre pochi centri di potere politico ed economico fioriscono.

- 2) Le risorse pubbliche sono una torta scarsa e fissa, per cui ogni eventuale aumento di autonomia in alcuni territori andrebbe a discapito dei livelli minimi di assistenza in altri - INVECE anche questo è falso, perché ogni spesa pubblica centrale, una volta devoluta ai territori, verrebbe totalmente ripensata, riorganizzata, riorientata nell'interesse delle comunità locali e con la loro partecipazione, con importanti risparmi e comunque con un netto miglioramento dei servizi pubblici locali.

- 3) Si continua anche a lasciar passare l'idea, completamente campata in aria, che esistano nell'Italia contemporanea "residui fiscali" importanti da restituire alle regioni dove hanno sede fiscale e legale la maggior parte delle aziende del paese (Lombardia, Emilia Romagna, ma anche Veneto) - INVECE si tratta di una gigantesca illusione, perché è evidente che, dopo profonde riforme fiscali che ancorassero il pagamento delle imposte ai territori, molte aziende che oggi pagano tasse solo a Milano o a Bologna, finirebbero per versare molto di più nelle regioni dove vendono, invece che nella sola regione dove producono.

Infine, caso mai non si fosse difeso abbastanza lo status quo centralista, si torna a insinuare l'idea che alcune regioni siano in fondo troppo piccole per essere davvero meritevoli di autonomia. Cosa che magari è vera per alcuni territori, ma non certo per tutti (non per la Romagna, per esempio, la quale da tempo aspetta di poter realizzare la propria aspirazione autonomista).

Ma sì, in fondo è questa la trappola centralista più raffinata che da decenni serve per frenare ogni possibile cambiamento: non avrai autonomia perché non la meriti, perché sei troppo ricco o perché sei troppo povero, perché sei troppo piccolo o comunque sempre inadatto.

Avanti così, si parli di autonomie per altri anni ancora, purché non si cambi niente!

Per chi vuole approfondire, consigliamo anche la lettura di questo importante intervento critico di Massimo Costa, apparso sul prestigioso blog siciliano 360EcoNews.


mercoledì 19 dicembre 2018

75° anniversario della Carta di Chivasso



Per onorare il 75° anniversario della Carta di Chivasso (19/12/1943-19/12/2018), alcune forze territoriali in DIALOGO di AUTOGOVERNO per tutti, dappertutto, hanno diffuso questo documento.

Lo rilanciamo anche da questo blog, perché lo consideriamo un esempio di una politica meno cinica, più seria. Le forze territoriali che partecipano a questo #DialogoAutogoverno stanno cogliendo la connessione cruciale fra i grandi problemi del nostro tempo e la necessità di restituire ai territori poteri e facoltà per iniziare a risolverli.

Studiare di più, guardare più da vicino i problemi delle nostre comunità, pensare globalmente ma agire localmente, senza più esitare.

Queste forze decentraliste possono fare davvero qualcosa per le nostre comunità locali, l'euroregionalismo, la libertà e la pace, dopo i decenni di disastri provocati dai leader centralisti e neocentralisti (Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, e oggi anche Di Maio e Salvini).
 
Questo documento contiene un chiaro posizionamento politico, in undici punti, e indica tre battaglie politiche urgenti, per frenare il centralismo e il neocentralismo, sia in Italia che in Europa, e per ripristinare minimi elementi di rapporto democratico fra elettori ed eletti, territorio per territorio.

Buona lettura!

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Udine, Trieste, Venezia, Firenze, Roma, Palermo, 19 dicembre 2018
75° anniversario della Carta di Chivasso (1943-2018)

Chi siamo

1. Siamo forze politiche territoriali, organizzazioni diverse, con anime indipendentiste, confederaliste, federaliste, autonomiste, civiche e ambientaliste locali, determinate a stabilire una collaborazione politica a lungo termine, una sorellanza che ci rafforzi reciprocamente nel nostro impegno decentralista, per cogliere insieme obiettivi pratici, conquiste concrete di maggiore autogoverno per tutti, dappertutto.
2. Le nostre forze politiche territoriali condividono la scelta dell’indipendenza dai partiti italiani e si impegnano a partecipare in modo distinto dai partiti centralisti alle elezioni regionali, italiane ed europee.
3. Ci impegniamo per l’autogoverno dei territori con metodi nonviolenti e democratici, con moderazione e senso della gradualità, senza settarismi né pregiudizi, pronti a collaborare trasversalmente con tutti coloro che condividono i nostri obiettivi di autogoverno.
4. I nostri bilanci e il nostro autofinanziamento sono trasparenti, nel rispetto della legge.
5. La nostra organizzazione interna è democratica, ostile al cumulo delle cariche, capace di ricambio e di creare spazio politico per promuovere nuove generazioni di donne e uomini che intendano servire la propria terra.
6. Al centro della nostra azione politica c’è il bene dei territori e quindi l’impegno per l’ambiente, la vitalità delle economie locali, i beni comuni, i servizi pubblici universali ma gestiti localmente, la solidarietà sociale ma erogata dai comuni, i mestieri e le attività tradizionali, i prodotti tipici, i beni culturali, tutte le nostre tradizioni, lingue, identità e spiritualità originali.
7. Vogliamo smantellare sia il centralismo italiano, che il centralismo tecnocratico delle attuali istituzioni europee, perché crediamo nella costruzione di una confederazione europea, incarnazione dell’antica ma sempre più attuale aspirazione a una Europa dei popoli, dei territori, delle regioni, retta da istituzioni leggere, fondata sulla sussidiarietà, strumento per il mantenimento della pace perpetua.
8. Siamo forze storicamente solidali con l’anticolonialismo e concretamente impegnate contro le perduranti ingiustizie del neocolonialismo.
9. Forti istituzioni di autogoverno di dimensioni più limitate, più a misura d’uomo, dove sia possibile un rapporto più diretto fra governati e governanti, sono l’alternativa possibile, sia ai disastri (e alle promesse sempre mancate) dei politici centralisti italiani ed europei, sia ai guasti di una globalizzazione ecocida e genocida; sono l’alternativa che chiunque può toccare con mano ovunque essa è stata messa in pratica e lasciata libera di crescere e maturare nel tempo, con originalità e responsabilità (come è accaduto in Valle d’Aosta, Trentino e Sudtirolo, ma anche altrove in Europa e nel mondo).
10. Intendiamo dare visibilità in Italia e in Europa a questo impegno comune per più autogoverno di tutti, dappertutto, nel modo più aperto e più inclusivo possibile.
11. Oltre questi punti comuni di dialogo, ciascuna delle nostre forze politiche è e resta libera di perseguire il buongoverno della propria terra, secondo i propri valori culturali e politici.


Impegni comuni urgenti

A) Riaffermiamo, ancora una volta, la nostra totale solidarietà con il processo di autodeterminazione della Catalogna, la richiesta della liberazione di tutti i prigionieri politici, il nostro appoggio a ogni processo di autogoverno, ovunque nel mondo.
B) Per poter realizzare ambiziose riforme decentraliste delle istituzioni italiane ed europee, noi crediamo che sia necessario, prima di tutto, ripristinare il diritto di ogni comunità locale a scegliere, attraverso il voto, i propri rappresentanti; lotteremo quindi per avere leggi elettorali semplici e chiare, che garantiscano a tutti i livelli competizioni aperte e leali in collegi circoscritti; per le elezioni italiane ed europee le circoscrizioni non devono essere più grandi delle regioni, delle province autonome, dei territori storici; nessun quorum “nazionale” deve impedire l’elezione di chi ottiene un risultato utile nella propria circoscrizione.
C) Vogliamo confrontarci con le forze raccolte nella Alleanza Libera Europea (European Free Alliance) e con tutte le forze dell’autonomismo attive in Italia, che abbiano dimostrato di essere indipendenti dai partiti centralisti e neocentralisti.


Messaggio diffuso da
Comitato Libertà Toscana
Comitato promotore “Libero Governo Cittadino” di Roma
Liga Veneta Repubblica
Patrie Furlane, a nome del Patto per l’Autonomia
Progetto Assemblea Popolare per il Libero Territorio di Trieste
Siciliani Liberi



mercoledì 12 dicembre 2018

Sulle autonomie differenziate di Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna


Noi decentralisti guardiamo con estremo favore tutto ciò che si muove in direzione dell'autogoverno dei territori. Per questo siamo favorevoli alle autonomie differenziate richieste da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, in attuazione dell'art. 116, terzo comma, della Costituzione italiana e in ossequio alla volontà popolare e politica che si è manifestata in queste regioni (e anche in altre a dire il vero) da ormai oltre un anno.

Purtroppo, quel 22 ottobre 2016, quando il popolo del Veneto e le province della Lombardia hanno approvato la richiesta di autonomia differenziata, sta diventando una data lontana e anche un po' mitica, di cui non si capisce quali saranno le vere conseguenze.

Ci dispiace scriverlo, ma temiamo che l'attuale governo, prima ancora che impreparato alle oggettive difficoltà normative, sia sostanzialmente indisponibile a cedere risorse e potere ai territori. Noi temiamo che questo governo del "cambiamento" stia praticando un neocentralismo non molto diverso da quello che ha dominato sin qui in Europa e in Italia.

Prima o poi riusciremo a formare un governo veramente decentralista e allora toccherà quindi a noi affrontare la questione. Lo faremo con moderazione e pragmatismo, ispirati dai nostri ideali di solidarietà fra cittadini e fra territori, fermi nella nostra convinzione che l'Italia e l'Europa abbiano bisogno di decentralizzare ricchezze e potere verso tutti i territori.

Dimostreremo con i fatti che aumentare l'autonomia dei territori non toglie nulla ad altri territori, ma solo alle elite che da Roma, da Milano, da Bruxelles, ci tengono in pugno.

Non cadremo nella trappola che è già tesa. Coloro che non vogliono decentrare un bel nulla sono già pronti a scrivere testi legislativi assolutamente inadeguati, destinati a restare sulla carta, inutili come grida manzoniane. Nel frattempo si tenterà ancora una volta di mettere il Sud, la Sicilia, la Sardegna, magari anche la Toscana e l'Umbria, contro il Veneto e la Lombardia. Divide et impera, sempre a favore di pochi. Le cabine di regia del "Capitano" e degli illuminati della Casaleggio, sono già pronte a decidere tutto dall'alto e da altrove, esattamente come facevano quelle di Renzi, Monti, Berlusconi e Bossi.

Ne volete una prova? Andatevi a rileggere gli accordi preliminari firmati il 28 febbraio 2018 da Gentiloni con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Li troverete scorcentanti per la loro vaghezza, ma soprattutto pericolosi perché essi delineano una serie di "mance" che saranno concesse, ancora una volta dall'alto, ai territori. Non sarà emancipazione, non sarà responsabilità, non sarà federalismo fiscale.

Se ci saranno risorse in più da spendere sui territori che vantano un "residuo fiscale" - perché sono le regioni più ricche di imprenditoria che produce ed esporta - esse non saranno "trattenute" sul posto, saranno invece "restituite" da Roma, creando pericolose illusioni contabili e velenose polemiche strumentali fra "chi ci guadagna e chi ci perde". Una gigantesca e pericolosa manovra centralista, insomma, in linea con venticinque anni di imbrogli (in particolare leghisti) ai danni di tutti i territori.

Poiché viviamo sotto una cappa soffocante di migliaia di leggi europee e italiane, attuare forme di autonomia differenziata non sarà affatto facile, ma noi ci riusciremo, perché abbiamo principi, oltre che competenze. Noi sappiamo che istituzioni locali di autogoverno più forti, attraggono persone, risorse, competenze, poteri, e quindi anche imprenditoria e sviluppo.

Quando toccherà a noi, si comincerà da tre cambiamenti profondi, che andranno a vantaggio di tutti i territori, non solo di alcuni:

a) attueremo la territorializzazione della riscossione di alcune imposte, a partire dall'IVA; la faremo pagare dove si vende, invece che dove ha la sede fiscale il venditore; è una rivoluzione necessaria, in Italia e in tutta Europa, di cui si discute da anni; questa battaglia non riguarda solo i giganti del web, ma tutte le imprese; le aziende dovranno versare le imposte dove i loro prodotti vengono acquistati e consumati; questo elemento, da solo, ridistribuirà risorse su tutti i territori molto più equamente di quanto avviene oggi;

b) aboliremo migliaia di leggi italiane ed europee (noi apparteniamo a una rete di confederalisti che ha forze sorelle in tutta Europa), che oggi impediscono a tutte le regioni di assumersi responsabilità chiare nei confronti delle proprie comunità; non si può attuare alcuna autentica autonomia, se non si aboliscono intere strutture centrali, a cominciare dalla rete delle prefetture;

c) man mano che le regioni avranno maggiore responsabilità e autonomia fiscale, potranno farsi carico di gestire in proprio sempre maggiori funzioni.

L'esperienza storica delle autonomie più avanzate (Valle d'Aosta, Trentino, Sudtirolo) dimostra che un rapporto più diretto fra governanti e governati produce più servizi e meno costi, rispetto a ciò che viene gestito dall'alto e da lontano, oltre che un significativo sviluppo delle economie locali.

Ci atteremmo alle buone pratiche consolidate in questi positivi precedenti e ne proporremo l'attuazione in tutti i territori.

Con l'attuazione del federalismo fiscale, una industria emiliana che vende tanto in Sicilia, pagherà molte più tasse alla Sicilia e molte meno all'Emilia. Allo stesso tempo, con maggiore autonomia, l'Emilia darà ai suoi residenti più servizi di quanti oggi ne ricevano dallo stato. Non ci rimetteranno, quindi, né la Sicilia, né l'Emilia. Ci saranno solo meno posti, meno potere, meno intermediazione da parte delle attuali caste di alti dirigenti e capi politici centralisti.

C'è un ultimo, non per importanza, principio decentralista che attueremo. Con noi resteranno dei fondi di solidarietà, a cui i territori più ricchi contribuiranno di più dei territori che oggi, dopo un secolo e mezzo di colonialismo, sono impoveriti e desertificati. Ci sarà una svolta anche lì, però, perché noi sappiamo, dai nostri studi anticolonialisti, che la "decolonizzazione" produce la progressiva riqualificazione e, nel tempo, una sostanziale riduzione della necessità di muovere fondi da un territorio all'altro.

E' vero, non parliamo il linguaggio facilone dei "padroni a casa nostra" (prima cialtroni nel praticare il "nordismo", oggi convertiti in pericolosi neo-nazionalisti), ma proprio per questo, dopo il fallimento di questi giganti dai piedi di argilla, toccherà a noi restituire fiducia ai territori, spiegando con umiltà ma con determinazione che ovunque nel mondo più autogoverno significa più buongoverno.

Mauro Vaiani Ph.D.


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Il web governativo sul "federalismo fiscale", un relitto di altri tempi, il simbolo morente di ciò di cui in Italia si è discusso per decenni e che nessuno, dai tempi di Berlusconi e Bossi, passando per Monti e Renzi, fino a oggi, ha mai voluto realizzare. 

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domenica 9 dicembre 2018

Allarme giallo


In Francia tutto è estremizzato, perché il paese è sottomesso ai poteri forti di Parigi, alla presidenza del tecnocrate Macron che si atteggia a novello Napoleone, agli interessi dell'apparato militare-industriale-nucleare, alla grande finanza neocolonialista che tiene sottomessi ancora tanti paesi africani, estraendo dall'Africa risorse che servono a mantenere lo status quo in Francia (e nella Eurozona).
L'esplosione, a diversi e intersecati livelli, della rabbia della classe media impoverita, delle sofferenze dei territori oppressi e periferici come la Bretagna, dei giganteschi problemi ambientali (che nel Nord Europa sono già percepiti in modo molto più drammatico che nel Mediterraneo), produce un disperato tentativo di assalto alle istituzioni centrali della V repubblica.
Al momento è difficile che si possa pensare alle dimissioni di Macron, ma è già chiaro che altri leader altrettanto se non più autoritari di lui sono già pronti a prendere il suo posto. Le istituzioni della V repubblica, purtroppo, non sono ancora in discussione.
Altrove, come in Germania e in Italia, questi profondi disagi sociali stanno trovando dei canali politici attraverso cui esprimersi (nel bene, come quando si riversano in movimenti autonomisti e ambientalisti, ma anche nel male, come purtroppo accade con il consenso a movimenti lideristici autoritari e populisti come la nuova Lega di Matteo Salvini).
Non ci aspettiamo quindi esplosioni di violenza anche qui, almeno non nel breve termine.
Tuttavia, a ribadire la necessità e l'urgenza di una svolta che sia a favore SIA della svolta ecologista, CHE delle autonomie locali, CHE del rispetto delle classi economicamente più deboli, ricordiamoci che qualcosa è già successo anche qui vicino a noi, in Liguria, in una regione profondamente segnata dai guasti della modernità, dalle contraddizioni economiche e sociali di una Italia paralizzata dal suo debito pubblico, in una Eurozona condizionata dalle sue contraddizioni e ingiustizie.
La rivolta ligure si concretizzò in una azione dimostrativa contro la società autostradale, che gestisce l'infrastruttura di cui tutti i Liguri sono quotidianamente schiavi.
Non dimentichiamo questo evento, rimarchevole e tutto sommato molto mite, provocatorio ma decisamente nonviolento e non distruttivo, registrato dalla stampa alla fine del novembre 2018, perché, se non riusciremo a sviluppare una alternativa autonomista, ambientalista, socialmente inclusiva, che restituisca dignità e sovranità a tutte le persone, a tutte le comunità, sarà seguito da molti altri (la foto è di Repubblica).
Nella costruzione di una alternativa decentralista, autonomista, fondata sulla sostenibilità ambientale e sulla inclusione sociale, siamo al momento impegnati ancora in troppo pochi, con il nostro "Dialogo Autogoverno". Vorreste darci una mano?







mercoledì 5 dicembre 2018

Autogoverno dei territori unico argine contro il neocentralismo

Con umiltà ma anche con un certo orgoglio, rilanciamo anche da qui un articolo che l'autore di questo blog ha pubblicato (come presidente di Comitato Libertà Toscana) insieme a Francesco Marsala (responsabile esteri dei Siciliani Liberi). Un maggiore coordinamento italiano ed europeo fra coloro che lottano per l'autogoverno dei territori è necessario ed urgente, per fermare le sinistre derive neocentraliste e, in definitiva, autoritarie, che si aggirano per l'Europa e per il mondo: per esempio Macron e Salvini, ma anche Ciudadanos e Vox, i cinici tecnocrati europei e gli imprenditori politici del cosiddetto sovranismo, senza dimenticare in giro per il mondo i tanti Bolsonaro.

Qui il link all'articolo integrale sul sito originale siciliano che lo ha pubblicato per primo.

Di seguito il testo dell'intervento.

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L'urgenza del dialogo per l'autogoverno di tutti, dappertutto

di
Francesco Marsala, responsabile relazioni internazionali di Siciliani Liberi
Mauro Vaiani, presidente di Comitato Libertà Toscana

Firenze – Palermo, 3 dicembre 2018


Alcune forze politiche impegnate per l’autogoverno di diversi territori italiani hanno iniziato un dialogo serrato per muoversi in modo più coordinato nel sistema politico italiano ed europeo.
In molti, da quando abbiamo iniziato a coordinarci, ci chiedono cosa abbiano in comune indipendentisti di Sicilia e autogovernisti di Toscana. Come possono realtà molto diverse di Trieste, Friuli, Veneto, Toscana, Roma, Sud, Sardegna, Sicilia, lavorare insieme?
Abbiamo una prima risposta da offrire: noi condividiamo una visione politica decentralista che ha conseguenze precise anche nel breve termine, non solo nei nostri obiettivi di lungo periodo. La nostra volontà di decentralizzare poteri e risorse ha conseguenze qui e ora. Localisti, autonomisti, indipendentisti possono e devono camminare insieme, per raggiungere da subito obiettivi concreti di maggiore autogoverno e quindi maggiore dignità dei nostri territori.
Noi siamo abbastanza candidi da credere che, se domani il parlamento italiano volesse finalmente abolire i prefetti, o devolvere completamente la custodia dei bacini idrogeologici, o regionalizzare le ferrovie, oppure dare a tutte le regioni e province autonome piena autonomia statutaria, la maggior parte delle forze territoriali, siano esse indipendentiste, o autonomiste, o localiste, o civiche e ambientaliste, dovrebbero muoversi insieme per afferrare questi risultati storici.
Non è possibile, questo a noi appare chiaro, coltivare progetti indipendentisti (come in Sicilia), o fortemente autonomisti (come la proposta di fare della Toscana un territorio che si autogestisca almeno come il Trentino), senza capire e senza studiare perché tanti paesi sono diventati indipendenti solo di nome, nell’epoca moderna, mentre di fatto sono rimasti in dipendenza”.
L’indipendenza, intesa modernamente come pieno autogoverno in una confederazione europea e in un mondo interdipendente, a nostro parere, non può raggiungersi altro che con un processo di riforme progressive, che scardinino una ad una le attuali concentrazioni di ricchezze e di potere.
Non temiamo nemmeno di affrontare insieme spinose questioni economiche. Abbiamo sufficiente cultura economica e finanziaria per sapere che maggior autogoverno conduce anche a minore pressione fiscale sulle regioni più prospere e a minore desertificazione delle regioni più deboli. In materia di finanza pubblica il nostro unico e comune avversario sono coloro che vogliono continuare a tenere le risorse nelle mani di pochi decisori centrali e centralisti.
Un secondo ma forse ancora più urgente argomento a favore del dialogo è la questione della democrazia, su cui non solo cerchiamo unità tra noi decentralisti appassionati di autogoverno, ma su cui siamo sicuri di incontrare la collaborazione trasversale con tante altre forze e culture democratiche.
Dobbiamo spiegare bene, insieme, all’opinione pubblica che l’Italia è praticamente l’unico stato dell’Unione Europea in cui i cittadini di un territorio non possono votare per liste e candidati locali, né per la Camera, né per il Senato (con una qualche limitata eccezione per Trentino, Sudtirolo e Valle d’Aosta), né per il Parlamento Europeo (senza nemmeno le eccezioni succitate).
Ripetiamo, perché si capisca bene: attraverso gli attuali sistemi elettorali centralisti, che consegnano il potere di depositare liste e candidature solo a un numero ristretto di persone poste ai vertici di piramidi politiche nazionali (per esempio la Lega di Salvini, il Movimento Cinque Stelle, il PD), la stragrande maggioranza dei cittadini non ha la facoltà di votare una lista più piccola e più locale, tanto meno di scegliere un candidato locale al posto di quello nominato dall’alto (questo in nessuna lista).
Siamo arrivati a un livello di verticismo politico che fa dubitare della natura democratica della Repubblica italiana, perché le norme elettorali sono talmente ingiuste che una persona potrebbe prendere una grande maggioranza nella sua città o nella sua regione e non essere eletta, né alla Camera, né al Senato, né al Parlamento Europeo.
Se a questo si aggiunge l’insopportabile verticalizzazione centralista del sistema mediatico, oltre alle difficoltà di accesso delle forze minori e locali all’autofinanziamento dei partiti attraverso il “due per mille”, chiunque abbia un po’ di amore per la democrazia capirà che dobbiamo al più presto lavorare insieme per avere leggi elettorali semplicemente più democratiche. Non solo per noi forze politiche territoriali, ma per tutti.
Una terza questione ci preoccupa e ci spinge al dialogo. Un movimento decentralista europeo (e globale) è necessario, perché, se non lo mettiamo in campo, qui nella Repubblica Italiana e nella Unione Europea, non solo le nostre aspirazioni storiche rimarranno fragili, se non proprio velleitarie, ma, in assenza di una visibile coalizione di forze votate all’autogoverno di tutti e dappertutto, lasceremmo il campo a potenti forze centraliste e neocentraliste.
Forze che sono già all’opera, in un modo che non esitiamo a definire sinistro, sia in Italia che in Europa.
Noi vediamo solo pericoli nella aspirazione di Macron a diventare il novello Napoleone d’Europa, con tanto di esercito europeo neocolonialista e non ci sorprende che la sua presidenza stia mostrando indifferenza e repressione nei confronti dei “gilet gialli”, le classi medie impoverite delle remote province francesi.
Né crediamo che i cosiddetti “sovranismi” e “populismi” possano in alcun modo rappresentare una alternativa alle tecnocrazie. L’attuale capo della Lega italiana, Salvini, non fa mistero di aspirare al presidenzialismo italiano e riceve consenso e sostegno da forze storicamente avversarie di ogni forma di federalismo e confederalismo, fra cui quei “Fratelli d’Italia” che vorrebbero addirittura abolire le regioni e le province autonome. Questi capi che vogliono restaurare la sovranità dei vecchi stati centralisti rappresentano la risposta sbagliata ai problemi strutturali dell’Eurozona e al deficit democratico delle istituzioni europee e internazionali.
Macron e Salvini si presentano come rivali, ma noi li vediamo in realtà molto simili nei loro atteggiamenti centralisti e autoritari, oltre che nella loro indifferenza, per esempio, nei confronti delle aspirazioni della Catalogna e della sorte dei prigionieri politici e degli esiliati catalani.
Noi non ci aspettiamo da tecnocrati europeisti o da ducetti sovranisti alcun rimedio ai problemi italiani ed europei, tantomeno ai guasti di una globalizzazione che è ecocida e genocida.
Noi crediamo in noi stessi, nella nostra azione decentralista, democratica, civile, sociale, ambientalista, per il bene di tutti, dappertutto.








domenica 2 dicembre 2018

Prossimità, questione cruciale del nostro tempo


La prossimità è una delle questioni cruciali del nostro tempo. Di certo lo è per noi qui in Toscana, ma crediamo che questa presa di coscienza vada ben oltre e sia in linea con una tendenza globale al decentramento.

Le iniziative culturali, economiche e sociali sulla prossimità si moltiplicano (pensiamo per esempio alle biennali della prossimità, di cui riproduciamo in questo scritto il bellissimo logo). Anche alcuni enti pubblici, organizzazioni e imprese stanno cambiando atteggiamento, tornando ad aprire sportelli, punti informativi, negozi di prossimità.

Per noi decentralisti e sostenitori di processi di autogoverno radicale, quella della prossimità è però ben di più che l'apertura di uno sportello o di un negozio più facilmente raggiungibili. Per noi la prossimità è molto di più: quando usciamo di casa dobbiamo trovare un vicinato, un rione, un quartiere, un paese, una comunità in cui esercitare responsabilmente i nostri doveri e riaffermare i nostri diritti.

Su di questo si basano le proposte di rivoluzione rionale a Firenze e di rivoluzione paesana in Toscana, in cui è impegnato il nostro Comitato Libertà Toscana.

La prossimità è una scelta politica rivoluzionaria.

Rivoluzionaria perché, in più di un senso, si deve tornare a una dimensione umana che abbiamo perso (come un pianeta, nella rivoluzione attorno al suo sole, torna sempre regolarmente dove era già stato).

Rivoluzionaria, inoltre, perché, per riportare una vita di vicinato in ogni comunità, avremo bisogno di una grande fantasia e di una capacità di ragionare controintuitivamente contro i conformismi della modernità (e contro l'ossessione moderna per la concentrazione di potere e ricchezze).

La prossimità è una scelta politica di resistenza ai guasti di una globalizzazione ecocida e genocida.

I bambini devono poter uscire di casa e andare a piedi a scuola.

I disabili hanno diritto di uscire e muoversi in un vicinato senza barriere architettoniche.

Si devono creare condizioni organizzative che consentano alla maggior parte degli adulti attivi di lavorare nel proprio borgo o comunque non troppo distante da esso.

Un centro sanitario, uno sportello civico, un punto di informazioni legali, devono essere raggiungibili a piedi, da tutti, ma in particolare dagli anziani, quelli che sempre meno useranno la macchina e ben poco anche la bicicletta.

In ogni quartiere e paesino ci devono essere palestre e piscine, sale di lettura, centri di ritrovo (le nostre care, vecchie case del popolo, i circoli parrocchiali, i bar di paese), secondo quanto è possibile e più confacente al territorio, con buon senso, con pragmatismo.

Ognuna di queste piccole comunità deve avere le sue piazze, le sue fontane, i suoi giardini, se possibile anche un piccolo bosco (con alberi lasciati invecchiare).

Ciascuna di queste comunità deve poter partecipare, quanto più direttamente possibile, alla propria raccolta rifiuti, alle necessarie politiche di decementificazione (abbattimento delle tante costruzioni inutili), alla cura di eventuali corsi e specchi d'acqua, alla gestione della produzione e della conservazione di energie rinnovabili.

Ciascun rione, quartiere, paesino, borgo, perché possa assumersi la responsabilità di tutto questo, deve potersi autogovernare, eleggendo direttamente i propri consigli locali, con regole semplici, fondate sul rapporto il più possibile diretto tra governanti e governati.

Si sta aprendo, attorno ai temi della prossimità, una nuova stagione politica. Non perdetevela.

sabato 17 novembre 2018

Contro centralismo e ignoranza


Contro centralismo e ignoranza, che sono sempre strettamente collegati, i movimenti decentralisti sono una delle poche speranze che abbiamo. Ovunque viviate e lavoriate, cercateci e dateci una mano. Se siete qui in Toscana, venite a lavorare con noi nel Comitato Libertà Toscana.



martedì 13 novembre 2018

I comuni sono enti autonomi



Dalla Costituzione italiana:

Articolo 114. La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.

Lo riproduciamo qui, come memento per coloro che volessero aggirare la Costituzione, imponendo ad altri piccoli comuni toscani, che domenica scorsa, 11 novembre 2018, hanno votato NO alla fusione, una annessione forzata al comune vicino e più grande.

Per chi volesse saperne di più dell'impegno di Comitato Libertà Toscana al fianco dei comuni che hanno resistito alle unificazioni imposte dall'alto, invitiamo alla lettura di questo intervento, che a sua volta riporta altre testimonianze ed altri materiali.

Un grazie dal profondo del cuore a Michele Bazzani e Paolo Tacconi di Barberino Val d'Elsa, a tutti ma proprio tutti i comitati per il NO, a Sergio Staderini, a Simone Rimondi, a Marco Buselli, per l'impegno che hano profuso in questo dibattito politico ed elettorale.

Spero che qualcuno dei pochi che ci leggono, trovi il tempo e l'energia per lavorare su un progetto ambizioso: una rivoluzione paesana per tutta la Toscana.

PS: Che c'entra Gandhi? Ci piaceva riprodurre, come hanno fatto gli attivisti del NO alle fusioni, uno dei suoi più noti aforismi: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, infine vinci. Di fronte alla prepotenza e alla supponenza con cui si sono volute imporre dall'alto le unificazioni dei comuni, l'unica risposta seria e lungimirante è la lotta nonviolenta per lo SWARAJ, un ideale di autogoverno radicale, di tutti, dappertutto.
 

domenica 4 novembre 2018

A lesson from New Caledonia




I am really sorry about it, but self-government was not built in a single day of glory.
It was instead another independence referendum that went short of a victory, today 4 November 2018, in New Caledonia (Kanak, Nouvelle Calédonie, Nuova Caledonia).
The OUI to full self-government obtained a solid 43%, much more than expected. Two of three provinces voted overwhelmingly OUI.
Unfortunately the third province, the South with the capital Nouméa, which is the most subsidized from France, preferred to remain attached to Paris. 
It is not a definitive political defeat, for the independence movement.
The decolonization process won't be stopped.
Further consultations are already planned in the coming years about the final status of New Caledonia.
It must also be remembered that New Caledonia is already largely self-governing and its autonomy is going to be gradually improved.
So, it is important to look forward, with hope.

However, in my modest opinion, this popular vote in favor of colonial dependence, teaches a lesson to every decentralist movement all around the world.

Decentralism activists should learn how deeply people are brain-washed with a slippery "interdependence" narrative, which is even more powerful than older nationalism (which is not definitely buried, by the way).
The blessing of self-government is not frontally denied - it won't be possible - but it is ambiguously represented as a risky path, and this may result as an easy winning card in a referendum.
You do not even need a "Project Fear", again, as the one put in place to stop Scottish independence in 2014.
You do not even need open brutality, as the one delivered in 2017 to stop Catalan independence.
It is much more easier to speak softly about metropolitan "solidarity", economic "opportunities", individual and family "protection" thanks to a passport which is more widely internationally recognized.
Listening to this paternalistic narrative, the colonized ends up obeying the colonizer.

To cope with this powerful globalist domination of imaginary, virtuality and reality, it is very important to plan self-government as a gradual but irreversible, step-by-step process.
Every territory in search of less dependence, has to fight a nonviolent war of position, made of small advancements and slowly advancing trenches. Fiscal and financial autonomy must be conquered little by little. Powers and resources must be taken one by one from the dominant power.
Step by step, one day soon, a country might have become so soundly and effectively self-governing, that recognition of full and formal independence will be a last and easy move. It happened this way, as some may know, to a few former British dominions (New Zealand, Australia, Canada). It will happen also in New Caledonia.

Moreover, even in the case of a victory, this process would be necessary as well. Too many countries have become formally independent and in fact they are still colonies. The process of conquering effective self-government, little by little, is nonetheless essential, everywhere in this corrupted, polluted, militarized, centralized, still neocolonialist world.

In the meantime, we wish the Kanak people all the best. We were inspired by their colorful and meaningful independence campaign. We believe their full self-government will become reality very soon, because it is the only natural and human political state for everyone, everywhere.

International solidarity with Kanak independence movement
from Florence (Committee Liberty Tuscany)





domenica 28 ottobre 2018

Il potere diabolico della parola "naturale"


Si discuteva oggi in famiglia dell'ennesimo cambio di fuso orario.
La Toscana viene di nuovo portata nell'ora cosiddetta "solare" o "invernale", nonostante sia ormai chiaro da molti anni che il fuso orario della cosiddetta ora "legale" ed "estiva", sia molto più adatto alle esigenze della vita toscana di oggi.
Mentre si parlava di questa assurdità del cambio di fuso orario, due volte l'anno, in tanti paesi europei, alcuni hanno definito l'ora invernale "naturale".
Naturale?
Non c'è nulla di naturale nell'ora invernale. L'Italia la adottò alla fine dell'800, per l'esattezza nel 1893.
Il fatto è che la parola "naturale" ha un suo potere diabolico.
Veniamo educati sin da piccoli a usarla per sottolineare la nostra obbedienza a un ordine dato, alle strutture degli attuali regimi che ci dominano.
Si deve crescere nell'ignoranza della storia e dei continui mutamenti istituzionali che sono alle nostre spalle, perché consideriamo tutto ciò che ci sovrasta come "naturale".
Naturale sarebbe quindi anche l'ora "invernale", ma non è vero. Essa è convenzionale come ogni altra ora che abbiamo usato in passato.
Naturale sarebbe lo stato italiano, nonostante i suoi continui e ripetuti fallimenti, anzi proprio per quelli! Veniamo educati a non sapere nulla di ciò che c'era prima dello stato italiano, perché, appena ne riprendessimo coscienza, ci ribelleremmo e lo scioglieremmo.
Naturale sarebbe ciò che la morale comune ci dice della famiglia, della nascita, della morte. Proprio nella nostra vita più personale e più intima, però, non è poi così difficile rendersi conto che troppe cose che ci vengono propinate come naturali, sono solo funzionali al dominio di pochi maschi, vecchi, bianchi, sani, ricchi. Mentre sono assolutamente contrarie alle esigenze della maggioranza della popolazione, composta da donne, giovani, bambini, immigrati, disabili, persone lesbiche, gay e trans, senza dimenticare ovviamente i poveri, che sono sempre di più.
Naturale sarebbe il mercato, che invece non è più una istituzione di ragionevole concorrenza fra imprenditori, almeno da quando il pensiero liberale del Settecento è stato minato dalla sua incapacità di comprendere i disastri della Rivoluzione industriale.
Naturale sarebbe il capitalismo.
Naturale sarebbe lo stato.
Naturale sarebbe il predominio di chi fa parte di caste come il clero, o la alta burocrazia, o gli alti gradi della vita militare.
Naturale sarebbe la schiavitù dei lavoratori precari e sottopagati.
Naturale sarebbe una concentrazione di proprietà e di ricchezze, che è invece assolutamente incompatibile con la tutela dei beni comuni, dell'ambiente, dell'uguaglianza sociale.
Naturale sarebbe la creazione e la distruzione continua di grandi ricchezze finanziarie nei mercati globali totalmente virtualizzati.
Naturale sarebbe, ovviamente, come sempre, la guerra - un classico sotto ogni regime, un "sempre verde" (evergreen).
Naturale sarebbe, addirittura, la distruzione della natura stessa! E qui siamo al trionfo di quei poteri orwelliani che chiamano "verità" le più grandi menzogne.

Praticamente tutto ciò che ci viene venduto, sin da piccoli, come "naturale", è assolutamente artificiale, concepito per farci amare il nostro asservimento a uno status quo assai discutibile e, con il passare del tempo, sempre più insopportabile.

Questo uso della parola "naturale" come strumento diabolico di dominio di pochi su molti, ha precise origini, connesse con la formazione degli stati moderni europei, quelli che hanno conquistato il mondo e, tutt'ora, lo mettono in grande pericolo con inquinamento e guerra. Lo aveva intuito, fra i primi e fra i pochi, un grandissimo pensatore e moralista toscano, Enrico Chiavacci.

Grazie a complessi processi storici - e forse grazie soprattutto alla Provvidenza - è però iniziato il declino dei colonialisti e degli attuali padroni del mondo. Chi scrive se ne è occupato nei suoi studi di dottorato (Disintegration as Hope).

Nel XXI secolo, quindi, può e deve essere portata in ogni casa, in ogni angolo del mondo, la buona notizia che la nostra ignoranza, il nostro avvelenamento, il nostro asservimento alle potenze di questo mondo non sono affatto "naturali".

Sì, avete capito bene: ciò che è "naturale", nel mondo umano, per lo più non ha senso, o è largamente sopravvalutato, o è altamente discrezionale, o comunque non è quasi mai quello che il potere vorrebbe convincerci che fosse.

C'è qualcosa di più e di diverso, per ogni individuo, nel nostro comune e breve tragitto fra la nascita e la morte, che obbedire a ciò che dall'alto e da altrove è stato definito come "naturale".

E' dovere di ciascuna persona umana scoprirlo e prenderselo, per il bene suo e delle generazioni future.

mercoledì 24 ottobre 2018

L'unico modo dignitoso di ricordare la "Inutile Strage"


Il centenario della fine della #InutileStrage si avvicina.
Insieme al Comitato Libertà Toscana e a pochi altri, abbiamo resistito al dilagare delle celebrazioni patriottarde, alle feste inopportune, alle celebrazioni renziane e salviniane che hanno tentato di "riabilitare" questa grande tragedia.
Non dimentichiamo mai quanti infami e quante infamie ci sono state in quella guerra.
Per coloro che abitano vicino a Figline Valdarno, un invito a un momento di riflessione davvero importante, sabato 27 ottobre 2018, ore 17.3, presso la libreria "La Parola", Corso Giuseppe Mazzini 26, Figline Valdarno, Toscana.
Sergio Staderini presenta la raccolta delle lettere di suo nonno Lorenzo.
Venite!




(Link diretto: https://www.facebook.com/ComitatoLibertaToscana/posts/1846973492087901)

sabato 20 ottobre 2018

Lavoro di cittadinanza, questo darebbe un governo decentralista



C'è inquietudine, non solo interesse, nella gente, quando si sente parlare di reddito di cittadinanza. I poveri sono sempre di più e si rischia di accendere negli umili speranze che potrebbero andare deluse. Le classi medie impoverite non sono contrarie, ma c'è anche chi soffia sul fuoco dell'invidia sociale e della paura che si finisca per premiare "chi non si è impegnato abbastanza".
Fra i cittadini socialmente più attivi e politicamente più consapevoli, si va da chi teme una nuova ondata di malcostume assistenzialista, a chi dubita che gli attuali governanti abbiano le competenze per gestire un tale strumento, a chi non crede alla tenuta dei conti pubblici.
C'è un pizzico di speranza, ma anche molto timore.
Che fare, quindi?
Cosa farebbe un governo decentralista, sostenuto dal Comitato Libertà Toscana, da Autodeterminatzione Sardegna, dal Patto per l'Autonomia del Friuli-Venezia Giulia, da Siciliani Liberi e da tanti altri movimenti decentralisti?
Secondo questo blog, noi decentralisti lotteremmo per una drastica devoluzione dell'intera materia ai territori.
Chiunque abbia vissuto in prima persona una esperienza di emancipazione dalla povertà, sa che essa parte solo con l'aiuto di chi ti è più vicino (un parente, un collega, un vicino di casa, un volontario di una parrocchia o di un centro sociale). Il primo (e in molti casi unico) interlocutore istituzionale è il comune, con i suoi servizi sociali.
Per quanto inefficiente possa essere un comune, questa istituzione non può sottrarsi, perché è ad essa, alla fine, che le leggi della Repubblica affidano il compito di occuparsi degli indigenti.
Noi decentralisti lottiamo quindi perché i comuni - ma nei comuni più grandi addirittura il quartiere, il rione, la frazione - abbiano politiche serie di emancipazione dalla povertà, orientate al riscatto sociale, all'aiuto alle persone e alle famiglie affinché si rialzino e si rendano indipendenti.
Dare un alloggio economico, o un sostegno finanziario, o altre forme di aiuto personalizzato, può e deve essere deciso al livello più basso possibile, da politici responsabili (con il supporto dei tecnici dell'assistenza sociale ma non lasciando a loro decisioni che sono eminentemente politiche).
Per questo tutte le risorse di cui si parla attualmente a livello nazionale, una decina di miliardi di Euro, dovrebbero essere lasciate interamente ai comuni.
Ai comuni dovrebbe andare una percentuale maggiore di IRPEF, con elementi di perequazione fra zone più ricche e più povere del paese.
Ai comuni, inoltre, vorremmo dare una maggiore libertà organizzativa e finanziaria nella gestione delle loro risorse, iniziando a disboscare la giungla di leggi che oggi paralizzano anche le amministrazioni più virtuose.
Facciamo una proposta se possibile ancora più radicale: tutti i sussidi di disoccupazione dovrebbero essere distribuiti e controllati dai servizi sociali dei comuni, secondo regole universali, affinché essi siano coordinati (senza sprechi e lottando contro eventuali abusi) con le altre politiche sociali di emancipazione della persona umana dallo stato di bisogno.
Ai comuni stessi, infine, lasceremmo la possibilità di chiedere qualcosa in cambio a tutti coloro che sono in difficoltà: il lavoro di cittadinanza.
A chi è in età lavorativa e non ha problemi di salute gravi, i comuni, in cambio dell'aiuto dato, potrebbero chiedere di fare, almeno due o tre mattine la settimana, un po' di lavoro socialmente utile.
Lavoro, quindi, e non reddito di cittadinanza, perché tutti possano, anche nei momenti più difficili, sentirsi partecipi e utili.
Per quanto riguarda le politiche più complesse, quelle per far incontrare offerta e domanda di lavoro, dalla formazione professionale all'organizzazione dei cosiddetti centri per l'impiego, noi devolveremmo l'intera materia alle regioni e e alle province autonome, le quali hanno la possibilità di concentrarsi su ciò che è veramente utile alla loro gente e al loro territorio.
L'unico provvedimento che, per il momento, lasceremmo a livello centrale, è quello del doveroso aumento della pensione minima. Agli anziani questo lo dobbiamo, senza se e senza ma. Per poterlo fare noi non ci sottrarremmo all'adozione di valute locali, perché gran parte di ciò di cui gli anziani hanno bisogno si trova nel loro quartiere e nel loro paesino, per cui non si dovrebbe aver paura di dare loro una integrazione al reddito in unità di conto che possano circolare solo in un ambito territoriale ristretto (si veda in proposito quanto abbiamo scritto a proposito degli studi di Stefano Sylos Labini e di Francesco Gesualdi).
A coloro che, a questo punto, ci ripetessero la stanca litania sugli "sprechi" delle regioni e degli enti locali, un cortese saluto e un invito a studiare un pochino di più. In quanto a sprechi, se proprio si vuole cambiare qualcosa, si cominci a guardare nelle amministrazioni centrali, non certo in quelle locali, che non controllano più del 13% della spesa pubblica italiana.
 

lunedì 1 ottobre 2018

Bilancio italiano 2019 - Cosa farebbe un governo decentralista




I numeri di una repubblica gigantesca come quella italiana fanno tremare i polsi.

Tuttavia anche noi, persone delle periferie europee, impegnate contro la concentrazione di ricchezze e di potere, in lotta per una nuova stagione di decentralismo e confederalismo dal basso, ci sentiamo di scrivere qualcosa, con umiltà.

Noi siamo distinti e distanti da questo governo Conte-Di Maio-Salvini-Tria, senza ovviamente rimpiangere quelli di prima. Non ne condividiamo molti contenuti e tanto meno i toni. Ne temiamo il neocentralismo, soprattutto, e la presunzione di affrontare il bilancio italiano senza coordinarsi con le regioni e le autonomie locali.

Se fossimo al loro posto, prima di ogni cosa, avremmo già messo in campo un grande programma per togliere il debito pubblico dal "mercato". Non possiamo e non dobbiamo più vendere all'asta tutto il nostro debito pubblico, semplicemente perché non possiamo più permetterci di pagare così tanti interessi. L'esperimento da apprendisti stregoni del "neoliberalismo all'italiana", iniziato nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, e dal governatore di Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, ha mostrato chiaramente i suoi limiti e occorre porvi fine al più presto, senza se e senza ma.

Ci vogliono strumenti di congelamento e di alleggerimento del debito pubblico italiano. Studiosi esperti (Francesco Gesualdi a Stefano Sylos Labini, per citarne solo due che conosciamo bene e che stimiamo) prospettano forme di "infruttini", "minibot", "certificati di credito fiscale" e varie forme di moneta fiscale, da emettere in stretta collaborazione con le autorità locali. Vanno studiate e vanno sperimentate. Potrebbero alleggerire, anche solo un po', il peso degli 80 miliardi l'anno di interessi sui debiti pubblici che ci dissanguano.

Oltre alla sperimentazione di questi strumenti para-monetari, dovrebbe anche continuare la revisione profonda della struttura della spesa centrale e centralista, a cominciare dagli oltre 15 miliardi di incentivi dannosi all'ambiente.

Insomma, un governo decentralista non spingerebbe affatto sulla leva del deficit, per aumentare gli investimenti a protezione dell'ambiente o per pagare pensioni più dignitose.

Ci fermeremmo sulla soglia di quel 2,1% lasciatoci in eredità dai precedenti governi e forse potremmo fare persino meglio.

Sia chiaro che non siamo fanatici dell'austerità, né del pareggio di bilancio a tutti i costi, ma quella per cambiare lo status quo nella Eurozona sarà una partita lunghissima e delicata e non crediamo sia saggio iniziarla sbattendo i pugni sul tavolo.

domenica 23 settembre 2018

Le catene del debito son sempre lì





Abbiamo elaborato alcuni dati sulla spesa pubblica italiana. La fonte principale di questi dati è uno scritto del noto Carlo Cottarelli (La lista della spesa, 2015).

Questi i dati in forma tabellare:


Spesa pubblica italiana (2013)
%
Pensioni e previdenza
39
Burocrazia statale
13
Sanità
13
Interessi debito
10
Istruzione statale
8
Comuni e province
9
Regioni
4
Altro
3
UE
2



Totale
100


Non pretendiamo di mostrarvi nulla di particolarmente originale, ma solo di segnalarvi alcuni dati strutturali della spesa pubblica italiana, che possano mettere l'occasionale lettore al riparo dalle favole e dalle bufale più grandi, in particolare quelle messe in giro dai media fedeli allo status quo centralista, reazionario, estrattivo e autoritario. Esempio: le regioni sono carrozzoni che spendono troppo e hanno rovinato la repubblica... Sì, sì, con il 4% della torta le regioni sono la causa di tutti i mali... Vabbe', gli asini volano.

Avvertenze: 1) la torta della spesa pubblica italiana è oltre 800 miliardi, poco più delle entrate; 2) il nostro deficit annuale è basso e se non fosse per gli interessi sul debito noi saremmo un paese anche troppo austero; 3) i governi negli anni possono aver spostato questi numeri di qualche decimale, ma nessuno ha modificato la struttura fondamentale di questa torta.

Attenzione: queste percentuali sono molto arrotondate e alcune di esse sono solo stime; non prendetele per oro colato; non sottovalutate mai che lo 0,1 di questa torta è praticamente un miliardo di Euro, non noccioline.

Attenzione ancora più grande: alcune di queste percentuali sono indicative, ma non pensate che, anche memorizzando questa torta, avete compreso la spesa pubblica italiana, tanto meno i rapporti di forza che ci sono fra le istituzioni in questa repubblica.

Un primo esempio: vedete che la sanità è al 13%, formalmente gestita dalle regioni, ma all'interno di un perimetro centralista sempre più stringente. Un secondo esempio: la Unione Europea ci consuma il 2%, cioè poco, ma ha un potere molto più grande di quello che questa cifra suggerisce. Un terzo e ultimo esempio: la quota che lo stato lascia a comuni e province è ridicola (9%), ma deve essere chiaro che il centralismo non lascia affatto comuni e province liberi di gestire questa piccola fetta come ritengano meglio. 

Altre tre cose importanti che questa torta ci dice, a nostro modesto parere, sono:

- la spesa centrale e centralista è preponderante rispetto a quella delle regioni e degli enti locali, quindi, se vogliamo cambiare qualcosa, dovremmo cominciare dal centro e smettere di massacrare le comunità locali;

- l'enorme capitolo della previdenza (39%) non è immodificabile, una redistribuzione dai più ricchi verso i più poveri è possibile, eccome;

- il 10% l'anno di spesa per gli interessi sul debito pubblico è un problema serio, che non potremo risolvere lasciando il debito sul mercato - in balìa dello "spread".

Siamo incatenati a uno stato centralista, tendenzialmente autoritario, fortemente condizionato dalla legislazione tecnocratica europea, prigioniero di un immenso debito pubblico gestito in modo "privatistico" sul mercato.

Per noi decentralisti è chiaro che non possiamo andare avanti così.

Noi vogliamo ribaltare questa torta, completamente.

Vogliamo che tre quarti delle risorse dei territori restino sui territori, come avviene diciamo grosso modo in Trentino.

Vogliamo spezzare l'immenso debito pubblico in fette pro-quota per ciascun territorio italiano, ciascuna gestita da istituzioni pubbliche locali, congelato attraverso strumenti come gli infruttini, o la moneta fiscale di Stefano Sylos Labini, o altri strumenti non convenzionali che, con gradualità e nel rispetto degli interessi dei piccoli e medi risparmiatori, ci consentano di uscire dallo status quo.

Vogliamo che si prenda atto che così non si può andare avanti, che la crescita è finita (il pianeta è sfinito, come hanno scritto i bravissimi Luca Pardi e Jacopo Simonetta), che il debito è irripagabile con strumenti di mercato, che il centralismo è totalmente senza futuro perché in un paese grande, complesso, lungo come l'Italia, non esiste praticamente alcun provvedimento legislativo che possa funzionare dalle Alpi a Pantelleria.

Non chiediamo troppo, vogliamo solo riprenderci il controllo di tutto.

sabato 22 settembre 2018

Una base di meno


Appoggiamo risolutamente e convintamente la chiusura di Camp Darby, la base militare americana in Toscana che è ormai priva di ogni significato geopolitico.

Per gli USA, che hanno un impero di migliaia di basi in tutto il mondo, sarà una piccola cosa e magari non trovano il tempo di occuparsene. Per noi toscani, invece, è importante.

La chiusura di Camp Darby, fra le altre conseguenze positive, avrà anche quella di sancire che è finito il tempo della insana "esportazione della democrazia" verso i paesi del Maghreb, il Levante, l'Oriente.

Forza allora, aiutateci. Seguite la presa di posizione di Comitato Libertà Toscana.

domenica 16 settembre 2018

Ripensamento fra Val di Pesa e Val d'Elsa



I pochi che seguono questo blog, sanno che qui si è creduto molto nella possibilità di autoriforma dal basso dei comuni toscani, anche attraverso le loro unificazioni in comuni più ampi, ma non secondo una logica centralista e verticale, bensì nell'ottica di rafforzare e valorizzare ogni singolo paesino della Toscana (e nelle zone più urbanizzate ogni singolo rione).

Negli anni ci siamo spesi perché, parallelamente con la lotta per l'abolizione delle province, delle prefetture e di tanti altri enti intermedi artificiali o espressione del centralismo, si formassero dal basso - anche a Costituzione e legislazione invariata - dei comuni-comunità, capaci di restituire autogoverno, servizi, qualità e bellezza a ciascuna delle loro frazioni. Lo abbiamo fatto, per esempio, in occasione delle ambiziose consultazioni che hanno riguardato la possibilità di fare un comune unico nel Casentino (2012) o all'Elba (2013).

Dobbiamo ammettere, a distanza di anni, che queste idee giuste sono state stravolte da politiche sbagliate e da politici ignoranti e prepotenti. L'ANCI Toscana ha cavalcato alcune unificazioni comunali di corto o cortissimo respiro, che si sono rivelate un fallimento in termini di difesa della vita dei paesi e delle frazioni. In alcuni casi si sono volute unire coppie di comuni, con la principale preoccupazione di garantire alle amministrazioni uscenti un terzo mandato. La Regione Toscana ha messo dei soldi a disposizione delle unificazioni. Si tratta di mancette rispetto alla quantità di fondi che lo stato centrale ha tolto ai comuni, ma di certo non aiutano una discussione libera e serena.

Infine - e questa è forse la cosa più grave di tutte - il Consiglio regionale della Toscana si è assunto la grave responsabilità di forzare la volontà delle popolazioni locali, violando l'art. 133 della Costituzione. E' successo quando è stata imposta dall'alto la fusione ai comuni di Abetone e Cutigliano, considerando che la volontà popolare espressa dal comune più grande potesse sovrastare la volontà popolare del comune più piccolo.

Una scelta grave, quella del Parlamento toscano presieduto da Eugenio Giani, a cui non è stata ancora data adeguata riparazione.

La prossima tornata di referendum per la fusione dei comuni è prevista per l'11 e il 12 novembre 2018. Fra le comunità chiamate a pronunciarsi ce ne sono due che conosciamo un po' meglio delle altre: Tavarnelle, in Val di Pesa, e Barberino, in Val d'Elsa. 

Siamo stati a Barberino Val d'Elsa a parlarne direttamente con gli esponenti dello storico movimento civico Obiettivo Comune, a cui siamo vicini e con cui, grazie a Michele Bazzani, Comitato Libertà Toscana sta facendo rete. Ne abbiamo riparlato con il segretario CLT, Marco Di Bari, e con l'attuale guida del movimento civico, Paolo Tacconi.

Dalla riflessione sin qui condotta, ci siamo fatti l'idea che su tutte queste unificazioni imposte dall'alto - preparate attraverso una serie di scelte che negli anni hanno reso i paesi toscani meno vivi (come la chiusura delle scuole nei centri storici), rese più accattivanti con una elargizione di fondi regionali che somigliano molto a un ricatto politico, imposte ai comuni piccoli in violazione dell'art. 133 della Costituzione - occorra un momento di ripensamento.
 
Queste unificazioni, in queste attuali condizioni, ci allontanano e non ci avvicinano alla nostra ideale rivoluzione paesana.

Per cui, nonostante le difficoltà di farsi sentire e di farsi ascoltare in Toscana, noi, al momento e salvo approfondimento,  aggiungiamo la nostra piccola voce a quella di coloro che dicono NO.


martedì 11 settembre 2018

Per la Catalogna



Un piccolo ma significativo gruppo di attivisti e intellettuali decentralisti d'Italia ha diffuso, in questa straordinaria giornata della #Diada2018, un appello per la libertà dei prigionieri politici catalani e per l'autodeterminazione della Catalogna.

Potete trovare l'appello integrale e la lista dei primi 33 firmatari, qui:

https://www.comitatolibertatoscana.eu/appello-per-la-catalogna/


sabato 8 settembre 2018

Gellner, il razzismo, la Svezia e noi




Dall'80° anniversario delle leggi razziali promulgate da San Rossore dall'infame Vittorio Emanuele III, alle elezioni svedesi che si celebreranno domani, domenica 9 settembre 2018, passando per le cronache di questi anni e per l'attualità politica, è tutto un proliferare di grandi discorsi anti-razzisti.
Non aggiungeremo la nostra piccola voce a questa babele di tante parole e di pochissimi fatti.
Ci limitiamo a commentare alcune intuizioni di uno scienziato sociale importante: Ernest Gellner (1925-2005).
Gellner fu uno studioso boemo-inglese (cosa che lo avvicina per più di un aspetto allo scienziato sudeto-boemo-americano che l'autore di questi post considera uno dei suoi principali punti di riferimento, Karl Deutsch).
Citeremo le pagine di un libro che meriterebbe di essere meglio conosciuto anche in Italia, Thought and Change, del 1964 (Pensiero e cambiamento, di cui purtroppo non sapremmo al momento segnalare traduzioni italiane).
Nella riflessione di Gellner i conflitti etnico-culturali-religiosi non sono una maledizione biblica, non vengono da un oscuro passato, non sono una ritornante superstizione, non sono un degrado della moralità pubblica, comunitaria o individuale.
Essi sono la conseguenza di disuguaglianze (e di ingiustizie) strutturali.
Se c'è chi è strutturalmente favorito e chi è strutturalmente sfavorito nella rigida crudeltà della società moderna, seguendo Gellner, si possono avere diversi esiti negativi che noi chiamiamo, forse troppo semplicisticamente, "razzismo".

Il potere può scatenare le masse contro minoranze che paiono "privilegiate", per esempio, come hanno fatto nazisti e fascisti contro gli Ebrei, i nazionalisti turchi contro gli Armeni, i franchisti contro i Catalani.
Oppure il potere può cavalcare cinicamente le disparità fra territori più ricchi e più arretrati (le stesse disparità che il centralismo militarista e colonialista ha magari creato o lasciato allargare).
Se fra le popolazioni, poi, ci sono anche differenze di aspetto o di tratti culturali rigidi, questo non può che inasprire il conflitto.
Alcuni esempi: protestanti contro cattolici, bianchi contro neri, musulmani contro indù, Hutu contro Tutsi e, più in generale, nativi contro immigrati.
Se le popolazioni sono mescolate, i potenti possono facilmente organizzare stragi e violenze, fino a far precipitare la situazione.
Ma se anche le popolazioni vivono in territori diversi, i centri dominanti possono comunque avere interesse a scatenare la violenza nelle periferie ribelli.
Questi razzismi sono una cosa molto moderna e contemporanea.
Non è una malattia. Non un accidente. Non la manifestazione di una qualche "cattiveria" individuale o comunitaria.
Sono invece una diretta conseguenza del centralismo, del militarismo, del colonialismo, delle ingiustizie strutturali, dell'ignoranza promossa dai media di regime, nel mondo globalizzato di oggi.

* * *

Come studiosi - non solo e non tanto come attivisti decentralisti - siamo certi, guardando ai numeri del mondo contemporaneo, che le comunità politiche più piccole soffrono meno il divampare del razzismo moderno.
Ciò è dovuto al fatto che esse hanno maggiori probabilità di essere rette da regimi più inclusivi e più equanimi, non fosse altro che per il più diretto rapporto fra governati e governanti.

Questa maggiore probabilità di essere società più umane, però, non mette al riparo da tutto.

* * *

In Svezia, per esempio, paese che pure è un esempio per tanti e in tanti campi, si sono lasciate crescere alcune strutturali ingiustizie, che per di più hanno riguardato gli immigrati (che sono ancora, in gran parte, riconoscibili come tali, per il loro aspetto o per la loro cultura), ma non solo.
Fra queste ingiustizie ne vogliamo ricordare alcune delle più evidenti:
- si sono abbandonate molte comunità periferiche, in cui vivono forse troppi immigrati, ma soprattutto svedesi più poveri, più anziani, più deboli;
- si sono lasciate crescere le seconde e le terze generazioni dei nuovi arrivati in veri e propri quartieri ghetto, dove giovani svedesi "diversi", in vario modo emarginati, hanno finito per formare addirittura delle bande "etniche" violente e criminali;
- si sono fatti male molti conti sulla quantità di posti di lavoro decenti e di buoni stipendi che la società svedese avrebbe potuto produrre, sia per i nuovi arrivati che per le persone native; per un immigrato che ce l'ha fatta, se ne sono lasciati indietro molti altri ai livelli di sussistenza (e prigionieri della trappola dell'assistenzialismo); senza contare che un immigrato di "successo" può anche attirare forme di invidia sociale dai suoi concittadini (magari svedesi di vecchia data) che hanno dovuto subire gli effetti del generale impoverimento delle classi medie;
- infine si sono abbandonate, nel nome del "politicamente corretto" e di una certa cultura dell'esonero dalle responsabilità e dei sacrifici, le necessarie, serie e severe politiche di istruzione pubblica, di trasmissione dei doveri civici minimi, di imposizione di regole severe contro le discriminazioni (a protezione delle donne e dei gay), lasciando che si formassero sacche di "separatismo" ghettizzante, deresponsabilizzante, in definitiva criminogeno.
Qui, per esempio, potete leggere un articolo sul tema delicatissimo dei matrimoni imposti ai minori immigrati. La situazione è davvero complessa e difficile.
Nei prossimi giorni saranno tutti esperti di Svezia e di razzismo, ma non so se si riuscirà a rompere il conformismo dei nostri media, che non vogliono mai discutere i problemi nella loro profondità.
E tanto meno accettano che si discutano i problemi che tutte le comunità locali hanno nei grandi processi di integrazione economica e sociale, a partire da quelli europei.

* * *

- fonte della foto: http://theduran.com/feminist-politician-barbro-sorman-says-swedish-men-rape-choice-migrants-rape-ignorance/

- una lettura per chi vuole approfondire: https://www.nytimes.com/reuters/2018/09/05/world/middleeast/05reuters-sweden-election-ljusnarsberg-insight.html

- chi ha tempo segua l'hashtag di Twitter: https://twitter.com/search?q=%23SwedenElection

 

venerdì 31 agosto 2018

Un palio anti-senese?


La giunta De Mossi è ancora a tempo a cambiare idea.
Le contrade sono ancora a tempo a dire no.
I Senesi sono ancora a tempo a ribellarsi contro questa cosa orribile, quella di celebrare un palio anti-senese, anti-toscano, offensivo dei morti e dei poveri di tutta Europa e di tutto il mondo.
E se non lo fate, vergognatevi.
In questo post su Facebook maggiori dettagli.



martedì 28 agosto 2018

Democrazia e dimensioni



Democrazia è una parola importante nel linguaggio pubblico globale contemporaneo. Vivere in democrazia non può essere considerato sufficiente, ovvio, posto che la democrazia può essere anche solo meramente elettorale e formale, ma è comunque considerato il minimo indispensabile per una esistenza umana dignitosa nel XXI secolo.

A questo proposito, una delle cose più importanti che chi scrive ha messo a fuoco nel dottorato, nella ricerca intitolata "Disintegration as Hope" (disintegrazione come speranza, discussa con successo nel 2013, si veda qui un estratto) entro pochi anni sarà considerata come la riscoperta dell'acqua calda: le dimensioni contano, anche in democrazia, ma nel senso opposto a ciò che si pensa per tutto il resto. E' drammaticamente meglio vivere in democrazie più piccole.

Il problema delle dimensioni ottimali di una comunità politica è noto sin dai tempi di Aristotele, ricordiamolo, ma in questi ultimi secoli, all'interno dei grandi stati coloniali europei e, più recentemente, per non mettere in discussione il feroce centralismo politico interno ad alcune grandi potenze, questo problema è stato violentemente tenuto nascosto - sarebbe meglio scrivere prigioniero - nelle cantine dei potenti.

Ovviamente, se si va a cercare, in ogni biblioteca pubblica si trovano studi antichi e moderni sul decentralismo, sul confederalismo dal basso, sulla disintegrazione politica dei grandi stati. Chi scrive si è in particolar modo dedicato agli studi di  Karl Deutsch e Tom Nairn, apportando anche il proprio piccolo contributo, ma ce ne sono molti altri, scritti da persone di diversa formazione e orientamento!

In realtà, almeno dagli anni sessanta, il rumore proveniente dal sottoscala ha continuato a crescere. Le elite che sono al comando della globalizzazione fanno ancora finta di non sentire, ma il loro tempo sta per scadere. La decolonizzazione iniziata dopo le guerre mondiali non si è certo fermata. Cinquant'anni dopo il 1968, hanno appena iniziato a dispiegarsi le conseguenze geopolitiche delle sue rivolte sociali e culturali. Quasi trent'anni dopo il 1989, il mondo è sempre più profondamente scosso da movimenti nonviolenti per l'instaurazione di nuove comunità politiche indipendenti.

Nessuna democrazia sarà più considerata come effettiva, in un futuro ormai imminente, se essa non sarà sufficientemente piccola da permettere a un considerevole numero dei suoi membri - potenzialmente tutti - di fare la differenza all'interno della comunità politica a cui appartengono. Nessun essere umano, nel terzo millennio, dopo esser stato sufficientemente nutrito, istruito, dotato di un minimo di accesso a internet, incluso anche solo sommariamente nella comprensione dei complessi problemi ambientali e sociali del nostro tempo, accetterà mai più di vivere in società così gigantesche da essere dominate da vertici alti e lontani, irrangiungibili e incontrollabili.

Siamo animali sociali, che possono certo accettare di far parte di una gerarchia politica, ma non accetteremo mai più - non più tanto facilmente - di essere insignificanti mattoncini di piramidi colossali.

La parte migliore di questa "acqua calda" è che questo decentralismo sarà prevalentemente nonviolento, ripristinerà buon vicinato fra comunità che oggi si odiano, rispetterà la necessaria interdipendenza fra nuovi paesi indipendenti e rafforzerà la pace mondiale. Le ragioni di questo ottimismo si trovano anch'esse negli studi appena citati, di cui speriamo si possano presto leggere parti più ampie, anche su questo blog e altrove.

Intanto si faccia un piccolo esercizio di confronto fra queste due tabelle che seguono; i dati sono prelevati da Wikipedia oggi (martedì 28 agosto 2018); la prima è l'elenco dei dieci paesi più popolosi del mondo; la seconda è l'elenco dei dieci paesi che sono considerati più stabili e più abitabili secondo l'Indice dello Sviluppo Umano.


N.ro Stati più popolosi del mondo Popolazione Divisioni amm.
1 Cina 1,393,750,000 33
2 India 1,336,220,000 36
3 USA 327,731,000 56
4 Indonesia 265,015,300 16
5 Brasile 209,507,000 27
6 Pakistan 201,806,000 7
7 Nigeria 197,319,117 37
8 Bangladesh 165,092,000 8
9 Federazione Russa 146,877,088 85
10 Giappone 126,490,000 47

Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_and_dependencies_by_population




N.ro Stati più stabili e abitabili Popolazione Autonomie HDI 2017
1 Norvegia 5,312,343 11 949
2 Australia 25,043,200 8 939
2 Svizzera 8,492,956 26 939
4 Germania 82,740,900 16 926
5 Danimarca 5,789,957 7 925
5 Singapore 5,612,253 1 925
7 Olanda 17,249,700 15 924
8 Irlanda 4,792,500 1 923
9 Islanda 353,070 1 921
10 Canada 37,207,700 13 920

Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_Human_Development_Index


Scorrendo queste righe alcuni dati risaltano all'occhio:

- nessuno dei dieci paesi più grandi e popolosi del mondo fa anche parte dei dieci paesi riconosciuti come più stabili e abitabili dall'indice dello sviluppo umano (HDI, Human Development Index); ciascuno si eserciti a domandarsi il perché; scorrendo la classifica di quelli che vengono immediatamente dopo, le cose non migliorano affatto (Messico, Etiopia, Filippine, Egitto, Vietnam, R.D. del Congo...);

- gli USA potrebbero rappresentare una singolare eccezione perché risultano aver riagganciato il Canada in una sorta di ex equo al 10° posto, ma sappiamo che negli USA le condizioni della democrazia politica e dell'inclusione sociale non sono certo buone, nonostante si stia parlando della potenza imperiale che ancora oggi domina culturalmente, finanziariamente e militarmente il mondo (si guardano sempre troppo poco le classifiche delle spese militari, le quali non scordiamocelo, avvengono ancora oggi quasi esclusivamente in dollari);

- i grandi, con l'eccezione della Cina (eccezione parziale, ma non posso spiegare qui perché), sono tutti - almeno formalmente - delle democrazie elettorali; non può tuttavia sfuggire a chi li conosce o li segue da vicino, che la condizione di quelle democrazie è fortemente critica; i cittadini, per dirla con una espressione diciamo neutra, contano ancora troppo poco e le amministrazioni locali sono ancora troppo dipendenti da alti e lontani poteri centrali;

- i grandi, ancora, con l'esclusione del Bangladesh, sarebbero formalmente dei regimi federali o comunque fondati sul decentramento, ma la pratica lascia molto a desiderare (salvo forse in Giappone, stato unitario, ma in cui le autorità periferiche sono molto responsabilizzate);

- i dieci in testa alla classifica HDI sono quasi tutti molto più piccoli; i tre più grandi (Germania, Canada e Australia) sono a loro volta divisi in entità che godono di un autogoverno funzionante.

Speriamo di aver incuriosito qualcuno!

Se qualcuno intanto si chiedesse a che punto è l'Italia, eccovela:

- 23ma nel mondo per popolazione (60,436,469)
- divisa al suo interno in 19 regioni e 2 province autonome, più lo status speciale di Roma Capitale (22 unità dotate di forme di autogoverno più o meno spinte)
- indice di sviluppo umano 2017 a 887 (26ma posizione nel mondo)


Potremmo dire che l'Italia è in bilico (come altri paesi di media dimensione), fra i guasti del centralismo - che inevitabilmente significa militarismo all'estero e autoritarismo, esclusione sociale e distruzione ambientale sociale all'interno - e le speranze di andare avanti verso il decentralismo, per diventare, con tutti i suoi territori, come i cantoni della Svizzera o gli stati federati della Germania.

Chi scrive su questo blog è un attivista del decentralismo nel mondo e quindi esprime una chiara visione del mondo, ma ha un messaggio semplice e chiaro da dare anche come studioso di fatti politici e geopolitici: il decentralismo non lo potrà fermare nessuno.

E questa è veramente una delle rare notizie che da' un po' di speranza a tutti coloro che sono rimasti indietro. Siamo ancora in tempo a fermare la desertificazione culturale e ambientale del mondo.

* * *

(nell'immagine la proiezione di Gall-Peters, nota per restituire più realisticamente le dimensioni dei continenti del mondo - fonte wikipedia)

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