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mercoledì 3 dicembre 2014

Le radici stataliste del disastro romano


Disgustati dallo squallore di Carminati il Nero e di Buzzi il Rosso, ben descritto dalle inchieste di Claudio Gatti sul Sole 24 Ore, non perdiamo di vista le comuni radici stataliste del disastro.
Esse sono all'origne della tracotanza di una certa Roma nera, dell'avidità del clero, della voracità di una certa sinistra locale, della infedeltà degli alti burocrati dei ministeri centrali e degli enti locali, del moderno familismo amorale in salsa metropolitana.
Senza tutto quel potere concentato in pochi chilometri quadrati, senza tutti quei soldi, in mano a troppi pochi alti papaveri, abituati a fare come gli pare, al riparo da ogni controllo, il malcostume non sarebbe dilagato così tanto.
Se, come è toccato a tanti cittadini dell'orbe - del mondo - anche nell'urbe - a Roma - tanti prepotenti avessero dovuto campare di lavoro, costretti a pagare come tutti tasse e tariffe, biglietti e multe, non saremmo arrivati a questo punto.
Adesso non si cerchi di salvare le mafie e le clientele romane, un'altra volta.
Si salvino, sì, asili e mense che danno riparo ai poveri, ma si tagli tutto il resto.
Si cancellino i finanziamenti straordinari.
Si rimuovano tutti i presunti dirigenti.
Si licenzino i falsi lavoratori.
Si chiudano le false cooperative.
Si caccino i falsi volontari.
E si voti, al più presto.
Non bastano i processi, che chissà come finiranno.
Occorre un repulisti politico.
Occorre che il popolo romano scelga un nuovo senato.
E speriamo bene.

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