Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

giovedì 29 marzo 2012

Un piccolo passo avanti?

Lo so, sono un fanatico dei piccoli passi avanti, una sorta di estremista di tutto ciò che fa rima con riformismo e migliorismo, uno pressoché incapace di vedere il bicchiere mezzo vuoto, abbagliato come sono da quello mezzo pieno. Per questo, con qualche cautela, con qualche scongiuro, cum grano salis, confesso di non essere del tutto scontento di ciò che si è mosso questa settimana in materia di riforma elettorale, a Roma, ma anche in Toscana.  Vediamo perché.

Punto uno. Alla fine si è mossa prima Roma, che la Toscana. Questo non significa certo che dobbiamo interrompere la nostra pressione sul nostro Consiglio regionale. Pigiando a Firenze, si aiuta a Roma. Sostenendo Roma, si stuzzica Firenze. Avanti quindi. Possiamo anche vantarci, come gruppo di intellettuali che da tempo ci siamo uniti per sostenere un giusto compromesso fondato sui collegi uninominali, che in fondo i leader romani si sono seduti sui risultati acquisiti anche grazie al nostro lavoro.

Punto due. Alla fine, sia a Roma, che in Toscana, si lavora per un sistema simile a quello tedesco. Almeno la metà degli eletti sarà espressa in collegi uninominali. Si allontana il pericolo del ritorno degli oscuri signori delle preferenze, quelli che vogliono decidere, con l'aiuto di pochi clienti, della destinazione dei soldi di tutti. I collegi uninominali sono la vera frontiera di coloro che credono in una società aperta, governata dai suoi cittadini sovrani. Sono la costituency per eccellenza, quella in cui sono possibili primarie (magari obbligatorie), quella dove le persone contano più dei partiti, quella dove le maggioranze popolari contano più delle minoranze organizzate.

Punto tre. Si creano degli incentivi alla formazione di partiti grandi. Forze inclusive, organizzate democraticamente al proprio interno, radicate territorialmente. Si fa un piccolo passo in avanti, dal bipolarismo forzoso e fazioso dell'era berlusconiana, a un più maturo confronto fra grandi forze, che potrà facilmente evolversi in un moderno ed efficiente bipartitismo.

Punto quattro. Ultimo ma non meno importante. C'è da essere contenti di sentire qualche lamentela rivelatrice. Si lamentano le piccole fazioni, i cui capetti vorrebbero essere eletti con percentuali a una cifra. Si lamentano i populisti, che non vogliono candidarsi per cambiare le cose, ma solo continuare a urlare e galleggiare. Si lamentano gli estremisti, quelli all'estrema destra, all'estrema sinistra, all'estremo centro, all'estremo oltre dell'antipolitica, i grillini in particolare. Non condividono una etica della responsabilità. Non amano le istituzioni. Scappano ogni volta che c'è da sporcarsi le mani per sconfiggere lo status quo.

Lancio un monito a tutti, vicini e lontani, alle persone già impegnate nelle forze esistenti, o che stanno pensando di promuoverne di nuove: continuiamo a impegnarci per i collegi uninominali; lavoriamo perché si formino dei movimenti con una vocazione maggioritaria; aiutiamo la discesa in campo di leader che vogliono cambiare il paese, non la propria vita o, peggio, il proprio stipendio.

Diffidiamo, diffidiamo, diffidiamo di tutti coloro che vogliono il proporzionale puro, le preferenze e tutto ciò che consente di essere eletti con pochi voti, perché sanno già che non ne prenderanno mai tanti.

Sembrano democratici, sembrano movimentisti, sembrano l'anti-politica.

E invece, politicamente parlando, sono solo imbroglioni.

mercoledì 28 marzo 2012

Non rimpiangere le cipolle d'Egitto

Sono un amico e un ammiratore di Fiamma Nirenstein, ma stavolta non sono d'accordo con il suo ultimo articolo sulla Tunisia, pubblicato su Il Giornale. La testimonianza diretta dell'amico Giacomo Fiaschi, apparsa oggi su Il Sussidiario, mi sembra più equilibrata.
Costruire una democrazia rispettosa delle tradizioni locali e fondata su valori religiosi, dove l'Islam sia "religione di stato" solo nel senso in cui il cattolicesimo lo è in Italia, o l'anglicanesimo lo è in Inghilterra, non sarà certo una passeggiata, ma non è il momento di rimpiangere le cipolle d'Egitto (Numeri, 11:5).
La direzione impressa alla politica tunisina dal voto popolare, ci sembra chiara. Ha bisogno di stimoli, anche critici, ma anche di amicizia e incoraggiamento.
Soprattutto dalla parte di chi, come noi, è sempre stato dalla parte del sacrosanto diritto di  Israele a una esistenza libera e sicura, dell'autogoverno di Gaza, dell'autodeterminazione e della fine dell'occupazione in Cisgiordania, della liberazione del Libano, delle riforme liberali in tutto il mondo arabo e islamico.
Possiamo e dobbiamo tutti fare qualcosa, nel nostro piccolo, perché Nadha, il partito popolare d'ispirazione islamica che ha vinto le elezioni in Tunisia, possa realizzare qualcosa di simile a quanto hanno realizzato il partito AKP in Turchia, o le Democrazie Cristiane in mezza Europa.
Mi scrive, direttamente a me e per il nostro blog, Giacomo Fiaschi, che sullo stato attuale della situazione politica tunisina è molto netto. Ne sintetizziamo di seguito il pensiero.

L’opinione espressa da Fiamma Nirenstein nel suo lungo articolo pubblicato da Il Giornale del 27 marzo scorso, secondo la quale la Tunisia laica sarebbe stata cancellata per dar vita ad uno stato islamico, è infondata.
A sostegno di questa tesi si ripescano notizie che nella rete circolano in modo, a voler essere benevoli, alquanto inesatto, per non dire strumentale. La "città" che sarebbe stata conquistata dai salafiti, per esempio, e dove sarebbe stata imposta una crudele talibanizzazione, è il piccolo villaggio di Sedjnane, che ha poco più di 4.000 abitanti.
Non è stata istuita alcuna "polizia religiosa". Semmai è successo che, nella ritrovata libertà, sono venuti alla luce anche gruppuscoli che potremmo definire "estremisti", come del resto lo sono certi gruppi di antisemiti, di fondamentalisti cristiani, di militanti noglobal in tutta Europa.
Forse a una Tunisia libera o in corso di liberazione molti non riescono a credere. A qualcuno di quelli che vivevano (e facevano fortuna) all'ombra dei passati dittatori, magari non piace nemmeno.
Grazie alla Provvidenza e alla volontà del popolo tunisino, invece, qualcosa è già cambiato, dal 14 gennaio 2011 scorso, e continuerà a cambiare.

venerdì 23 marzo 2012

Art. 18: accecati dai pregiudizi rischiamo di non vedere la realtà...

I miei pochi lettori sanno che su Diverso Toscana non ci piace fare i tuttologi... Tuttavia sull'art. 18 della legge 300 del 1970, ci sentiamo di lanciare un allarme contro i pregiudizi che impediscono di rispondere a domande che riteniamo importanti.

Il reintegro forzoso del lavoratore nel suo posto di lavoro originario, dopo un licenziamento ingiusto e illecito, è davvero un principio indefettibile? Che tipo di diritto universale sarebbe, se ha sempre riguardato solo delle minoranze, quelle che a volte sono state chiamate le aristocrazie operaie e impiegatizie?

Siamo sicuri che non si tratti di un retaggio di una società passata, fatta di posti di lavoro a vita, in grandi statiche aziende e in burocrazie immutabili? E ci dovremmo davvero dispiacere che questa vecchia società venga progressivamente superata?

E che tipo di diritto è quello per cui una persona viene forzosamente reintegrata nello stesso posto di lavoro dove si è scontrata con dei superiori che la hanno trattata ingiustamente? Quante persone hanno realmente desiderato tornare? Quante invece hanno preferito, rafforzate da un giusto risarcimento, cercarsi un posto migliore?

Il fatto che la più grande organizzazione di lavoratori e pensionati della Repubblica, la CGIL, si impunti sull'immodificabilità di questo art. 18, non la indebolisce? E se la CGIL si indebolisce, non si indebolisce la protezione di tutte le fasce sociali più deboli in questa Italia, ancora così ruvidamente classista e castale, reazionaria e vigliacca, forte con i deboli e debole con i forti?

Sia per quelli che lo vogliono cambiare, sia per quelli che lo vogliono difendendere, l'art. 18 non sta diventando forse una ossessione? Non pare anche a qualcun altro, oltre a chi scrive, che queste discussioni stiano oscurando temi più importanti e riforme ben più coraggiose? Perché non si parla più di spostamento della fiscalità dal lavoro alle rendite? Perché non si discute con più coraggio di abolizione della cassa integrazione e di tutte le altre forme di sussidio che tolgono risorse alle persone, per darle a imprese inefficienti o addirittura morenti? Perché non si discutono i tempi e le modalità della giustizia esistente, anche di quella del lavoro, invece che immaginarsi la fondazione di nuovi tribunali e riti speciali per l'economia?

Perché si impongono nuovi pesi e nuovi vincoli a tutte le piccole imprese? Esse sono le uniche che possono svolgere una funzione anti-ciclica e che, se lasciate più libere, potrebbero assorbire tanta disoccupazione femminile e costituire nuove opportunità di lavoro manuale e produttivo per tanti giovani che sono disoccupati a causa della loro preparazione troppo generica e troppo intellettualistica.

Perché, infine, questo pugno di professori, bravi e per bene, che sono al governo al posto dei politici falliti che c'erano prima, sta pericolosamente prevaricando la divisione dei poteri fra stato e regioni? E' così difficile da capire che la formazione professionale, l'apprendistato, gli investimenti per i giovani e le donne, le future contrattazioni e retribuzioni, devono essere maggiormente ancorate alle diversità territoriali, e non ulteriormente centralizzate?

Non bisogna essere professori, per capire che, se si mina l'evoluzione federale di questa Repubblica, la si mette in pericolo, non solo economicamente.

* * *

mercoledì 21 marzo 2012

Onore ai sayanim

Un sito di estremisti cristiani antisemiti e razzisti, che risponde al lugubre nome di Holywar.org, ha pubblicato una lista di proscrizione in cui sono inserite persone che il sito stesso accusa di essere "sayanim", servitori di Israele, lo stato ebraico. Ne fanno parte 163 docenti universitari, 50 intellettuali e giornalisti accusati di essere complici di Fiamma Nirenstein, e 25 cittadini definiti attivisti dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Siamo onorati di poter scrivere che molte di queste persone sono nostre amiche, a cominciare da Leonardo Tirabassi, l'intellettuale fiorentino presidente del Circolo dei Liberi e collaboratore, ad alto livello, delle nuove reti di impegno civico promosse da Italia Futura. Leonardo commenta questa intimidazione oggi sul Corriere Fiorentino, con sobrietà e understatement, ma anche con la chiarezza morale che, quando si parla di ebrei nel mondo e dello stato ebraico Israele, è sempre necessaria.
Anch'io, nel mio piccolo, assieme a tanti amici toscani, in particolare livornesi e pisani, soprattutto nel periodo in cui sono stato segretario dell'Associazione Italia-Israele di Livorno presieduta dal prof. Maurizio Vernassa,  ho sentito addosso il peso dell'intimidazione.
Non dimentico e non voglio che si dimentichino, qui in Toscana, i fatti di giovedì 14 ottobre 2004, quando il diplomatico israeliano Shai Cohen, il prof. Maurizio Vernassa, un gruppo di cittadini e di studenti, fra cui chi scrive, fummo cacciati dall'Università di Pisa, da un gruppo di squadristi, dei veri e propri "fascisti rossi", come li definì allora il presidente Vernassa.
Sì, lo confesso, sono un sayan anch'io.
In difesa di Israele, faro di libertà, di spiritualità, di progresso nel Medio Oriente, sempre.

martedì 20 marzo 2012

Li ha inseguiti per le scale

Dell'eccidio compiuto alla scuola ebraica di Tolosa, mi ha colpito un dettaglio narrato dai cronisti: l'assassino ha inseguito i bambini per le scale, per finirli.
Sento la necessità di metterlo nero su bianco, una volta di più: non ci rassegneremo mai a vedere picchiare le donne, importunare i gay, discriminare i neri, uccidere gli ebrei, inseguire i loro bambini per le scale. Mai.
L'oscena vigliaccheria di tutti i violenti, di tutti gli estremisti, di tutti i perdenti radicali, sarà perseguita e punita, senza tregua né remissione, secondo le leggi.
Se poi qualcuno dovesse sfuggire alla giustizia umana, lo credo fermamente, non sfuggirà di certo alla Provvidenza universale.
Stasera, spiritualmente, ci uniamo ai nostri amici della Comunità Ebraica di Livorno, che si riuniscono alle 18 per una preghiera per le vittime di Tolosa.


lunedì 12 marzo 2012

La testardaggine che ci vuole

Federico Vecchioni a Prato,
lo scorso 7 marzo 2012,
a un incontro della fondazione
Arare, in collaborazione con
Italia Futura Prato
Cambiare lo status quo richiede una energia spirituale, una chiarezza morale, una testardaggine di cui solo pochi leader sono dotati. Oggi a Firenze, al convegno di Agriventure dedicato al rilancio dell'agribusiness italiano, ho ascoltato con piacere Federico Vecchioni, il neo-coordinatore nazionale di Italia Futura, il quale, testardamente, ripete in ogni possibile occasione alcune sue profonde convinzioni.
Vecchioni crede nella terra e invita tutti a crederci di più.
Chiede che siano valorizzate, da imprenditori italiani e da autorità locali, le terre incolte che sono in mano alla manomorta pubblica.
Chiama a impegnarsi in agricoltura, con capitali di rischio, nuovi attori istituzionali e finanziari.
Continua a lottare per una Politica Agricola Comunitaria (PAC) più efficiente e meritocratica, oltre che meno burocratica, nella distribuzione di quelli che sono incentivi e non sussidi.
Crede che, quasi sessant'anni dopo la riforma agraria del 1954, oggi sia giunto il momento di incoraggiare il riaccorpamento delle proprietà e delle imprese agricole, che sono in media troppo piccole.
Invoca un nuovo coraggio pubblico e privato per la sburocratizzazione del settore.
Ripete, con testardaggine, che occorre restituire dignità, e un trattamento fiscale più ragionevole, al lavoro manuale, all'istruzione professionale, al rapido ingresso dei giovani in un mondo dove si produce e dove si può produrre tanto di più, per il mercato interno, per l'Europa e per tutto il mondo.
Le nostre regioni, singolarmente e unite nel grande nome Italia, hanno una leadership potenziale nell'agribusiness mondiale.
Si stima che per ogni Euro di prodotto alimentare italiano originale venduto nel mondo, se ne vendano altri dieci (sì, 10 volte tanto) di prodotto "Italian sounding", che ha un nome, un sapore, una veste che sembra italiana. Vogliamo riprenderci un po' di questo mercato, sottraendolo a chi ci copia?
Nel corso del convegno sono intervenuti il presidente della Cassa di Risparmio di Firenze, Aureliano Benedetti; il presidente dell'Accademia dei Georgofili, Franco Scaramuzzi; Marco Morelli, dirigente di Intesa Sanpaolo; Arturo Semerari, presidente ISMEA; Dario Stefàno, della conferenza stato-regioni; Paolo De Castro, presidente della Commissione agricoltura del Parlamento Europeo. E' intervenuto in video anche Dacian Ciolos, il commissario europeo del settore. Ha concluso il ministro Mario Catania.
Sono stati inoltre premiati, altra cosa davvero importante, i giovani vincitori di una competizione fra agri-startup.

sabato 10 marzo 2012

Buon anno nuovo al Tibet

Pochi giorni dopo il Losar, il capodanno tibetano, torna la ricorrenza del 10 marzo, giorno di ricordo del dolore dell'occupazione cinese e di celebrazione della volontà di autogoverno. Buon anno nuovo al Tibet, a tutti i popoli, a tutte le comunità che vivono nella Repubblica Popolare Cinese. Siamo in trepida attesa del vostro 1989, del prossimo 2011.

venerdì 9 marzo 2012

QueerAboard, la festa Ireos a Firenze

Archivio anche qui il comunicato che ho contribuito a elaborare per annunciare a Firenze e in Toscana il ritorno delle grandi feste QueerAboard organizzate da Ireos, l'associazione di impegno sociale e culturale queer per la quale faccio volontariato in questo mio periodo fiorentino (Nda, 21/3/2012).


Venerdì 9 marzo dalle 22.30
Torna QueerAboard, il social party di Ireos
Tante le novità: una nuovissima location ed ingresso free


La data da segnare è venerdì 9 marzo 2012. Alle 22.30 precise, presso lo spazio EX3 di Viale Giannotti 81, vicino alla Coop di Gavinana, a Firenze, inizierà la festa QueerAboard, organizzata da Ireos, in collaborazione con Arcilesbica. L'ingresso è libero e ci sarà una lunga “queer happy hour” fino a mezzanotte, durante la quale la consumazione sarà a soli 5 Euro. Tante le novità, ma la musica non cambia, sono riconfermati due dance floor  con i nostri storici dj: DisOrder dj e Pink Panther dj.
Riprendono così le serate queer fiorentine, che avevano debuttato nel 2008, su iniziativa dell'associazione Ireos, realtà già conosciuta a Firenze e in Toscana per il suo consultorio, la prevenzione HIV, la formazione, la documentazione, il Florence Queer Festival cinematografico, il gruppo giovanile.
Che vuol dire serata queer? L'aggettivo inglese “queer”, che una volta veniva usato per indicare chi era un po' “strano”, un “diverso”, con una connotazione sprezzante, è oggi un termine forse ancora controverso ma anche molto fecondo, che si riferisce a pensieri, parole, azioni e luoghi dove le persone possono incontrarsi, indipendentemente dalle loro identità e diversità.
Il social party di Ireos, QueerAboard, sarà ancora una volta una grande arca che imbarcherà lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali, eterosessuali e tutte le persone che, quale sia il proprio orientamento affettivo e sessuale, se lo stanno magari ancora domandando.
L'apertura è anticipata, per creare sin dalla prima serata una occasione di socialità e incontro. Lo spazio che è stato scelto per le feste di questa primavera è quello, molto elegante, dell'EX3, un luogo votato alla bellezza e alla contemporaneità. Viale Giannotti è servita dagli autobus 31/32 e dal servizio Nottetempo.
La festa sarà “lgbt*”, dove l'asterisco finale significa che sarà una notte davvero aperta a tutti coloro che si sentono anche solo un po' queer.
Veramente trasgressivo è il carattere no-profit della festa. Le persone che organizzano e animano l'evento sono tutti volontari di Ireos e Arcilesbica. I profitti della serata andranno al finanziamento dell'associazione.
Per maggiori informazioni: http://www.ireos.org.


* * *

Un precedente articolo, sempre ispirato dai volontari di Ireos, ci era stato pubblicato qualche giorno prima dal sito web Reporter.

mercoledì 7 marzo 2012

Pace e lavoro

Perché vogliamo una nuova legge elettorale toscana, fondata sui collegi uninominali e con le primarie obbligatorie? Perché sosteniamo che una riforma toscana faciliterà anche la riforma nazionale?
Non per motivazioni celesti, ma per considerazioni molto più terra-terra. E' nostra ferma convinzione che, con una nuova generazione di leader locali, selezionati in modo meritocratico ed eletti in ciascun territorio da maggioranze democratiche (e non da minoranze clientelari), avremo più libertà, più pace, più lavoro.


Approfondimenti:

Salvatore Vassallo e Dario Parrini alla Casa del Popolo di Sovigliana di Vinci

Nicola Cariglia su Pensalibero.it

Mauro Vaiani sull'Unità



martedì 6 marzo 2012

Alla Casa del Popolo di Sovigliana, per una buona riforma elettorale

La sera di lunedì 5 marzo 2012, alla Casa del Popolo di Sovigliana, nel comune di Vinci, il locale Partito Democratico ha invitato l'on. prof. Salvatore Vassallo a parlare di buona politica, riforme istituzionali, nuova legge elettorale nazionale, primarie. Invitato dal sindaco di Vinci, Dario Parrini, ero presente, anche per testimoniare il lavoro fatto dal nostro piccolo gruppo bipartisan per la riforma elettorale toscana.

Vassallo ha detto cose semplici e importanti, per esempio sul compromesso che si sta cercando, a Roma, su una nuova legge elettorale che faccia eleggere la maggior parte dei parlamentari attraverso collegi uninominali, fatta salva una quota di rappresentati eletti con il proporzionale. Una scelta ragionevole, del tutto analoga a quella che sta maturando in Toscana. Una piccola preoccupazione, però, l'on. Vassallo ce l'ha trasmessa: la riforma istituzionale su cui si stanno accordando le tre maggiori forze politiche dell'attuale Parlamento - PD, PDL, Polo della Nazione - prevede un taglino del 20% circa dei parlamentari e una attenuazione davvero timida di quel bicameralismo paritario che è una delle rovine della Repubblica. Possibile che si torni indietro persino rispetto al compromesso Violante-Maroni del 2006-2007? Possibile che non ci renda conto di quanto la situazione sia grave, di quanto sia profondo e crescente lo iato fra cittadini e istituzioni, di quanto sia necessaria l'approvazione di riforme che sono mature, nella coscienza del Paese, da quasi trent'anni?


Una cosa davvero importante, anch'essa patrimonio consolidato del nostro impegno riformatore, è stata ricordata dal sindaco Dario Parrini. Sintetizziamola così: perché ci stiamo impegnando per le riforme elettorali? Per una passione astratta per le regole? Per una nostra affezione un po' narcisistica per la bellezza anglosassone dei collegi uninominali e delle primarie? No, ha detto con chiarezza Dario, non per questo, ma per una necessità ben più concreta, quella di selezionare una classe dirigente più credibile, più autorevole, più responsabile nei confronti dei suoi elettori. Senza una selezione meritocratica e democratica, non avremo una nuova leadership politica. Senza una nuova generazione di leader politici, non avremo buongoverno. Senza buongoverno, non avremo stabilità, innovazione, libertà, ricchezza, bellezza. Senza le primarie, senza i collegi uninominali, in buona sostanza, saremo meno liberi e più poveri.

Se non riusciamo a varare, in Toscana e a Roma, nuove leggi elettorali moderne e competitive, è molto probabile, che la nostra società locale e la società nazionale rimarranno ferme, nel senso di soffocate, come oggi, da una politica costosa e autoreferenziale.

Buone leggi elettorali, invece, assicureranno vantaggi competitivi a una società aperta e democratica. Miglioramenti insperati, "unexpected improvements", come direbbero alcuni amici che sono impegnati in startup innovative.

Una buona legge elettorale, fondata sulla severa selezione delle primarie e sulla valorizzazione della persona nel collegio uninominale, è uno dei modi con cui la politica può tornare a creare valore, lavoro, ricchezza, diligenza, bellezza.



* * *

lunedì 5 marzo 2012

Visibilità gay per liberare la società e le chiese

Mario Lancisi, in un suo articolo sul Tirreno di oggi, dedicato alle  discussioni sull'ipocrisia della chiesa e della società sulla condizione omosessuale di Lucio Dalla, cita il mio impegno personale. Con il passare del tempo, nonostante i sacrifici e le difficoltà che ho affrontato, insieme ai miei familiari e ai miei cari, sono sempre più convinto che la mia visibilità come persona omosessuale e cristiana, impegnata e situata in un contesto queer, qui e oggi, in Toscana, sia stata positiva per me e forse anche utile a un cammino di liberazione nella nostra società e nelle nostre chiese. Ringrazio Mario Lancisi anche per aver voluto ricordare la figura di don Domenico Pezzini, a cui gli omosessuali credenti di tutta Italia - io in modo particolare - devono molto.

domenica 4 marzo 2012

Il voto coi piedi

A giudicare dalla gente che affolla i centri commerciali aperti la domenica, direi che il popolo ha votato con i piedi a favore delle aperture domenicali.
Oggi ne ho visitato uno anch'io.
L'ho trovato pieno come non lo avevo visto da tanto tempo.
Tante famiglie con bambini.
Tanti handicappati in sedia a rotelle.
Tanti immigrati.
E poi persone di ogni ceto, età, provenienza.
Sono e resto un critico del consumo di territorio, dello spreco energetico, della massificazione, del consumismo, tutte cose che i centri commerciali, pianificati male dai poteri pubblici e costruiti peggio dagli speculatori privati, portano inevitabilmente con sé.
Però...
Però una domanda oggi mi risuonava nella testa.
Dove altro dovrebbero andare, in queste domeniche ancora fredde, in questi tempi così difficili, famiglie con bambini, disabili, immigrati?
Non certo nei nostri centri storici, resi purtroppo inaccessibili e costosi, dalla manomorta pubblica e dal parassitismo privato.
Come mi sono sembrate astratte oggi, in mezzo al popolo, le parole di tanti politici, sindacalisti, ecclesiastici, contro le aperture domenicali.
Anzi, posso dirlo? Mi sono sembrate oscenamente lontane dai bisogni reali del popolo.

Ciascuna persona - la più umile non meno della più affluente - vuole uscire, è attratta dalla confusione, cerca l'occasione, afferra l'attimo.
La gente vuole essere libera di vivere, di lavorare, di sbagliare.
E' così difficile da capire?

venerdì 2 marzo 2012

La veraforza del riformista

L'amico Valerio Giannellini ci ha segnalato un pezzo di Roberto Saviano, in cui lo scrittore esalta - facendo la recensione di un bel libro su Turati e Gramsci, scritto da Alessandro Orsini - la mitezza, la lungimiranza, la concretezza dei riformisti. Il riformismo è veraforza, per dirla con una parola gandhiana che il nostro mondo civico-liberale ama molto (Ndr, 2/3/2012). 



Elogio dei riformisti
La tolleranza di Turati, quella piccola lezione per una sinistra smarrita. Un saggio ripercorre la figura del leader socialista e una tradizione da sempre minoritaria in Italia.
di ROBERTO SAVIANO

Recensione del saggio
"Gramsci e Turati - Le due sinistre"
di Alessandro Orsini
Rubbettino, 2011

Che cosa significa essere di sinistra? È possibile ancora esserlo? Sentire nel profondo di appartenere a una storia di libertà, a una tradizione di critica sociale e di sogno, a un percorso che sembra essersi lacerato, reciso. Con un immenso passato e un futuro incerto? E soprattutto di quale sinistra parliamo e di quale tradizione? E come si coniugano le due anime della sinistra, quella riformista e quella rivoluzionaria? Che genere di dialogo c'è stato tra loro?
Domande che affliggono militanti, intellettuali e uomini di partito. Domande che affliggono me da sempre. Alessandro Orsini giovane professore napoletano di Sociologia Politica all'Università di Roma Tor Vergata ha provato a dare delle risposte. Ha scritto un libro intitolato “Gramsci e Turati - Le due sinistre” (Rubettino).
Il titolo sembra presentare un saggio, di quelli accademici, lunghi e tortuosi. E invece credo sia la più bella riflessione teorica sulla sinistra fatta negli ultimi anni. Che non ha paura di maneggiare materia delicata. Alessandro Orsini ci presenta due anime della sinistra storica italiana (esemplificate in Gramsci e Turati) e ci mostra come, nel tempo, una abbia avuto il sopravvento sull'altra.
L'idea da cui parte Alessandro Orsini è semplice: i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: "La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato". Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all'insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: "Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio". Arrivò persino a tessere l'elogio del "cazzotto in faccia" contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un "programma politico" e non un episodio isolato.
Certo, il pensiero di Gramsci non può essere confinato in questo tratto violento, e d'altronde le sue parole risentivano l'influenza della retorica politica dell'epoca, che era (non solo a sinistra) accesa, virulenta, pirotecnica. Il politicamente corretto non era stato ancora inventato. Eppure, in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo: "Tutte le opinioni meritano di essere rispettate. La violenza, l'insulto e l'intolleranza rappresentano la negazione del socialismo. Bisogna coltivare il diritto a essere eretici. Il diritto all'eresia è il diritto al dissenso. Non può esistere il socialismo dove non esiste la libertà".
Orsini raccoglie e analizza brani, scritti, testimonianze, che mostrano come quel vizio d'origine abbia influenzato e condizionato la vita a sinistra, e come l'eredità peggiore della pedagogia dell'intolleranza edificata per un secolo dal Partito Comunista sopravviva ancora. Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c'è più traccia di quel massimalismo verboso e violento, e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso.
Ma c'è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani. Loro sono i seguaci dell'unica idea possibile di libertà, tutto quello che dicono e pensano non può che essere il giusto. Amano Cuba e non rispondono dei crimini della dittatura castrista - mi è capitato di parlare con persone diffidenti verso Yoani Sánchez solo perché in questo momento rappresenta una voce critica da Cuba - , non rispondono dei crimini di Hamas o Hezbollah, hanno in simpatia regimi ferocissimi solo perché antiamericani, tollerano le peggiori barbarie e si indignano per le contraddizioni delle democrazie. Per loro tutti gli altri sono venduti. Mai che li sfiori l'idea che essere marginali e inascoltati nel loro caso non è sinonimo di purezza, ma spesso semplicemente mancanza di merito.
Turati a tutto questo avrebbe pacificamente opposto il diritto a essere eretici, che Orsini ritiene essere il suo più importante lascito pedagogico. Questo fondamentale diritto ha trovato la formulazione più alta nell'elogio di Satana, metafora estrema dell'amore per l'eresia e dell'odio per i roghi. Satana, provoca Turati, è il padre dei riformisti: "Non siamo asceti che temono i contatti della carne, siamo figli di Satana (...). Se domani viene da me il Re, il Papa, lo Scià di Persia, il Gran Khan della Tartaria, il presidente di una repubblica americana, non per questo rinuncio alle mie idee. Non per questo transigo o faccio atto d'omaggio, ma resto quello che sono, e ciascuno di noi rimane quello che è".
Ma l'odio per i riformisti, - spiega Orsini - è il pilastro della pedagogia dell'intolleranza. Dal momento che i riformisti cercano di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori qui e ora, sono percepiti da certi rivoluzionari come alleati dei capitalisti.
Questo libro dimostra come, nella cultura rivoluzionaria, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori sia un bene (come diceva Labriola) perché accresce l'odio contro il sistema e rilancia l'iniziativa rivoluzionaria: è il famigerato tanto peggio tanto meglio. I riformisti, invece, non credono nella società perfetta, ma in una società migliore che innalzi progressivamente il livello culturale dei lavoratori e migliori le loro condizioni di vita anche attraverso la partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica.
I riformisti - spiegava Turati - sono realisti e tolleranti. Realisti perché credono che non sia possibile costruire una società in cui siano banditi per sempre i conflitti. Tolleranti perché, rifiutando il perfettismo, si pongono al riparo dalla convinzione di avere avuto accesso alla verità ultima sul significato della storia. Turati pagò a caro prezzo la sua durissima battaglia contro la pedagogia dell'intolleranza. Quando morì in esilio, in condizioni di povertà, Palmiro Togliatti scrisse un articolo su Lo Stato Operaio, in cui affermò che era stato "il più corrotto, il più spregevole, il più ripugnante tra tutti gli uomini della sinistra".
Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra. Potrebbe essere uno strumento di comprensione e soprattutto, credo, di difesa. Difenderebbe il giovane lettore dai nemici del dialogo, dai fautori del litigio, dagli attaccabrighe pronti a parlare in nome della classe operaia, degli emarginati, degli "invisibili", dai pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente.
Turati aiuta a comprendere quanta potenza ci sia nel riformismo, che molti considerano pensiero debole, pavido, direbbero persino sfigato. Il riformismo di cui parla Turati fa paura ai poteri, alle corporazioni, alle caste, perché prova, cercando consenso, ponendosi dubbi, ragionando e confrontandosi, di risolvere le contraddizioni qui e ora. Coinvolgendo persone, non spaventandole o estromettendole perché "contaminate".
Non è un caso che i fascisti prima e brigatisti poi avessero in odio soprattutto i riformisti. Non è un caso che i fascisti temessero Matteotti che aveva denunciato brogli elettorali. Non è un caso che i brigatisti temessero i giudici riformisti, i funzionari di Stato efficienti. Perché per loro i corrotti e i reazionari erano alleati che confermavano la loro idea di Stato da abbattere e non da migliorare.
Per Turati il marxismo non può essere considerato un "ricettario perpetuo" in cui trovare la soluzione a tutti i problemi perché uno stesso problema, come l'emancipazione dei lavoratori, può richiedere soluzioni differenti in base ai contesti, ai periodi storici e alle risorse disponibili in un dato momento. Meglio diffidare da coloro che affermano di sapere tutto in anticipo; meglio "confessarci ignoranti".
Turati era convinto che la prospettiva culturale da cui guardiamo il mondo fosse decisiva per lo sviluppo delle nostre azioni. Questa è la ragione per cui attribuiva la massima importanza al ruolo dell'educazione politica: prima di trasformare il mondo, occorre aprire la mente e confrontarsi con i propri pregiudizi. Le certezze assolute fiaccano anche le intelligenze più acute: la pedagogia della tolleranza è il primo passo per la costruzione di una società migliore.
(28 febbraio 2012)

Fonte:



Visita anche:




Post più popolari di sempre