Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

martedì 3 dicembre 2013

Contro la schiavitù e contro gli sceriffi di Prato



Di fronte alla tragedia degli schiavi cinesi bruciati nello stanzone clandestino di Prato, mi sento di prendere una posizione, che credo coerente con la mia storia di Pratese e di attivista civico, liberale, libertino, toscanista, che milita da sempre per l'integrazione nella pienezza dei doveri - non certo solo dei diritti - dei nostri concittadini pratesi di origine zhejianese.
Per me - sia chiaro - poco hanno da dire coloro che hanno governato Prato dagli anni novanta al 2009. Tutti coloro che hanno avuto posti, favori e un po' di potere sotto le amministrazioni Martini, Mattei, Romagnoli - tutti - sono corresponsabili - locali, regionali e nazionali - del degrado generale della città e dei suoi borghi.
Se parlano, lo facciano per aiutarci a capire meglio i disastri economici, sociali, ambientali che hanno combinato.
Nemmeno l'amministrazione Cenni, che ha posto fine al Sessantennio, è riuscita tuttavia a fermare il declino della diligenza, della legalità, del decoro.
Non c'è stata nessuna inversione di rotta, perché coloro che si sono installati nei palazzi del potere locale e i loro alleati berlusconiani a Roma non hanno saputo fare le riforme necessarie.
Il comune, la provincia, lo stato, la prefettura, la questura, il palazzo di giustizia, il carcere, così come sono oggi, riescono solo a far chiudere una attività onesta in cui non si è rispettata di pochi centimetri la distanza fra il cesso e lo sciacquone. Contro la vera illegalità economica, sociale, ambientale, sono impotenti.
Rispetto il sentimento di fallimento - quasi di resa - espresso da Aldo Milone ieri su Facebook - ma non c'era bisogno dell'incendio per capire che atteggiamenti da sceriffo solitario, in una città non più a misura d'uomo, non ci stavano portando da nessuna parte.
Per riprendere il controllo del territorio, per lottare contro le morti bianche e il lavoro nero, per porre un argine a concorrenza sleale, evasione fiscale, criminalità organizzata, occorrono progetti a lungo termine, innovazioni radicali, il coraggio di unirsi, ben oltre le categorie superate del nostro passato politico - anche recente.
Ci sono delle idee nuove, su cui si riflette e si studia da anni: amministrazione di prossimità, con impiegati comunali in servizio permanente quartiere per quartiere, frazione per frazione, borgo per borgo, anche la domenica, anche di notte; corresponsabilità di inquilini e proprietari, che devono cooperare con le autorità civiche perché gli immensi spazi delle periferie non diventino covi di delinquenti e sfruttatori; legalità minima - minima, perché quella integrale non sarà possibile in Italia, né per i cittadini, figuriamoci per gli immigrati, almeno finché non inizierà un nuovo ciclo di riforme economiche - nella gestione dell'immigrazione.
Lottiamo per queste idee, perché non vogliamo che l'immigrazione continui a essere quello che è oggi, e cioè - letteralmente - importazione di schiavi da lasciar bruciare in stanzoni orrendi, dove però si produce abbastanza ricchezza per far campare una proprietà assenteista e i suoi complici, sfruttatori e trafficanti.
Mi offro volontario per tornare a riprendere questi concetti che, già oltre vent'anni fa, stavamo sviluppando con Massimo Carlesi, ma anche con Enrico Mencattini, e che proprio di recente avevo ripreso, anche in relazione ad altre tragedie dell'immigrazione clandestina, con l'amico Giacomo Fiaschi.
Non è il momento di tacere, né di stare a guardare.
E' il momento di rimettersi in discussione.
E cambiare.

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