Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

domenica 28 settembre 2014

L'articolo 18, dal 1970


Sono sempre stato fra quelli contrari alla polarizzazione pro o contro articolo 18. Mi è sempre sembrato un errore politico, in grado di stroncare sul nascere qualsiasi seria riforma di cose ben più importanti, che opprimono il lavoro e impediscono la ripresa economica. Per esempio: l'eccesso di tassazione diretta sul lavoro; l'IRAP; l'impossibile labirinto delle norme edilizie e ambientali; la difficile applicazione delle norme di sicurezza; i discutibili meccanismi di rappresentanza sindacale.

Tuttavia la repubblica italiana ha bisogno di questo sospirato Job Act, del famoso contratto unico a tutele crescenti, di una semplificazione delle norme e, sì, della loro traduzione in inglese, francese e tedesco.

Questo significa superare tutte le leggi esistenti, anche il glorioso Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970 - comprese le barocche ma inconcludenti modifiche che sono state tentate, anche di recente, sotto la guida di professori e di tecnici.

Il comma 1 dell'articolo 18 di quella legge contiene un passo che suona così:

il  giudice,  con la sentenza con cui dichiara inefficace
il  licenziamento  (...) o annulla  il  licenziamento
intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne  dichiara
la nullita' (...), ordina al datore di lavoro di
reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro



Ripeto, ci sono cose più importanti, ma si deve ammettere che questo concetto di reintegro appartiene a un passato che non esiste più.

Risarcimenti, tutele, mobilità agevolate sì, certo, ci devono essere, anzi devono essere potenziate, ma a questo concetto di reintegro forzoso, credo che si possa dire addio, senza rimpianti.



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