Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 28 novembre 2015

Una scomoda verità sull'autodistruzione umana


Dal sito del documentario Cowspiracy


E' accessibile in rete un documentario semplice ma, a nostro parere, piuttosto serio, che manda al grande pubblico un messaggio tanto chiaro quanto scomodo: l'allevamento intensivo degli animali, in particolare dei bovini, inquina da solo più tutte le altre attività umane. La grande industria della carne non è semplicemente sostenibile. Ne' si può pensare di sostituire la carne con un ulteriore sfruttamento del pesce marino. Ogni comunità umana, confrontandosi con il suo clima, il suo ambiente, la sua cultura deve trovare un modo di diventare più vegetariana e meno carnivora (e meno piscivora).
Il documentario si intitola Cowspiracy, un gioco fonetico che combina provocatoriamente le parole cow (la vacca, la bestia) e conspiracy (cospirazione, complotto), ma non aspettatevi ammiccamenti alle grandi paranoie e alle profonde paure del nostro tempo.
Tutto viene comunicato in modo problematico, non evangelico.
C'è anche una morale vegetariana, anzi - visto l'eccessivo uso di latte e latticini che affligge le società americane e americanizzate - c'è anche un esplicito invito vegano, ma, lo ribadiamo, il messaggio resta insieme molto laico e primariamente politico.
Ebbene, mentre a Parigi sta per aprirsi l'ennesima conferenza internazionale sul cambiamento climatico, di grande impatto mediatico ma con una agenda discussa e discutibile, questo documentario contro lo sfruttamento animale può aiutare una riflessione più personale, meno conformista, più ancorata a ciò che possiamo cambiare qui, ora, nella nostra vita, nei nostri rapporti sociali, nelle economie e nel fisco locali, nella nostra terra.

mercoledì 25 novembre 2015

False Friends Not Welcome in Tuscany


On 26-27 November 2015, NATO Parliamentarians are arriving in Florence for discussions to review an international strategy against the self-proclaimed Caliphate, the late incarnation of a dangerous kind of Fascist-Islamist State (aka IS, ISIS, ISIL, Daesh).
Let us talk frankly, NATO is an anachronistic and sometimes dangerous scrap, and we dare to say the Tuscan people is very skeptical about its recent political and military development.
In addition, Syria and the Levant are in urgent need of serious peace talks among enemies, not another round of hypocritical talks among false friends.
You, who are accomplices of the Islamist criminals in the Levant.
You, who have been financing and arming the so-called Syrian "rebels".
You, who conspired with any kind of criminal militias to justify neocolonialism and endless wars.
Are you coming in Florence to make peace, aren't you? 
If not, you are not welcome.

Source: http://www.firenzeturismo.it

sabato 21 novembre 2015

Captagon, la droga del Jihad


I perdenti radicali omicidi e suicidi si ammantano di richiami alle sofferenze storiche della nazione araba e di solenni versetti del Corano, ma in realtà si finanziano, si armano, si eccitano grazie a un modernissimo traffico di droga e armi.
Spiccano, in questo quadro, le notizie sul famigerato captagon, la droga che pare infondere un coraggio sovrumano e liberare una attitudine sanguinaria.
Una cosa non molto coranica, non molto religiosa, mi permetto di dire.
Un assaggio della complessità, ma anche della stupefacente modernità della situazione, ce lo ha dato oggi la rassegna di geopolitica di Radio Radicale, che è disponibile anche in podcast:
https://www.radioradicale.it/rubriche/rassegna-di-geopolitica/podcast
Dietro il nichilismo islamista, ci pare, si intravedono produttori e consumatori di anfetamine illegali, mercanti di petrolio e di schiavi, cialtroni e criminali di tutte le nazionalità, culture e religioni.
Non è che nella cultura e nella religione islamica non ci siano serie degenerazioni - come giustamente ho sottolineato al mio amico Giovanni Fontana - ma, seguendo la lezione di Oliver Roy e di Hans Magnus Enzenberger, occorre fare attenzione al pregiudizio culturalista.
Ciò che si presenta in superficie come un fenomeno culturale arabo e religioso islamista, potrebbe essere nel profondo una frattura ben più materiale, provocata e aggravata oggi, non risalente a un passato più o meno lontano.
Stiamo parlando del neocolonialismo in Medio Oriente, Maghreb, Sahara, Corno d'Africa (in particolare americano, francese, inglese, ma anche saudita, iraniano, russo e turco), che continua a devastare tutto ciò che sta sull'altra sponda del Mediterraneo.
Riconosciamo alle autorità italiane, in particolare al giovane premier italiano Matteo Renzi, di essersi poste con la giusta cautela di fronte a questa dolorosa e complessa realtà.
L'Italia non è complice, se non marginalmente, di operazioni neocoloniali.
Speriamo si continui così.



Fonte: http://www.nextquotidiano.it/captagon-la-storia-della-droga-usata-dagli-jihadisti/


domenica 15 novembre 2015

Vita di quartiere, non morte di stato


Dopo ciascun evento provocato da attentatori kamikaze, disperati perdenti radicali omicidi e suicidi, milizie nichiliste, organizzazioni fondamentaliste, a tutti piacerebbe poter credere a narrazioni semplicistiche, che promettono reazioni rapide e soluzioni chiare, che però non ci sono.
Come studioso, è mio dovere smascherare la quantità di assurdità che i media veicolano con insopportabile leggerazza.
Alcuni dei miei caveat:

- la storia dell'islamismo politico ha radici profonde nel colonialismo inglese e francese e non porremo fine ad esso continuando a praticare neocolonialismo; l'esistenza di un clero islamista fascistoide e sanguinario, molto simile a come era un certo clero cristiano di una volta, non ci deve confondere; come ci spiegano gli studi di Oliver Roy, siamo al centro di drammi politici e sociali molto moderni, che sono solo camuffati sotto le vesti di antichi conflitti religiosi; non facciamoci imbrogliare e confondere da una certa propaganda fondata su stereotipi anti-immigrati;

- prima di cominciare una nuova guerra, i nostri governi dovrebbero cercare di capire e di spiegare all'opinione pubblica, come mai armi e soldi occidentali sono finiti direttamente nelle mani dei Talebani in Afghanistan e dell'ISIS in Iraq e Siria; stiamo letteralmente finanziando e armando il nostro nemico, questa è la scomoda verità che nessun media vuole affrontare;

- se si riuscisse a individuare e ad aiutare forze locali di autodifesa e di liberazione, che non mancano in nessuno dei cosiddetti "stati falliti", questo potrebbe condurre a delle disintegrazioni geopolitiche; sarebbero rischiose, ma sempre meno dello status quo; potrebbero anche contenere un germe di speranza per territori storicamente martoriati, prima dal nostro colonialismo, poi dall'autoritarismo degli stati post-coloniali che abbiamo lasciato loro in eredità;

- in ogni caso, purtroppo, una politica internazionale meno neocolonialista e meno militarista, da parte dell'Occidente, non porterà rapidamente fine alla deriva dei perdenti radicali e al loro terrorismo, come ci avverte Hans Magnus Enzensberger.

Il perdente radicale, organizzato o isolato che sia, non può essere neutralizzato da stati, apparati e politiche ancora più centralizzate e autoritarie di quelle che abbiamo negli Stati Uniti, Francia, Inghilterra, o anche in Italia.
Non morte e repressione di stato, ma una inclusiva e responsabile vita di quartiere può contenere e qualche volta forse persino prevenire queste esplosioni di violenza.
La comunità locale, coesa attorno a una religione civile, unita attorno a leader locali credibili, dotata di una forza di polizia che conosce e controlla ogni angolo del quartiere o del villaggio, può essere di aiuto a se stessa:
- stroncando sul nascere ogni forma di lavoro nero e di sfruttamento dell'immigrazione clandestina;
- impedendo la formazione di ghetti socio-culturali e di sacche di illegalità diffusa;
- offrendo una opportunità a tutti i suoi membri, salvandone, almeno qualcuno, dal destino di diventare un perdente radicale;
- creando una rete di vigilanza e solidarietà diffusa, che potrebbe rivelarsi forse persino preventiva, ma comunque di certo decisiva per contenerne gli effetti, quando una esplosione di violenza omicida e suicida occorresse.

In questa ultima parte del post, comprendo con sempre maggiore chiarezza che non bastano gli studi, per invertire la rotta sbagliata seguita sinora dall'Occidente in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libia, Siria e Yemen.
Occorre una capacità di propugnare un cambiamento.
Urgono nuove forme di attivismo dal basso, qui, adesso.


Il simbolo con richiami alla Tour Eiffel,
ma anche a simboli pacifisti e anarchici,
che è diventato un segno popolare di solidarietà
con le vittime del terrore di Parigi - Fonte: The Guardian

sabato 14 novembre 2015

Pregare, studiare, lavorare


Di fronte al terrore scatenato questa notte a Parigi, fra il 13 e il 14 novembre 2015, preghiamo per le vittime e onoriamo coloro che stanno tentando di porre fine agli attentati simultanei.
Si conferma il valore strategico e profetico dello studio di Hans Magnus Enzensberger sui perdenti radicali omicidi e suicidi. Studiare è necessario, per capire cosa sta accadendo nelle nostre società, in tutte le classi sociali, in tutte le comunità locali.
Per fronteggiare la violenza distruttiva e autodistruttiva di coloro che odiano, oltre che se stessi, la nostra società aperta, serve una capacità di lavoro, una diligenza quotidiana, una presenza capillare.
Possiamo e dobbiamo ricostruire la nostra sicurezza quartiere per quartiere, con una capacità di coesione e di solidarietà fondata sul conoscersi, sul condividere regole comuni, sul senso del dovere, sul senso civico.
Povere le città e misere le repubbliche, che non hanno un controllo ferreo del proprio territorio, commissariati di quartiere, autorità politiche locali forti e autorevoli e una popolazione unita attorno a una salda religione civile.
Noi, qui in Toscana e in parecchie altre parti d'Italia, abbiamo tradizioni di diligenza e prossimità che potrebbero essere sufficienti.
Riprendiamocele e mettiamoci al lavoro.

Una immagine emblematica de Les Halles di Parigi
dopo gli attentati della notte
fra il 13 e il 14 novembre 2015
Fonte: http://www.liberation.fr/


venerdì 13 novembre 2015

Politicamente guasti


Si leggono sui media toscani storie incredibili di scuole che evitano di portare le loro classi a vedere mostre come quella sulla Divina Bellezza, a palazzo Strozzi, strettamente collegate con le ritornanti, insensate polemiche contro i crocefissi.
A tanta ignoranza sul significato spirituale, ma anche culturale e civile, della presenza di un segno come la croce sul territorio toscano, non c'è facile rimedio, ma vale la pena di dare una mano ai pochi che ancora ci provano a denunciare i guasti del politicamente corretto. Ci uniamo a Paolo Ermini, Mario Lancisi, Eugenio Giani, che, in modi diversi e - per fortuna! - non del tutto convergenti, provano a risvegliare tante menti impigrite.
Questi cervelloni politicamente guasti traboccano di un pensiero tanto sbagliato, quanto sottilmente autoritario e tendenzialmente velenoso, che a poco a poco non solo ridicolizza, ma addirittura uccide i valori liberali e sociali che pretenderebbe di difendere.
Si chiede la rimozione di un'antica croce giottesca con crucifisso, mentre si lascia che la scuola pubblica venga squalificata.
Si pretende di non mostrare arte cristiana alla gioventù toscana cresciuta in famiglie non cristiane, ma nello stesso tempo si lasciano intatti i privilegi cattolico-romani in materia di tasse, nomine e prelievi.
Si esigono manifestazioni di fedeltà ad un astratto multiculturalismo, ma non si muove un passo per fermare il traffico di esseri umani e l'importazione di schiavi da far lavorare a basso costo.Si fanno professioni pubbliche di fede anti-razzista, ma l'eguaglianza di opportunità e di doveri, in particolare nel campo del diritto allo studio, che rappresenta il futuro della società toscana, è un miraggio.
Raccomanderemmo minor settarismo e maggiore umiltà, meno laicismo parolaio e più stoica laicità, meno chiacchiere di uguaglianza formale e più giustizia sociale, meno applausi al papa e più concretezza politica.


Crocifisso giottesco della chiesa di Ognissanti a Firenze
Fonte: http://www.stilearte.it

mercoledì 11 novembre 2015

No alla schiavitù

Fonte: http://www.diocesiprato.it


Il vescovo di Roma, papa Francesco, è venuto ieri a Prato, in questa estate di San Martino, portando una ventata di aria fresca.
Parlando dal bel pulpito di Donatello, ha ricordato un messaggio evangelico che è sempre più urgente nella società globalizzata: no alla schiavitù e dignità per tutti i lavoratori.
Si può anche rifiutarla, questa antica dottrina sociale, ma se la si abbraccia, ci sono delle conseguenze:
- il lavoro nero è un peccato mortale;
- le morti bianche gridano vendetta al cospetto dei cieli;
- deve esistere un salario minimo (la giusta mercede della tradizione!);
- il salario minimo deve valere per tutti;
- il lavoro manuale, festivo, notturno, più duro e più usurante, deve essere compensato meglio del lavoro impiegatizio;
- si devono diminuire i posti di lavoro dirigenziali, che sono troppo spesso burocratici e improduttivi;
- se si impiega un immigrato, gli si devono riconoscere gli stessi doveri e diritti di ogni altro lavoratore;
- chi ha perso o non trova un lavoro con le proprie forze, deve essere inserito in un programma di lavoro socialmente utile;
- con il salario minimo un genitore deve poter mantenere se stesso, il proprio congiunto, i propri figli (almeno tre!);
- deve esistere una pensione minima per tutti gli anziani, con i quali essi possano mantenersi;
- devono esistere servizi pubblici universali, disponibili per tutti a un prezzo compatibile con il salario minimo.
Quanti di questi undici principi, stanno ispirando concreti progetti politici di cambiamento?
Quante di queste undici aspirazioni sono possibili nell'Italia centralista e sotto la tecnocrazia che attualmente governa l'Eurozona?
Che fare, per essere all'altezza di questi principi?

* * *

Per approfondire, a questo link della chiesa cattolica di Prato, trovate il testo del discorso del papa

sabato 7 novembre 2015

In difesa dell'autogoverno e della pace


Con poche eccezioni, fra cui quella importante perché lucidissima di Massimo Cacciari, continua l'attacco alle autonomie locali, a quelle speranze - mai diventate realtà - di autogoverno delle comunità sociali e territoriali nella nostra malandata repubblica.

Una casta egemone attraverso i suoi posti e le sue pensioni intoccabili, nella RAI, nei ministeri, nell'INPS, nelle agenzie e nelle autorità nazionali, nel parlamento dei nominati e dei trasformisti, nelle alte magistrature, nelle prefetture, nelle sovrintendenze, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende mantenute dallo stato, è sempre più scatenata contro i comuni e le regioni - e non ha ancora veramente iniziato a sciogliere le province, perché esse sono la proiezione sul territorio di un antico statalismo.

Sono riusciti ad affondare ogni speranza di riforma federale dell'Italia, spingendo indietro, verso la dipendenza le comunità e verso il servilismo gli individui.


Invece di accettare profonde, sagge, graduali riforme per il ridimensionamento di ogni burocrazia, stanno radicalizzando il conflitto fra loro al centro e noi in periferia. Dal loro punto di vista tutto sembra ridotto a: mors nostra, vita sua.

Il primo governo Renzi pare incapace di mettere un freno a questa corsa scellerata verso l'accentramento a Roma non solo di risorse e potere, ma anche di conoscenze e credibilità.

Anzi, i collaboratori più stretti di Matteo Renzi sembrano narcisisticamente affascinate dalla tentazione di contribuire, attraverso una comunicazione sommaria e autoritaria, alla distruzione anche mediatica di ogni autorità locale. Una operazione che è parzialmente riuscita in passato ad altri leader nazionali, ma sempre con esiti disastrosi nel lungo termine. Oggi non potrebbe che rivelarsi tanto più pericolosa quanto più l'Italia è diventata complessa e divisa.

Vecchi e nuovi centralisti paiono irrimediabilmente ciechi al fatto che stanno mettendo in pericolo non solo la nostra fatiscente repubblica e l'autogoverno delle comunità italiane, ma anche il federalismo europeo e il movimento globale per l'autodeterminazione dei popoli, mettendo in pericolo, di conseguenza, la libertà e la pace, ben oltre i nostri confini.

Che fare?

 


Cartina pubblicata dal Corriere della Sera - novembre 2015



lunedì 2 novembre 2015

Attenti alle vertigini


Troppo potere, concentrato in un punto troppo alto, in troppe poche mani, produce una pericolosa vertigine in chi sta in alto, nonché spaccature irrimediabili fra il vertice e la base, fra il centro e le periferie.
La Turchia, come tante altre grandi repubbliche in cui il sistema istituzionale permette la concentrazione geopolitica del potere, dovrebbero servire da monito, per tutti coloro che credono davvero nelle libertà degli individui e nell'autogoverno delle comunità.





Fonte: http://www.hurriyetdailynews.com/


PS

Chissà, forse provvidenzialmente, annotiamo questo allarme nel 40° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei pochi intellettuali veramente critici, in lotta contro ogni tecnofascismo.


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