Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

venerdì 13 dicembre 2019

Siamo #MES di nulla...



In Toscana si direbbe: siamo #MES di nulla...
Riordino qui alcune cose essenziali sul #MES, raccolte non tra gli euroscettici (troppo facile!) ma tra gli eurocritici e anche tra molti che continuano a dirsi a favore di questa #Unione.

Per esempio, ma davvero è solo un esempio, uno degli interventi più appassionati, di critica sincera allo stato attuale del governo della Eurozona, l'ho sentito da un sincero europeista liberale, Roberto Sommella, in uno dei suoi interventi su Radio Radicale (https://www.radioradicale.it/scheda/592468/a-che-punto-e-la-notte - 6 dicembre 2019). Non condivido, sia chiaro, la volontà di Sommella di dar vita a un superstato europeo, che finirebbe per somigliare più agli Stati Uniti che alla Svizzera, ma gli devo riconoscere la grande capacità di sintetizzare criticamente cosa non va in Europa oggi.

AGGIORNAMENTO: un altro esempio importante e direi anche imponente di critica al MES è questa ormai famosa lettera di 32 economisti (diciamolo, quasi tutti europeisti e di centrosinistra), pubblicata da MicroMega, che sono diventati famosi perché li hanno citati #Salvini e #Meloni.

1) Il #MES è in vigore dal 2011. Pubblico in cima a questo scritto una foto con un forte contenuto polemico ma anche storico. Non si può far finta di nulla. Per anni il #MES è stato in vigore e nessuna delle grandi forze politiche dominanti di questo paese si è mai sognata non dico di metterlo in discussione, ma nemmeno di cominciare una riflessione, seria e pacata, sulla sua effettiva utilità.

2) Il #MES è una banca internazionale, come tante altre. Il suo unico scopo è TENERE IN VITA I SUOI CREDITORI, perché continuino a pagare non i loro debiti, ma gli interessi. Perché le elite dominanti dei paesi della Eurozona abbiano accettato, nel 2011, di creare questa sorta di mini-FMI, non è un mistero: siamo dominati da elite finanziarie che difendono un rigido status quo, che essi ritengono non solo l'unico possibile, ma l'unico "naturale". Per essi la realtà è questa, l'unica possibile. Di fronte alla crisi essi reagirono in modo conforme alla loro ideologia neoliberista e ai loro interessi di casta. Tutto ciò che non funziona come credono loro, per esempio le periferie della Eurozona oggi, come la Grecia (ma era lo stesso anche per le periferie della Zona Lira poco più di vent'anni fa), deve essere ridotto al silenzio e declinare in pace. Assistito magari, ma senza che si creino disturbi.

3) Il #MES, per essere una banca internazionale, è piuttosto piccolo, con una capacità di raccolta di soli 700 miliardi di Euro. Meno di quanto dispone in un anno il bilancio della Repubblica Italiana. Le sue capacità di aiuto agli stati in difficoltà delle periferie della Eurozona, insomma, sono minime. E' quindi una copertina parecchio corta, che però serve a coprire altre cose che poi si fanno e si faranno, ma di cui un poco ci si vergogna: creazione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea per comprare "titoli" a istituzioni finanziarie private (in difficoltà?), salvataggi di banche private con soldi pubblici, imposizione alle comunità locali di tagli alla spesa sociale e privatizzazioni selvagge. Se non credete a me, che sono un modesto attivista politico, leggete qualcosa di più ampio e documentato come questo articolo - non certo eurocritico - del Post.

4) Il trattato di riforma del #MES, rischia di essere, per quanto possibile, non troppo peggiore di quello in vigore, perché a questa concentrazione di potere e di ricchezze, alla fine, sarà consentito di fare ben poco, quando gli stati saranno davvero nei guai. E' come se i suoi creatori avessero condiviso questo retropensiero: abbiamo creato una bestia, ora mettiamola sotto tranquillanti, perché se e quando si muoverà, farà danni come li farebbe ogni elefante in una cristalleria. Un esempio di questo atteggiamento ce lo da', per esempio, il neoministro delle finanze italiano, Roberto Gualtieri. Seguite i suoi cinguettii e capirete da soli.



5) La Banca Centrale Europea ha creato in pochi anni, dal nulla, quasi 3.400 miliardi di Euro (sì, avete letto bene, praticamente 100.000 Euro per ogni cittadino della Eurozona). E sta continuando. Bisogna essere "bischeri", come diremmo in Toscana, per non capire che non avevamo bisogno di dar vita ad altre concentrazioni di potere e di ricchezze, per risolvere i nostri problemi di liquidità denominata in Euro. Dovremmo essere, già da anni, seduti a discutere su come aggiornare i trattati, altro che #MES. Peccato che sia il centrodestra, che il centrosinistra, che i pentastellati, nel frattempo, avessero altro a cui pensare, inseguendo i loro sogni centralisti, autoritari, populisti e reazionari.


Di fronte a questi fatti, propongo alcune mie provvisorie conclusioni.
Per opportunismo, o magari anche per semplice ignoranza, #Giorgetti, #Salvini, #Meloni, #DiMaio, #Renzi, #Speranza, #Zingaretti e parecchi altri non si sono mai occupati del #MES, quando è stato il loro turno di avere il tempo e il potere di farlo. Possono rinfacciarselo quanto vogliono, ora che la frittata è fatta, ma non si salva nessuno.




Di fronte al #MES, gli stati membri della Eurozona sono in una trappola "reputazionale". Non possono ammettere di essersi sbagliati per anni. Non possono rinnegare ciò che i loro funzionari hanno elaborato in mesi e mesi di trattative. Non possono denunciare il trattato (tutt'al più rinviarlo di qualche mese, come sta chiedendo, dimostrando in questo un certo buon senso, il presidente Conte).

Perché? Semplicemente perché oggi chi si mettesse di traverso, verrebbe colpito dallo spread. Solo la Germania potrebbe forse sbattere un pugno sul tavolo così forte da far saltare il #MES, ma anche per i potenti capi del paese centrale dell'Eurozona, ammettere di aver sbagliato così tanto e per così tanto tempo, temo non sia facile.

Il #MES, insomma, non è un pericolo per l'Italia, ma una rovina per l'intera casa comune degli Europei che usano l'Euro. Intere classi dirigenti, ancora una volta, si sono compromesse in un progetto di concentrazione inopportuna di potere e di ricchezze. Un autentico disastro politico. Ripeto: non per l'Italia, ma per l'intera Europa.

Che fare, allora?

Se vi bastano la ristrettezza di vedute del PD, l'incompetenza di Di Maio, il cinismo di Salvini, l'avventatezza della Meloni, potete anche non fare nulla. AUGURI! Interi territori europei, compresa tutta la nostra penisola, diventeranno una sorta di #Calabria d'Europa (un territorio spopolato ed emarginato, non ce ne vogliano i Calabresi), con la sinistra.
Oppure, con la destra, una sorta di nuova #Turchia

Oppure, con ciò che resta degli eletti a Cinque Stelle, qualcosa che potrebbe unire il peggio di tutte e due.

Ci si potrebbe rodere il fegato ripensando a quanta protesta, ma anche quanta speranza, sono state raccolte, in rapida successione, prima da #Renzi, poi da #Grillo, poi da #Salvini e presto magari dalla #Meloni, ma essi, almeno di fronte al #MES, sono già stati provati e si sono rivelati essere parte del problema, non certo della soluzione.

Se volete una moratoria su qualsiasi nuovo trattato economico-finanziario, un cambiamento più profondo, una discussione seria sullo stato dell'Euro, un rimedio alle catene del debito, il superamento del concetto stesso di "banca internazionale", vi restiamo noi, AUTONOMISTI E DECENTRALISTI. 

Occorrerà una generazione per rimediare agli errori iniziati nel 1981 con la "privatizzazione" del debito pubblico, poi proseguiti con Maastricht nel 1992 e con i trattati successivi, come ricordiamo sempre con gli amici di Libera Firenze e di Comitato Libertà Toscana, in particolare con Fabrizio Valleri, che su queste cose, da buon padre di famiglia e piccolo imprenditore, ha sviluppato una sensibilità accesa e, purtroppo, ancora non comune.

Cominciare, però, si deve, perché gli stati che hanno debiti pubblici storici sono sotto ricatto e con essi tutti i nostri territori. 

Siamo stati costretti a cominciare ad occuparci delle catene del debito, che ci imprigionano, ma qualcosa abbiamo imparato, dalle campagne di Francesco Gesualdi, dagli studi di Stefano Sylos Labini, dagli scritti di Alberto Micalizzi. Non molleremo, perché è una questione di vita o di morte.

Non dimentichiamoci che anche le elite al potere stanno riflettendo sugli errori e sulle storture della Eurozona. Non stanno ferme. Anche loro stanno elaborando strategie per introdurre delle correzioni. Si può tentare di riformare l'Euro in tanti modi, anche centralisti, anche autoritari, anche reazionari, immaginando, per esempio, come criticavamo poco sopra ricordando la posizione di Sommella, di dare all'Euro uno "stato", invece di occuparci dello stato miserando in cui si trovano i cittadini impoveriti dall'Euro. Uno "stato", magari simile agli Stati Uniti d'America - il cielo ce ne guardi - invece che, come vorremmo noi, alla Confederazione Elvetica. 

Leggete qualcosa di quello che scrivono persone come il professore Massimo Costa. Le svolte autoritarie, quando i popoli e i territori sono sotto ricatto, sono sempre dietro l'angolo.
 

Cerchiamo di essere un po' meno cinici, un po' meno incompetenti, un po' meno avventati.
 

Miracoli non ne promettiamo, ma cambiamenti a lungo termine per consentire a ogni territorio di vivere più serenamente, sì.

sabato 30 novembre 2019

Intervento di Mauro Vaiani ad Aosta



Riportiamo qui la sintesi dell'intervento di Mauro Vaiani, presidente di Comitato Libertà Toscana, al congresso della Union Valdôtaine del 30 novembre 2019 (http://www.unionvaldotaine.org/datapage.asp?id=1566&l=1)


Gressan (Aosta), sabato 30 novembre 2019

Sintesi dell’intervento di Mauro Vaiani Ph.D.,
presidente del consiglio federale di Comitato Libertà Toscana,
al congresso della l’Union Valdôtaine

Ringrazio di cuore dell’invito e dell’accoglienza. Vi porto il saluto di un ampio schieramento di forze civiche, ambientaliste e autonomiste con le quali il nostro Comitato Libertà Toscana è collegato. 


Sono anche emozionato, considerato che parlo davanti a una platea storicamente fedele ai valori della Carta di Chivasso, che sono ancora oggi di ispirazione per tutti noi, oltre che consonanti con I valori del nostro antico CTLN (Comitato Toscano di Liberazione Nazionale), l’organismo che mobilitò I toscani durante la Resistenza e che ospitò al proprio interno intuizioni autonomiste sorte in antitesi al deteriore e infine scellerato centralismo dello stato italiano (prima “liberale”, poi nazionalista e colonialista, e infine fascista).

Sono cittadino di Firenze, ma sono anch’io un po’ montanaro, per le mie origini mugellane. Come voi sapete bene, nella durezza e nella povertà della vita di montagna, non importa quante volte si cada, si venga umiliati, si subiscano privazioni. La gente di montagna si rialza sempre. E così faremo noi, con i nostri antichi valori decentralisti.

Il nostro umanesimo autonomista, aggiornato in un moderno decentralismo, è e resterà la tendenza politica più importante del nostro tempo, l’unico futuro possibile a misura d’uomo, l’unica speranza per il bene delle generazioni future.

Certo dobbiamo farlo insieme, costruendo una rete la più inclusiva possibile, per resistere insieme alle minacce che incombono sulla nostra Repubblica delle Autonomie e sulla nostra Europa delle regioni e dei popoli.

Lo facciamo per difendere le nostre identità e diversità locali. Lo facciamo per essere interpreti dei nostri legittimi interessi territoriali. Non solo per identità e interessi, però. Lo facciamo perché vogliamo che le persone abbiano la dignità di decidere del futuro della propria comunità, di autogovernarsi nel proprio territorio, di eleggere I propri leader locali, che siano davvero vicini a loro, tanto che ognuno possa tirarli per la giacca, invece che subire la dominazione di chi è in alto, altrove, sempre troppo lontano e disattento.

Un tempo avevamo problemi anche fra di noi, per esempio fra indipendentisti e autonomisti, ma noi oggi, riflettendo sulla necessità dell’autogoverno per tutti, dappertutto, stiamo diventando più capaci di cooperare. Del resto, cosa vuol dire nel mondo di oggi essere “indipendenti”? Una regione autonoma come la Valle d’Aosta si autogoverna molto più di quanto sia possibile per un paese dell’Africa rimasto sotto il tallone del neocolonialismo...

Noi dobbiamo essere uniti perché I nostri territori siano, prima di tutto, “meno in dipendenza”. I valori dell’autogoverno, poi, con il tempo, si affermeranno per tutti, dappertutto.

Ci stiamo accorgendo che ovunque incontriamo persone e gruppi civici, ambientalisti, localisti, che non si sono mai occupati di federalismo e non hanno mai studiato nulla del nostro autonomismo, con cui però, appena parliamo di autogoverno, riusciamo a sintonizzarci e a costruire percorsi comuni (questo ci è successo, per esempio, in Romagna, in Umbria, a Napoli e persino nella città di Roma).

Le esperienze più diverse riescono ad allearsi e ad avere un percorso comune, quando si condivide una visione orizzontale della vita. Tutti coloro che vedono con diffidenza la concentrazione di potere e di ricchezze, sono potenzialmente con noi in un moderno decentralismo.

Venendo alla necessità di lavorare insieme, dalla Toscana, ma anche dal Friuli e dalla Sicilia, dove ci sono le forze sorelle con cui collaboriamo sempre più strettamente (Patto per l’Autonomia FVG e Siciliani Liberi), vi porto alcune istanze, che ovviamente mi limito a elencare per punti:

- AMBIENTE - Noi dobbiamo essere gli interpreti della svolta ecologista dei nostri territori; nessuno, se non governi locali molto forti, può attuare le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, paesino per paesino, valle per valle, territorio per territorio, nel rispetto di tutte le nostre tradizioni, piante, animali; siamo noi il principale motore di cambiamento ambientalista.

- EUROZONA – Sappiamo che tante cose non funzionano, ma non lasceremo certo che se ne occupino forze che da vent’anni fanno parte dello status quo. Se persone come Meloni o Salvini avessero avuto buone idee per un diverso sistema monetario, le avrebbero espresse, magari quando erano al potere. L’Euro è un bene comune e su una politica monetaria europea diversa, diremo la nostra. Presto vi inviteremo a un momento di studio, su questo, insieme al professore Massimo Costa, promotore e punto di riferimento dei Siciliani Liberi.

- STATO DELLE AUTONOMIE – Voi sapete benissimo quanto sia grave il processo di soffocamento delle autonomie esistenti, da parte delle tendenze centraliste. Le autonomie speciali di Sicilia e Sardegna, per esempio, sono schiacciate da decenni da processi che non esito a chiamare di vero e proprio neocolonialismo interno. La promessa delle autonomie differenziate per Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, sta venendo tradita, attraverso la proposta di testi che sono o inattuabili, oppure pericolosi.

- FORMA DI GOVERNO – Mi spiace che sembri che un esterno voglia entrare in un vostro dibattito interno sul presidenzialismo come forma di governo per la vostra regione, ma noi, su queste figure che inevitabilmente accentrano un grande potere, abbiamo sempre più dubbi. Di certo non vogliamo alcuna forma di presidenzialismo per un territorio vasto come l’Italia. Sarebbe la morte della nostra Repubblica delle Autonomie. Diventeremmo come la Turchia.

- RAPPRESENTANZA – Dobbiamo lottare, insieme, per leggi elettorali più giuste, che consentano a tutti I territori della Repubblica di avere I propri rappresentanti alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo.

Chiudo dicendovi, con rispetto ma anche con urgenza: ATTREZZIAMOCI INSIEME, aggiornando I rapporti tra di noi e quelli con i decentralisti di tutta Italia e d’Europa (a cominciare da tutte le forze sorelle dell’Alleanza Libera Europea).

Vediamoci regolarmente per produrre politiche comuni, per renderci sempre più visibili e più incisivi (anche sui media nazionali, dove purtroppo impazzano le follie e gli slogan del centralismo più prepotente, del populismo più impreparato, di un sinistro neonazionalismo “italiano”).

Grazie ancora, in particolare al presidente Erik Lavevaz.

Grazie, in modo del tutto particolare, al senatore Albert Lanièce, che conduce un lavoro esemplare nel gruppo delle Autonomie al Senato.

Avanti insieme, animo!

lunedì 25 novembre 2019

Decentralismo in Italia, che fare?



In queste ultime settimane si sta accelerando un "dialogo di autogoverno" tra alcuni movimenti politici territoriali, attivi nella Repubblica Italiana, che è andato avanti per oltre un anno. Si sta avvicinando il momento di decidere sul "che fare".
Come presidente del consiglio federale di Comitato Libertà Toscana ho condiviso con Francesco Marsala (il responsabile relazioni esterne dei Siciliani Liberi, che ha, tra le altre, forti relazioni con attivisti per l'autogoverno della Sardegna) e con Roberto Visentin (un autonomista friulano impegnato nel Patto per l'Autonomia Friuli-Venezia Giulia), alcuni pensieri che spero incontrino consenso e che possano al più trasformarsi in azione.
Dobbiamo fare rete tra di noi, oltre che con il civismo, le lotte ambientaliste dei territori, il localismo che fiorisce in ogni angolo della Repubblica, mantenendo fermi due punti di riferimento. Il primo è il nostro rapporto con la Union Valdotaine, che è, al momento, il più importante movimento autonomista popolare e di governo, oltre che, attraverso il senatore Albert Lanièce, una componente fondamentale del gruppo parlamentare delle Autonomie. Il secondo è l'appoggio allo sforzo di riorganizzazione in Italia dell'Alleanza Libera Europea - ALE (European Free Alliance - EFA), portato avanti, sotto l'impulso della presidente europea Lorena Lopez de Lacalle (Eusko Alkartasuna), da quattro forze territoriali storiche che da anni sono parte di ALE-EFA: Slovenska Skupnost; Patrie Furlane; Pro Lombardia Indipendenza; ALPE - Autonomie - Liberté - Participation - Écologie (della Valle d'Aosta).
Dobbiamo dimostrare resilienza, insieme, perché la Repubblica è percorsa da tensioni centraliste drammaticamente pericolose, che si manifestano nella produzione legislativa italiana e nella pratica quotidiana dei governi centrali. Uno dei punti più drammatici è quello delle leggi elettorali vigenti, che attentano direttamente alla rappresentanza dei territori (mentre sono state rese note persino proposte di modifica della Costituzione che porrebbero fine all'elezione su base regionale del Senato). La Repubblica delle Autonomie è in pericolo. Si lasciano inattuate e anzi si minano le autonomie esistenti, altro che "concedere" autonomie ulteriori! Quella delle tre bozze di attuazione della cosiddetta "autonomia differenziata" per Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che dovrebbe aprire la strada anche ad analoghe richieste da parte di altre regioni, è, a questo proposito, una vicenda tristemente emblematica di come si possano portare avanti per anni discussioni mediatiche strumentali, su presupposti sbagliati, con proposte normative che sarebbero o inattuabili, oppure, se attuate, peggiorative delle possibilità di autogoverno responsabile dei territori interessati. Siamo arrivati a questo punto, così tragicamente basso, attraverso un lungo processo di avvelenamento del dibattito pubblico italiano, iniziato quando il panorama politico italiano ha cominciato a essere popolato da "uomini soli al comando", padroni del loro partito, dei loro gruppi parlamentari, dei governi di cui si sono trovati responsabili. E' una sirena sempre accesa, quella che promette ai popoli italiani, di volta in volta, un nuovo "capo", magari eletto direttamente, scelto attraverso l'illusione mediatica, tra chi si presenta meglio o urla più forte in tivù. E' una deriva, che tocca anche a noi fermare (forse soprattutto a noi, come già abbiamo fatto nel 2016, quando abbiamo contribuito a sconfiggere il progetto di una repubblica in stile "Turchia" promosso da Renzi, Boschi e Verdini). 
Dobbiamo avere coraggio, riunendoci al più presto in momenti di studio e di approfondimento, perché la situazione ambientale, economica e sociale, ci chiama a scelte radicali. Come abbiamo scritto nel documento del II congresso CLT, la sfida globale per salvare il pianeta e la stessa vita umana sulla Terra, richiede "azione locale". Ambiente e autogoverno sono due facce della stessa medaglia. Non può esserci tutela dell’ambiente senza autogoverno locale, perché tutto ciò che ci è raccomandato dalla comunità scientifica internazionale ha bisogno di attuazione territorio per territorio, valle per valle, fiume per fiume, strada per strada, campo per campo, fosso per fosso, da parte di istituzioni locali più forti e più responsabili di quelle che abbiamo oggi. Stiamo parlando di una svolta necessaria e urgente, che richiede di mettere fortemente in discussione il modo in cui nella Eurozona e nella Repubblica si amministrano le risorse. Se vogliamo salvare l'ambiente e la vita umana nella nostra Europa delle regioni, dei territori, dei popoli, dobbiamo sederci e parlare, tra di noi e con tutta la politica europea, di come correggere gli errori dell'eterna austerità, delle catene del debito, degli eccessi del neoliberismo, del commercio internazionale iniquo. Contiamo, per questo, fra gli altri possibili contributi, sulla guida scientifica dell'economista professore Massimo Costa, punto di riferimento dei Siciliani Liberi e non solo.
Il decentralismo italiano, che è parte integrante del movimento europeo e globale per l'autogoverno responsabile di tutti e dappertutto, deve farsi un regalo, al più presto, magari entro Santa Lucia, prima delle feste del cuore d'inverno: stringiamo la nostra nuova allenza attorno alle nostre parole più importanti, autonomia e ambiente, e facciamo vedere all'opinione pubblica italiana ed europea che la nostra forza tranquilla, radicata da sempre nella storia della penisola da sempre, c'è e si farà sentire.

Mauro Vaiani Ph.D.
presidente del consiglio federale
Comitato Libertà Toscana

sabato 26 ottobre 2019

Il fattore A nel lungo '89



Ci avviciniamo a una data importante, il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989.
Mi pare importante ricordare, seguendo in questo un insegnamento ricevuto dal prof. Luciano Bozzo, che non stiamo celebrando qualcosa di lontano e in qualche modo compiuto.
Al contrario, stiamo ancora vivendo in un "lungo '89".
Ciò che si è pienamente manifestato in quell'anno eccezionale non ha ancora finito di dispiegare i propri effetti, anzi, forse, non siamo nemmeno all'inizio - grazie al cielo, lasciatemi aggiungere.
Finirono dei regimi, si sciolsero delle alleanze militari e persino degli stati.
Il 1989 non fu solo la fine di una certa famiglia di partiti unici d'ispirazione marxista-leninista, ma anche il rilancio di altre ondate di cambiamento in tutto il mondo, contro autoritarismi, militarismi, partitocrazie, statalismi, centralismi.
La persona umana del XXI secolo, grazie anche a questo lungo 1989, sta scoprendo, fra tante altre cose importanti, il fattore "A", dove "a" sta per autogoverno, autodeterminazione, autonomia (e forse anche un po' anarchia).
Chiunque abbia una coscienza politica, sta comprendendo che c'è bisogno anche di una visione geopolitica chiara sul proprio territorio: estensione orizzontale, altezza delle gerarchie, numeri demografici e distanze geografiche, disuguaglianze economiche e sociali non solo tra cittadini singoli, ma anche tra comunità, centri e periferie.
Non ci si domanda più solamente "chi e come governa", ma anche "da quanto in alto e da quanto lontano si è governati".
Ho dedicato lunghi anni della mia vita (e l'intero mio studio di dottorato: "Disintegration as Hope") a studiare questa presa di coscienza, che fu intuita, prima e più chiaramente di altri, dal grande Karl Deutsch, a partire dal suo articolo "Social Mobilization and Political Development" del 1961, dedicato alla "mobilitazione sociale" e alle sue conseguenze politiche.
Karl Deutsch, ricordiamolo, era uno scienziato politico boemo-tedesco. Sradicato dalla sua Mitteleuropa a causa della persecuzione nazista, trovò rifugio nell'America di Franklin. D. e di Eleanor Roosevelt.
Tra le altre cose notevoli della sua formazione cosmopolita, va ricordata la sua partecipazione, come giovane consulente, alla Conferenza di San Francisco del 1945, quella in cui fu fondata l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Grazie alla sua solida formazione socialista, non si lasciò mai ingannare dalle apparenze sovrastrutturali.
Fu sempre lucido nel guardare a ciò che accadeva nella vita materiale e concreta delle persone, in tutti gli stati, indipendentemente dal fatto che essi appartenessero al blocco capitalista, o che fossero repubbliche socialiste, o che fossero nuovi stati sorti dal processo di decolonizzazione.
Deutsch comprese che ovunque nel mondo un crescente numero di persone non avrebbero più obbedito ciecamente ai propri stati (come putroppo era invece accaduto durante le due guerre mondiali).
Ogni governo, in una misura difficilmente comparabile con quanto mai accaduto in passato, sarebbe dipeso sempre di più dal consenso dei governati, e questi ultimi avrebbero voluto, in modo crescente, partecipare attivamente al controllo politico del proprio territorio.
Oggi sembra una ovvietà, ma maturare queste considerazioni nell'atmosfera cupa e depressiva della Guerra Fredda, in un mondo diviso e in larga parte dominato da mentalità autoritarie e reazionarie, rende l'idea della grandezza intellettuale di Karl Deutsch.
Nel mondo postbellico, la ricostruzione industriale, l'urbanesimo, la diffusione dei servizi pubblici, l'aumento delle disponibilità alimentari e di altri beni di consumo, la crescita degli indici di alfabetizzazione, la diffusione delle lingue medie globali, le crescenti possibilità di accesso alle comunicazioni di massa, lo sviluppo dei sistemi di assistenza sanitaria e sociale, hanno consentito la crescita della partecipazione potenziale delle persone alla vita politica.
Chiaramente, "potenziale" non significa reale, così come "partecipazione" non significa da subito capacità "liberale" di "conoscere per deliberare", o coscienza "socialista" di comprendere e voler redimere le ingiustizie strutturali.
Tuttavia questa "mobilitazione sociale" era avviata e Deutsch la vedeva accadere chiaramente e potentemente, sia nelle società dell'Ovest, che dell'Est, che dell'immenso Sud del mondo.
Nei decenni, molti altri studiosi hanno visto la connessione tra inclusione delle masse nella modernità e processi di democratizzazione, ma Deutsch fu ed è rimasto a lungo uno dei pochi che vedeva arrivare qualcosa in più: la mobilitazione sociale, comprese Deutsch, avrebbe avuto un potenziale geopolitico, non solo politico.
In un suo importante libro del 1970, "Politics and Government : How People Decide Their Fate" (Politica e governo, Come il popolo sceglie il suo destino), Karl Deutsch spiegò che, pur vivendo ancora in un mondo in cui le due superpotenze nucleari competevano "nell'esportazione di ignoranza", l'umanità avrebbe visto un numero crescente dei suoi membri disposti a impegnarsi per fermare l'apocalisse nucleare, l'autodistruzione ecologica, gli eccessi di urbanizzazione e industrializzazione, oltre che per porre fine a inaccettabili ingiustizie sociali.
Milioni di persone, scrisse Deutsch, anche nelle nazioni più povere, stavano ottenendo accesso ad abbastanza informazione e tecnologia, oltre che al potere di farci qualcosa.
Oggi noi scriveremmo miliardi, considerando la diffusione dell'accesso alle reti.
Entro la fine del XX secolo, aggiungeva Deutsch, avremo la maggioranza delle persone occupate nella manipolazione di simboli, conoscenze, documenti.
Così è andata infatti, solo che lo stesso Deutsch forse non immaginava quanto questo cambiamento avrebbe investito non solo i giovani, non solo il mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati. Persino le persone più emarginate e più sfruttate, più periferiche e marginali, sono costrette a essere connesse. Persino dove non è arrivata l'acqua, è arrivato lo smart.
Oggi a tutti, in tutto il mondo, è richiesto di essere sempre più coinvolti, non di rado sconvolti, dall'incredibile sviluppo della globalizzazione, in continue innovazioni di stili e tempi di vita, processi e ritmi di lavoro, informazione e comunicazione.Una piccola controprova può fornirla la fonte https://data.worldbank.org/, secondo la quale nel 2018 eravamo già molto vicini ad avere la maggioranza assoluta di tutti i lavoratori del pianeta impiegati nei servizi, più che nella produzione agricola o industriale.
Come ho avuto modo di ricordare in un mio piccolo contributo a Ethnos & Demos, la persona umana del XXI secolo può sempre più scegliere cosa mangiare, dove e con chi vivere, quale vita sessuale e sentimentale condurre, se e quanti figli avere, quali convinzioni coltivare, su cosa e quanto formarsi e informarsi, come curarsi, e persino, al limite, quando morire.
E' probabile, come aveva previsto Deutsch, che questa persona umana, in aggiunta a tutto questo, pretenda anche la facoltà di scegliere in che modo e in che stato autogovernarsi.
Karl Deutsch, insieme a pochi altri, comprese che chi è socialmente mobilitato, avrebbe preteso di vivere in una comunità politica in cui percepisse chiaramente di poter fare la differenza.
Non ci si sarebbe più accontentati di votare ogni quattro o cinque anni, di guardare le cose accadere attraverso i media, di vivere in sistemi politici troppo verticali, di essere pedine in un gioco troppo grande, governato troppo dall'alto, da altri, da altrove.
I limiti fisici, spaziali e temporali, della vita e della forza di ogni singolo individuo, ma anche di ogni singola comunità locale, intuì Deutsch, sono troppo stretti perché ci si possa accontentare di aspettare risposte da autorità troppo lontane, da sistemi politici troppo complessi, da stati troppo grandi.
La persona socialmente mobilitata pretende di essere lei stessa al "potere", almeno nella sua comunità locale, sul proprio territorio, fra la sua gente.
Cosa possibile solo in società progressivamente sempre più decentralizzate e, al limite, quando necessario, in stati molto più piccoli.
Questa intuizione politica e geopolitica di Deutsch aiuta - e non poco, a mio parere - a comprendere come mai, nonostante l'avanzare di una globalizzazione che è oggettivamente una potente forza livellatrice e omologatrice, in tutto il mondo continuino a formarsi movimenti che non sono "solo" sociali e ambientali, ma che esigono una effettiva redistribuzione di potere geopolitico.
Attraverso gli studi anti-centralisti di Deutsch, si comprende meglio perché alle reti di cittadinanza più attive, in cerca di diritti civili, svolte ambientali, giustizia sociale, non basti affatto cambiare ogni tanto - con il voto o anche con la rivolta - il vertice della piramide.
La piramide, piuttosto, deve essere smontata, perché al suo posto possano nascere forme di autogoverno locale più vicine, più capaci di ascolto, più rapide nell'immaginare e introdurre innovazioni, più attente ai dettagli e alle necessarie correzioni dei cambiamenti intrapresi, nonché, cosa nient'affatto secondaria, più facili da contrastare e ribaltare quando esse non siano più rispondenti alle attese della gente.
Dal 1989 a oggi sono caduti e continuano a cambiare molti regimi, ma una analisi spassionata dovrebbe riconoscere che fra i territori dove si registrano maggior successo sociale e minore violenza, sono proprio quelli in cui, oltre a quello politico, c'è stato anche cambiamento geopolitico, restituendo autogoverno a comunità locali e a bioregioni di scala più ridotta.
Gli stati più piccoli, o quelli dove c'è un effettivo decentramento di ricchezze e di potere, rispondono meglio alle esigenze poste dalla persona umana socialmente mobilitata.
Questo, si badi bene, vale sia per società più ricche (Catalogna, Scozia) o più povere (Corsica, Sardegna); sia per aspirazioni nazionali più antiche (come quelle dei Curdi nei confronti di Iraq, Iran, Turchia e Siria), che per aspirazioni all'autogoverno emerse più recentemente (come quelle dei Berberi nel Maghreb o dei nativi in Amazzonia); per territori remoti (Nuova Caledonia) o per grandi città cosmopolite (Hong Kong).
Varrebbe anche in alcuni altri territori che purtroppo sono tenuti insieme con la forza e la violenza da sinistre forze neocolonialiste e imperialiste straniere, come Somalia, Libia, Congo, Nigeria, Yemen, Afghanistan; situazioni drammatiche che non troveranno redenzione finché continueranno le ingerenze delle grandi potenze.
Deutsch scrisse - nel suo libro del 1970 sopra citato - che di tutte le utopie che si sono rivelate fallaci, ce n'è un tipo particolarmente pericoloso, "davvero il più utopista di tutti": quello che suggerisce che il mondo continuerà ad andare com'è sempre andato.
Pochi avevano previsto la caduta e lo scioglimento del blocco sovietico, proprio come oggi ancora troppi rifiutano pregiudizialmente l'idea che tutti i più grandi e più potenti stati del pianeta, a meno che non vadano incontro alle persone umane e alle loro comunità locali con riforme decentraliste radicali, ne seguiranno la sorte.
Sì, avete capito bene, sto parlando anche di India e Cina, Stati Uniti e Indonesia, Russia e Brasile. Tutti giganti che scopriranno presto di avere i piedi d'argilla, se non accetteranno di restituire dignità, ricchezze e potere alle loro comunità locali.
Sembra incredibile, certo, eppure è probabile, perché il centralismo e l'autoritarismo, il militarismo e il neocolonialismo (interno o esterno) di questi grandi stati è semplicemente incompatibile con la vita materiale e la coscienza spirituale della persona umana socialmente mobilitata e politicamente cosciente.
Tutte queste considerazioni, fondate su studi politologici seri e dopo decenni ancora mai falsificati, può e deve suscitare speranza e incoraggiare all'azione coloro che sono veramente determinati a diffondere e a realizzare l'ideale dell'autogoverno per tutti, dappertutto.

Mauro Vaiani
(blogger di Diverso Toscana,
studioso e attivista decentralista,
presidente di Comitato Libertà Toscana)


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La foto di corredo a questo post è tratta da https://www.thinglink.com/

venerdì 4 ottobre 2019

Liberi Toscani alla manifestazione del 12 ottobre 2019






Una delegazione di "Liberi Toscani" sarà presente alla manifestazione del 12 ottobre 2019 a Roma, convocata sotto il motto "Liberiamo l'Italia". Tra gli altri ci saranno attivisti e dirigenti di Comitato Libertà Toscana e Libera Firenze come Fabrizio Valleri, Costanza Savio, Chicco Vita, Michele Bazzani.

La manifestazione è organizzata da una galassia di gruppi, attivisti, intellettuali in rotta di collisione contro lo status quo, le catene del debito, l'austerità, il pensiero unico eurinomane, i trattati ingiusti (non solo il CETA), il militarismo, l'imperialismo, il neocolonialismo (anche quello interno, che distrugge le periferie dell'Eurozona, che opprime la Catalogna, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia).

Incontreremo e ascolteremo figure che stimiamo, come Alberto Micalizzi, Mauro Scardovelli, Paolo Maddalena, Stefano Sylos Labini.

E' stato deciso che non ci siano insegne di partito, ma solo simboli repubblicani e ciellennisti. Per questo anche noi toscanisti e localisti esponiamo solo l'insegna dello storico Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, una esperienza storica non solo di resistenza antifascista, ma anche fucina di riflessioni decentraliste e antiautoritarie.

Andiamo a Roma con umiltà, ma con alcune idee chiare in testa, che in parte sappiamo condivise, ma che in parte sono originali e forse anche critiche, rispetto agli appelli diffusi dagli organizzatori.

1) Evitiamo la narrazione semplicistica che i guai di questa Repubblica sono venuti con l'Euro. Tutto era già cominciato con il passaggio alla gestione di "mercato" del debito pubblico, quindi almeno dal 1981. Rileggiamoci, almeno noi qui in Toscana, in proposito, i lavori divulgativi di Francesco Gesualdi (Le catene del debito, 2013). Anche quella della Lira non era una "area valutaria ottimale". Le periferie della zona Lira - in particolare il Sud, ma non solo il Sud - erano già soggette a svuotamento di persone, risorse, cultura e dignità. La distruzione delle comunità locali, la svendita dei loro beni comuni, l'attacco ai servizi pubblici universali, c'erano prima dell'Euro e, se non cambiamo profondamente strada, resteranno anche dopo l'Euro.

2) La sacrosanta protesta contro le tecnocrazie deve restare democratica e libertaria, anticolonialista e internazionalista. Mai confondersi con gente bigotta e reazionaria. Mai affiancarsi a forze centraliste, nazionaliste, intrinsecamente autoritarie (e non stiamo parlando solo del salvinismo, perché il centralismo autoritario è una malattia che inquina l'intero spettro politico italiano).

3) Non perdiamo di vista la nostra gente, in particolare gli umili, ma anche le classi medie che si stanno impoverendo e le ultime ondate di giovani che hanno dovuto fuggire all'estero. Le necessarie riforme contro la concentrazione di ricchezze e di potere, l'accumulazione di capitali virtuali, la circolazione di merci spazzatura e la tratta dei nuovi schiavi, gli "schiavoratori", dobbiamo farle in collegamento e in solidarietà internazionale con tutto il resto dell'Eurozona e oltre. IN ATTESA DI POTER CAMBIARE LO STATUS QUO DEI TRATTATI INGIUSTI EUROPEI E ATLANTICI, DOBBIAMO LOTTARE INSIEME PER DARE IMMEDIATO SOLLIEVO ALLA NOSTRA GENTE. Per esempio dirottando da subito partite come gli incentivi nocivi all'ambiente e le spese militari, verso i lavoratori poveri; cristallizzando e monetizzando il debito pubblico, per ridurre la spesa per gli interessi; spostando al più presto risorse e personale, poteri e compentenze, dagli inefficienti e costosi ministeri centrali alle amministrazioni comunali che sono più vicine ai cittadini.

4) Non dimentichiamoci i nostri territori, le città, le regioni, le identità culturali e linguistiche, le tante nazioni che formano la Repubblica delle Autonomie (strettamente interconessa con l'Europa delle Regioni). Non esiste alcuna soluzione "italiana" ai problemi posti dagli errori della globalizzazione neoliberista. La ricostruzione economica e sociale, l'effettività dei servizi pubblici universali, la restituzione di dignità ai lavoratori pubblici, la manutenzione dei beni comuni, la conservazione dei beni culturali, la svolta ambientalista, tutto questo può essere realizzato solo da istituzioni locali forti, che si autogovernano, che possano anche stampare, se necessario, proprie MONETE LOCALI COMPLEMENTARI, DI SOLIDARIETA' E PROSSIMITA'. Non c'è alcuna ricetta economica e sociale che vada bene dalla Val d'Aosta al Salento: questo era stato confusamente ma sufficientemente compreso dai partiti che "lasciarono fare" l'Italia del "boom". Poi sono arrivati i centralisti tecnocratici, che hanno concentrato un immenso potere nelle mani di pochi, a Roma, a Milano, a Bruxelles e la fine che abbiamo fatto è davanti agli occhi di tutti.

5) Di fronte alla gravità del momento politico interno e internazionale, non è il momento di fondare nuovi partiti, ma di fare "rete", con capacità di trasversalità e di inclusione, fra tutti quelli che già esistono, assicurando pari dignità a ogni gruppo politico, dalla più piccola lista civica locale al più organizzato dei partiti nazionali, dai più locali ai più collegati internazionalmente. Facendo "rete" potremo almeno tentare di resistere a una comunicazione pubblica dominata da narrazioni conformiste. Studiando insieme, magari nel "laboratorio" proposto da Scardovelli e Micalizzi, potremo approfondire nuove idee per ripristinare la democrazia, fuori e dentro le istituzioni della Repubblica e dell'Europa.

sabato 14 settembre 2019

Vigna o pioppo, movimenti o piramidi




Sono ormai pericolosamente vicino a compiere quarant'anni di attivismo, considerando che, come giovanissimo studente a Prato, partecipavo già alle assemblee e alle istituzioni dell'autogoverno scolastico.
Per tutta la mia vita non ho mai esitato ad appoggiare tanti movimenti nati dal basso, dalle persone comuni, dalle minoranze, dai diversi, dagli oppressi, dagli ultimi, dalle periferie di tutto il mondo: le istanze autonomiste, decentraliste, di autogoverno; l'anticolonialismo (anche contro i colonialismi interni ai grandi stati); le lotte contro i partiti unici e le partitocrazie; i movimenti per il disarmo e contro il mercato delle armi; le lotte anti-nucleari; le liste verdi autonome e autonomiste (con cui ho fatto una breve ma significativa esperienza come consigliere comunale di opposizione a Prato, nel 1990-1992); la resistenza degli antiproibizionisti; i comitati ambientalisti; le iniziative di risveglio civile contro le mafie; le liste civiche; il rifiuto di monopoli e parassitismi burocratici e plutocratici; l'impegno contro tutte le discriminazioni; i movimenti per la democrazia locale e contro tutte le concentrazioni di potere e di ricchezze a livello toscano, italiano, europeo e globale.
La mia storia non è quella di un vincente, anzi, ho accumulato molti errori personali e sofferto, insieme alle comunità di cui ero parte, per lo più sconfitte.
Tra gli errori, che ammetto sinceramente, quello di aver seguito, a tratti, alcuni "leader" nazionali, carismatici e mediatici, di cui magari non condividevo tutto, ma che credevo potessero svolgere nella Repubblica italiana una funzione in qualche modo "maieutica".
Tra gli aspetti positivi, rivendico di aver saputo dialogare e costruire percorsi concreti di cambiamento con persone di ogni classe sociale e formazione culturale, ben oltre quelli che (una volta) erano gli angusti recinti di sinistra, centro e destra. Le persone di animo libertario hanno sempre molto da dirsi, indipendentemente dalle loro antiche appartenenze partitiche.
Tutte queste rivolte, a cui nel mio piccolo ho contribuito, non sono affatto state domate, sia chiaro, perché esse non sono un fenomeno sovrastrutturale.Decentralismo e autonomismo, civismo e ambientalismo, che hanno già scritto belle pagine di storia, sono qui per restare e durare, perché sono l'unica strada per fermare la distruzione del pianeta e per assicurarci che lasceremo alle generazioni future una vita degna di essere vissuta.
Animo quindi e, per i pochi che mi leggono, un modesto suggerimento.
Non lasciate mai che il vostro movimento autonomista, civico, ambientalista, venga assogettato a un vertice (italiano, o europeo, o magari mondiale).
Questo errore è già stato fatto da mille altri movimenti della storia contemporanea e, in ultimo, nella Repubblica Italiana, anche dai movimenti se-dicenti populisti (dal più grosso, i Cinque Stelle, ai mille altri più piccoli, fino ai più recenti rivoli neo-sovranisti).
Purtroppo vedo che taluni ancora aspirano a fondare e formare sempre nuovi movimenti "nazionali" od "europei", perché pensano che ci si debba lanciare alla conquista dei centri decisionali di Roma, Milano, Francoforte e Bruxelles.
Peccato che, se il movimento diventa una piramide, esso diventi strutturalmente simile alle altre piramidi della modernità.
Anche quando ne conquista il vertice, invece che cominciare a smontarle, si pone a capo di esse.
Emblematica e oltremodo triste, per esempio, è la parabola leghista. Partirono per abolire i prefetti e hanno finito per mettersene a capo, occupando a lungo, in più occasioni negli ultimi vent'anni, il Ministero degli Interni.
Anche il grillismo, per citare uno degli ultimi e forse più importanti tentativi di assalto alla cima delle piramidi, ha fallito perché non ha resistito alla tentazione di essere esso stesso una organizzazione piramidale (e persino più opaca di tante altre).
Di Gandhi è ben noto un importante aforisma: 
“Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero.”
Noi in Toscana si potrebbe dire, più alla buona, che il pioppo non fa uva.
Un movimento verticale non produrrà mai una società più orizzontale.
Un movimento centralizzato non voterà mai riforme decentraliste.
Un movimento autoritario non aiuterà mai la società a diventare più libera e più responsabile.
Un movimento che indice plebisciti dall'alto, ancorché elettronici, non consentirà reale capacità di elaborazione, proposta e decisione dal basso.
Un movimento che persegue la propria vittoria maggioritaria e solitaria, magari con l'elezione diretta del proprio capo come "uomo solo al comando" di vasti territori, dominerà attraverso l'invasione mediatica, ma non saprà mai ascoltare, includere, mediare.
Cercare di vincere senza sentire la necessità di convincere, non funzionerà, se non attraverso scorciatoie autoritarie in stile Ungheria o Turchia.
Non avremo l'uva dal pioppo, care poche persone che mi state leggendo.
Ci occorre una vigna, una struttura molto più reticolare e orizzontale!
Per avviare i profondi cambiamenti civici e civili, una svolta ambientalista, una economia e una società più a misura di bambini e di vecchi, di animali e di alberi, per cui lottiamo da una vita, occorrono grande pluralismo culturale, ampia partecipazione popolare, la fine della concentrazione di potere, ricchezze e tecnologie (che non sono mai neutrali!), l'autogoverno di tutti dappertutto.
Questo è ciò per cui lottano, in Europa e nel mondo, tutti gli autonomisti e i decentralisti, dalla Patagonia a Hong Kong, da Bougainville al Vermont, da Portorico al Kurdistan, dal Somaliland al Kashmir, così come, più vicino a noi, in Scozia, Catalogna, Corsica, Sardegna.
Noi di Comitato Libertà Toscana, insieme a tante altre realtà autonomiste, civiche, ambientaliste, a partire da Libera Firenze, vogliamo essere piccole viti della vigna, non pioppi (non importa quanto alti e maestosi).
A tutti chiediamo di fare rete per una Toscana dei territori, una Repubblica delle Autonomie che ritorni (almeno!) fedele alla sua Costituzione, una Europa delle regioni, un mondo liberato dal pensiero unico, dalle ideologie dell'austerità, dalle catene dei debiti, dalla cultura di massa, dal consumismo, dal globalismo, livellamento globalista, dallo sfruttamento ecocida e genocida.
Incontriamoci, conosciamoci, mettiamoci al lavoro, insieme.
Le viti non si fanno ombra l'un l'altra e tutti gli operai di una vigna hanno gli stessi doveri e ricevono la stessa ricompensa.


Mauro Vaiani Ph.D.
blogger di Diverso Toscana
attivista e presidente di Comitato Libertà Toscana - CLT
attivista di Libera Firenze

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giovedì 29 agosto 2019

La fine dell'ennesima illusione centralista



Ci sono tante persone, in tutti i territori italiani, che sono veramente affamate e assetate di cambiamento. A seconda della loro classe sociale e cultura politica personale, si sono mosse a milioni per votare dei "leader" pompati da grandi bolle mediatiche: Renzi, Grillo e infine Salvini, per citare solo le più recenti meteore.
Però non ha funzionato.
E' mia modesta opinione che non abbia funzionato perché, semplicemente, la risposta ai problemi posti dalla concentrazione di ricchezze e di potere nella globalizzazione e nella Eurozona, non può essere risolta da una diversa concentrazione, cioè, per esempio, nel ritorno alla "sovranità monetaria" italiana.
Non c'è una "soluzione italiana" ai problemi, perché essa finirebbe per essere, ancora come in passato, centralista e autoritaria, oltre che neocolonialista (contro i nostri stessi territori italiani più deboli e, ancora una volta, contro i territori africani).
Le istanze critiche contro lo status quo - per esempio contro l'imperialismo americano, il neocentralismo eurocratico, le disfunzioni della Eurozona, l'insensatezza dei proibizionismi, la lentezza con cui affrontiamo i problemi ambientali, la burocrazia, il declino di tutti i servizi pubblici, l'oppressione giudiziaria, la distruzione degli ascensori sociali, il degrado di tutte le periferie urbane del paese, l'abbandono dei beni culturali e ambientali, le ingiustizie e gli azzardi morali con cui ci rapportiamo ai migranti - devono trovare ascolto, prima di tutto, attraverso la ricostruzione delle capacità di autogoverno locale di tutti i territori italiani.
Anche perché, ciascun territorio, con i propri leader locali - eletti, sperabilmente, con modalità più democratiche - certamente vive questi problemi in modo diverso e darà ad essi SOLUZIONI DIVERSE. 
Capisco, in particolare, il senso di delusione e frustrazione che attraversa un vasto fronte - eterogeneo e trasversale - che qualcuno chiama "sovranista", ma tutti i critici del globalismo e della c.d. eurocrazia, devono aprire la loro mente e il loro cuore a un più radicale decentralismo, agli ideali federali e confederali, all'Europa delle regioni. Devono cominciare a guardare alla Svizzera, non all'Ungheria. Devono trovarsi leader locali rispettabili, non invocare Putin o Trump. Devono sviluppare progetti, non rifugiarsi nella frustrazione del complottismo.
Avrei un appello, in particolare, per una persona come Claudio Messora, che con il suo videoblog https://www.byoblu.com/ ha svolto un ruolo straordinario nel dare voce a molti intellettuali e attivisti critici nei confronti del "mainstream". Ora che è crollata l'ennesima illusione centralista, con la fine della collaborazione tra Cinque Stelle e Lega salviniana, si aprino nuovi spazi alle forze, come il Comitato Libertà Toscana e tutte le forze sorelle della famiglia del decentralismo e dell'autonomismo.
I decentralisti lottano ripristinare la dignità e l'autogoverno di tutti, dappertutto.Queste forze lottano contro la padella eurocratica ma non per farci cascare nella brace nazionalista.

giovedì 22 agosto 2019

Dal Basta Euro Tour al brusco risveglio dei no-Euro orfani di Salvini



Abbiamo sempre rispettato e in larga parte condiviso le critiche di fondo che si fanno all'Euro, all'Eurozona, agli attuali trattati europei, al pareggio di bilancio, all'austerità astratta e assurda. Quelle serie, però, non strumentali come invece sono stati quelli del finto "Basta Euro Tour" della Lega, dal 2014 fino a poco prima di salire al governo con i Cinque Stelle.

Su questo essere no-Euro a parole si è basata una parte del successo della Lega e dei Cinque Stelle. Lo stesso spostamento dei consensi dai Cinque Stelle verso la Lega, occorso lungo tutto l'anno che hanno governato insieme, dal 4 marzo 2018 (elezioni politiche) al 26 maggio 2019 (elezioni europee) è stato dovuto in buona parte, secondo noi, alla apparente maggior coerenza anti-Euro della seconda, rispetto ai primi. Infine, non crediamo di dire una cosa particolarmente originale, se facciamo notare che, appena la Lega di Salvini si è riavvicinata a Berlusconi e a Tajani, sia finita quella che era una vera e propria luna di miele tra la Lega e tutti gli anti-Euro, con conseguenze elettorali che saranno prevedibilmente negative. Essere anti-Euro, insomma, elettoralmente parlando, qualcosina rende. Essere conseguenti e coerenti, per cambiare veramente l'Eurozona o addirittura uscirne, è tutt'altro discorso, evidentemente.

La Lega di Salvini è stata particolarmente efficace, come recipiente politico dei sentimenti anti-Euro, proprio perché non è mai apparsa monotematica (e quindi monotona). Ha miscelato il tema no-Euro con l'apparente ascolto di altri bisogni popolari (come, per esempio, fermare la tassazione delle piccole partite IVA, bloccare l'immigrazione clandestina, investire di più sulla famiglia, garantire più sicurezza nelle periferie, e così via).

Ha provato anche - e fino a oggi ci era quasi riuscita - a ingannare l'intero paese fingendosi ancora autonomista mentre ormai si era già trasformata - ben prima dell'avvento di Salvini intendiamoci - in una macchina politica stato-nazionalista, grande consumatrice di denaro pubblico e avida di posti di potere, che sono ancora, in larghissima parte, concentrati a Roma.

Il sogno sovranista che gli anti-Euro hanno proiettato su Salvini era, ci pare, grosso modo questo: raggiungere la maggioranza elettorale nel paese, cavalcando tutti i temi populisti disponibili; una volta giunti al potere con Salvini, spendere in deficit fino a provocare una crisi con le attuali istituzioni europee e con i mercati internazionali; infine, uscire dall'Euro, a seguito della crisi. Semplifichiamo troppo? Non ci pare.

Credo che i sovranisti debbano risvegliarsi presto da questo sogno, perché un progetto del genere, se gestito da nazionalisti e centralisti italiani, si rivelerebbe semplicemente un incubo. Anche se fosse possibile - e non lo è - tornare in una notte dall'Euro alla Lira, tutte le immense ingiustizie e diseguaglianze, sociali e territoriali, di questa nostra Repubblica, resterebbero lì e anzi si ingigantirebbero.

La Lega e Salvini (tanto meno i suoi alleati effettivi e potenziali, dalla Meloni a Toti) NON sono minimamente attrezzati a gestire, Euro o Lira vigendo, ingiustizie e disuguaglianze, così come molte altre cose.

Si sono mostrati, in decenni che sono stati al potere, inetti nella gestione delle catene del debito pubblico, della riforma bancaria, dei problemi finanziari europei e internazionali posti dalla globalizzazione.

Non hanno mai dimostrato autentica comprensione della gravità dei problemi ambientali, come hanno dimostrato con il loro arroccamento sul feticcio TAV e con il loro appoggio a molte altre opere inutili.

Sono privi di una visione seria e responsabilizzante sulle autonomie e, come è noto, chi non riesce a fare decentralismo, prima o poi, diventa subalterno al peggior centralismo, anche per auto-giustificarsi della propria incompetenza e mancanza di determinazione politica.

In pratica, su materie drammatiche (che resterebbero tali anche se davvero potessimo passare in una notte dall'Euro alla Lira, ripetiamolo), come debito, ambiente e autonomie, queste forze brancolano nel buio oppure, peggio, se conquistassero davvero il potere, ci porterebbero letteralmente a sbattere.

Di certo non scriviamo questo in difesa delle forze dello status quo (che sono peraltro annidate in tutti i maggiori partiti italiani e italianisti), ma solo per suscitare nelle persone che parlano di "sovranità monetaria" un sano ripensamento anti-centralista e anti-nazionalista.

Abbiamo bisogno di riprenderci potere da Bruxelles, ma non per riportarlo nelle prefetture e nei ministeri, i quali, dei nostri territori e delle nostre città, sono stati, sono e saranno sempre prevaricatori.



martedì 20 agosto 2019

Smascherato un altro leader centralista...



Dopo Berlusconi e Bossi, dopo Prodi e i suoi epigoni, dopo Monti e i suoi professori-vampiri, dopo Renzi e il suo "giglio magico", dopo Beppe Grillo e il suo "capo politico" Di Maio, questa crisi ferragostana ha smascherato un altro leader centralista... L'ultimo... Il Salvini, il #CapitanFracassa dei neonazionalisti italiani... Il problema è che presto il sistema del #centralismo troverà un nuovo campione, perché ne hanno bisogno per difendere, con il coltello tra i denti, una assurda concentrazione di ricchezze e di potere.

Comunque per oggi respiriamo un momento di sollievo. Il centralismo non funziona e possono inviare anche Superman o Nembo Kid a incarnarlo, ma non funzionerà mai.

Una parola di rispetto per Giuseppe Conte, che è anche lui un leader centralista, ma, come dire, dal volto umano:



sabato 10 agosto 2019

Ignoranza al potere





La XVIII legislatura, caratterizzata dalla collaborazione di governo tra Cinque Stelle e Lega, sta per terminare. Non crediamo che sarà rimpianta, dal punto di vista della produzione normativa, come per altro nessuno rimpiange la XVII e le sue leggi "renzianissime".

Uno dei provvedimenti giunto quasi alla fine del suo iter è la legge costituzionale che riduce sia il numero dei deputati (cosa per molti aspetti sensata e da anni aspirazione diffusa) che quello dei senatori (cosa molto più discutibile, secondo questo blog).

Assistiamo, a margine delle discussioni e delle liti di questa metà d'agosto 2019, a una strana manifestazione d'ignoranza, che ci rende un po' tristi.

Tutti i media e, secondo i media, gran parte dei politici, attribuiscono al quarto e ultimo voto confermativo della legge costituzionale, previsto per il 9 settembre, il valore di blocco salvifico della situazione politica.

Siccome la nuova legge avrebbe tempi piuttosto lunghi, prima di entrare in vigore, e poi altri tempi tecnici per la sua attuazione, questo basterebbe, si legge dappertutto, per fermare la macchina delle elezioni anticipate...

Ma non è vero! Non esiste da nessuna parte! Come possono, giornalisti e politici, essere così ignoranti da non sapere cosa accade quando si approva una legge costituzionale, nelle more della sua effettiva entrata in vigore?

Accade semplicemente che tutto continua a funzionare secondo le vecchie regole e nessun processo politico della Repubblica può essere fermato.

Auguriamo a coloro che vogliono ridurre il numero dei parlamentari di farcela a votare per la quarta e ultima volta il loro progetto di legge, ma si scordino - loro e i media - di poter raccontare la storia che questo possa fermare le elezioni anticipate.

La nuova legge eventualmente approvata non potrà entrare in vigore subito e quindi si andrà, semplicemente, a votare per eleggere una camera e un senato con il numero di componenti attualmente previsto.

Le nuove norme, se mai entreranno in vigore, verranno applicate alla XX e non alla XIX legislatura.

Se questo sia un bene o un male, lo lasciamo giudicare ai nostri pochi lettori. Però l'ignoranza rivelata da questa confusa discussione mediatica tra persone di potere e che sono al potere, inquieta, non trovate?

mercoledì 26 giugno 2019

Territorializzare le imposte, la grande sfida




Vogliamo davvero sfidare le ingiustizie sociali e le disparità territoriali, in Italia e oltre? Accettiamo davvero fino in fondo, allora, la sfida della territorializzazione delle imposte.
Partiamo dall'imposta più universale e generale della modernità globalizzata, quella che in Italia e in Europa si chiama IVA (imposta sul valore aggiunto).
Se compriamo qualcosa, paghiamo quasi sempre una piccola o grande quota di IVA, come consumatori finali, non solo in Italia, ma in molte parti del mondo.
Essendo una tassa imposta alle persone che consumano, essa dovrebbe essere sempre pagata alle autorità del territorio dove queste stesse persone vivono, si curano, ricevono servizi sociali vari (tra cui lo smaltimento rifiuti).
Territorializzare l'IVA sarebbe una rivoluzione per l'Italia (ma anche per l'Europa, ma anche oltre).
Non stiamo parlando di una novità assoluta (esistono diversi esempi di tasse locali sulla vendita al consumatore finale nel mondo).
Tuttavia stiamo parlando di una riforma che per l'Italia (e non solo) sarebbe comunque rivoluzionaria.
Immaginatevi di essere un cittadino toscano che compra beni da reti commerciali che hanno la sede fiscale e legale fuori dalla Toscana (quasi tutte, a dire il vero). Oggi l'IVA pagata se ne va. Se la territorializzassimo questa risorsa resterebbe qui, dove viviamo.
Sembra un vantaggio e probabilmente lo sarebbe davvero.
Nello stesso tempo però, non dimentichiamolo visto che la Toscana è anche un territorio fortemente esportatore, dovremmo rinunciare a molta IVA che ci viene dai consumatori non toscani che comprano, magari in rete, prodotti toscani da aziende toscane.
Invece, l'IVA pagata e viaggiatori, a chi dovrebbe andare? Anche su quello ci vorrebbero regole semplici ed eque. Se dormo una notte a Firenze, sembra giusto pagare l'IVA a Firenze. Se viaggio su un treno regionale, sembra ragionevole pagare l'IVA alla società toscana che gestisce i treni regionali. Se prendo un aero da Pisa per Parigi, pare ragionevole pensare che la mia IVA dovrebbe essere pagata in parte qui e in parte là.
I dettagli sono importanti e delicati, ma il concetto è promettente.
Lo è in particolare se pensiamo agli immensi profitti che poche grandi centrali di vendita online realizzano in Toscana, senza che una sola briciola della loro IVA resti sul nostro territorio (sì, stiamo parlando anche di Amazon...).
Se la territorializzazione di una imposta come l'IVA farebbe bene a un territorio come quello della Toscana, pensate quanto più farebbe bene a territori che sono, a causa di storici fenomeni di colonialismo e marginalizzazione, ben più deboli e poveri della Toscana, come gran parte del Sud, la Sicilia, la Sardegna.
In quelle regioni la popolazione e i redditi sono inferiori alle medie della Toscana. Sono importatori di beni e prodotti dalle regioni più forti e più industrializzate. Se potessero trattenere sul territorio la loro IVA, avrebbero in tempi rapidi molte più risorse da investire nella loro emancipazione (senza che questo, si badi, esoneri nessuno dalla responsabilità di attuare l'art. 119 della nostra Costituzione, sulla solidarietà interterritoriale).
Sarebbe, la territorializzazione delle imposte, il primo e necessario passo per dare finalmente attuazione anche all'autonomia speciale della Sardegna e della Sicilia, per porre fine allo sfruttamento del Sud da parte delle elite centraliste, per avviare in modo serio ed equilibrato l'attuazione di tutte le autonomie, comprese quelle cosiddette "differenziate". 
Maggior autogoverno, maggior controllo sulle proprie risorse (anche e soprattutto quando sono scarse), maggiore autonomia finanziaria, maggior federalismo fiscale, sono una cosa seria.
Non lasciamole ai chiacchieroni, agli ignoranti che non sanno nulla sul perché tanti territori che erano poveri pochi decenni fa oggi sono ricchi (come il Trentino), agli imprenditori politici dell'odio, ai populisti reazionari, tanto meno ai  neonazionalisti e neocentralisti.

PS:
Se si da' una occhiata in rete, si nota che gli studi sull'attuazione seria del federalismo fiscale si sono tutti praticamente interrotti attorno al 2011. A causa della crisi, dell'austerità, dell'avvento di politici sempre più centralisti (cioè sempre più avidi di potere e di ricchezze), un dibattito che già di per sé era fragile e contradditorio, tra figure come Alberto Zanardi o come Maria Cecilia Guerra, è stato troncato. Fatevi una domanda. Datevi una risposta. E svegliamoci, per favore. L'Italia e l'Europa, sotto le grinfie di nuove ondate nazionaliste, centraliste, neoliberiste, in definitiva reazionarie, vengono distrutte sotto i nostri occhi!

venerdì 7 giugno 2019

C'è speranza nelle brigate d'argento

Fonte: https://ourworldindata.org/population-aged-65-outnumber-children

L'umanità globalmente interconnessa di questo inizio di millennio sta realizzando da sola un cambiamento che nessuno dei suoi leader, dall'alto delle proprie concentrazioni di ricchezza e di potere, avrebbe mai potuto ottenere, ammesso e non concesso che lo avesse concepito e perseguito. Stiamo rallentando drasticamente la nostra crescita demografica. Sta accadendo ovunque. E' un autentico bene. Perché il pianeta è finito e la nostra crescita, anche numerica, come abitanti dominatori della Terra, non può essere infinita.

Particolarmente significativa è la stima che riportiamo nel grafico: pare che già da oggi abbiamo più nonni che nipotini. Potrebbe essere la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai conosciuto, da quando esistono delle forme di trasmissione e conservazione della nostra memoria storica collettiva.

L'autore di questo blog, nel suo piccolo, vede in questo cambiamento demografico una grande speranza. Nessuna società dove ci sono più anziani che bambini sarà mai più tanto facilmente soggetta ad obbedire a pochi. Gli anziani, quanto meno, garantiscono questo alla società di cui fanno parte: ne hanno viste talmente tante, hanno meno forza fisica, hanno meno tempo davanti a sé, quindi è parecchio difficile trascinarli in avventure politiche e sociali. Saranno più resistenti ai cambiamenti, certo, e questo non è sempre necessariamente un bene, ma poiché nel nostro mondo completamente industrializzato i cambiamenti che vengono proposti (dall'alto e da altrove) sono regolarmente maggiormente distruttivi, ecocidi e genocidi, la resistenza degli anziani potrebbe diventare la principale ancora per tutti coloro che credono nella pace, nella giustizia, nella salvaguardia del creato.

Gli anziani, possiamo aggiungere, sono anche più fragili e questo rende molti di loro più empatici con la fragilità del nostro pianeta. Possono diventare gli attori protagonisti di una spettacolare frenata di ogni folle marcia sul mondo: meno produzione, meno inquinamento, meno sfruttamento, meno concentrazione di ricchezze e, conseguentemente, meno concentrazione di potere.

Gli anziani, ci vogliamo credere - coerentemente con i nostri studi ispirati da Deutsche - poiché hanno già visto troppi salire al potere delle altissime piramidi della modernità, poiché hanno le spalle incurvate dai pesi insopportabili che queste grandi piramidi stesse hanno imposto loro, potrebbero anche essere quelli che finalmente, se ne sottrarranno, lasciando che si incrinino e, con l'aiuto della Provvidenza, continuino a disintegrarsi.

I giovani ribelli continueranno a esserci. Adulti che, nel pieno della loro maturità, continueranno a volere dei miglioramenti sociali, pure. La possibilità che ad essi si aggiunga una maggioranza di anziani, sufficientemente disillusi, provati dalla vita, meno facilmente plasmabili, con una memoria (non solo con la loro naturale esperienza di vita, ma anche con accesso agli strumenti moderni della memoria collettiva globale), non più tanto silenziosi, ci sembra davvero cruciale.


Un esempio di una società che, grazie ai suoi anziani,
sta veramente cambiando, la Catalogna
Fonte: Facebook, un post di Giacomo Fiaschi del 2 ottobre 2017




lunedì 20 maggio 2019

Come volevasi dimostrare, una sceneggiata in Umbria

Come volevasi dimostrare, le dimissioni della presidente dell'Umbria ancora non sono effettive.
Leggete qua: https://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=74137 .
Il parlamentino umbro le ha chiesto di restare in carica...
Lo avevo sospettato da subito, ma avrei preferito non avere ragione...

giovedì 25 aprile 2019

Il 25 aprile per me è CTLN


Per noi Toscani, il 25 aprile è la grande esperienza del Comitato di Libertà Toscana. Buona festa della Liberazione!



Per chi volesse ulteriormente approfondire, condivido la celebrazione del 25 aprile fatta dalla Casa del popolo di Mezzana.

martedì 9 aprile 2019

Lunga vita a Radio Radicale, microfono aperto anche ai nostri territori e movimenti decentralisti



E' inutile che aggiunga molte altre parole.
Chiunque la abbia mai ascoltata, sa che è una istituzione formidabile, un servizio pubblico insostituibile.
Lo scrivo come cittadino, come intellettuale, come presidente di Comitato Libertà Toscana, come uno dei moderatori della rete di decentralisti Dialogo Autogoverno: Radio Radicale deve vivere, punto.
Dobbiamo pretendere dal governo centrale una proroga dei contributi, per consentire a Radio Radicale di trasformarsi, salvaguardando la propria rete, le proprie competenze e, ancora più importante, il proprio preziosissimo archivio.
Alle persone che, come chi scrive, sono impegnate nei territori e in battaglie decentraliste e confederaliste, rivolgo un appello ulteriore: chiediamo anche ai governi e ai parlamenti regionali di sostenere Radio Radicale, unico servizio pubblico che aiuta veramente a conoscere per deliberare le nostre (ancora molto embrionali e fragili, purtroppo) democrazie locali.
Per un futuro a lungo termine condivido un piccolo sogno: poter sostenere i media che fanno servizio pubblico con una sorta di "otto per mille".
Per arrivarci, in questo futuro, tuttavia, bisogna prima vivere.
Quindi chiedo anch'io, nel mio piccolo, ai pochi che leggono il blog Diverso Toscana:
- di leggere quanto prima su Prima Comunicazione uno stupendo articolo dedicato all'importanza e al patrimonio di Radio Radicale, scritto da Daniele Scalise, che è stato recensito stamane (martedì 9 aprile 2019) nella stupenda rassegna "Stampa e Regime" di Radio Radicale, oggi a cura di Roberta Iannuzzi;
- di firmare la petizione per salvare Radio Radicale sulla piattaforma Change.org;
- di risparmiare da subito qualche Euro, per tenerci pronti a sottoscrivere direttamente una donazione a Radio Radicale.

Mauro Vaiani Ph.D.
presidenza@comitatolibertatoscana.eu







martedì 19 marzo 2019

Omaggio a Orso, al suo babbo, ai suoi, a Rifredi



Lasciamo qui un omaggio a Lorenzo Orsetti, compagno Orso, Tekosher (1986-2019), combattente toscano e fiorentino, caduto per l'autogoverno del Kurdistan, per il diritto alla vita della gente del Rojava, nella resistenza anti-islamista e contro il neocolonialismo turco (e non solo), per il confederalismo dal basso e i suoi principi anarchici e socialisti.

Siccome è anche la festa del babbo, oggi 19 marzo 2019, vogliamo mandare un abbraccio anche al padre di Lorenzo, Alessandro, a mamma Annalisa, a tutta la sua famiglia, a tutti coloro con cui è cresciuto a Rifredi, a tutti coloro che lo hanno conosciuto, amato e rispettato.

Qui il ricordo pubblicato da Comitato Libertà Toscana:
http://www.comitatolibertatoscana.eu/onore-a-lorenzo-orsetti/

Qui il testamento spirituale di Lorenzo "Tekosher" Orsetti, compagno Orso:

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra.
Non avrei potuto chiedere di meglio. 
Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l'avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo.
Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l'uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole.
Serkeftin!
Orso,

Tekoser,
Lorenzo


mercoledì 13 marzo 2019

Contro il fascio del centralismo


Nazionalismo e centralismo sono la tomba di tutte le tradizioni e libertà umane. Noi toscani, italiani ed europei lo sappiamo bene, ma per molti ciò che noi temiamo è invece desiderabile. Prendiamone atto.
Il fascino - o forse sarebbe meglio dire il "fascio" - dei neofranchisti spagnoli sta esattamente nella loro capacità di riproporre, rimodernata, con un volto tecnocratico ed europeista, globalista e cosmopolita, la stessa micidiale miscela di nazionalismo e centralismo che tanti disastri e lutti ha prodotto in passato (e che è sempre pronta a rimanifestarsi nella forma di repressione, autoritarismo, neocolonialismo).
La loro statolatria è sempre lì e promette di restarci per sempre, mantenendo l'ordine e i privilegi dei suoi fedeli. La Spagna ci mostra qualcosa che tanti vorrebbero anche per Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Russia, America, Giappone, Brasile, India, Cina...
Il regno di Spagna, proprio perché l'attuazione delle riforme autonomiste ha avuto successo, proprio perché l'integrazione europea stava funzionando, proprio perché stava diventando una società plurale ed aperta, era pronto per essere dissolto in una confederazione europea di antiche nazioni e nuove realtà autonome locali.
Tutto il potere concentrato nelle strutture neofranchiste dello stato spagnolo e nelle attuali tecnocrazie dell'Unione Europea e delle organizzazioni internazionali dell'atlantismo e della globalizzazione, di conseguenza, sarebbe stato messo in discussione e con esso la concentrazione delle ricchezze.
Contro questo rischio di estinzione graduale ma progressiva dello stato spagnolo e delle burocrazie europee e internazionali con cui esso è legato strettamente, nasce e fiorisce la martellante propaganda che si è concentrata prima di tutto contro la Catalogna, la nazione più nazione di tutte, la più pronta ad autogovernarsi con successo, anche grazie alla forza che le viene dalla sua storia dolorosa, dalla sua felice posizione geopolitica, dal suo straordinario investimento in educazione, cultura, innovazione economica, inclusione sociale.
Il processo farsa che si sta celebrando a Madrid contro i prigionieri politici e gli esiliati di Catalogna è una tale vergogna che nessun media europeo e internazionale gli dedica altro che pochi cenni imbarazzati e in gran parte sempre avvelenati da pregiudizi di difesa dello stato neofranchista.
Hanno ragione i conformisti dell'attuale globalizzazione, dell'attuale "europeismo", degli attuali sovranismi a temere e quindi a nascondere questo processo farsa, perché la sua ingiustizia si rivela come una epifania non appena se ne mostrano anche pochi squarci.
Se proprio avete un po' di tempo e di stomaco per leggere con quanta superficialità, supponenza e disprezzo la stampa ufficiale, preoccupata della conservazione degli stati come sono oggi, parla della resistenza catalana, potete visitare qualche pagina de Il Foglio.
Noi preferiamo raccomandarvi però la visione di un video come quello qui caricato, prodotto da Òmnium Cultural, una delle associazioni storicamente più vivaci nella difesa della cultura, della lingua, del paese catalani.
Anche se i commenti sono in lingua spagnola media, l'improntitudine e l'indegnità dei responsabili della repressione violenta appariranno chiari a tutti, anche ai lettori toscani e italiani che hanno meno dimestichezza con la politica e la realtà spagnola.
Il primo ottobre 2017 il governo spagnolo del Partito Popolare (membro del PPE), con la complicità del movimento dei "Cittadini" (membro della ALDE), con la ignavia dei socialisti spagnoli e catalani (membri storici dei Socialisti e Democratici Europei), hanno represso una grande manifestazione nonviolenta di autodeterminazione popolare dal basso, in Catalogna, uno dei cuori pulsanti d'Europa.
I difensori dello status quo, soggiogati dal fascio del centralismo, vorrebbero nascondere questa vergogna, ma ciò non sarà possibile, grazie all'attuale grado di sviluppo della capacità umana di registrare e conservare dal vivo immagini e suoni di tutto ciò che accade.
Gli anni di detenzione e di esilio inferti a pacifici attivisti politici catalani, senza rispetto di elementari diritti giuridici e umani, non resteranno quindi senza conseguenze.  I responsabili del processo farsa non resteranno impuniti.
Non daremo tregua ai nazionalisti e centralisti spagnoli (e ai loro complici in Europa e nel mondo) finché questa ingiustizia non sarà sanzionata e la libertà catalana ripristinata.
Non vincerà il fascio dei centralisti stato-nazionalisti.
Ci sarà libertà per tutti i prigionieri politici.
Libertà per la Catalogna.
Autogoverno per tutti, dappertutto.





L'ultima risposta di buona parte dei decentralisti d'Europa, contro la vergogna di questa persecuzione della Catalogna, è stata la scelta di designare Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana di Catalogna, come candidato alla guida della Unione Europea della Alleanza Libera Europea, la concentrazione di tanti movimenti autonomisti, indipendentisti e confederalisti europei.

Onore ai matrioti che lottano per l'autogoverno di tutti dappertutto.
Onore agli esiliati, fra cui non dimentichiamo sua eccellenza Carles Puigdemont i Casamajó (130° presidente della Generalità di Catalogna, rifugiato nelle Fiandre, insieme a una piccola struttura di governo in esilio della Repubblica di Catalogna), Clara Ponsatí i Obiols (in esilio in Scozia), Anna Gabriel i Sabaté (in esilio in Svizzera).
Onore a tutti i prigionieri politici che sono sottoposti alla farsa del processo neofranchista: Dolors Bassa i Coll, Meritxell Borràs i Solé, Jordi Cuixart i Navarro, Carme Forcadell i Lluís, Joaquim Forn i Chiariello, Oriol Junqueras i Vies, Carles Mundó i Blanch, Joan Josep Nuet i Pujals, Raül Romeva i Rueda, Josep Rull i Andreu, Jordi Sànchez i Picanyol, Jordi Turull i Negre i Santi Vila i Vicente.
Auguri a coloro che, come Oriol Junqueras, attraverso le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019, potranno continuare con maggior forza la propria lotta per la libertà della Catalogna e l'autogoverno di tutti dappertutto.

Oriol Junqueras, 2019, fonte Nacional.cat









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