Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 22 settembre 2012

A testa bassa contro le regioni?


Il Corriere della Sera di oggi, sabato 22 settembre 2012, ospita un editoriale di Michele Ainis intitolato "I pachidermi delle regioni". Si tratta di un attacco a testa bassa contro il regionalismo italiano e la sua possibile evoluzione in un serio e compiuto federalismo.

Abbiamo scritto al Corriere Fiorentino un nostro commento, piuttosto severo, sulle superficialità contenute in questo intervento del professore. Pubblichiamo qui integralmente il nostro testo.


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Siamo rimasti molto sorpresi dal tono irridente dell'articolo di Ainis nei confronti della storia delle regioni. Non ci è piaciuto il fatto che l'articolo metta in ridicolo le riforme del titolo V della Costituzione, fra le pochissime che siano uscite dalla palude politica nazionale e che abbiano superato il vaglio del voto popolare.
L'articolo contiene vere e proprie boutade, come l'asserita esistenza, presso ogni regione, di incaricati alla politica estera e sedi diplomatiche. Attribuisce alle regioni colpe che sono della politica nazionale e delle modalità con cui essa si finanzia, da decenni, da molto prima che esistessero le regioni.
Particolarmente fuorviante è accusare le regioni di essere responsabili della cementificazione del paese, mentre le responsabilità più dirette di questo disastro ambientale sono invece proprio in leggi e comportamenti politici che hanno tutti origine a Roma.
Non ci è piaciuta nemmeno l'invocazione del ritorno, in casi di emergenza, del potere centrale dello "Stato" (scritto, ovviamente, dal professore, con la lettera maiuscola...). Gentile professore Ainis, se decenni di centralismo romano e di gestione romana delle emergenze non le hanno instillato almeno un dubbio sulla sensatezza di questa cultura della "unica tolda di comando", come lei scrive, c'è davvero di che preoccuparsi.
Comunque coloro, come chi scrive, come tanti altri Toscani, credono davvero nella trasformazione in senso federale dell'Italia e dell'Europa, restano freddi davanti a un articolo come il suo, che ci risulta un concentrato di errori politici, culturali e, ci consenta professore, anche di comunicazione scientifica della materie che lei insegna.
Senza le regioni, non si può portare avanti l'abolizione delle province, delle prefetture, delle motorizzazioni, degli uffici provinciali distaccati di ogni ministero, delle sedi periferiche di migliaia di amministrazioni ormai obsolete. Un attacco al regionalismo non nasconderà mica proprio questa improvvida difesa dello status quo?
Senza le regioni, non si fa la valorizzazione del patrimonio pubblico. Le aste centralizzate a Roma, le prossime come quelle del passato, o non si faranno, o si riveleranno solo un'altra colossale svendita di beni di tutti a vantaggio di pochi.
Senza le regioni non si costruisce l'Europa. Sono le regioni italiane, insieme agli stati federati tedeschi e austriaci e alle altre autonomie europee, i mattoni del futuro di una nuova confederazione europea, che possa superare i limiti e i problemi del leviatano eurocratico.
Senza l'autogoverno regionale, insieme con quello delle città e delle comunità, infine, non ci sarebbe più democrazia. Ci pare un problema non da poco.
Aver lasciato incompiuta la trasformazione federale di questa vecchia e malandata repubblica, certamente ne ha aggravato lo stato. Cercare di tornare indietro, però, la ucciderebbe definitivamente.
Pensiamoci.

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