Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 7 aprile 2012

Sarajevo vent'anni dopo

Sento l'obbligo morale di fermarmi, in questa veglia pasquale del 2012, a ricordare le 11.541 vittime censite dell'assedio di Sarajevo di vent'anni fa. Lo devo fare per la mia coscienza di Europeo, di Italiano, di Toscano. Lo faccio anche pensando alla mia compagna di studi, Eldina, e a tutti gli altri amici e conoscenti di Sarajevo, città martire della violenza politica. Città vittima della sete di potere delle caste politiche e militari che, mentre stavano perdendo il potere che detenevano a Belgrado, nel declino della vecchia Yugoslavia, fra le pieghe dei sogni infranti del socialismo reale, da vigliacchi, codardi e imbroglioni quali erano, si sono scatenati contro una popolazione pacifica, contro civili inermi. La cosa terribile del nazionalismo moderno è proprio questo suo essere la coperta che copre i crimini dei rinnegati, le efferatezze delle canaglie, la viltà di coloro che hanno abdicato alla propria dignità umana.
Come in Italia bastò mettersi una camicia nera, con l'avvento del fascismo, per fare i propri sudici comodi, così nella rovina del dopo Tito bastò dichiararsi nazionalisti, nella penisola balcanica, per giustificare le peggiori nefandezze.
Per fronteggiare tutto questo, per allontanare il rischio che si ripeta, siamo obbligati a onorare le vittime e additare i carnefici. Sempre, sempre, sempre, senza stancarci mai.

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