Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 4 luglio 1998

Per borghi più liberi, comuni più forti, per noi stessi


Archivio qui un breve estratto adattato dal mio libruccino del 1998, "Noi stessi - Discorso sull'autogoverno della Tuscia", uscito il 4 luglio 1998, con la Nuova Toscana Editrice di Campi Bisenzio. Sono solo dei brevi accenni a quegli ideali di riforma borghese e di autogoverno reticolare, per cui sto ancora impegnandomi, tredici anni dopo (NdA del 6 dicembre 2011).


Il libero borgo, la prima patria di ogni Toscano, considerato poco più che una periferia dalle burocrazie, deve trasformarsi nel motore pulsante di ogni superiore istituzione. I borghi della Toscana, ciascuno dei quali capace, in atto o in potenza, di autogoverno, sono tutti, nello stesso tempo, utilmente e spontaneamente riuniti in distretti urbani e comunità rurali più ampie.

Quando una comunità urbana è saggiamente divisa in borghi-quartiere ben distinti e ben attrezzati per la più ampia misura di autogoverno, essa non è meno città ed i borghesi che la abitano non sono meno cittadini. Riottosi e campanilistici borghi-paese che punteggiano una valle o una montagna, hanno comunque bisogno di collaborare per la protezione del loro ambiente e del loro modo di vivere.

Le comunità storiche della Toscana sono sempre state un reticolo di relazioni funzionali, cooperative, simboliche, fra i quartieri di Firenze, fra le contrade di Siena, fra borgate e porti di Pisa, fra ciascuna città ed il suo contado, fra paesi-mercato e paesi-fattoria, fra pievi maggiori e parrocchie minori, fra villaggi e case alla sparta fra i boschi e paesi-fabbrica.

Non tanto un suo improbabile recupero, ma la memoria di questo antico reticolo, risveglia creatività e senso d’iniziativa ed aiuta a ricostruire nuovi utili legami. La riforma borghese non si attarda su ciò che è scomparso, né si nutre delle ombre di un passato che non tornerà. Non guarda indietro, verso rapporti città-campagna che non esistono più. Piuttosto prende ciò che di buono e di utile alle necessità dei borghesi sussiste ancora oggi, nella vita quotidiana e concreta, restituendo a tutti il diritto, e soprattutto il dovere, di vivere su un territorio, identificandosi in esso, assumendosene la responsabilità, mobilitando le sempre relativamente abbondanti energie private e le sempre assolutamente scarse energie pubbliche, per l'abitabilità e la salvaguardia del posto dove si vive.

Riforma borghese significa la valorizzazione dei paesi, dei quartieri, delle frazioni e delle contrade, assecondando la nostra straordinaria vocazione al particolarismo. E deve vedere il loro ricomporsi, con un processo spontaneo, sostenuto dal consenso popolare, e innovativo rispetto alle attuali e ormai superate divisioni amministrative, in un certo numero di nuovi comuni più forti, comunità-rete, ampie quanto basta a rappresentare interessi veramente comuni, che possano perpetuare le nostre antiche tradizioni di autogoverno.

Grazie a queste nuove comunità-rete di liberi borghi, potremo portare avanti lo smantellamento delle gerarchie e delle burocrazie ormai superate. Liquideremo le USL, i distretti scolastici, le aziende consortili, le associazioni intercomunali, le province, le prefetture, tanti altri enti, aziende, istituzioni pletoriche sopravvissute a tutte le riforme.

Mauro Vaiani

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